Discorso contro la morte – di Marco Ercolani

john20donne1

“Esistono nodi irrisolti e dolenti, nella vita e nell’opera di un artista, che non invitano a spiegare o a capire ma ad indagare ancora, come se certe domande esigessero sempre, dal mondo dei vivi, una risposta. A partire da tracce reali e indizi verosimili – frammenti di lettere, aneddoti, cronache, taccuini – è un gioco perturbante reinventare, reimmaginare, entrare di nuovo in quelle vite e in quelle opere: trasformare, correggere, «risognare» il passato. Chiedere a certi destini, consegnati alle cronache della storia, di tornare incompiuti, di esibirsi sul palcoscenico di un racconto fantastico per svelare ancora il loro segreto. Pur restando tale, quel segreto ci parlerà di come, fin dall’inizio, l’arte non sia stata che un lungo combattimento per la ricerca di una verità poetica, intima e assoluta, da conquistare attraverso le meraviglie della finzione. In questi racconti ‘impossibili’ succedono cose impreviste: un dettaglio si evidenzia, un paesaggio si sfuoca, un sogno si compie, una voce si rivela, una visione si forma. La condizione paradossale dell’autore ‘apocrifo’ è creare un testo impossibile che, mentre viene scritto, diventa possibile dall’interno di una scrittura-ombra che va alla caccia dei suoi fantasmi e naviga nel mondo delle ipotesi e delle congetture, dei commenti e delle fantasie, del vero e del falso, in una terra instabile e metamorfica che si impone come la sola necessaria e reale.” (Marco Ercolani)

***

[Qui tutti i testi di Marco Ercolani presenti sul blog.]

Discorso contro la morte

Sermone pronunciato da John Donne la notte di Natale del 1630, nella chiesa di Saint Paul.

     Solo adesso arrivo a parlarvi, miei fedeli. Educato fra uomini abituati al disprezzo della vita e al culto dei morti, affamati di un immaginario martirio e di una tormentosa trascendenza, oppressi dal cilicio di una religione oscura come una tara inconfessabile, solo adesso arrivo a parlarvi, come dopo un lungo viaggio.
     Ora siamo nudi, qui, nella chiesa di Saint Paul, e non possiamo tacere. I nostri abiti sono quella piccola montagna di stracci ammucchiata davanti al portale. Ma non vergognatevi. Nessuno entrerà. La porta è stata sbarrata dall’interno con un trave di legno. E’ quasi mezzanotte e nessuno potrà vederci così come siamo. Dowland ha acceso questo grande fuoco al centro della chiesa, che ci scalda tutti. Non possiamo avere freddo. Dobbiamo restare in preghiera – noi, chiusi in questo silenzioso mausoleo con i nostri corpi nudi, nudi come lo furono alla nascita, senza lo straccio di una veste, senza l’orpello di un abito, scorticati da ogni lusso superfluo – con tutti i nostri corpi, giovani, vecchi, bambini, adulti, nel giorno della massima festività: il Natale del 1630, la nascita di Cristo, Nostro Signore.
     Il cuore mi si colma di commozione. Quasi non riesco a proferire parola. Come siete diversi tutti. Il tempo è leggero su quelle braccia, pesante su quella schiena, funesto su quel cranio, atroce su quelle gambe. Vi vedo tutti – non posso farne a meno. Vedo la vita in cammino, come il suo muto gemello, il Signore della Morte. Dio passa dentro di voi. Quell’addome magro, Katherine, ieri era florido e ha generato Anna Porter, vostra figlia. Quel braccio che ieri lavorava duramente nei campi, Summer, adesso è lì, raggrinzito sul volume di preghiere. Vi vedo con chiarezza, come un cartografo la mappa delle terre che esplorerà.
     Ma i vostri pensieri sono le cose più incredibili: affollano questo luogo da ogni parte, sono uno sciame di cose tranquille e atroci, chi vorrebbe ammazzare il vicino di campo, chi cullare la figlia, chi mangiare un arrosto di cervo, chi fare all’amore con la donna dell’amico. Voi che ora mi ascoltate e arate dei campi e nutrite delle famiglie, non avete mai sentito parlare, da bambini, di apostasie, anatemi, abiure, sentenze. Non siete stati allontanati, a sei anni, da un drappello di militari che conducevano l’eretico alla forca: non vi hanno coperto il viso, come fecero a me, obbligandomi a giurare di non fare parola di quello scandalo. Io, che sentii solo il rullo dei tamburi, non promisi però di non immaginare: così vidi me stesso, issato sulla forca, il cappuccio sulla testa, ma, nel momento in cui la botola avrebbe dovuto aprirsi, la terra tremò, franò la forca, e io ero là, nudo e ispirato, la morte negli occhi, che soggiogavo tutti con le parole e cambiavo il corso del mondo.
     Ognuno di voi, lo sapete, è nato da un luogo buio, lì ha preso forma: e, dentro il corpo della madre, è nato e si è nutrito, per nove mesi. Ma, se quel tempo non fosse stato rispettato, se il feto avesse avuto qualche malattia, la morte avrebbe ucciso le madri e i figli, e qui ci sarebbero dei posti vuoti e io non potrei guardare negli occhi persone che hanno vissuto una vita intera, di felicità o di stenti, perché non sarebbero mai esistite, perché un piccolo germe, quel giorno di primavera o di autunno, si sarebbe insediato nell’utero di qualche madre, un piccolissimo insetto, invisibile a occhio nudo, che anche adesso potrebbe benissimo stare sotto la cute del tuo braccio, John, o la pelle del tuo cranio, Jane, anticipando il vostro viaggio agli inferi. La vita è qualcosa di incongruo e di non ragionevole: dipende da un acaro o da un bacillo, a noi è capitato di viverla e siamo qui, insieme, come una mappa di cui è impossibile decifrare qualcosa. Siamo corpi che si espongono a Dio.
     Io non mi staccherò più dalla pelle degli uomini, non sarò più il perfetto ascoltatore delle Variazioni Walshingham di John Bull, non sarò più l’assiduo frequentatore dell’Hamlet di William Shakespeare. Mi spoglierò di tutte le mie maschere. Prima di venire a Saint Paul a parlarvi, ho lacerato con un bisturi affilato la tela in cui mi ero fatto dipingere con il lenzuolo funebre annodato sul capo, già composto per la sepoltura: vezzi di poeta funebre, che predispone la mappa del suo cadavere per il futuro giudizio di Dio.
     Atlante, libri, pianeti, sudore, fatiche, singulti – voi siete la mia mappa, la parabola accidentata della creazione. I libri sacri lo dicono: La creazione è il sommo bene, ecco l’opera di Dio, mirabile ai nostri occhi, e tu mi hai fatto e plasmato, Signore: ma queste meraviglie, se sono attaccate dalla peste e dilaniate dalle guerre, restano sempre delle meraviglie? A volte marciscono negli uteri, a volte marciscono nel mondo, e la vita è meno di una pezza da piedi, in cui il potente si asciuga lo stivale infangato o la lancia insanguinata. E tutto è così precario anche se ci copriamo di mille abiti e pellicce e corazze e armature, perché la puntura di un ago infetto potrebbe provocare dolori, febbri, bubboni, e non lasciarci più finché non abbiamo reso l’ultimo respiro.
     Credete a me – miei cari, miei nudi fedeli, miei vivi – è solo per caso che qui ci vediamo e parliamo. Nostro Signore è nato in quella capanna che le nostre storie dolcificano a nido edificante di un bambino meraviglioso ma lo sapete – voi! – che era una notte d’inverno e faceva un freddo atroce e il fuoco non bastava e, se Cristo non fosse stato il miracolo di se stesso, la febbre lo avrebbe assalito e lui sarebbe morto di freddo o di fame o per qualche agente maligno, e lo avrebbero pianto i suoi sventurati genitori, eletti da Dio?
     Certo, quando un uomo nasce, può scegliere le sue condizioni di vita. Può viaggiare o pensare, sposarsi o restare solo, leggere libri o conquistare città: ma non c’è nessuna differenza fra un eremita e un viaggiatore, entrambi si consumano, entrambi sono ben fragili fortezze. Uno preferisce farsi di pietra, l’altro di vento, ma alla fine devono tutti morire: e chi va sul Nilo a trovarsi oscure terzane e sopravvive, e chi non si sposta dal tugurio dove è nato e un piccolo verme lo possiede, distrugge il suo corpo, lo espropria dalla vita: questo è il dannato exitus a cui siamo tutti avviati, e i vostri corpi lo confermano, chi giovane, chi vecchio, chi malato. Nessuno di voi è immune dai segni del tempo e dai sintomi del male. Implorate al vostro corpo, che ora è qui, nudo, di tacere a lungo, di non portarvi le sue sorde pene; fatelo stare zitto; non forzatelo con lavori massacranti; non esibitelo come trofeo nelle guerre; non esponetelo in guerre di religione; non vituperatelo in risse da quattro soldi; non vi spaccate lo stomaco con la carne e i reni con la birra.
     Rispettiamoci: la morte verrà, anche se siamo prudenti. Ma forse, possiamo essere in armonia con lei, se cerchiamo di vivere un’ora d’ozio al giorno, di leggerezza assoluta, senza vestiti e senza rimorsi, disincantati e liberi.  Eccoci qui, corpi e volti nudi, come non siamo mai stati prima, a mezzanotte. Qui non ci sono orge o scandali, ma solo la pace giusta. Non sento più il sussurro delle fontane, le armonie dei clavicordi, i cori delle campane, i corni di caccia, le marce funebri, i canti liturgici. Ho perso il lessico del teologo per essere qui, con voi, nel dubbio reale dei capelli intorno all’osso, della pelle viva contro lo scheletro. Voi siete la mia mappa planetaria e le mie strofe perfette: voi significate il mio abbandono di ogni perfezione. Io entro, con voi, nella presenza della vita e della morte.
     Anche se la chiesa, come abbiamo voluto, è sbarrata a chiave. Anche se non vogliamo che nessun vescovo o nessuna guardia entri qui, dove preghiamo, e inorridito dallo scandalo delle mie parole condanni me al rogo e voi ai lavori forzati. Ma sarebbe bello fosse così per ognuno di noi – nella sua comunità; che fosse esposto a tutti, docile e giusto. Certo è che l’uomo, così come voi lo vedete, ha bisogno di tutto. E’ l’essere più fragile. Se questo fuoco uscisse dai limiti in cui lo abbiamo confinato e si appiccasse ai vostri corpi, cosa potrei fare io, per voi? cercare di salvarvi?  Ma come, se io sono debole e leggero quanto voi? e se questa chiesa fosse invasa dall’acqua e grandi onde frantumassero le vetrate e si impadronissero dei vostri corpi? e se il vento vi trascinasse via come fuscelli? e se la terra vi inghiottisse nei suoi crateri?
     Ecco, noi siamo qui, nudi e calmi, in questo Natale, solo perché la terra è tranquilla e non manda scosse e gli oceani non escono dai loro limiti. Noi esistiamo e i nostri padri e i padri dei padri e i figli dei figli e i figli dei nostri figli, magari per cinquecento anni, solo perché in questi cinquecento anni la terra è rimasta tranquilla. Quindi viviamo per caso: e intanto continuiamo a invecchiare e niente può arrestare il processo se non amare meno la vita e pensare con saggezza al possibile distacco.
     Guardate laggiù, i vostri abiti. Sono tutti fradici delle vostre fatiche, del sudore, della gioia che avete vissuto. Sanno di quando avete fatto all’amore o avete cagato i vostri escrementi. Sono una piccola montagna lurida. Ma racchiudono tutti i fatti che vi sono accaduti. Forse, in qualche brandello, ci sono rimasti anche i vostri pensieri.  Forse un giorno li brucerete, li dimenticherete, li getterete via, parte della vostra storia resterà in quelle fibre di tessuto, e le fibre non andranno distrutte, magari saranno macinate o riassorbite dall’acqua e porteranno nel mondo, dove voi siete morti, l’eco di voi.
     Eccoci qui, nudi. Le maschere le abbiamo lasciate lì, addossate al portale della chiesa, e qui nessuno entrerà. Ma ricordiamo che quelle maschere sono anche la nostra storia. Non illudiamoci di essere sempre nudi. Santi o veggenti o folli – è un destino di cui ho appena intravisto l’orrore.
     Qualcuno di voi è malato. Qualcuno di voi mi dirà che, magari, desidera uccidersi. Non c’è niente di più naturale, per l’uomo, che togliersi la vita. Cosa si può imputare, al suicida? Egli corre, invece di camminare. Si affretta, invece di rallentare. Cade nel pozzo, invece di esserci a fatica buttato dentro. Siamo tutti mortali. Non ci sono peccati né nel vivere né nel morire. Siamo tutti la mappa di un disegno sacro, che ognuno di noi potrebbe anche turbare, chi ridendo, chi giocando, chi uccidendo, chi cominciando a danzare. Non c’è un fato già scritto: già scritto è solo il fatto che morremo.
     Ma qui, adesso che siamo nudi e spaventati, io vi dico: guardiamo con chiarezza il mistero. Nutriamoci della morte come gustiamo la carne degli animali o le piante della terra, è tutto un ciclo naturale, non pensiamo troppo a noi, alle nostre famiglie, ai nostri figli, non possediamo i nostri pensieri ma facciamo che loro traversino noi. Non viviamoci indispensabili, anche se siamo portati a pensarlo, ognuno con le sue eccellenti ragioni. Tutti andiamo e veniamo dalla stessa porta. Ognuno di noi ha il suo volto e il suo incubo: la paura non è neppure un sentimento, è uno stato. E’ sangue della nostra carne, prendiamola con noi, passiamo con lei le nostre ore. Viviamo o uccidiamoci o sopportiamo gli stenti: ogni giorno ci colerà vita dalle mani, è stupido poi piangere quando qualcuno muore, come se un fato crudele ce lo avesse strappato. Sarebbe come incolpare una bottiglia di essere vuota, dopo che è stata bevuta giorno per giorno. Piangere, lo possiamo fare a ogni secondo che scappa dalle dieci dita; ma, se non fossimo esistiti, potremmo gustare questa gioia di esserci, di gridare e battere i piedi, e gustare il vino e tenerci per mano? Non saremmo nulla e allora niente servirebbe, né cibo né vesti né carezze.
     Se uscite di qui, quando sarete di nuovo con le vostre vesti, non pensate a voi stessi. Ricordate di esservi visti e che domani potete ancora vedervi, se il caso lo concede. Non c’è speranza o disperazione: solo una stretta di mano, un bacio, uno sguardo. Si vive di nulla. Qui, a pelle nuda, col sangue che ci scorre nelle vene. Qualcuno leggerà la mappa dei nostri corpi anche quando essi saranno cenere e solo le ossa indicheranno la nostra permanenza sulla terra. Qualcuno ci sognerà o respirerà di noi e noi rivivremo nel sogno di un re o nel rimpianto di un soldato, nel dolore di un mendicante o nel sonno di un eremita, in qualche angolo del pianeta, e allora, verme o Shakespeare, cosa importa, resteranno sempre le ossa, fuori sarà primavera o inverno, o qualche altra stagione.
     Forse qualcuno di noi, presente oggi, potrebbe domani uccidere il vicino, per una questione di donne o di campi. Si uccide per difendersi da chi ci opprime o ci offende: è un impulso naturale. Un uomo deve uccidere, per essere vivo: ma se lo fa, lo circondano ingombranti cadaveri, cose da sotterrare. Deve essere più scaltro. Deve, se sarà necessario, annientare l’altro, privarlo delle armi, ridurlo alla condizione di morto, ma senza spargere sangue. Così l’essere umano ammazza il padre e la madre non se li elimina fisicamente ma quando sa distaccarsene. Essere vivi è sempre e solo un distacco. Tutta la vita è un raffinato vagare nelle strategie dell’addio. Ma durante queste fasi, durante il tempo che ci separa dalla morte o dall’assassinio, eccoci nudi, qui, nella chiesa di Saint Paul, a dichiarare che amiamo, a non potere non amare, nel modo più eretico e folle, personale e avventuroso, quanto vogliamo e possiamo. E, se ci sarà occasione di odiare, odieremo.
     Ma ora rivestiamoci. Il tempo della Messa è quasi finito e non voglio che nessuno sappia di quanto è accaduto.  Questa notte è stata irripetibile: teniamola dentro la nostra memoria come un evento. Spegniamo il fuoco e torniamo a vivere e a morire nelle nostre case. Non cerchiamo mai di opprimere o di rassegnarci ma di essere liberi, innanzitutto. Di sorprendere e meravigliarci. Mai dormire in se stessi ma addormentarsi fuori di sé, per uscire dai nostri corpi, lasciando a chi resta l’insegnamento del sogno e qualche gesto da ricordare.

Amen

***

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Tratto da: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, “I Libri dell’Arca”, 2008.
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Immagine: John Donne (1572-1631), Artist unknown, ca. 1595, National Portrait Gallery, London.
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24 pensieri su “Discorso contro la morte – di Marco Ercolani”

  1. Un testo bellissimo Marco, grazie. In certi passaggi da la vertigine.
    Ci proponi sempre cose molto belle. John Donne lo conosco poco, ma qui mi pare di una forza, come pochissimi.

  2. Grazie a te, Nadia. È uno dei miei testi più antichi, e in origine aveva un titolo diverso “Sermo ad nudos”. Poi è diventato “Discorso contro la morte” e alla fine è il racconto che dà il titolo a tutto il libro. Nel tempo, ci sono rimasto molto affezionato. Alcuni testi, più di altri, danno il senso di una solida, concreta vertigine. Donne mi ha sempre suggerito questo sentimento, che ho reso nel racconto. Leggi il poeta con attenzione, in Einaudi c’è ancora, credo, la bella traduzione di Cristina Campo. I suoi inni, spesso irti e difficili, nascono tutti da un combattimento assiduo contro la morte, che io ho evidenziato con il pennarello rosso dell’apocrifo.
    Ciao, Marco

  3. Impossibile rimanere indifferenti difronte alla pienezza suadente di questa scrittura.
    Grazie a Marco con vivi complimenti.
    Grazie a Francesco per averla condivisa.
    jolanda

  4. “Voi siete la mia mappa planetaria e le mie strofe perfette: voi significate il mio abbandono di ogni perfezione. Io entro, con voi, nella presenza della vita e della morte”…
    un apocrifo che dovrebbe essere introdotto nel canone :)
    molto bello ed intenso dall’inizio alla fine
    2@Anto

  5. Sono molto lieto perchè tutti quelli che hanno letto questo testo ne hanno colto alcuni dettagli significativi. Questo mi convince che la mia ricerca, pur difficile, non è solo vox qui clamat in deserto ma, se questo deserto è popolato di buoni lettori, divento volentieri il tuareg che già sono. A Francesco posso solo aggiungere che l’ultimo testo del libro, “Fitto di voci”, è la dichiarazione di poetica più precisa che mi sia capitato di formulare intorno alla mia ricerca.
    Un abbraccio, Marco

  6. Un pensiero per 2@Anto: grazie per volermi introdurre nel canone, ma ti ricordo che “apocrifo” nell’etimologia non si oppone ad “autentico” ma proprio a “canonico” nel senso che il vocabolo “kanon” significa “regolo per misurare”. La scrittura apocrifa è, dunque, questa dismisura, questa eresia, questo essere “fuori dal canone”.
    Grazie del commento. M

  7. conosco il significato del termine ;) per questo l’ho usato….volendo appunto significare che il “regolo” dovrebbe lasciarsi sregolare da certe “dismisure” che trovo personalmente molto pertinenti.
    Un saluto e grazie per l’attenzione
    …….2@Anto

  8. Grazie a Nadia, Jolanda e Antonella.

    Misura o “dismisura” (che mi ricorda la gloriosa rivista di Alfonso Cardamone alla quale ho avuto il piacere di collaborare), sono veramente molte le pagine di Marco Ercolani che inserirei in ogni canone o controcanone che sia.

    Qui siamo a livelli altissimi di ideazione, risonanza e scrittura: sembra di essere in quella chiesa e di poter scrutare, dietro il soffio di ogni sillaba, il volto di uno che stava per ingaggiare il suo ultimo duello con la morte: sembra quasi rivolgersi a lei, in atto di sfida, visto che la sente già addosso, in ogni parola che dice: la vertigine che il suo sermone semina, è la scia con la quale la chiama a sé, sfidandola a rivelarsi.

    fm

    p.s.

    In uno dei prossimi appuntamenti, leggerete una autentica prova di potenza e grazia. Sarei quasi tentato di pubblicare il post senza nessuna indicazione e senza nessun riferimento all’autore “attraversato”: nove lettori su dieci gli attribuirebbero il testo come originale, ci scommetterei.

  9. Commento le parole di Francesco su di me con questa parole del regista Kristof Kieslowsky: “l’arte è trovare il miglior dosaggio possibile fra ciò che è misterioso e ciò che è evidente”. Ma saranno proprio le parole del grande regista? Ai lettori l’ardua sentenza (e a me, che non ricordo più se le ho scritte io o se le ha scritte lui).
    Marco

  10. caro marco
    la mia visita a genova il 27 sarà un pellegrinaggio.
    ammiro te e ammiro l’ammirazione che marotta esprime con tanta generosità.

  11. forse perchè attraversa la solida zolla che galleggia nella platea dell’umano scandalo, dell’errore e dell’erranza, continua, peregrinante tra nefandezza e mistica ricerca della perfezione, questo scritto riesce, a mio modo di vedere, ad essere attualissimo.La messa in scena che disegna e l’atmosfera che ritrae riescono a sollevare o sprofondare, qui non ha più importanza, l’uomo che ascolta e guarda,innesca, in colui che è lì, per avvistare la terra, la terra ferma,la consapevolezza che non gli è possibile,mai, raggiunegerla, forse nemmeno in sé. Una pagina tessuta, un’ordito quasi pericoloso a cui porre molta attenzione, tocca il nervo scoperto di questa nostra fragilissima umanità sconvolta. fernanda f.

  12. Il nervo scoperto, Fernanda, è così. Toccare quel nervo. Dichiararsi scorticati. Solo quando si esprime questo scorticamento, questo stare senza pelle di fronte all’evidenza di un dramma, si riesce a vivere, in una linea borderline, un eccesso di risonanza che cerca la sua forma, la sua essenza.
    Grazie, Marco

  13. Fernanda, da qui puoi prendere quello che vuoi, quando vuoi, e non hai bisogno di nessuna autorizzazione. Solo di un “grazie” da parte mia.

    Far circolare bravi autori e buone scritture dovrebbe essere uno dei fini di un certo modo di fare cultura in rete.

    Ciao, a presto.

    fm

  14. Ringrazio della rapidità. Condivido in modo completo questo tuo modo di vedere. Se nel sito di cui ho lasciato il link trovi qualcosa che può fare al caso tuo, vostro,con grande piacere,amo questo genere di scambio. A presto, fernanda f

  15. Dimenticavo:sarei felice, ovviamente, come già ti feci sapere tempo fa, di ospitare anche tuoi scritti,penso che ci sia qualcosa in comune tra te e “le cartesensibili”. Quando vuoi.fernanda

  16. Conosco il tuo blog e apprezzo molto il lavoro che porti avanti.
    Ti ringrazio dell’invito: prima o poi succederà.

    Un caro saluto.

    fm

  17. ciao Marco, e ciao a chiunque legga,
    stuzzicato dal annuncio che mi avresti fatto omaggio di Discorso appena ci riuscissimo a vedere, ho cominciato ad aggirarmi su internet e sono approdato a questo sito dove posso leggere parte del testo e seguire i bei commenti sul tuo lavoro. Notevole. Sembra qualcosa di pacatamente impressionante ed estremo. Spero di leggerlo quanto prima. Proverò ancora una volta a proporre (anche a me stesso) qualche ascolto musicale che possa avere una simile sonorità di fondo (coincidano o no i temi espliciti). Ci sono delle pagine più cupe di Ives, quello solo strumentale, ma sarebbe difficile convincerti, ormai. E poi è un Ives che pensa molto a Beethoven, e quindi perché non rivolgersi a Beethoven stesso (all’Ottava ad es.). Tra i contemporanei mi sembra proprio il caso di farti sentire ‘Flow my Dowland’ di Fabio Vacchi (1994), se già non lo conosci. Ci vedremo e sentiremo, ma per intanto, complimenti.
    Grazie a te e i gestori del sito,

    Francesco Denini

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