L’ombra lunga del mito – di Alfonso Cardamone

forse perché nel sangue giace ancòra

làbile come il profumo d’un codice

corrotto un graffio di bestemmia i giorni

che frantumano il presente col rimorso

attraverso dell’antica bestia doppia

che sognammo

 

               Alfonso Cardamone – L’ombra lunga del mito

 

ogni volta che torno a dirti t’amo
(la parola, il mythos)

ogni volta che torno a dirti t’amo
vorrei scorticare la parola e farne
la superficie d’uno specchio oscuro
ogni volta che ti so lontano
vorrei scavalcare il tempo e rispecchiare
le immagini delle consumate ore
ai riflessi inquietanti dei domani

 

forse perché nel sangue giace ancòra
(il minotauro che è in noi)

forse perché nel sangue giace ancòra
làbile come il profumo d’un codice
corrotto un graffio di bestemmia i giorni
che frantumano il presente col rimorso
attraverso dell’antica bestia doppia
che sognammo

 

nessuno seppe mai dire perché approdammo
(teseo e arianna)

nessuno seppe mai dire perché approdammo
all’isola di nasso ma forse è vero che
di nient’altro si trattò che di menzogna
da divinità invidiose consegnata
ad agiografi biliosi per i posteri
i muri del labirinto ancora sanno
le impronte che lasciammo nelle soste
ad ogni nuovo incontro ad ogni nuovo abbraccio

 

(assai di rado tu vesti la gonna) quando
(il sorriso di baubo)

(assai di rado tu vesti la gonna) quando
con mano corsara fai scattare la fibbia
dei jeans a gara la mia a stupire già corre
che umido trovi il nido febbrile ad attendere

 

il volo d’Icaro

e forse fu proprio perché non ne poteva
più di quell’ossessione cupa di intestini
sterminati e labirinti che gli rodevano
il cervello che Icaro tentò gli spazi
astrali agognando il sole o forse il desiderio
fu di rovesciare l’orrida prigione infera
paterna che lo spinse -lui già nel nome
sacro a Ecate selvaggia- a librarsi sulle acque come
gli intestini e il labirinto immisurabili l’occhio
volgendo in alto e la nostra impura
scienza non saprà dire se il compasso
a tracciare dimenticò intenzionalmente
ovvero se spregiando mai non l’ebbe

 

il linguaggio dimenticato

avevo dimenticato la metafora
barocca dell’arco irregolare delle
labbra scintillante sotto i liquidi
orizzonti degli sguardi oggi è
fatica alla mia rammemorarli
sintassi zoppa e senza slanci

 

niente so di più struggente
(ombra di prometeo/epimeteo)

niente so di più struggente
che un tramonto
tra i bagliori del giorno
preavvertito

 

tra l’urlo lascivo di pantera ombrato
(l’ombra di dioniso/apollo)

tra l’urlo lascivo di pantera ombrato
di muschio e l’onda abbacinante di luce
che buca il cervello al senso precario
delle cose la danza di zoppa pernice
involve un destino frantumato di tempo
e d’affetti mostruosamente assetato

 

l’ombra lunga di asterione

tutte le città mi sono estranee
che io attraverso ad occhi
stanchi già sento il passo della gòrgone
che s’appressa e apprendo che non c’è
spada d’egèo a fare
l’istante bello

 

metafora dell’etna

una corsa uno strisciare un bruciare
a volte di lava su sciare
desolate la vita che va

 

l’ombra di cimmèria

come magneti aghi di bussola impazziti
i miei sogni vergano richiami
di altri nord e sulla
fossa lo sguardo temerato affaccio
di cimmèria

 

l’enigma di Tàlos

con passi pesanti percorreva Tàlos
il perimetro della propria esistenza
e poiché i passi erano sempre gli stessi
come d’altronde il percorso eterno sognava
di essere più che la luna che muore
e risorge fino a quando il fato con càllida
mano la vena gli effuse che il corpo
correva d’incorruttibile bronzo
l’ombra gli cadde improvvisa su gli occhi
e nello stesso momento in cui lo ghermiva
la morte seppe che solo morendo
era vivo che in vita era morto

 

quando il mattino o la sera ti appaiono
(l’altra ombra di tàlos)

quando il mattino o la sera ti appaiono
quasi poli d’una macchina cèlibe
in disfacimento allora del divenire
del giorno le strategie si stramano
                              e gli accadimenti

 

tutto che diviene è ciò che appare
(mythos/logos)

tutto che diviene è ciò che appare
e solo appare ciò che è
ogni porto in mezzo al mare
la risacca a sgretolare

 

la poesia dicono è un peccato infantile

la poesia dicono è un peccato infantile
un ripetuto gesto onanistico un battere
ostinato della parola alle porte
di ferro delle cose la poesia è il tuo
corpo nudo che stende ombra lunga
sul limitare del tempo che cerco di dire

 

i cani sulla strada del mare
(l’ombra di argo)

i cani sulla strada del mare
sono fagotti di pulci
abbandonate ai margini posture
miasmi effimeri di morte

 

l’ombra di mnemosìne

più che nel calore che atterra
le ginocchia il senso dell’estate
sta in certi odori di vicoli in penombra
che emanano da altri tempi e altri
spazi e di sisifo ignari alle fatiche
di passi lenti e di controra sanno

 

ai miei amici

tutto è uguale che niente è mai
neanche identico
a se stesso sola e pietosa a noi
permane come coltre antica
l’ombra lunga di adelfìa

 

l’ombra lunga di edipo

chi sulla soglia mi rapì fatale
di colono che a edipo e vecchio e zoppo
si fece incontro soccorrevolmente?
occhio mortale non vide delle antiche
il tremendo sguardo né dalla superna
face olimpica restò accecato solo
io so che precipitai nel fondo
vuoto dei miei occhi semplicemente

 

***

Testi tratti da: Alfonso Cardamone, L’ombra lunga del mito (2002-2003), in Angeli e poeti, Milano, Miano Editore, 2005.

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Nota biobibliografica

Alfonso Cardamone è nato in Calabria nel 1939. Attualmente risiede a Frosinone, dove vive da molti anni.
Laureato in Lettere, è stato docente di materie letterarie ed ha insegnato letteratura presso l’Università Popolare “Città di Frosinone” e drammaturgia e storia del testo drammatico nella Scuola di Teatro della stessa città.
Ha fondato e diretto la rivista di produzione e critica letteraria Dismisura, nonché CittàNova, periodico di cultura-natura/politica-società e Tracciati, rivista alla ricerca della scuola (pubblicazioni aperiodiche reperibili in rete sul sito web Graffinrete).

Come poeta ha pubblicato in volume le opere: Grumi (1958), Come acqua di pozzo (1975), Poema infantile (1981), Il tempo della pésca (1986), Bestiemetafore (1989), Le selve di Crono (1995), Arianna (1996), Il centro del labirinto (2001), Contaminazioni e piccole cose (2002), L’ombra lunga del mito (2005), Ciò che resta (2008). Ha in corso di stampa presso l’ Editore Pellegrini, il volume Della consumazione del rogo.
Come saggista, oltre a numerosi saggi di letteratura e di varia cultura su diverse riviste, ha pubblicato in volume le opere: L’assurda ragione (sul poeta Dino Campana, 1982), L’utopia negata (1988), Labirinti di letteratura e di teatro (1989, con A. di Sora), Nuovi labirinti (1994, con A. di Sora), L’ultimo dei reami (1995), Sui confini – rilettura di Edipo – (2001), In traccia di luna (mitologie lunari tra oralità e scrittura, 2006), Supplici e amazzoni (2008).
Per il teatro ha pubblicato, tra l’altro, e citando i lavori più recenti: La soglia di bronzo (1993), Gli specchi del cacciatore (1994), Paese d’anima (1998 con A. di Sora), L’ottava notte (atto unico sulla morte di J. L. Borges).

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***

3 pensieri riguardo “L’ombra lunga del mito – di Alfonso Cardamone”

  1. Chi può dire quanto lunga sia l’ombra del mito. Eppure è qui, ancora, dopo tempo, o luogo?, per abbracciarci con il suo stupore, per dirci che la sua consistenza è fatta di un soffio, di voci-luoghi-gesti di cui ci nutriamo per continuare a dare alla parola la levità evocativa, in un intreccio tra classicità e moderno, tra lo sfumare della stessa ombra in un presente che vive e in quell’ombra si rifugia e la consapevolezza che il mito, forse, è più radicato in noi di quello che pensiamo.

    Forse, se riuscissimo a squarciare quell’ombra, morirebbe lo stupore e con esso la parola.

    Complimenti all’autore e sempre grazie a Francesco.

    jolanda

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