Autoreverse – di Francesco FORLANI

“Il mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa lo stradone provinciale dove giocavo da bambino.
Siccome – ripeto – sono ambizioso, volevo girare per tutto il mondo e, giunto nei siti più lontani, voltarmi e dire in presenza di tutti: «Non avete mai sentito nominare quei quattro tetti?
Ebbene, io vengo di là»”.
(Cesare Pavese)

 

Francesco Forlani, Autoreverse, Napoli, Edizioni L’Ancora del Mediterraneo, Collana “Odisseo”, 2008.

Autoreverse/Booktrailer

 

Lato b
Santo Stefano Belbo

    

Svegliarsi a Torino è un atto di volontà, un gesto dovuto ma non desiderato, una bestemmia lanciata a Dio e ai padroni. C’è perfino una specialità di dolci che si chiamano crumiri. Allora sai che ti dico? Buongiorno, governo ladro. Ti alzi dal letto con un colpo di schiena alla Buffon.
     A Torino ci vieni per lavorare, mica per fare il turista. Torino non è Firenze o Roma, e se di Venezia conquistano le ombre dei palazzi che cavalcano i canali, a Napoli sono i pezzi di storia, tesseredi uno strano mosaico che il vulcano sputa fuori di tanto in tanto a calmarela sete di bellezza dei visitatori accorsi da ogni angolo del mondo. In tutte le città italiane si sente il popolo.
     A Torino il popolo non c’è, al massimo c’è la popolazione. La classe operaia dopo anni di cassa d’integrazione si è riversata nell’incerto circuito del terziario avanzato. La popolazione di Torino è fatta di esseri umani le cui origini si rivelano attraverso gli accenti. Terra d’asilo, ha accolto per due secoli i reietti di tutto il paese, e se prendi un autobus o il tram, ci trovi una galleria degli orrori. Facce primitive, volti distorti e irregolari, corpi piegati dal lavoro, mani ingigantite dai martelli, annerite dalle polveri.
     Juliette è al volante della sua auto. Siamo fermi al semaforo e ripete a voce alta le istruzioni che le ha dato un amico per arrivare a Santo Stefano Belbo.
     «Prima cosa bisogna prendere la tangenziale, poi l’autostrada Torino-Piacenza, si esce ad Asti Est, non la prima, la seconda, e poi si prende la direzione Canelli. In pieno Monferrato. Se si prende la Torino-Savona si passa per Bra e Alba. Le Langhe».
     Ha i tratti quasi vietnamiti, Juliette, i capelli a caschetto, la pelle scura, un’aria leggera. Sin da quando ci siamo sentiti al telefono, la prima volta, ho immaginato dalla voce che fosse una bella ragazza.
     È elegante, borghese, e credo non le dispiaccia affatto seguirmi in questo tour.
     «Mi sono sempre ripromessa di andare ma non ho mai avuto occasione. Non hai idea di quanto mi renda felice questa gita. J’adore. Le Langhe, il Monferrato. Da Torino è una lunga discesa verso il mare, tra le colline e le montagne delle alte Langhe ci sono i vitigni più forti d’Europa, anzi, del mondo. Se facciamo in tempo andiamo a La Morra. Non è proprio vicinissimo ma non dovremmo metterci tanto. Si mangia divinamente. C’est génial!».
     Juliette lavora al Centre culturel, mi ha detto, e tutto sommato si trova bene a Torino. Certo non è la java, ma le piace l’aria da signora della città, i portici, le piazze.
     Quando siamo arrivati ci ha accolti Pier Luigi. Il centro è stato restaurato di recente, grazie anche a un accorato appello di intellettuali accorsi per salvare il salvabile subito dopo l’alluvione. La mostra si svolge su tre piani ed è punteggiata da una ricchissima iconografia. Pier Luigi, insieme a Franco Vaccaneo, non solo custodisce la memoria del luogo, ma si prodiga in iniziative che possano trasmettere alle generazioni a venire l’immenso capitale dell’opera poetica di Cesare Pavese. Al secondo piano c’è un piccolo museo, con alcuni oggetti appartenuti allo scrittore. Io e Juliette ci aggiriamo tra le copie autografate dei libri, ci attardiamo su un particolare prima, su un dettaglio poi. Ci sono riproduzioni di manoscritti su quasi tutte le pareti. La calligrafia di Pavese, le righe interrotte dai nodi di fili d’inchiostro delle cancellature, catturano lo sguardo e di tanto in tanto ci fermiamo a decifrare la scrittura. Ai margini di una lettera o di una pagina saltano fuori dei disegni, sembrano scarabocchi fatti distrattamente come quando si è al telefono. Al piano di sotto ci imbattiamo in un’installazione composta di libri e cornici di legno.  Sembrano cortecce d’ulivo contorte, le pile di volumi gonfiati e piegati dal fango. L’opera ricorda la furia del Belbo abbattutasi sulle case e sull’opera di Cesare Pavese.
     «Puoi venire un attimo?» mi dice Juliette. La seguo. «Ecco, resta lì dove sei».
     Davanti a me, tra noi due, c’è una bacheca e sopra il ripiano di vetro ci sono gli occhiali di Pavese.
     Lei si è posizionata in modo da guardare attraverso le lenti.
     «Che fai?».
     «Volevo vederti con i suoi occhi».
     «E come mi trovi?».
     «Bah, sto ancora cercando».
     A quella sua battuta ci sono rimasto un po’ male.
     Cosa diavolo avrà voluto dire?
     Quando usciamo facciamo una pausa caffè al Bar Roma che dà sulla piazza. Alle pareti sono appese stampe antichissime, ma ad attirare lo sguardo sono le foto di Nuto, l’amico falegname e liutaio del poeta, che è anche uno dei personaggi più amati dei romanzi di Pavese.
     La collina cade quasi a picco sulla parte di Santo Stefano al di là del fiume. Un fiume modesto, a prima vista, ma in Piemonte è così. Non si immagina nemmeno cosa un normale corso d’acqua possa provocare se ingrassato dalla pioggia.
     Con Juliette troviamo il tempo di pranzare a La Morra.
     Durante il viaggio di ritorno sono tentato di chiederle il perché della battuta di prima. Ma poi mi dico che probabilmente ha ragione lei. Mi sto cercando e forse sono lontano dal trovarmi. La mente ritorna a quanto abbiamo visto. I libri rattrappiti come pelle, la carta tumefatta, una strana vigna di tronchi piegati e arcuati. Massimo Mila aveva scritto che Pavese era un uomo fatto di carta, di libri. E allora doveva essere carta come quella a fargli da anima, divorata dagli elementi, dall’aria e dall’acqua.
     L’alluvione. Pare che avessero penato non poco quelli del demanio per trovare un luogo abbastanza grande da contenere il fondo manoscritti di Pavese.
     Quelli che fanno il lavoro sporco portano dentro di sé un odio innato verso l’oblio. Esistono dimenticanze pianificate, come un’operazione di polizia, con i carri dei vincitori a portare via dagli archivi ogni memoria dei vinti. Essere libertari, oggi, significa tirar su macerie, ricostruire il passato, e solo dopo averlo ritrovato, messo in salvo, si può pensare a cambiarlo.
     Ho provato a immaginare la scena descritta dalla direttrice degli archivi. Un hangar piantato in mezzo alla campagna. Di quelli che ospitano ogni tipo di materiale e si prestano all’unica vocazione che hanno, cioè di deposito.
     Quando un libro è aggredito dal fango, bisogna congelarlo immediatamente per evitare che l’acqua divori l’inchiostro. E una volta congelato, e solo dopo aver lavato all’acqua chiara pagina dopo pagina, si procede con la liofilizzazione. Lo stesso procedimento che si usa per fare la frutta candita.
     Si sente un odore acre di carne, l’odore sinistro dei macelli. Nei sacchetti di plastica trasparenti è raccolta tutta l’opera di Pavese recuperata dalle acque, lavata, essiccata, impacchettata e ordinata all’interno, avvolta in una cortina di ghiaccio. I volumi sembrano pesciolini rossi di un luna park.
     E non ho visto l’onda d’urto del Belbo sfondare le porte e strappare i fogli dagli scaffali, le parole dal sonno. Non ho visto i volontari darsi il cambio e con l’acqua alle ginocchia raccogliere tutto il possibile, mettere ogni cosa sui camion frigorifero diretti all’hangar.
     Come se per una seconda volta i carri funebri dovessero attraversare le strade di Torino. Il corpo dell’opera, divelto dal fango, comme à la morgue, all’obitorio, aspettava che dal ghiaccio riemergesse secca e intatta la pagina.
     Strano destino. Pavese, prima di decidere di morire, aveva scritto sul frontespizio dei Dialoghi con Leucò: «Non fate troppi pettegolezzi». Il fiume aveva gettato tonnellate di fango sulla sua opera.
     Juliette si rende conto della mia assenza. «Piuttosto silenzioso come navigatore? As-tu donné ta langue au chat?» chiede.
     «Scusa, stavo pensando».
     «A cosa?»
     «A un hangar vuoto».

[…]

***

 

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***

Caro Francesco,
[…] sarà molto difficile, a lavoro ultimato, parlare di questo libro semplicemente come di un “romanzo“. Credo sia tante cose insieme, un’opera alla quale, tra le altre componenti genetiche, meditazione e poesia non sono estranee. L’intreccio di vite e di piani narrativi, con i rispettivi impianti narratologici e creativi messi in scena, è intrigante, condotto con la mano sicura di chi […] questo libro l’ha già scritto in sé molte volte, e da molto tempo, e ha aspettato solo il momento giusto perché l’insieme maturasse tutte le sue luci e le sue ombre e emergesse dal magma come un corpo concreto, dal profilo multiforme ma perfettamente definito.

Io parlo di angeli venuti da chi sa dove e perdute, smarrite tra il proprio destino e la vita“: potrebbe essere la degna epigrafe di tutta l’opera, di questo splendido tessuto mobile che cerca di aggrumare sensi a partire da una ricerca di senso (le ultime ore di vita di Pavese), palesando ad ogni risvolto un sottile, sotterraneo male di vivere, un’inquietudine dell’esserci e dell’esistente che, in alcuni capitoli, lascia stupiti per come è sapientemente dissimulata. Una trama borgesiana condotta con sapiente mano registica, e mi sembra di intravvedere dietro la macchina da presa, se non Pessoa, almeno uno dei suoi tanti eteronimi: lo sguardo che attraversa alcune pagine meravigliose (il capitolo VI, in particolare, uno dei momenti più alti, e il XII, tra gli altri) ha tutti i colori “del tremendo folgore e dell’innaturale pietà” del grande scrittore portoghese. Un Pessoa filtrato da uno sguardo maturo e autonomo, che si serve di tutti i possibili connettori e funtori metatestuali (di ordine cinematografico, letterario, filologico, iconografico) per tessere una grandissima dichiarazione, un vero atto d’amore verso la scrittura, verso la sua funzione salvifica senza nessuna salvezza.

(fm – da una mail inviata a Francesco Forlani, aprile 2006)

 

***

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12 pensieri riguardo “Autoreverse – di Francesco FORLANI”

  1. da una mail di viola a effeeffe:

    “Su Autoreverse:
    -un va e vieni tra Francesco e Forlani;
    – un comte philosophique sull’amore;
    -una ricerca d’armonia (la musica, gli affetti, le “superstringhe”);
    -una fabula a lieto fine;
    -una scrittura limpida, anche nei toni picareschi e nell’omaggio borgesiano della struttura a specchi;
    – un periplo attorno ai cuori e alle memorie.
    Buono, giocato con leggerezza nel profondo.”

    Un abbraccio a fm, felice di condividerne le letture,Viola

  2. Anch’io sto leggendo questo libro.

    Un grande in bocca al lupo a effeffe, e grazie a fm per gli spunti della sua email. E un abbraccio a entrambi.

  3. Vi ringrazio, Viola e Giorgio. Questa è un’opera a cui sono particolarmente affezionato: l’ho vista praticamente nascere, crescere e formarsi fin dalla prima pagina, e ne conservo tutte le stesure e le varianti. Un gran libro.

    Un abbraccio a voi e al carissimo effeffe.

    fm

  4. caro francesco
    scusami se solo ora sbarco da te. Quella mail che mi mandasti mi ha accompagnato per tutto il tempo che è seguito fino alla pubblicazione di autoreverse. Mi proteggeva come certe lettere che uno si porta addosso e con cui sa di poter varcare frontiere altrimenti inaccessibili. Quando lo straordinario stefano de matteis mi ha consegnato la prima copia del libro quasi non ci credevo. quella copia ce l’ho accanto al letto. E’ tua. Ti appartiene.
    effeffe

  5. è un bel libro, oltre ad una accurata analisi dei personaggi e delle situazioni in un alternarsi di tempi e rimbalzi, ne ho apprezzato l’aspetto “lirico” … che, come il foro sulla copertina, dà respiro alla salvezza, alla speranza ed al piacere riconquistato della vita.

    p.s.: eccezionale effeffe quando descrive i paesaggi, ne fa acquerelli di poesia.

  6. “Essere libertari, oggi, significa tirar su macerie, ricostruire il passato, e solo dopo averlo ritrovato, messo in salvo, si può pensare a cambiarlo”

    lo so che una frase non fa un libro, né che un libro non si condensa in una frase, né che…

    però questa frase è un’epokè!

    Mario

  7. Hai ragione, Mario, una frase che vale da sola il prezzo del libro.
    O, molto più semplicemente, condensa ed esprime il senso di un’intera esistenza.

    Un saluto a te e a Natàlia.

    fm

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