Il palcoscenico naturale – di Ivano Mugnaini

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There is nothing either good or bad,
but thinking makes it so

– Il buono e il cattivo dipendono
dal pensiero che li rende tali –

W. Shakespeare, Amleto, II, 2, 259

 

 

IL PALCOSCENICO NATURALE

     Le locandine di tutti i maggiori teatri esibivano la sua foto. Capelli cotonati, occhio assassino e sorriso di ceramica. Candido, impeccabile. La foto era sempre la solita, da anni. Un po’ per comodità, un po’ perché anche lui non cambiava. Con quel sorriso sornione irrideva anche il tempo. Respingeva con disinvoltura i suoi attacchi, e restava immutato, stagione dopo stagione, come un monumento vivente a se stesso.
     Leandro De Fabriis, attore drammatico, non ricordava neppure più se il nome con cui la gente lo acclamava fosse il suo vero nome o un nome d’arte. Non lo ricordava e tutto sommato non gli importava più di tanto. Era nato recitando, di questo era certo. Si era sentito vivo per la prima volta quando era salito su un palcoscenico, nel calore dei riflettori che avevano fatto da incubatrice al suo orgoglio, nel gelo dell’emozione che lo schiaffeggiava, nell’ovatta soffice dell’applauso in cui si era adagiato con gioia.
     Da quel momento era diventato Leandro De Fabriis, un uomo che sapeva di essere qualcosa, di essere qualcuno.  Sicuro e felice, spettacolo dopo spettacolo, di essere tutti i qualcuno che impersonava. I personaggi a cui dava vita, e da cui prendeva, a sua volta, il sogno, l’alone magico dell’irrealtà. In cambio del corpo, della voce e del battito del cuore, riceveva da loro una grandezza senza tempo, il sublime, l’arte, la bellezza. Sul palcoscenico si sentiva vivo, Leandro, vicino alle vette che sfiorano i cieli. E respirava con voluttà la polvere sacra di quelle tavole. Se ne riempiva i polmoni per poi resistere, quasi in apnea, quando era costretto a scendere in basso, tra l’erba ingiallita e l’asfalto. Si divertiva, allora, a continuare a recitare, come se fosse ancora in un teatro. Ma in un teatro minore, nella periferia della periferia. Là dove il solo spettatore, cencioso e dimesso, è il tempo. Il tempo che sonnecchia e sbadiglia, rannicchiato in un pastrano da clochard. Un tempo barbone da prendere in giro con ilare malinconia.
     Ai matrimoni, ai funerali e alle altre scene goffamente dirette dalla vita, Leandro proponeva i suoi preziosi cammei: le sue sfolgoranti battute. Brevi come frustate. Per il resto rimaneva in disparte, nel suo splendido isolamento, ad osservare con un sorriso parente stretto di un ghigno le tirate fuori luogo e fuori misura dei guitti e delle marionette che si scalmanano tentando di recitare qualche scena decente. Osservava, Leandro, e per lo più restava in silenzio. Se chiamato direttamente in causa, diceva che tutto andava bene, dichiarava il suo affetto a gente che non sopportava e definiva carino ciò che gli dava il voltastomaco.
     Poi, appena poteva, si rifugiava nelle stanze di casa sua o di qualche albergo di lusso. Lì, serrando imposte e persiane, creava una notte artificiale rischiarata dai lampadari. Con l’aria condizionata generava l’inverno in piena estate e con i caloriferi poteva restare in maglietta di cotone quando fuori i marciapiedi erano lastre gelate. E trasformava, quando era ispirato e ne sentiva il bisogno, il silenzio in parole. Sdraiato sul letto sussurrava all’alone di luce che rischiarava il soffitto le frasi di Cesare, di Amleto, di Cirano. Parlava con loro, tramite loro, e si ascoltava.  Lasciava che le battute impostate ricadessero lente sul suo corpo disteso.
     Il mondo, serrato fuori, tentava di rientrare dal pertugio del tubo catodico. I telegiornali che a volte seguiva raccontavano di morti, di guerre, di violenze. Mostravano volti che formulavano una sola eterna domanda: perché?  Anche a lui la gridavano, anche da lui pretendevano una risposta. Ma Leandro sorrideva quieto. Non era a lui che dovevano porre l’interrogativo. Quel copione confuso e pieno di sfondoni non aveva niente a che vedere con lui. Si incupiva osservando quei volti. Ma dopo qualche istante tornava tranquillo. Anzi, tra sé e sé si beava, in fondo, come un eccelso sciatore che osserva i principianti rotolare sulla neve simili a tozzi birilli. Si beava nel vedere fallire miseramente gli attorucoli che recitano nel circuito minore della vita.
     Ma gli anni nel frattempo, viscidi come serpenti, fanno scivolare una dopo l’altra le loro spire. Le insinuano, a tradimento, nelle scarpe di pelle lucida, nelle cuciture delle giacche di velluto e nelle minuscole feritoie del sorriso.  Una sera come tante Leandro si accorge, aprendo gli occhi d’un tratto da un sonno prolungato e benevolo, che per interpretare il Re Lear avrebbe dovuto rimanere in sala trucco per un tempo notevolmente breve. Le rughe sono già lì, scavate a fondo nella pelle, e il bianco divora inesorabile il colore corvino dei capelli di cui andava fiero. Guarda se stesso come si guarda un estraneo. Un tetro fantoccio animato che ti sbeffeggia imitando i movimenti del tuo corpo.  Il primo impulso è quello di girare le spalle allo specchio. Ma si rende conto che ciò renderebbe la situazione ancora più patetica. Sorride alla giovane e bella truccatrice che gli sta applicando sul viso un generoso strato di cerone.  Cerca come sempre la sua complicità. Il sorriso che dischiude le sue labbra però non è più quello da dongiovanni che ammicca malizioso a fuggevoli avventure erotiche. E’ un sorriso autoironico, un timido invito alla pietà.
     “C’è bisogno di un milagro, bella ragazzona!” – esclama Leandro, guardando di straforo il seno e la bocca carnosa che lo sovrasta. Gli viene spontaneo di dire milagro, in spagnolo, come in una specie di ulteriore recitazione. Come se la variazione linguistica potesse rendere tutto meno vero, meno ineluttabile. Come se detta in un’altra lingua la realtà fosse meno reale. Ma un attimo dopo si rende conto che quella volta il gioco di prestigio non avrebbe funzionato. La sostanza, in ogni caso, sarebbe rimasta invariata.
     Può dire milagro, miracolo, miracle, o inventare un vocabolo nuovo di zecca, ma, al di là di tutto, la verità è e resta incontrovertibile. Così come nitido è il tono e il senso della sua richiesta, della sua preghiera. Sì perché dietro le paillettes colorate della battuta di Leandro c’è il volto teso di una preghiera. Una preghiera indirizzata non soltanto alla truccatrice. La richiesta di un miracolo tanto prezioso quanto impossibile. La ragazza intuisce tutto e sente, nello stomaco e nelle dita, un brivido gelido. Ma si limita ad annuire allargando un millimetro di più la piega rosa del sorriso.
     Un sorriso lieve che piomba sulle spalle di Leandro come una lapide di marmo. Non c’è trovata o sfoggio di bravura, non c’è invenzione da virtuoso della parola che possa servire a qualcosa, ora. Non c’è Pirandello, né Beckett, né Jonesco. Non c’è dramma né farsa, gioco o teoria sulla frammentazione dell’io e sulle infinite sfaccettature dell’essere. C’è solo una procace ragazza che guarda e ascolta con infinito distacco un vecchio attore, o meglio un attore vecchio, che tenta invano di risultare interessante.
     La verità ha bussato alla porta. E il ritardo con cui si presenta la rende, se possibile, ancora più fredda e determinata. Decisa a consegnare ad ogni costo il plico avvelenato.
     Leandro si scopre a sognare un improvviso colpo di scena. La discesa di un deus ex machina, l’arrivo inatteso di un personaggio creduto morto che si ripresenta all’improvviso e muta le sorti di una battaglia. Un qualche provvidenziale accadimento da trovare, con sollievo, sfogliando la pagina successiva del copione.
     Stavolta però non c’è copione. Non c’è copione né lieto fine garantito. Solo uno scarno, insulso canovaccio: un uomo che si scopre vecchio e non ha più il coraggio di guardare la sua immagine riflessa. Soltanto questo.  Nessun’altra indicazione o suggerimento. La trama, bella o brutta, felice o tragica, deve scriverla da solo da quel momento in poi.
     Le prime parole che gli tornano in mente sono quelle del dermatologo da cui si era fatto visitare qualche giorno prima. Osservando l’arrossamento delle guance provacato dal ristagno dei capillari, il medico gli aveva detto, tra il serio e il faceto: “Deve far scorrere il sangue più veloce, signor De Fabriis!”.
     Già, forse ha ragione – riflette Leandro. E’ ora di decidersi. Adelante! Adelante senza giudizio, prima che sia troppo tardi!
     I copioni che gli si propongono per il suo spettacolo finale sono due. Due soltanto, speculari e contrapposti: vivere per vivere o vivere per morire. Entrambi semplici, lineari, senza fronzoli e senza vie di mezzo.
     Decide di scegliere la prima alternativa: vivere. Vivere e basta, nonostante tutto. Ma il solo pensiero è come una vertigine. Il mondo, là fuori, corre troppo forte. O perlomeno su ritmi a lui alieni. Cerca di adattarsi, mima zelante gesti ed azioni, tenta di prendere parte attiva alla cosmica pantomima. Ma si sente fuori posto. Un arnese ingombrante, stonato. Ripiega allora su piaceri rapidi e sicuri. Ma ubriacarsi gli regala solo uno stomaco martoriato e le donne di strada un frettoloso, insipido disgusto. E si vede, inoltre, continua a scrutarsi in quei momenti. Osserva il sudore dilapidato e l’affannosa rincorsa di un vecchio vestito con giacche di lusso che non coprono a sufficienza la sua intima miseria.
     Si vede patetico, sconfitto. Ma ciò che lo rattrista maggiormente è la presa di coscienza di essere diventato banale.  Niente di speciale. Un’anziano come ce ne sono tanti. Un’esile comparsa in uno spettacolo di terza categoria. Scialba replica destinata ad esaurirsi per consunzione naturale.
     Ma dal fondo della disperazione, dall’abisso del vuoto, riemerge, Leandro, aggrappato alla sua sola speranza: la verità. Si rende conto che, paradossalmente, solo ciò che ha schivato con orrore per una vita intera può salvarlo in quei frangenti. La verità sì, la miserevole e possente realtà delle cose, può riportarlo a galla e farlo di nuovo respirare. La realtà sarebbe stata la scena madre della sua esistenza. Anzi, l’attimo fuori scena, lo spettacolo nudo del suo tempo interiore, del suo destino.
     Capire ciò che realmente è, questo è l’imperativo. Capirlo, a qualunque costo, per provare finalmente ad essere se stesso.
     Rovista nella memoria, Leandro, alla ricerca di un amico. Per la prima volta dopo decenni si ritrova a pensare a quella parola e a quel concetto. Gliene viene in mente uno soltanto. Il volto del ragazzo con cui, al suo paese, aveva trascorso gli anni della gioventù prima di partire per la città alla ricerca del successo. Ne ricorda a mala pena il nome, e al paese hanno grandi difficoltà a capire a chi si riferisce. Alla fine uno dei più anziani intuisce e gli indica una casa sperduta tra le colline.
     Seduto di fronte al suo tavolo, nella minuscola radura circondata dagli alberi, Aldo l’eremita guarda a lungo, sbalordito, il macchinone di lusso che si arrampica lungo la strada, poco più che una mulattiera, che porta al suo casolare. Vede scendere un signore solenne ed elegante nel suo cappotto di cammello, e pensa che quel ricco cittadino deve essersi per forza perduto. Si avvicina per indicargli il modo in cui può raggiungere la statale ed incontra il suo sguardo. A poco a poco, guardandosi quegli occhi, i ricordi riaffiorano. I due anziani tra lacrime e risa soffocate si riconoscono e si abbracciano.
     Ancora incredulo, e con il volto rischiarato da un sorriso che pare non poter avere mai fine, Aldo chiede a Leandro della sua vita, di come è vissuto tutti quegli anni.
     E gli racconta di sé, della sua casa-bunker, della scelta di vivere da solo lassù, per decenni, lontano da tutto, senza luce né telefono, con la sola compagnia dei pensieri e dei ricordi.
     Di fronte ad un bicchiere di vino, Leandro trova il coraggio di rivelare finalmente all’amico di un tempo il vero motivo per cui è venuto a trovarlo. Gli parla della sua solitudine, del suo sentirsi improvvisamente smarrito, inadeguato. Del suo bisogno di ricominciare da zero per provare a vivere. Per non farsi trovare già morto quando, da lì a pochi anni, la morte sarebbe venuta a cercarlo. Alla fine, fissando gli occhi dell’eremita, formula la sua richiesta.
     “Tu mi conosci bene, Aldo. Anche se non ci vediamo da anni sai come sono. Sai bene, come nessun altro, come ero da ragazzo, quando vivevo la vita vera, prima di iniziare a recitare, prima di essere divorato dal buio e dalle luci del palcoscenico. Tu mi conosci, amico mio. Non sono cambiato, in fondo. Anche se ora ho questi capelli e questa faccia raggrinzita, dentro sono ancora quel ragazzo. Sono ancora io, non sono cambiato, solo che… non riesco più ad andare avanti. Non sono più capace di trovare la strada e camminare da solo. Ho bisogno di qualcuno che mi indichi il cammino. Qualcuno che mi dica quali sono i passi giusti, i gesti, le parole. Ho bisogno di qualcuno che scriva il copione della mia vita. Di questa poca vita che mi resta.
     Tu sei in grado di farlo, Aldo, se vuoi. Solo tu puoi riuscirci. Tu hai talento, sì, ne sono certo, lo ricordo bene.  Ricordo le storie che raccontavi a noi amici, le trovate fantastiche a cui nessuno credeva ma lasciavano tutti a bocca aperta. E ricordo le novelle che scrivevi a scuola per la maestra, ma soprattutto per te stesso, e per donarle alla ragazza che amavi. Sì Aldo, hai talento. Hai talento e anche qualche cosa in più. Sei buono. Possiedi il dono della bontà d’animo. Sei sempre stato il migliore di tutti noi anche da questo punto di vista. Mai una malignità, una crudeltà, un dispetto. Mai. Sei buono Aldo, anche di questo sono sicuro. Ed io ho bisogno anche della tua bontà per salvarmi. Per il copione della mia vita non basta la fantasia. Per gli anni che mi restano io voglio anche sentimenti saldi, reali. Quelli che custodisci dentro di te. Quelli che il tuo lungo isolamento tra questi boschi selvaggi ha reso ancora più puri. Nitidi e rarefatti come l’aria che respiri.
     Hai talento e bontà Aldo, e puoi salvarmi se lo vuoi. Scrivi il copione della mia vita, ed io sarò sereno e felice per tutto il tempo che mi rimane”.
     L’eremita resta a lungo in silenzio celando all’amico lo sguardo. Con la testa stretta tra le palme delle mani, bisbiglia, dapprima, di non aver capito ciò che Leandro gli sta chiedendo. Di fronte alla sua accorata insistenza, replica poi di non essere in grado di compiere una tale impresa. Esclama che è un impegno troppo grande, un progetto che per il bene di tutti conviene accantonare. Alla fine però, con una lacrima di commozione che gli riga la faccia per confondersi presto con un nuovo sorriso, accetta.
     Accetta di provare a portare a termine il compito che gli viene richiesto. Accetta, ma a patto che Leandro esegua alla lettera ciò che scriverà per lui.
     Alcuni giorni dopo Aldo consegna all’amico il proprio capolavoro: una storia d’amore. La vicenda di un anziano divo del teatro sul viale del tramonto che si innamora perdutamente di un’affascinante fanciulla.
     Leandro prende il copione dalle mani dell’eremita, lo ringrazia abbracciandolo con enorme affetto, e va a leggerlo, con tutta calma, al tavolo del bar del paese, là dove, da alcuni giorni, sosta regolarmente osservando Stefania, la giovane e avvenente barista.
     Stefania gli si avvicina e dimostra subito grande interesse per il copione redatto da Aldo. Sospira e ride platealmente, affermando che la storia è bellissima e che piacerebbe anche a lei viverne una uguale. Quasi per scherzo Leandro le propone di provare a recitarla assieme a lui.
     Dopo mesi e mesi di silenzio il grande attore di un tempo si cimenta di nuovo con una parte. Ma la recitazione dura pochi minuti. Osservando le sinuose fattezze di Stefania, ascoltando la voce di lei, acuta e tagliente come una dolcissima lama, guardando le labbra che si avvicinano alle sue e mimano un bacio, Leandro dimentica ben presto che la vicenda è fittizia, che è solo una specie di prova generale.
     Si innamora, Leandro, e di sicuro non in ossequio al copione. Si innamora come non gli capitava da anni, per effetto dell’impulso, del brivido possente che gli percorre la schiena e vola, inarrestabile, nelle vene.
     Stefania lo osserva e ride. Vede le mani raggrinzite lievemente tremolanti per l’emozione, ed un ghigno si fa strada sulla sua angelica faccina. Leandro lo nota, ma non riesce a ragionarci, a riflettere. Lo liquida con volto sereno, considerandolo un errore veniale, la manifestazione erronea di un soave stato d’animo. Lo scambia per un riso di affetto e di gioia. E pensa che anche Stefania, frase dopo frase, sguardo dopo sguardo, del copione si sia dimenticata.  E’ convinto che anche lei reciti a soggetto ormai. O meglio, è sicuro che non stia recitando affatto. Che anche lei, come lui, sia innamorata. Innamorata e basta, nella sola, splendida realtà, nel solo mondo felice possibile, quello di chi ama ed è riamato.
     Giorno dopo giorno Leandro porta a Stefania regali sempre più costosi. Lei li accoglie tutti con un’identica risata, li mostra per qualche minuto agli altri divertiti avventori, e li mette via. Si china sui tavoli con i seni a pochi millimetri dai clienti, e scruta la rabbia e la gelosia che stravolgono la faccia del suo anziano spasimante.
     Con sempre maggiore frequenza Stefania esalta, di fronte a Leandro, le doti fisiche dei suoi giovani amici. Esclama che il suo uomo ideale è un tipo atletico, uno forte, uno che osa e non sa cosa sia la paura. Tra una bibita e un grappino la barista si avvicina sinuosa ai clienti più aitanti e con mano insinuante ne palpa i pettorali e gli addominali. Leandro, stritolato da un’ira a cui non può dar voce, osserva e ride.
     D’estate i giovanotti del paese si dedicano all’arrampicata. Ogni giorno si presentano al bar con corde e scarpe chiodate e raccontano le imprese compiute e quelle ancora da realizzare. Stefania li ascolta con un’espressione sarcastica e li irride sistematicamente affermando che nessuno di loro vale qualcosa, perché nessuno di loro ha mai osato affrontare la parete più impegnativa, quella che sovrasta le antiche grotte, quella che si innalza a strapiombo per decine di metri sopra le rocce che fiancheggiano il torrente.
     “Un uomo vero in questo paese non c’è – esclama Stefania con tono solenne. Non c’è uno, uno solo di voi che abbia il fegato e tutto quello che ci vuole per affrontare la parete sopra le grotte. Sapete che vi dico, se ci fosse un uomo così io… io per lui sarei capace di fare pazzie. Non so se mi sono spiegata. Uno così a me potrebbe chiedere tutto ciò che vuole, e io sarei felicissima di accontentarlo!”.
     Leandro sorseggia il suo vino e rimane impassibile. Non guarda Stefania neppure per un momento mentre è impegnata a decantare le qualità dell’uomo dei suoi sogni. Al pomeriggio però, per la prima volta da settimane, il tavolo dell’anziano attore rimane vuoto.
     Appeso ad una corda e ad un chiodo che si sta staccando a poco a poco dalla roccia a cui è stato maldestramente fissato, Leandro ruota su se stesso senza potersi fermare. Guarda il vuoto sotto di sé e il grumo di case del paese.  Pensa al bar e al seno prosperoso di Stefania. Nell’attimo in cui il chiodo si stacca del tutto dalla parete l’immagine che lo assale è quella della barista intenta ad accarezzare i pettorali di uno dei suoi prestanti amici. Ed è come una pugnalata. Avrebbe voluto pensarla tra le sue braccia in quell’istante, ma vede solo quella piccola mano sul corpo di un altro e la bocca di lei spalancata in un riso che squarcia l’aria.
     Per cancellare l’immagine spalanca gli occhi e si concentra sull’ebrezza bruciante del volo. La parete grigia al suo fianco scorre via fulminea, e le rocce acuminate, giù in basso, lo attraggono a sé.
     In quegli istanti diluiti, sbrindellati, privi di misura e dimensione, Leandro vede scorrere le istantanee di una vita.  Ne intercetta, tra miriadi di suoni e colori, una in particolare. Quella di una sera al paese, trascorsa, da ragazzo, con il suo migliore amico. Il suo amico del cuore, innamorato follemente di una ragazza. La stessa ragazza che nel fotogramma successivo appare nuda su un prato tra le braccia di Leandro. Una ragazza conquistata e sedotta solamente per sconfiggere la noia di una sera e confermare a se stesso di essere un irresistibile rubacuori. Una ragazza che per l’amico rappresentava il sogno di una vita. Una vita sgretolata in un attimo, come la fiducia nel genere umano, nella possibilità dell’amore. Una vita che poco tempo dopo era diventata, per l’amico del cuore, fuga nei boschi, in una casa-bunker senza luce né telefono. Lontano da tutti, a trascorrere gli anni ascoltando i propri pensieri ed i propri ricordi, e ad aspettare. Ad aspettare l’arrivo di una macchina di lusso e un cappotto di cammello.
     Leandro blocca nella propria mente quell’immagine. L’immagine di un vecchio eremita che accoglie l’amico ricco e famoso che lo va a cercare dopo decenni come se quell’arrivo fosse inaspettato, come se fosse stato davvero colto di sorpresa.
     Sorride di nuovo, Leandro. Un capolavoro di sorriso amaro. Degno di Laurence Olivier, di Ermete Zacconi.  Peccato che nessuno possa vederlo. O forse sì. Qualcuno che vive da anni su quei monti, tra quei boschi selvaggi, e sa cogliere ogni alito di vento, ogni battito di ciglia strappato al silenzio.
     Rientra in casa l’eremita, ai passi lenti del suo agro trionfo, nell’attimo in cui le ossa del famoso attore si schiantano con tonfo goffo e muto su un palcoscenico di roccia.
     Apre un cassetto dell’armadio, prende una penna, e, con mano tremante ma lieve, in una specie di soffice danza, traccia, su un manoscritto ingiallito da cinquant’anni di polvere e di attesa, il brano finale. Con inchiostro fresco scrive le parole dell’ultima scena: quella della morte dell’attore protagonista, il noto divo venuto a rivedere per l’ultima volta le aspre montagne della sua gioventù.

SIPARIO

***

10 pensieri riguardo “Il palcoscenico naturale – di Ivano Mugnaini”

  1. Un bel racconto che intreccia il suo canovaccio tra realtà e finzione dove la finzione, la cui linea di confine è molto sottile, spesso si insinua tra le maglie di una vita sino a sconvolgerne il senso. Ma, così come nel teatro, alla fine il sipario si chiude e gli attori riprendono la loro identità e fragilità, allo stesso modo, nella vita reale, i conti vanno fatti e un episodio o una battuta, forse dimenticata, si rivela di fondamentale importanza per la comprensione, tardiva, di un errore che sarà causa di un epilogo tragico.

    un carissimo saluto a Ivano e Francesco
    jolanda

  2. Un racconto di grande raffinatezza, abilità narrativa e schietta asprezza poetica. Anche qui Ivano Mugnaini si conferma, a pieno titolo, uno dei più prolifici e talentosi autori del web (e non solo…).
    Complimenti a Ivano.
    Un grato saluto al grande ospite Francesco.
    francesco

  3. Un grazie sincero agli amici-autori che hanno dedicato tempo ed attenzione a questo mio racconto. Grazie a Maria Pia, a “wordinprogress”, a Natàlia, a Jolanda e a Francesco per la lettura ed i commenti, tutti molto apprezzati. Al quesito di Maria Pia riguardante il carattere autobiografico o meno della storia narrata, devo rispondere in modo articolato; da un lato ho una certezza: il racconto non è ispirato ad alcun fatto reale, né vissuto da me personalmente né letto o visto nei servizi di cronaca di questo nostro complicato tempo. D’altro canto non so dire, invece, da quale fonte, quale meandro della mente, di quella trama intricata di attimi immaginati o percepiti, sia scaturita la vicenda. In quel dubbio, quella ricerca, quell’esplorazione, è contenuto il succo della scrittura, e non solo. Grazie ancora per aver percorso con me un tratto del Palcoscenico naturale. E, davvero non ultimo, grazie a Francesco per aver ospitato nel suo sito questo mio scritto. A presto, I.M.

  4. Un racconto drammatico e….romantico. Infatti….cherchez la femme, anche se questa femme non è che la vita stessa!
    La grande capacità di Ivano Mugnaini di articolare il suo ricco materiale, è singolare. E poi, il tema forte della vita come teatro e viceversa ecc. ecc .Un classico. Insomma, convincente e intenso, come sempre.
    Complimenti e grazie anche a Francesco per la proposta e un affettuoso saluto a entrambi
    lucetta

  5. Grazie per i commenti.
    Mugnaini è uno dei più bravi scrittori in circolazione, e la dimensione del racconto gli sta attaccata addosso come una seconda pelle.

    fm

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