Il pezzullo di db (VIII) – bionda cervogia


(Preparazione della cervogia // Cesare Cases)

bionda cervogia

Lipsia, 18 gennaio 1957

Caro Cantimori,
ieri ho trovato all’Istituto Romanzo la tua lettera, di cui ti ringrazio molto, e l’idea che un uomo così importante come te si interessi della mia pochezza, chieda una lettera più lunga e sia disposto a leggerla mi commuove tanto che contrariamente alle mie abitudini ti rispondo subito.
     Es ist gar übsch, von einem grossen Herrn, (dove l’immodestia dell’identificazione col diavolo in persona non è mia, ma dello stesso Mefistofele, il quale dopo tutto era solo un diavolo subalterno).
     Comincerò col darti notizie più particolareggiate di qui. Sulla situazione politica non mi soffermo per le note ragioni, e su quella economica Sergio Segre ha scritto due buoni articoli sull’Unità dei primi di questo mese (abbastanza buoni anche per la politica) che spero tu abbia letto. Vorrei dirti soltanto che il fenomeno positivo generalmente trascurato è la scomparsa pressoché totale della tracotanza o, come direbbe Grunanger nel suo medio alto tedesco, dell’Übermüete teutonica, scomparsa dovuta sia al socialismo, sia semplicemente al fatto che qui la batosta è stata molto più sentita e la ricostruzione più lenta è avvenuta non in base all’iniziativa individuale, sicché manca quell’orgoglio del tedesco che siccome si è “fatto” il Volkswagen crede di essere padrone del mondo. Non c’è più la “machtgeschützte Innerlichkeit” di cui parlava Thomas Mann, perché non c’è la Macht e anche la Innerlichkeit è stata molto scossa. Fatto sta che, diversamente da quanto mi accade nella Germania di Bonn, io praticamente non provo più quei risentimenti verso i tedeschi che mi impedivano di avvicinarli come esseri normali, e sarei curioso di vedere se questo succederebbe anche a tua moglie, che anche lei soffriva degli stessi giustificatissimi complessi. I giovani sono in complesso di buona e anche ottima qualità (specie quelli sulla trentina che hanno fatto a tempo a vivere l’esperienza nazista). Ciò non significa che non ci siano gravi sopravvivenze di teutonismo, magari travestito socialisticamente, ma l’essenziale è che esistono le premesse per superarlo, e che occorrerebbe soltanto dare maggiori possibilità di realizzarsi a queste forze costrette a rimanere per lo più latenti.
     Ma qui si entra di nuovo in zona proibita. Parliamo allora dell’università. Qui pure c’è stata una notevole trasformazione. I semestri sono stati praticamente aboliti (c’è solo un mese tra l’uno e l’altro e i corsi in generale continuano dall’uno all’altro). La popolazione scolastica è aumentata enormemente. Dicono che nella sola Lipsia ci siano 14.000 studenti: comunque ce n’è una settantina all’istituto romanzo e gli slavisti sono circa 150. Ciò accade perché tutti gli studenti sono stipendiati e in maggioranza di origine operaia e contadina (fabbriche e cooperative agricole forniscono ogni anno una quota che deve passare attraverso un corso speciale: la cosiddetta Arbeiter- und Bauernfakultät). Il livello dell’insegnamento è però certamente scaduto rispetto alla vecchia università tedesca, sia per l’abbassamento della cultura degli studenti e per il loro aumento numerico, sia per la carenza di insegnanti: i vecchi hanno per lo più tagliato la corda a ovest e quindi ci sono molti giovani che non hanno potuto avere la preparazione necessaria, e lo sentono e se ne dolgono essi stessi. Il risultato è che l’univ. si è fatta più vicina alla scuola media, un po’ sul modello francese. Per me personalmente va benissimo, perché non avendo la tempra dello studioso mi si richiede di fare (a parte il lettorato vero e proprio, cioè grammatica, traduzione ecc. che è sempre la stessa cosa ovunque) delle lezioni di carattere assai generale, che si confanno meglio al mio temperamento. Il semestre scorso ho parlato un’ora alla settimana sul Machiavelli e un’ora sul Rinascimento in generale. Questo semestre continuerò così al Romanisches Institut, ma dovrò fare altre due ore all’Institut für Weltliteratur, una creazione di Hans Mayer per ampliare gli orizzonti dei germanisti, e qui dovrò liquidare in una trentina d’ore tutta o quasi la letteratura italiana. Come puoi immaginare ciò significa molto lavoro, non tanto di preparazione (perché con la mia ben nota mancanza di scrupoli mi preparo sul testo su cui ho studiato al liceo o poco più) quanto di elaborazione e adattamento alle esigenze di questi studenti. È vero che non sto a scriver tutto, altrimenti diventerei matto: prendo appunti e su quelli improvviso, con grave detrimento della lingua tedesca ma con mio vantaggio, e mi pare anche con soddisfazione degli studenti, che si divertono alle mie stranezze linguistiche e comunque credo che le preferiscano alla lettura integrale di un manoscritto, che riesce monotona. L’ambiente dell’Istituto Romanzo è ottimo. Il direttore Werner Krauss, condannato a morte dai nazisti e scampato per miracolo, è molto simpatico e bravo anche se pieno di complessi tedeschi che ne fanno un po’ un prof. alla Jean Paul. I giovani poi sono simpaticissimi. Meno buono è l’ambiente del Germanisches Institut ma anche lì ho trovato buoni amici.
     Tutto sommato gli scopi essenziali per cui ero venuto qui, e cioè quello di trovarmi in mezzo a tedeschi sopportabili e di godere delle soddisfazioni, finora a me sconosciute, dell’insegnamento, li ho raggiunti, e se non fosse per il clima credo che passerei sopra a tutti i gravissimi inconvenienti di altro genere e che rinuncerei alla cattedra di Pisa per rimanere qui qualche anno. Ma il clima è ciò che di peggio si può immaginare per un asmatico. Io mi nutro di adrenalina (che, come mi ha spiegato un dottore, ha l’inconveniente di far dimagrire, ragion per cui ho perso completamente l’embonpoint di cui andavo fiero a Pisa e con cui speravo un giorno di emularti – almeno in questo!) e riesco appena a trovar le forze per far lezione, e anche quelle non sempre, perché il semestre scorso ho dovuto restare a casa due settimane. È vero che io sono uno di quegli individui che si lamentano sempre del clima (me ne lamentavo perfino a Pisa) ma questo è veramente impossibile, e perciò me ne tornerò al più presto a Pisa, dove il clima è bensì snervante, ma almeno fa sì che non vi sono stato malato un sol giorno.
     È vero che la bionda cervogia mi piace molto, come a te, ma sono meno resistente all’alcol di te e quindi cerco di farne uso moderato, perché due bicchieri bastano già a intontirmi completamente (a prescindere dal fatto che secondo Bismarck la birra rende impotenti, e cioè intontisce sia il nous che l’epithumia). Aufbau esce sempre regolarmente, quindi protesta con energia. Dimmi se ti posso essere utile in qualche cosa e in particolare nell’invio di pubblicazioni e libri di qualsiasi genere, o anche per consultare qualche cosa che non trovi da noi alla Deutsche Bücherei (la Universitätsbibliothek ha poco e funziona male). In questo fortilizio della cultura (non per nulla le SS vi si sono asserragliate all’arrivo delle truppe sovietiche), in questa terribile “machtgeschützte Innerlichkeit” sono stato finora una volta sola e non ci tornerò molto volentieri, sia perché mi spaventa, sia perché in generale nelle biblioteche mi trovo a disagio, contrariamente a te, e vivrei più volentieri nel presente se fosse più accettabile. Ma tu fai bene a rifugiarti nelle biblioteche e nel passato, fin che puoi, e per riaccendere la tua tedescofilia bibliotecaria ti mando l’acclusa cartolina, che spero apprezzerai. Tutto è molto teutonico: colori, edificio e le tre donne (in particolare quella di mezzo farà certo ingelosire la Emma). Non ritenerti obbligato a rispondermi presto e imita il tuo amico Grünmayer, cui ho scritto ieri ma che certo non mi risponderà mai perché in questo è di una pigrizia fenomenale.
     Molti affettuosi saluti e auguri per l’anno nuovo e la casa nuova.

Tuo Cesare Cases

***

3 pensieri riguardo “Il pezzullo di db (VIII) – bionda cervogia”

  1. ci sono poeti ancora adesso che non usano le emails, per non perdere l’abitudine epistolare, la bellezza di archiviare uno scambio che ci ha impegnato ore, magari. Credo non abbiamo tutti i torti.

    un abbraccio!

  2. cervògia prov. e sp. cerveza; a.fr. cervoise; port. cerveja (cat. cervesa luppolo): dal lat. CEREVISIA, CERVISIA (in Plinio), che alcuni non bene scompongono in CÈRERIS-VIS, perché domina in tal liquore la forza di cerere ossia dei cereali, ma che probabilmente è voce celtica. Di fatto ritrovarsene la radice nel cornov. CORUF, CAREF. – Sorta di bevanda che si fa di grano, vena, orzo fermentato, con mescolanza di luppolo e di altre erbe, e corrisponde a quella che più comunemente dicesi Birra.

    *Intontisce sia il nous che l’epithumia*? Bah, il primo forse sì, il secondo non credo: che fosse un problema di Bismarck?
    Meglio comunque il vinello, non intontisce il nous né l’epithumia, e a Cases ne sarebbero bastate due dita.

  3. Grazie Stefano, a presto.

    Isakis, ti dirò: a me ha fatto sempre l’effetto opposto, sia sul primo che sulla seconda. E ben venga anche un buon vinello. Ciao, grazie.

    fm

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