Stato dell’arte (I) – di Mario BERTASA


(Dal papiro del Libro dei morti)

ci riservate il vostro più profondo disprezzo
e possiamo capirvi: sbranare cadaveri
non è uno spettacolo edificante

         Mario Bertasa, Stato dell’arte (antologia di inediti)

rotola per chissà dove il bottone
strappato dal grembiule, un bottone, due, tre,
di quelli di madreperla, che nello strappo
si possono spaccare fra i due / quattro fori,
e allora addio, è buttato per sempre,
che peccato, ma se una suora ne ritrova
uno intero, lo mette da parte con cura,
ché prima o poi qualche altro grembiulino
ne rimarrà senza – e se il terzo bottone
fosse rotolato in un tombino e fosse
ancora là dopo trentacinque anni?
come vorrei che un pezzo di me, due, tre,
fossero ancora là. E anche là. O là.

«Eri arrivato a casa con un solo bottone
sul grembiulino [nero] e avevo detto:
è solo il primo giorno di scuola,
cominciamo bene!» [così mi ha detto
non molto tempo fa e fino ad allora per me
era come se non li avessi mai persi gli altri tre,
nella memoria e per davvero, così, poi bam!
l’immagine precisa, io e l’altro che ci pestiamo,
precisa con tutte le forme i colori la luce dell’ora
di uscita da scuola il primo di ottobre, in cortile
con l’ombra di un’enorme colonna del portico ma,
ma senza i bottoni,
eravamo stati gli unici due a fare la figura
di saper già leggere spediti davanti a tutta la classe,
forse è cominciato così il mio pezzo d’attore e forse
(quasi quasi tolgo anche il forse) tutto
il relativo corollario di gelosie e invidie
professionali] «Poi per fortuna che hanno abolito
i grembiulini! neri! ma che colore!»

si può spaccare la zip o la clip,
ma rimane cucita o aggrappata alla stoffa, almeno
[forse è iniziata così la mia predilezione
per girocollo e lunghe cerniere
una volta fuori di scena] un problema in meno
nel rammendo dei ricordi ma,
ma è lo stesso: si slacciano. E per molto meno

 

*

 

in piena regola, bolli e sentenze,
scegliendo il rito del consensuale,
alla corte suprema del Millennio
Amore e Morte hanno chiesto il divorzio –
senza clamore, senza propaganda,
così discretamente che tuttora
non s’è capito se “Millennio” fosse
quello ingrediente o quello transeunte
[no, non è una trasmissione di cucina
con ingrediente unto e bisunto
e di quelle in cui volano
insulti stoviglie e schiaffi,
ingrediente è il terzo millennio, cioè
vi fa ingresso chi dal secondo è scampato,
transitato indenne, appunto “transeunte”,]
né s’è capito se la residenza, Amore e Morte,
l’hanno fissata ai rispettivi paesi d’origine oppure trasferita in nuove più amene località. Ma c’è chi dice che siano ancora conviventi in un comune domicilio, cioè che abbiano divorziato non per dissidi e dissapori insanabili, ma per mutare forma istituzionale, coppia di fatto tra ex coniugi, con sottoscrizione di un patto civile di solidarietà, mantenendo così un’autonomia reciproca prima sconosciuta ai poeti, una coppia aperta a tutti gli effetti civilistici, morali e sessuali – e quando «c’è chi dice», vuol dire poi che c’è del vero, e molto più di quel che si possa onestamente dubitare

ora a chi toccherà passare gli alimenti?
chi dice tocchi a lui, Amore, così
la Morte ingrassa, ma già è grassa di suo,
grassa e abituata a vivere di rendita,
se così fosse sarebbe un controsenso.
chi dice tocchi a lei, Morte, così
Amore potrà finalmente vivere
in uno stato meno precario, ma
tutto dipende dal genere di alimenti.

il vero problema è che, siccome hanno divorziato in più Stati contemporaneamente, occorrerà armonizzare le diverse giurisprudenze, e intanto passeranno decenni.
Così dovremo aspettare un bel po’ e procrastinare il termine effettivo del loro connubio. Potrebbe anche succedere che col tempo la causa finisca in prescrizione, o archiviata in qualche dimenticatoio. E tutto torni apparentemente come prima.

 

*

 

[pollution]

sapevamo tutto dell’impollinazione
stami nettare corolle
in classe la maestra spiegava i cartelloni
api vento pistilli
e anche come il fiore fecondato fruttasse
buccia polpa semi

visto che le api non sciamavano in casa,
poteva solo il vento aver assistito
alla nostra nascita, ecco perché
due genitori mentre dormono
stanno così vicini: non perdersi
la più sottile brezza – qualcuno
ha la fobia delle finestre aperte
ecco perché rimane senza figli

ecco perché nei fiori s’incarna
il simbolo dell’amore puro
non han bisogno di abbracciarsi

mele nocciole ciliege nespole
ma soprattutto pollini da gennaio
a settembre le mie allergie

no no no no no!
non pensate che io sia
allergico all’amore corporale
la scienza l’ha dimostrato:
tutti quei disinfettanti
che mi cullavano
l’eredità genetica
la ciminiera della fabbrichetta
a venti metri dalle case
soffiava nuvole nere e basse
io abbandonavo i giochi
in strada cogli occhi rossi
il fiato accasciato sul muretto

anche questo spiegava la maestra
polveri gas tossine
lo denunciava al sindaco e noi
fiducia speranza avvenire
le credevamo, a che serve sennò
fisica chimica biologia
sapere tutto dell’impollinazione?

 

*

 

ci riservate il vostro più profondo disprezzo
e possiamo capirvi: sbranare cadaveri
non è uno spettacolo edificante.
Anche i nasi di noi sciacalli erano più
raffinati un tempo. Ma le prede
dei nostri antenati hanno sviluppato
fino alla perfezione le strategie per sottrarsi.
Non c’era più nulla da mangiare in giro.
Un vecchio capretto schiattato, rigidi più
del cuoio i muscoli, non scappa, né un piccione
sfracellato dopo un volo erroneo contro
un autocarro. Credete voi che accontentarsi
di carni dove non scorre sangue caldo
sia stato facile? Ma è acqua passata. Più
non se ne parli.

Oggi la questione è un’altra: restituiteci
la nostra dignità. Quelli fra voi che consumano
gli avanzi decomposti dei bilanci societari,
le derive disidratate dei flussi finanziari,
li chiamate mecenati; artisti invece quelli
specializzati nella suzione del midollo
dopo che i soliti rapaci han ripulito le ossa.
A loro va la nostra stima. Anche per loro,
come per noi, non c’era nient’altro in giro.
Ma a loro un nobile titolo. A noi: spazzini.
Credete voi che sia facile farsi passare
la fame trastullando le mandrie con ogni
sorta d’intrattenimento nella speranza
che si lascino indietro il primo che ha
tirato le cuoia?

Anubi accompagnava i vostri antenati
nell’oltretomba: lo scolpirono con un viso
che è il nostro. Ci chiamavano canis aureus:
del miglior amico vostro noi i più rilucenti.

Ma quel che più ci rode è che oggi
l’onorato nome di sciacalli con disprezzo
lo affibbiate a chi visita case non sue dopo
un bombardamento un’alluvione,
a chi fa soldi sulle debolezze altrui, a chi
traghetta clandestini a peso d’oro e va
in prima fila ai funerali dei vip

che cosa abbiamo da spartire con costoro?

ma se proprio insistete
ad abusare del nostro buon nome…
ci sono magazzini nelle vostre città pieni
di carcasse di animali da pascolo chimico
lasciate frollare a puntino… Sappiamo dove sono…

 

*

 

giallo lampione
non c’è
in fondo al dizionario
nella tavola sinottica dei colori come si fa
a descriverlo a parole
pare
che sia il migliore nel coniugare
consumi basso fotoinquinamento e resa
lo dicono anche quelli
dell’osservatorio astronomico nella mia
stessa via
soddisfatti del Comune che ha rifatto
giallo lampione tutta la contrada
si sta
si è già diffuso ovunque per tali qualità
colore dominante di notte
è il migliore
in centro storico per coniugare
chi fa le vasche nel crescendo dell’estate
assemblare
le schiene viste dagli scolli le braccia
nude di donne uomini ragazze ragazzi
guance
sandali polpacci
e gli immancabili ombelichi nel contorno
iride neon alogeno
delle vetrine che riflettono la fuga
di sguardi da oggetti luccicanti a corpi
del desiderio
in centro clavicole dove la congiunzione
dei muscoli del collo al petto
senza
le sciarpe di altre stagioni denuda
il deglutire di un gelato di un innamorato
giallo lampione
fa tutto
più filtrato più reidratato più dopo-sole
pare
incrementare il tenore delle tinte
che gli abiti sventolano alla luce del giorno
il bianco lampione raggelava
andava bene
per una nevicata per una solitaria
passeggiata

 

*

 

[guardando al progetto “In un parco impervio”]

Non c’è posto per tutti in questo scompartimento.
Ecco di nuovo quel signore col viso allungato
magro, i denti cariati, ben vestito
che tre mesi fa voleva cucire conversazione
sui suoi figli, i problemi a scuola, responsabilizzarli
/ voleva farsi un nuovo amico / cos’hanno i miei occhi?
                                           problemi-parliamone?
                                           sono-l’amico-di-tutti?
non c’è posto, meno male quel signore
dopo tre mesi non mi riconosce e cambia carrozza
/ o forse mi ha riconosciuto e adesso comincia a farsi male
rimugina la sua incapacità di comunicare
o sconsolato l’indifferenza fra umani
come io adesso la mia stanchezza, ho finito
i posti a sedere, ce ne sono solo in piedi

 

***

26 pensieri riguardo “Stato dell’arte (I) – di Mario BERTASA”

  1. Francesco,
    avevo già in penna… ehm… nella tastiera qwerty… un grosso grazie per la tua accoglienza (e insistenza e pazienza), ma mi si è soffocato in gola nel momento in cui ho visto l’immagine che hai associato alle mie scritture

    se ancora trovo qualcuno che nutre dubbi sul gusto dei tuoi accostamenti fra parole e immagini, glieli faccio passare io

    seppure il riferimento visivo nasca da un moto referenziale attorno ad un verso che immagino ti abbia particolarmente colpito (equivalente alla statuetta di Anubi che avevo in mente quando l’ho scritto), non puoi immaginare quali più diffuse risonanze e memorie mi scatenino dentro quei colori, quei geroglifici, quei corpi profilati

    e proprio in queste ore in cui sull’accanimento mediatico (come diceva Tettamanzi sabato scorso) soffia borioso quello politico e istituzionale, immagino la povera Eluana in abito bianco accompagnata dal Dio Sciacallo nel parco impervio i cui binari di luce sono per ognuno indecifrabili

    gli altri non chiamiamoli sciacalli né avvoltoi, non hanno la dignità di quei nobili animali

    m

  2. Caro Mario,

    la prima poesia mi ha fatto fare un salto all’indietro, alla scuola e ai grembiulini neri. Di quelle che si rileggono poi.
    Sugli sciacalli non aggiungo nulla , la domanda che poni nel finale dice già: “che cosa abbiamo da spartire con costoro?”

    Complimenti.

  3. Grazie Nadia! Pensa che quella composizione sul nome degli sciacalli era nata all’inizio come divertissement, una ricerca linguistica e simbologica su “sciacallo”, niente più, anzi meno mordente di analoghe procedure impiegate per comporre i testi sul “moscerino della frutta” che sono usciti su LPELS. Poi le circostanze mi hanno indotto a tenere vivo il testo, a ritornarci sopra con la lima, e adesso la coincidenza di questi giorni mi fa vedere risonanze e verità che non sospettavo. Un amico mi ha appena scritto un’e-mail dove mi dice che è uno dei testi che l’ha colpito di più

    m

  4. Mario, purtroppo sono preso da parecchie incombenze, ci sentiamo questa sera, così ti dico cosa ho scoperto sugli egiziani…

    Intanto, un caro saluto e un grazie a te e a Nadia.

    fm

    Hai visto che nel titolo c’è il numero (I)?…

  5. caro Francesco,
    il numero che hai messo non mi è sfuggito…
    vedo bene che mi hai incastrato… :-(

    invece l’anno 2007, mi accorgo ora, è un dato che ti ho fornito in modo del tutto equivoco: sul file che ti ho spedito, col numero “07” pensavo di dire che per la 7a volta mi accingo a fare il punto sul mio “stato dell’arte”, ma scritto così era davvero incomprensibile, a meno di immaginare che si riferisse appunto ad una datazione. Invece questi scritti sono stati composti in un arco temporale che va dal 1995/96 (l’ultimo) al 2008

    attendo con grande curiosità i tuoi aggiornamenti sugli egiziani!

    m

  6. ben contento di leggerti, Mario, per la prima volta.
    e di scoprire che, mentre i tuoi commenti mi intimorivano per la loro precisione (ma è detto senza ironia, anzi con ammirazione per la tua capacità di analisi), ai testi riservi la parte più essenziale, non dico lineare ma spoglia.
    mi fanno sentire a mio agio. complimenti.

    francesco t.

  7. Caro Mario, il tuo post, con annessa immagine “egizia”, era stato preparato molti giorni prima dei due coi quali poi è venuto ad intrecciarsi: e l’intreccio è risultato, a conti fatti, tanto più “stringente”, quanto più era impensabile, nella sua casualità, l’ordine con cui si è dis-posto e offerto alla lettura.

    Il riferimento al “Libro dei morti”, meglio sarebbe al “Libro della restituzione al giorno”, mi era venuto spontaneo, per chi sa quali vie sotterranee, leggendo e rileggendo questi tuoi testi e, soprattutto, quelli che si trovano a questo link:

    http://www.dislocazioni.blogspot.com/

    Ho sempre pensato al tuo come a un lavoro di “ricomposizione”, una sorta di “viaggio iniziatico” tutto finalizzato alla costruzione di una sorta di “teatro memoriale”, dove approdano “figure” che si dispongono a una “sacra rappresentazione di echi e di riverberi”, l’unica forma, quella di corpi sonori, nella quale i “materiali” affiorati nel tragitto riemergono e si ripresentano alla luce. Per “iniziazione”, qui, intendo nient’altro che un disvelamento che investe più l’esterno (il “paesaggio” “trascorso”, o che “trascorre”) che l’interno – già animato, di suo, da una “progettualità”, quella della memoria, che sottende tutte le tappe del percorso. Altrettanto dicasi per la “sacralità” della rappresentazione – che immagino come ri-definizione di uno “spazio altro”, altro anche rispetto alle stesse istanze della memoria agente. Il “teatro”, allora, come nelle allegorie raffigurate sui papiri, simboleggia non lo spazio di una “visione data”, ma il territorio dove l’immagine crea, al suo apparire, il luogo dove sostare: un po’ quello che succede nel passaggio dall’oscurità della notte (morte) alla prima luce del giorno, quando l’ “oggetto” (nel tuo caso il “frammento” recuperato), mano a mano che diventa visibile, definisce l’unico spazio possibile dove la sua epifania si dispiega, e si offre all’occhio che viene a dimorarla.

    Rimarrebbe da definire il “ruolo” (secondario) e la posizione (preminente) dello spettatore/attore, che è come dire non tanto “il perché della scrittura”, quanto il perché di “quella” scrittura -rappresentazione. E qui, forse, azzardo (guardando all’insieme di quello che di tuo ho letto): è la “posizione”, il rilievo (cioè la quantità di spazio occupata – quella strappata all’immobilità del ricordo-morte) ad essere preminente, perché è l’oggetto repertato (fosse anche un bottone) a scrivere-scriversi, contro le stesse intenzioni di chi lo recupera, alla luce, e sulla pagina, del nuovo mattino a cui è rinato. E qui può assumere ogni forma, dis-ancorarsi dalla sua natura fossile, storicizzata o museificata, essere teatro-di-se-stesso-a-se-stesso, immagine e occhio in un’unica “nota”: anche solo per la durata di un verso.

    fm

  8. Dimenticavo.

    Quando scrivi “vedo bene che mi hai incastrato…”, beh, non posso fare altro che confermarti che “hai visto” proprio giusto…

    Ciao, buona notte.

    fm

  9. ai due Franceschi… (Tomada+Marotta)
    proprio l’altra sera vi ho messi insieme, perché dalla medesima bancarella di quelli di Abrigliasciolta al festival monzese di PoesiaPresente ho tirato su e portato a casa “Per soglie d’increato” e “A ogni cosa il suo nome”… ;-)

    @Tomada
    il mio peregrinare per lit-blog è recente: inizia solo lo scorso 11 novembre 2007, data in cui LiberInVersi ospitò la mia prima auto-antologia online “Biblioluzioni aa06”

    http://liberinversi.splinder.com/post/14671952#more-14671952

    (che era appunto la 06… gli altri 5 tentativi precedenti giacciono nel mio archivio, solo uno è circolato in due copie a due amici-critici e spero che dalle loro librerie non esca mai!). Da essa, con spostamenti vari, accantonamenti e nuove inserzioni, era nata la performance “Biblioluzioni (e alcuni Discorsetti”) per voce e live-electronics con Lello Cassinotti debuttata al TeXtura Poesia Festival (maggio 2008) (un altro “Discorsetto” cui tengo assai è nella Stanza Cinese del grande Massimo Orgiazzi: http://lastanzacinese.splinder.com/post/17842310/Discorsetto+23+-+di+Mario+Bert

    mai avrei immaginato quel giorno che mi sarei avventurato in analisi testuali su lavori di altri, e immediatamente condivise con chi frequenta la rete – non sono un critico letterario, dicevo a me e ad altri, in fondo nemmeno oggi da quest’avventura, che prosegue, mi aspetto un simile traguardo – mi limito a scrivere con grande libertà e senza ossequi (ricordo ancora un contropelo a Buffoni…) quando ho chiara una cosa in testa, e a tacere invece quando ho idee e sensazioni confuse, però quell’esercizio non è altro che un riflesso di quello impietoso, e sicuramente eccessivo, che riservo a me stesso – e che curo di celare con estrema solerzia nel dettato finale, anche se traspare nitido dall’inquietudine con cui affronto un’uscita online (per non dire di una pubblicazione cartacea!), dovendomi confrontare con il tema del DEFINITIVO.

    tentando anche una prosecuzione dell’esteso intervento marottiano (scusa Francesco, fm, ma dopo tale tuo commento sono stato assalito dalla tentazione di recedere dal “tu” e ripristinare il “lei” che si dovrebbe riservare ai “maestri di attraversamenti”, come a certe guide alpine che ti portano agli ottomila… ma la colloquialità aperta sul “tu” è irreversibile nel mio orizzonte etico…

    dicevo… tentando anche una prosecuzione… insomma: la “posizione dell’attore/spettatore”… è sicuramente in relazione con lo “spogliarsi” del testo secondo Tomada: questa selezione di testi, per quanto rappresentativa di posizioni e strategie diversificate, è unificata proprio dalla presenza di un interlocutore proiettivo che ha superato, nel corso della mia ricerca sulla comunicabilità della poesia, la posizione del signore per il quale “non c’è posto”, “posto” anche nel senso di spazio di condivisione linguistica, nel momento in cui lo sperimentalismo del mio periodo 1995/96 mirava ad un’inaccessibilità del costrutto metaforico, iniziatica sicuramente, un trobar clus – ma presto dissolta in un TACET delle mie scritture poetiche durato oltre un lustro, e complementare alla “dissipazione /della compagine di lavoro” (in “Biblioluzione 03”, cfr. il link a LiberInVersi) intesa come dispersione del “gruppo di base”, di relazioni di amicizia e comunanza poetica e artistica e progettuale…

    il “parco” è appunto il luogo di una lingua che, artificiale/addomesticata come un paesaggio nel quale il segno antropico è indelebile, tende all’abitabilità, all’accoglienza, virtù antropologicamente “materne”, lingua madre in cui, sempre rispondendo a Tomada, davvero ci si possa sentire a proprio agio (e non solo per eventuali affinità di tratti delle rispettive poetiche) (del resto la mia non è un’adesione ideologica né “economica” alla corrente della, per così dire, poesia lineare, quanto piuttosto alla ricerca di una complementerietà fra il trobar leu, lieve, trasparente, dolce, e il trobar clus, impegnativo, allegorizzante, avviluppato, impervio

    quel “parco” soave, agevole, è reso “impervio” proprio dagli interrogativi che agitano mente e cuore di fronte all’inconoscibile e indicibile (per Me/Sé) esperienza della morte biologica, di cui si può leggere una pre-figurazione nella corruzione delle proprie cellule corporee (la carie nella bocca di quel signore in treno…), come nello spirare di un nonno o un genitore o un amico, come nel corpo assediato di Eluana (“Signor Presidente, venga a vedere mia figlia…” – Non si dica di questo povero padre, privato del conforto e della misericordia proprio da quei sedicenti fratelli cristiani che lo aggrediscono moralmente e fisicamente, non si dica del signor Peppino che non ha un’etica…) – e allora in quell’impervio, che è alternativa ben più angosciosa ma necessaria dell’ovvio, dell’obvia mens, dell’alterità in cui si inciampa, ob-, per strada, -vius, in quell’impervio tracciarsi sta il recupero/rivelazione di lontane stagioni della memoria e della semantica e della geografia degli affetti; impervio è il viaggio cui si accinge il poeta che cerca per sé e per i suoi la “via della luce” nella motilità della parola, viaggio in cui ci si smarrisce (dantescamente) se non ci si accompagna per mano all’attore/spettatore che, sdoppiato fra Me compositore e Lui-Tu decifratore, dopo l’accoglienza in un parco accessibile e godibile, voglia decidere, per esempio, di sudare freddo rintracciando non senza fatica (immagino la tua, fm!), nella verticale e nell’orizzontale dei 34 tropi di “… alle mie dislocazioni”, il disegno stratificato e soggiacente che ogni singolo lacerto del “tema dato” produce quando si sposta, sviluppa, ridefinisce, riposiziona, ricompone, nelle successive 34 riscritture, prima di quella luce-scompaginamento che imploro come “assoluta libertà poco prima che scompaia la strada” – solo un attimo in cui staccare la mano da quella del Dio Sciacallo e respirare l’abisso e dirgli “ti seguo perché mi accetti in quanto individuo che non si dilegua, come goccia nell’oceano, nel Nuovo Mattino”

    nella figura del Libro dei morti Anubi ha la croce egizia nella sinistra, nella destra la mano del defunto-sulla-soglia: per poter prendere la croce con la sinistra, il defunto-sub-limen dovrà per forza staccare la mano da quella di Anubi…

    buona “notte”.

  10. “…mi limito a scrivere con grande libertà e senza ossequi… quando ho chiara una cosa in testa, e a tacere invece quando ho idee e sensazioni confuse, però quell’esercizio non è altro che un riflesso di quello impietoso, e sicuramente eccessivo, che riservo a me stesso”

    Caro Mario, è esattamente quello che fa (o dovrebbe fare) ogni scrittore, poeta e critico “serio”. Da questo punto di vista, purtroppo (o per fortuna?) appartieni a una razza in via d’estinzione.

    I tuoi interventi sparsi in rete, comunque, sul blog di Guglielmin e su quello di Orgiazzi (che spero riapra presto Liberinversi: è un appello!) andrebbero assolutamente ripubblicati. Sono delle splendide “risonanze” che illuminano non pochi aspetti delle opere e dei testi che prendi in considerazione.

    Grazie per questo bellissimo commento, che ci offre non solo ragguagli sul tuo lavoro, ma precise indicazioni di poetica che andrebbero riprese e approfondite, in quanto contengono riflessioni importanti e significative sul fare/far-si stesso della poesia oggi: “il luogo di una lingua che, artificiale/addomesticata come un paesaggio nel quale il segno antropico è indelebile, tende all’abitabilità, all’accoglienza, virtù antropologicamente “materne”, lingua madre…”.

    Sono felicissimo che tu sia qui.

    fm

  11. Dice il saggio: “Tutti i baghetta-ti sono stati baghetta-bili, ergo tutti i baghetta-bili sono baghetta-ndi”. E’ la conferma di quello che affermava anche Nicce nella “sest(in)a” inattuale: “La baghetta è una corda tesa sull’abisso, il filo rosso tra il nulla e l’eternità”.

    fm

  12. @ db
    (premessa la sostanziale congruenza fra la mia e la tua considerazione attorno alle pubblicazioni, e alla retrocultura, dell’editore Dell’Utri, incluse le riflessioni su D’Israeli intercorse in altri post e commenti)
    grazie per il “baghettabile”! Ma dicono “sfortunato al gioco, fortunato in amore” e io, riandando a croniche perdite finanziarie (spiccioli, ma pur sempre lire) quando giocavo d’azzardo eppure vagavo senza Scent of a Woman (grande Al Pacino) nei paraggi, appena una dama un giorno mi sorrise in modo diverso dalle altre, smisi di giocare per paura di perdere la mia ultima occasione – quindi, potrei sentirmi tuttalpiù un baghetta-tico, consapevole che nel gioco della vita non gli occorrerà mai di incappare in qualche premio

    @ Lucianna
    il massimo delle mie aspirazioni è essere letto in forma assolutamente anonima (infatti nella mia blog-vetrina obvia mens, come nella citata “dislocazioni” ho soppresso la funzione commenti) – eppure sapere di essere letto da te mi dà una piacevolissima emozione

    @ fm
    ho però, e non coscientemente, omesso il grande capitolo del “comico” in poesia (cfr. “Amore e Morte hanno chiesto il divorzio”…), forse perché trattandolo nella mia ricerca con l’estensione che merita dovrei rivedere (o perlomeno integrare) alcune posizioni sopra espresse fra accessibilità e inaccessibilità del linguaggio – e infatti è il nodo che non ho ancora compreso e sciolto dentro il formarsi del progetto “In un parco impervio”

    Mario

  13. come mi piace la prima, sì.
    c’è davvero un qualcosa che incanta.
    quanto alle altre, mi devi perdonare, mario. a parte l’influenza e il fatto che me le stamperò per leggerle con calma, sto diventando allergica ai mali della società…
    :)
    s.

  14. Condivido la tua emozione specie quando so di essere letta da persone che non mi conoscono e quindi si basano esclusivamente su ciò che leggono (come poi è giusto che sia) ma devi ammettere che è molto più emozionante leggere della buona poesia! In uno dei commenti parli della mancanza di un posto (se non ricordo male) ma non trovi che la poesia sia di per sè, posto, luogo? Sia un rendere più grande, un ampliare il mondo? Renderlo abitabile alla maniera di Heidegger? Un caro saluto, Lucianna

  15. @ Silvia
    ergo: ci dai la dimostrazione che la poesia non aiuta a guarire dall’influenza, anzi è meglio non portarsela a letto sottoforma di carta stampata se si vuole guarire prima

    sull’allergia… sai, dopo 35 anni dai primi sintomi feroci, sto iniziando a capire meglio come funziona il nostro sistema immunitario: dalle eruzioni cutanee (per i più fortunati) alle occlusioni delle vie respiratorie, si manifesta un’improvvisa e violenta allergia ai mali della società se per anni si è vissuti in un dorato e asettico isolamento (tipo quelle mamme che non leggono ai figli Cappuccetto Rosso per non traumatizzarli) finché improvvisamente la porta del castello si spalanca per un semplice colpo di vento e crash!; oppure (e questa mi sembra la dinamica della tua allergia) si ricevono per anni dosi ripetute e giornaliere di determinati aggettivi che contrastano con l’intimo sentire della persona (es. “il ragazzo è cocciuto”), sicché per idiosincrasia l’organismo reagisce al fisiologico processo di immedesimazione e mimesi sul quale si fondano le relazioni sociali e manda affanculo il mondo intero – in entrambi i casi sconsiglio la lettura di testi che tendono ad organizzare una critica sociale per via estetica, come quelli del sottoscritto, almeno in un primo periodo di disintossicazione; quindi, come l’allergologia suggerisce, si reintroducano tali sostanze estetiche a piccolissime dosi, via via aumentando fino ad una soddisfacente desensibilizzazione (facevano così certi prìncipi rinascimentali, per abituare il corpo ai più letali veleni). Per fortuna tali allergie sono meglio curabili di quelle ai pollini, acari, sostanze alimentari. Spero tu possa tornare presto in salute, perché farei davvero fatica a procedere senza le tue “proteste sociali”.

    @ Lucianna
    riallacciandomi a quanto detto a Silvia… non ritengo la poesia, l’arte, il teatro, la musica valori assoluti. Nell’orizzonte delle pratiche poetiche diffuse si può essere portati ad immaginare un mondo che migliorerà per il semplice fatto che più persone si affideranno alla “via della salvezza” che è insita nell’esercizio del bello. Non è così. Perlomeno quell’abitabilità migliore lo sarà solo in dimensione individuale, ma senza contribuire automaticamente a risolvere problemi che vanno affrontati con altre qualità intellettive ed energie in azione. Se vedo Obama che danza, o Clinton che suona il sax, posso essere gratificato dal fatto di vedere due miei simili che si affidano ad un’espressione artistica per vivere più sereni, ma se non contribuiscono attraverso la loro azione politica a risolvere un conflitto o un guasto ambientale, che me ne importa delle loro esibizioni? (se vedo altri politici di nostra conoscenza fare canzoni o scrivere poesie, posso spanciarmi dalle risate per la terrificante naiveté delle loro zampacce, ma presto dovrò correre ai ripari, perché chi scrive in quel modo come potrà governare con intelligenza?)

    poesia può diventare anche recinto, giardino artificiale, luogo di un abitare fittizio… un parco che diviene impervio proprio perché la tracotanza del suo giardiniere vi ha spinto a far coabitare essenze arboree inconciliabili… possono ristorare la vista due alberi diversi fra loro piantati l’uno accanto all’altro, ma se i parassiti di ciascuno, innocui per l’originario portatore fossero letali per il nuovo vicino di terra? Un “garden designer” privo di nozioni di agronomia e botanica è come un poeta privo di filologia…
    e quanta poesia ha muri alti come quelli di certi parchi protetti dall’intrusione di sguardi indiscreti… qui a Brugherio c’è un bellissimo giardino pubblico, con oltre trecento essenze arboree, fondato da un conte appassionato cultore di botanica, ma fino a qualche anno fa circondato da un alto muro di cinta… i muri si sa sono fatti per essere scavalcati, e quel parco è locus amenus non solo degli spettacoli che ogni estate alcuni illuminati artisti e organizzatori vi allestiscono, ma è anche stato locus impervius di diversi riti autolesionisti delle Bestie di Satana, secondo le testimonianze emerse durante il processo… In un incontro pubblico col signor Tollis, padre di una delle vittime, e col giornalista Gabriele Moroni, che ha pubblicato un’accurata inchiesta sulle Bestie di Satana, mi chiesero di leggere alcune confessioni e una poesia-delirio di uno dei ragazzi di quel gruppo: la voce mi perse per strada ogni “tecnica” intepretativa e d’immedesimazione e mi uscì nel segno di una distanza sconcertata, di una vergogna sottile

    la poesia allarga l’abitabilità del mondo se accetta anche la propria negazione e la propria impotenza

    il POSTO di cui dicevo era quello riservato a quel signore che aveva attaccato bottone in treno. Ci sono momenti in cui lo scompartimento è pieno e non c’è più posto per attori e spettatori che vogliono sfogarsi dei propri mali e cercare parole di conforto, sguardi di assenso, passeggeri di amicizie passeggere ma che leniscono l’animo

    fare POSTO al lettore nei suoni e nelle parole delle proprie scritture “arte-fatte” è un dovere, una responsabilità, ma è altrettanto doveroso non travestire di soli sorrisi e adrenaline l’inaugurazione di uno spazio di condivisione, di una radura accogliente dove consumare insieme il cibo raccolto, ma paventare anche il sudore sanguinante del Getsemani dove si andrà a trascorrere insieme la notte – “la mia anima è triste fino alla morte”

    chiedere al lettore di stringere un patto per affrontare insieme la perdita del POSTO, lo smarrimento nella selva delle rime aspre e chiocce, del trobar clus, dei segni stratificati e aggrovigliati in cui ricercare il senso escatologico del vivere e del morire che appartiene al vivere (gli schizzinosi, i faciloni e i detrattori degli sperimentalismi sono pregati di “lasciare ogni speranza” all’ingresso) (ma anche i correligionari del “quel che conta è il messaggio, non come lo si dice”…)

    i testi di cui sopra sono un assaggio del lato “giardino” (come il cortile delle suore dove si pestano i due bambini nella luce di ottobre) sugli altri, la sfumatura fra abitabile e inabitabile sono “… alle mie dislocazioni”, il comico in poesia è anch’esso attraversamento, ma, sto valutando, anche epilogo… il lato “impervio” vero e proprio c’è, ma non l’ho ancora affrontato in modo sistematico

    … ecco, ho fatto ancora notte dilungandomi…

    m.

  16. Grazie per questa tua esauriente risposta.(anche se certo ancora ci sarebbe da dire- specie del rapporto tra vita e poesia che è un tema infnto e forse inesaurbile!) Per il momento dunque ti auguro una buona giornata ricca di vita e ricca di poesia che a volte si fondono così bene da non più distinguerle (ma accade di rado).
    Un saluto e un grazie per il bentornata a Francesco (ma mi ero riaffacciata aanche nel post di Arminio e comunque pure se non sempre lascio un segno la mia visita a questa dimora è quotidiana). Lucianna

  17. Grazie a tutti gli intervenuti.

    Mario, perdona l’abbandono, non dipendente dalla mia volontà, ma ci rifaremo alla grande.

    Intanto sto leggendo i tuoi interventi sul Simposio di UniversoPoesia.

    Ciao, a presto.

    fm

  18. ma quale abbandono, Francesco?
    sono io semmai che ho un po’ abbandonato questo mio lavoro, dal momento che mi accorgo di non avere ancora segnalato a tanti amici questo tuo, per me gradito e assai costruttivo, post sul mio “stato dell’arte”… rimedierò…

    grazie ancora di cuore
    Mario

  19. Caro Mario, non dar retta a chi non considera il tono crepuscolare della tua scrittura: è grande, secondo me, mi ci ritrovo molto. La vena civile denota forza, nerbo, solo che mi appartiene di meno – ma è, anche questo, un affare di gusto personale, come per chi ad ad esso prdeilige i testi sul ricordo. Bello anche il riferimento sapienziale al mito egizio, specie perchè contrastato con il degradato contemporaneo in cui ci troviamo a marcire, e apprezzo anche le improvvise impennate del registro ceh da un franco parlato si accende di fulminazioni metafisiche e voli a capofitto dentro il vacuum dell’esistenza… Ciao

  20. Non mi sembra di aver letto commenti che mettessero in discussione questo aspetto della poetica di Mario, caro Aprile, né altri.

    Benvenuto su queste pagine, comunque.

    fm

  21. forse, Francesco, ti sfugge un passaggio della discussione sostenuta (con mio grande beneficio) tra Guglielmo, me e Guglielmin (le omofonie…) sul blog di quest’ultimo, dove citavo en passant che, in altra sede, un mio caro amico non avesse affatto preso in considerazione la vena “crepuscolare” (non lo nego: con Pascoli ho più d’un debito da saldare) che connota in particolare il testo d’apertura sul “bottone dei ricordi” – e il tutto a sostegno di un vivace scambio di idee su autonomia ed eteronomia della lettura (e della critica)

    però, Francesco, la sintesi con cui Guglielmo coglie il mio muovermi dal “parlato” alla metafisica fino a conficcarsi nel vacuum dell’esistenza, va al cuore delle mie intenzioni più dei miei sproloqui… Sono davvero toccato

    Mario

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