Non oltre. Taccuini da Voronez (I) – di Marco Ercolani

[MARCO ERCOLANI]


(Osip Emilevič Mandeľštam, 1891 – 1938)

Non oltre (I)

Taccuini da Voronez di Osip Mandel’stam, ritrovati in un barattolo di latta sotterrato nella fossa comune del lager di transito di Vtoraja Recka, Vladivostok (1938 circa).

           Primo quaderno: Inferni.

     Movimento sotterraneo di un corpo goffo, gobbo, quasimorto, che fa ancora sussultare il passante e lo costringe a fissare i suoi occhi nella lapide della tomba, minuscola lapiduccia che giace fra le enormi e stolide piramidi del millennio come uno sputo tisico.

     Questi, più che quaderni, sono resti di ossa, polvere dallo strano sapore di farina, eco del pane che vorrei mangiare, invece di scheggiare versi contro le pietre sorde dei muri.

     La mia voce inciampa, mente, tradisce, farfuglia parole sconnesse. L’acqua giace morta nel bicchiere asciutto. I burocrati-uccelletti schiacciano con voce stridula le povere aquile spiumate, costrette a volare in spazi irrisori, in cieli colore delle tane, con lupi famelici che le sbranano e gettano via le piume; così gli innocenti e i giusti, nudi, danzano sui roveti ardenti come strane libellule.

     Al posto di Pietroburgo hanno messo un caleidoscopio di vetro che vortica come una trottola con su attaccati tanti piccoli insetti dalle ali cosparse di capricciosi alfabeti, tenere farfalle-monache.

     Carte e scartoffie si sono ingoiate scale nere e gole affannate, e hanno lasciato sulla terra scorie, scorze, polvere di carta, legno sbriciolato di bare. I morti sono esposti al ludibrio degli occhi cisposi dei vivi.

     Agitando come catene i ferri della porta, mentre lo squillo mi strappa la carne, mi porta via, mi deporta, e solo Nadezda, mia cara, piena di voci, meravigliosa, mai ostile, dolcissima… Pietroburgo è il nostro sonno e la nostra tomba. Per salvarci parliamo in modo rauco, la lingua appoggiata al cielo, i piedi infilzati nelle case, addosso la febbre, i cappotti, le spie, i codici, e quella poetica cosa che sono le mani, ancora libere di giocare con l’aria, di modellare pensieri, di sentire meraviglie.

     Nessuno è nessuno. I secoli rotolano sui secoli come biglie. Si prova tenerezza per vite di cui non si sa nulla, ma che sono sempre con noi, ombre sulle nostre teste, gufi sinistri e coperte caldissime, di lana soffice, rossa, folta, fitta di mani, carezze, piume, parole…

     Mi incalza alle spalle, questo secolo-iena, ma io ho davanti lo specchio della luna a rimandarmi, innocue, le sue fauci.

     Ho freddo e ho l’asma. Voglio il frizzante champenois di Torino, non l’ascia del carnefice di Pietro.

     Dicono, di quell’ex-rivoluzionario, che le sue parole puzzano di disgrazia. Ma è anche vero che per certe frasi c’è solo il catrame della pazienza e la memoria che rinsalda e sigilla in gusci di acciaio le frasi utopiche e aeree, perché non siano fulminate da proiettili vaganti.

     Con questa colonna vertebrale non passerò né un secolo né due: forse neppure dieci giorni, le case livide mi piegano a terra, il livido inconscio dei porci mi soffoca, mi ammanetta agli sgabuzzini con chiodi, tessere, cinghie, muffe, calunnie.

     Essere chiari. Essere luminosi. Sposarmi una seconda volta con Nadezda, in un’abbazia romanica; mangiare a una bella trattoria con pergolato, a primavera inoltrata, in una fine d’aprile (sempre che non spazzino via tavoli e avventori con gas velenosi, voci mortali, delazioni, numeri di sterminio…).

     Come Ambroise Bierce, scriverei un dizionario del diavolo e della nebbia, stipandoci dentro tutti i miei incubi.

     Ho un luogo segreto – le mie unghie – da cui sfarinare antichi odori di pane, arance, salvia, rosmarino, carne arrosto. Annuso le mie dita a palme protese. Invidio stomaci sazi a cui vorrei strappare le mucose soddisfatte e i bocconi squisiti e trasformarli in cibo nuovo fiammante, da rimangiare con entusiasmo, riassaporando l’arcaica avventura dimenticata: la lenta masticazione, il chilo soave, il bolo modellato dai succhi, le onde del vino e le terre del pane nell’intestino, e sempre quel sapore di salvia e timo, di arrosto delicato, di patate nuove al forno, vivo fino al centro dell’essere.

     E’ tanto se viviamo così, in brutta copia, scalcinati, mezzi grumi di follia, un po’ bruciacchiati dalle parole. (Certi versi di poeti sovietici mi raschiano la gola come un cancro).

     Attaccarsi alle cose dolci, a tutto ciò che è immortale, fino all’ultimo respiro. Cose tenere e care, che non devono morire. Voglio lavorare anche da esule. No, non voglio fare il Mandel’stam. Ho bisogno di soldi. Sarò umile. Ma non posso essere maciullato fino al midollo delle ossa.

     Addio, fratello. Del resto, non posso più parlare di un fratello. L’essere che tu sei, in quanto muto al mio dolore, è un nemico e uno sconosciuto.

     Quello che mi succede non può continuare oltre. Non oltre. Ma invece…

     In questo trentunesimo anno dalla Rivoluzione hanno rotto la mia poesia millenaria e marmorea in versi smozzicati, suppliche, affanni, raucedini, e la mia scrittura geometrica e composta è diventata, a forza, di torture e di stenti, queste schegge che vagano con me e ogni tanto mi escono dalla bocca, scaturiscono dalla mia ombra…

     Nadezda mi accarezza. Sono un uomo spezzato. Non saprà trovare, con le sue dolci mani, il punto in cui rinsaldarmi. Le giunture sono andate. La marionetta giù, in cantina. Via! Sstt!

     Parlo a nome di tutti perché il cielo diventi cielo e i negozi non assomiglino più a ripugnanti musei delle cere e si riprenda a respirare, a mangiare, a passeggiare nella fresca primavera senza il raccapricciante timore che un ordine improvviso ci tolga l’aria, ci riporti alla bara, mi rigetti nell’armadio ammuffito come uno scheletro, così, a mezza voce, senza un farmaco e senza un soldo, senza fiato. Avrei voluto che la mia voce fosse meno rauca, certo, ma uno stato di permanente bruciore mi soffoca, afferrato dagli artigli delle voci altrui non riesco più a chiamare le voci dei vivi. Mi sento fortunosamente respirante ma condannato a precoce sparizione per stato di febbre inspiegabile. La chiave di una casa d’altri, la celluloide di un film, l’Angelo azzurro, la voce di Caruso, un Rembrandt scheletrico, un libro sfogliato nell’androne fatiscente di una casa di cui si presentono le macerie: tutte note preziose, tutte piccole cose che ti legano alla vita, che danno fiato alla vita, per vivere la vita. E noi siamo in due, Nadezda. Vorrei mandare lo spleen alla forca e, nella nebbia, dare a qualcuno la mano, se facciamo la stessa strada, a te naturalmente, e nell’aria ci sono i dolci animali del Grechetto, le bestie colorate e silenziose di Marc, che consolano dall’odio degli uomini, dalle stufe puzzolenti, dai grotteschi indizi terrestri che segnano questo mondo umano come rifiuto che vaga nel cielo. Cambia pelle la bestia, il pesce gioca nel deliquio dell’acqua – oh non dover più guardare i meandri delle passioni, degli affanni umani…

     Non c’è niente di lapidario se non questo nodo di visceri-ombra, città-spettro, uccelli-muta, vagoni-merda, che vorrei scaricarmi dal petto come un poeta, una volta che le abbia udite, vorrebbe svuotarsi delle melopee petrarchesche.

     Restare bocconi a terra, svuotato, nudo, il culo arrossato dalle fruste dei carnefici. E sono bimbi senza colpa quelli che frustano gli esuli, nel ripido borgo di Voronez, piccoli corpi innocenti con gli occhi enucleati: nelle cavità vuote, trapiantati con microscopica esattezza, gli occhi bovini dei padri…

     Dai cinema gremiti, come dopo anestesia, esce la folla. Io mi mescolo a loro, chiedo notizia delle trame e dei volti, ma tocco cervelli svuotati di progetti e passioni, vedo occhi traboccanti di immagini accumulate, di cacche di mosche.

     Provatemi a strapparmi a questo secolo, a decretare la mia inesistenza, e io lo strapperò, il secolo, come il muro si libera dal chiodo, come la mano del bimbo lacera la barchetta di carta.

     Quando, distrutto un abbozzo, trattieni con puntiglio nella mente la frase sciolta dalla fatica, l’unica trovata nel buio, l’unica capace di resistere alla tensione – allora il tuo rapporto con il foglio scritto è quello di una cupola ariosa con il cielo vuoto.

     Una terra servilmente declive, livellata dagli zoccoli di un branco di cavalli selvaggi, dovrebbe, per reazione, ergere il suo scheletro di fango contro la prossima orda di burocrati e imprigionarli in cave di pietra pesanti nove tonnellate e profonde sette metri e improvvisamente tornare orizzontale e immobile – bara per sempre.

     Ci sono dei quaderni irriducibili – vergati dalla mia mano? – che resistono così bene all’emozione del ricordo che io non riesco più a ricordare perché li ho scritti. Inferni.

     L’ultima Thule è una crosta di pane sfuggita dal saio. Nudo e solo, a Voronez, con nulla, in cambio dal mondo, che comandi di iene. Può essere utile spalancare il guscio di palissandro dal pianoforte per scoprirvi il nocciolo del suono? Ho voglia di uscire dalle nostre lingue umane per parlare e parlare come non ho mai parlato prima e trovare finalmente, intriso di terra come sono, straziato e storpio, le forme del cielo.

     Le parole degli altri? Fischiano come spari.

     E invece della fonte di Ippocrene un fiotto di antichissimo terrore si infiltra nei muri scalcinati della perfida dimora moscovita. Case come carta, case come flauti, in cui sono i delatori a strimpellare melodie per i boia. Pareti sottili, fatte a pezzi dai respiri delle spie. C’è chi muore di buio, quando nel buio vanno e vengono le parole dei normali, tristi figure ministeriali affette da mediocrità patologica.

     Non mi sottometto a tiranni che vivono. Servo poeti che vivranno.

     L’amabile Ariosto enumera i pesci con ottave insensate. Il cantastorie incespica nel racconto, confonde draghi e cavalieri, perle e rospi, principi e bestie. Fa il matto, sembra intontito, ma narra con incorreggibile ostinazione, morde il vetro con i denti, tenta parole straniere. Niente ci salverà dalla nostra catastrofe perfettamente russa, che farà scempio della poesia come di una sventurata bagascia, dalla pelle troppo bianca per i negri delle steppe. Nostra fortuna è che le abbiamo preventivamente tolto l’anima e scrupolosamente rintanata nella carta.
Quando non è così, sapete cosa accade? Le parole diventano di canapa e si attorcigliano al collo degli ascoltanti, poi si inumidiscono, si raffreddano, chiudono il collo, tolgono il respiro; quindi, sciolte dalla pelle delle vittime, vanno fluttuando verso altri poeti assassinati…

***

18 giugno 1937

     Caro Kornej Ivanovic,

     quello che mi succede non può continuare oltre. Né io né mia moglie abbiamo la forza di andare avanti in questo orrore. E’ ormai maturata la decisione di porre fine a questo stato di cose comunque, con qualsiasi mezzo. Questo non è un soggiorno temporaneo a Voronez, un confino amministrativo, come recita il gergo burocratico.
    Vi dico io cos’è. Un uomo che ha sofferto di una gravissima psicosi (o meglio di un’estenuante e cupa follia), subito dopo la malattia, subito dopo un tentato suicidio, fisicamente a pezzi, si mette a lavorare. Dice a se stesso: devo trovare una ragione a tutto questo, un senso storico. Se ne convince. Lavora fino a rompersi la testa. Poi lo colpiscono. Escogitano torture morali. Eppure continua a lavorare. Rinuncia all’amor proprio. Considera già un miracolo che gli permettano di farlo. Considera un miracolo la sua stessa vita. Ma dopo un anno e mezzo crolla. E’ un invalido. Ha bisogno d’aiuto.
     Ebbene, in questo momento, senza nessuna colpa, mi tolgono tutto, il diritto di lavorare, di vivere, di curarmi.  Sono messo nelle condizioni di un animale, di un cane. Sono un’ombra, non esisto. Ho solo il diritto di morire.  Spingono me e Nadezda al suicidio. Rivolgersi all’Unione scrittori è assolutamente inutile. Se ne lavano tutti le mani.  C’è soltanto un uomo al mondo a cui si potrebbe e dovrebbe rivolgersi per simili questioni, ma hanno paura, tacciono tutti, amici e parenti.
     Non posso offrire garanzie per me stesso, non sono un mio estimatore. Una lettera di supplica è fuori questione. Se volete salvarmi dalla catastrofe ineluttabile, se volete salvare due persone, aiutatemi, convincete gli altri a scrivergli. E’ ridicolo pensare che questo possa ritorcersi su di loro. Non c’è altra via d’uscita. E’ l’unica via d’uscita storica.  Capitemi: io e Nadezda ci rifiutiamo di prolungare questa nostra agonia…
     Non accetterò una nuova condanna al confino. Non posso.

_______________________
Tratto da: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, “I Libri dell’Arca”, 2008.
_______________________

***

Annunci

14 pensieri su “Non oltre. Taccuini da Voronez (I) – di Marco Ercolani”

  1. “Ho voglia di uscire dalle nostre lingue umane per parlare e parlare come non ho mai parlato prima e trovare finalmente, intriso di terra come sono, straziato e storpio, le forme del cielo.”

    “Non mi sottometto a tiranni che vivono. Servo poeti che vivranno.”

    Bellissimo. Senza Parole.

  2. Grazie, Nadia. La tua presenza e lettura costante mi allieta.
    Se vuoi avere e leggere il libro, puoi rivolgerti a Joker editore (Novi Ligure). Trovi il suo indirizzo sul web. Sono amici carissimi.
    Un dettaglio: per reiventare il mio Mandel’stam mi sono fatto risuonare i suoi versi dentro, leggendo e rileggendo. I suoi versi hanno poi trovato i canali della prosa per sprigionare ancora la loro essenza. L’apocrifo, per me, è anche la voglia di risentire la voce del poeta, come se pubblicasse ancora adesso, a distanza di anni, in una sorta di fiction poetry, di jam session della poesia…
    Ciao, Marco

  3. Caro Marco,

    nelle librerie online vedo che il libro c’è e anche presso Joker quindi lo prenderò senz’altro. Tra l’altro, per un certa curiosità che mi anima, ho cercato anche notizie sul libro (che da tempo era introvabile) L’epoca e i lupi di nadezda mandel’štam e vedo che è stato ristampato.

    Un saluto.

  4. Che bella notizia che un libro riviva!
    “L’epoca e i lupi” di Nadezda M. è stato uno dei libri più importanti, fra le mie letture giovanili. Lo scovai più di vent’anni fa in una libreria di Rapallo. Ricordo ancora la mia gioia nell’acquistarlo.
    Un abbraccio, Marco

  5. 1976: anno irripetible per la poesia: Sandro Penna (Stranezze), Amelia Rosselli (Documento 1966 – 1973), Dario Bellezza (Morte segreta), tutti da Garzanti; Poi un gdc diciannovenne compra i primi volumetti di una collana economica, “Quaderni della Fenice” Guanda e il primo della serie è: “Poesie 1921 – 1925” di Osip Mandel’stam. Una folgorazione: “Mia età, mia belva, chi potrà / guardarti dentro gli occhi / e saldare col suo sangue / le vertebre di due secoli?”. Sono sempre stato ossessionato dal tempo. Tempo che ci trasforma, ci rende aspri, aridi e apatici. “Il tempo mi assottiglia come una moneta / e ormai manco a me stesso.”;
    “Grazie per ciò che è stato: / sono io che ho sbagliato, ho fatto male i conti, ho perso il filo. / L’era tintinnava come una sfera d’oro, / cava, fusa, nessuno la reggeva, / ogni volta a sfiorarla rispondeva “sì” o “no” / come un bambino risponde / ‘ti do la mela’ o ‘non ti do la mela’ “(da “Trovando un ferro di cavallo”, tr. it. di Serena Vitale). Quell’anno (magico!) cercai e trovai anche nell’Almanacco dello Specchio, n. 1 / 1972 (squinternato per l’uso) “Il crepuscolo della libertà e altre poesie”, introduzione e traduzione di Anton Maria Raffo. Mi colpì, nelle poche righe della presentazione, questo passo: “…In inglese la poesia di Mandel’stam è stata tradotta da poeti come Peter Russel e Robert Lowell; in tedesco da Paul Celan…

  6. Giorgio, quelle edizioni ormai introvabili da anni valgono una fortuna.

    Qui trovi Celan che traduce Mandelstam in una splendida versione italiana.

    Grazie sempre per i tuoi preziosi interventi.

    fm

  7. Ho scovato i “quaderni di Voronez” nella biblioteca comunale del mio quartiere (Pietralata – roma)
    l’innamoramento è stato facile, tanto che abbiamo musicato un brano dei quaderni poi inserito nel nostro disco “Tutta la dolcezza ai vermi”
    baci di pane

  8. Grazie, Claudio (Orlandi?), e complimenti per il bellissimo disco.
    Auguri per il “progetto pane”.

    Metto i links nel blogroll. Un caro saluto.

    fm

  9. Grazie a te caro Francesco per i complimenti e per aver inserito il nostro link nella vostra pagina.

    Tempo fa ho cercato di mettermi in contatto con la prof. Serena Vitale traduttrice di Mandelstam, ma ahimè era partita per la Russia e ne ho perso le tracce..
    Ero sconcertato del fatto che i quaderni di Voronez non fossero disponibili in pubblicazioni recenti. Sono a tutt’oggi merce rara e poco conosciuta. un dato imbarazzante.
    Il progetto era quella di dedicare al poeta russo una giornata di studio/concerto, qualcuno è interessato all’idea?
    Un abbraccio
    claudio orlandi (claudiopane@hotmail.com)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...