Non oltre. Taccuini da Voronez (II) – di Marco Ercolani

[MARCO ERCOLANI]

osip_mandelstam

Bruciare nel gelo.
Andare scalzi sul vetro.
Accendere la candela nera.
Voci come rasoi.
Le stelle mi tolgono il senno.

Non oltre (II)

Taccuini da Voronez di Osip Mandel’stam, ritrovati in un barattolo di latta sotterrato nella fossa comune del lager di transito di Vtoraja Recka, Vladivostok (1938 circa).

           Secondo quaderno: Il sudario sdrucito.

     Un sudario sdrucito è il mio vessillo, che sventolo con impazienza sotto la crosta terrestre.

     Nel balbettio scalpello l’esperienza, dall’esperienza succhio il balbettio: due regole che mi riportano alla struttura del cristallo. Ma il cristallo, per me, è sempre e soltanto la migliore forma possibile per l’incontenibile fuoco.

     L’ossessione delle cause non ci ha ancora mollato le mani, che agitiamo come uncini alla ricerca di matematiche grandezze e di paradisi celesti. Io leggo l’infinito da solo. Leggo da solo le prime tavole della legge – lampi, nodi, radici deformi.

     Dormendo, prevengo la morte. Non mi colpirà alle spalle. Non entrerà nella mia casa come un giudice o una spia.  Ci vedremo di fronte, denti contro denti. Ci attaccheremo con durezza. Ho ancora qualcosa da dirle.

     Prosciòglimi, slegami, liberami, denudami – tu, dannata voragine di funi, muffe, vergogne – tu, vescica, tu, voragine-Voronez!

     Bruciare nel gelo.
Andare scalzi sul vetro.
Accendere la candela nera.
Voci come rasoi.
Le stelle mi tolgono il senno.

     Privandomi del mare dove nuotare, dello spazio dove correre, del cielo dove volare, avete alzato strati di terra ma non siete riusciti a strapparmi le labbra e così io articolo parole, produco strofe e versi, faccio quanto la vostra razza mi ha vietato di fare: esistere con la mia voce contro un mondo canonizzato, contro il saldo sarcofago di cemento.

     Fattomi uomo, divenni testimone oculare. Ma, prima di poter dare relazione dei fatti, mi tolsero gli occhi e non ebbi più prove.

     Che odore di serra hanno le strade per Mosca! Si accendono di fiori nauseanti, di prediche insensate. Sono stanco di parole. Me le tolgo dal taschino e le punto come lenti sull’erba, finché i fili cominciano a bruciare.

     Ti curvi, ti contorci, scavi un fossato nella sabbia – ma poi ne esci vivo, con il sibilo di una benda che si lacera…

     Abbiamo due parole gemelle che possano scambiarsi lo stesso cuore sonoro nel tetro bitume della tetra Mosca?

     Hanno, dalla loro, la forza delle desinenze. Vocaboli-mascelle con cui avvitano la lingua e la spianano sull’asse del ferro da stiro, perché sia bella, calda e pulita, letta da occhi senza colore; perché, adattata al letto di Procuste, sia della giusta misura e non stupidamente smisurata.

     Il tempo allontana la meta. Ma tu hai mani stupende, Nadezda, metà del mio cuore, e le nostre ombre ci corteggiano con movimenti sinuosi. A quando l’ora di cedere il passo alle loro pressanti parole, mia compagna?

     Il Nilo si è increspato – penso. Oggi ho scritto un verso di traballante potenza.

     A distanza d’anni, in qualche modo, si ritrovano ancora, persi nella nebbia, le mani irrorate di sangue. Per lo stupore bevono insieme un sorso di vodka.

     Scalcinati assistenti d’ambulatorio – poeti, miseri peti!

     Blok disse dei Dodici: «Vedremo che cosa il tempo farà di tutto questo. Può darsi che la politica sia talmente piena di lordure che una sola goccia intorbidi e disgreghi ogni cosa; può darsi invece che non frantumi interamente il significato di questo poema e che un giorno I Dodici venga letto di nuovo, ma in un tempo diverso dal nostro».

     Le mie prime poesie sono già il meridiano, saldissimo e inesistente, che la parola attraversa e abbandona senza rimpianto.

     Lo scricchiolante e maldestro colpo di timone che attendevo si è realizzato. Eccomi in una terra alla deriva, la testa schiacciata dall’aria, il cuore oppresso dal tempo-Voronez. Chi mi sta scrivendo? Di quale mano sono l’ombra postuma? E se le cose mi parlassero? se la coperta si mettesse a cantare? se il muro si sgretolasse come un pezzo di ghiaccio? se il sangue zampillasse dal torace come una fonte bianca? se la colonna vertebrale, sfilandosi come una lisca, danzasse altrove la sua danza macabra? se il mondo odorasse di mele e io non appartenessi a questo pianeta e la mia coscienza fosse il fondo salato che biancheggia in fondo al mare nero, fra le pietre più basse, e io lo agganciassi, annaspando nel buio, con un amo melodioso? La sonatina delle mie povere rime è solo l’ombra della musica potente che mi assale dal fondo inesauribile delle cose.

     La vita è un fuoco sotto dettatura.

     Si può scrivere versi con questa violenza se prima non ci si sentisse schiacciati e cancellati e costretti a reagire con raddoppiata energia alla violenza subita?

     Non si può restare sempre ospiti – un giorno si muore.

     L’ultimo giorno del millennio – da giocarselo a dadi con uno stronzo.

     Un consiglio su come sostenere la vacillante terra: costruire una rigida asse di morti sotto il suolo putrescente su cui posano i loro mille piedi molli funzionari scarsamente vivi.

     Non siamo fatti forse di materia implorante?

     Con un certo amorevole terrore accettavo che la terra fosse pari al mio respiro: ma anche il cerchio del cielo mi soffocava. Solo chi vive è incomparabile.

     La mano trattiene la sabbia, poi la espelle e la dissemina, come un destino estremo, come un seme espulso una volta per sempre. Scrivo. Mi falcia il vento. Sono vivo solo dalle mani alla carta, dalle dita alla pasta della pagina, dalle unghie al grumo del foglio al forno che a luce bianca cuoce lentamente le mie parole.

     I nati, i portatori di rovina, i mestessi. E io che batto, sulla scala di spine, una scatola ghiacciata e imploro alle strade storte di raddrizzarsi, di lasciare gli arabeschi e diventare pie viuzze allineate, bastarde vie servili, dove masticare, in una città assurdamente prensile, aria morta. Al diavolo i sogni!

     Ho il fegato pronto, ma nessuna aquila è pronta a dilaniarlo. Del fuoco rubato hanno fatto fiamma di servi e di donnicciuole. Non sono più neanche punito. Non sono neppure un uomo.

     Roventi le labbra, rafferme le parole: una scrittura-scorbuto.

     Accendiamo la terra. Restituiamola alle sue pagine nere, sosia dei fogli incandescenti che vorticano dal basso.

     Accurato resoconto, la mia poesia, di come la morte raddrizza i deboli, i curvi, i malvivi, e la tomba in realtà è fossa d’aria e non di terra, attimo finale di sollievo dall’incendio che razzia Mosca e devasta Kiev.

     Non ho altra soluzione che mostrare il mio viso rigido e tranquillo, riconoscibili i segni della peste. Dalle culle sventrate sale il genio tetro, umiliato, butterato. Io nasco nella notte dal due al tre gennaio del precario anno novantuno e i secoli mi circondano di fuoco. (O sono nato nella notte dal due al tre gennaio della notte-cometa di Halley, asse portante del cosmo?)

     Lo dico in brutta copia: ci vuole esperienza e sudore per i giochi assurdi del cielo. Slegàti, abbiamo perso il filo e la terra è diventata un osso su cui battere caparbiamente la fronte per ottenere qualcosa di simile a una sorgente. Invece, nel cranio, restano solo i pensieri – alveari di massacri.

     Dove è possibile la parafrasi, le lenzuola non sono gualcite: la poesia non ha pernottato.

     Sul poeta, come accennai in anni lontani, cade il sospetto della follia. E non si ha forse ragione a bollare con il nome di folle chi si rivolge alla natura inanimata e non ai suoi fratelli vivi? In realtà è proprio per i vivi, per i veri vivi, che la poesia esiste. Un lettore conosciuto tarpa le ali, priva dell’aria e del volo. Il lettore sconosciuto, postumo, remoto, è sempre l’imperioso e inguaribile doppio che chiama.

     Io, con un mozzicone di cuore, a spezzare il pettine con cui vi pettinavo i capelli – a essere, finalmente, uomo e poeta contro un secolo di spie.

     E’ possibile che, a testimoniare secoli di specie umana, resti, in qualche deserto, scoria di affollatissime metropoli, il cranio dolicocefalo di uno stupido moscovita. Come è probabile che di molti sguardi veggenti resti solo una scia di farfalle al tramonto.

     Combinare furia e ragione: il pathos del dominio controllato. Ma, a Voronez, se proclamo questa verità, falsificano le mie parole nel lessico protocollare di qualche documento perpetrato in qualche buio dicastero.

     Dilatate nel vuoto, le pupille dei folli agghiacciano perché non vedono: esattamente come i miei libri, che non vedono niente nella Russia attuale ma pescano i loro lettori in galassie lontane, in terre di non-nati, in lunghissime aurore boreali di oceani sconosciuti.

     Negli strati più profondi del linguaggio non ci sono concetti ma paure. L’idea di testa si è plasmata solo nel corso di millenni da un fascio informe di nebulose. La questione è che non si riesce mai a trasformare la frase più rovente nel più miserabile dei corpi viventi. La questione è che mancano letteralmente le forze per scrivere le proprie mani, in tutta l’estensione del loro atto creativo, e mostrarle al tessuto delle cose con abbagliante chiarezza. La cultura poetica, che nasce dall’anelito a sventare la catastrofe e ad assoggettare la lingua alla magica gravitazione della parola, non ha saputo né trattenere la parola né evitare la catastrofe.

     I versi vivono di quel sonoro calco della forma che precede la parola scritta, un’immagine interiore che non è ancora nessuna poesia ma in cui i versi risuonano già: in realtà è quell’immagine che canta, e l’udito del poeta la palpa come una mano la pelle bianca e segreta. La cosa non è padrona della parola. Il mondo non ha bisogno di scrittori. La parola è Psiche e vaga intorno alla parola come l’anima intorno al corpo abbandonato, ma non dimenticato.

     I segni, gli accenti, le indicazioni che rendono un testo conforme alle leggi del senso, nella poesia sono voragini paurose, lacune abissali. Ma un lettore poeticamente non analfabeta mette da sé i segni alle parole, non meno precisi delle note musicali, delle costellazioni celesti, degli strati della terra, dei geroglifici della danza, dei fili del labirinto.

     C’è chi crede alla resurrezione dei versi, anche di quelli non scritti. Io molto meno: mi sembra una sciocca utopia.  Penso di essere l’ultimo poeta tragico – ridicolamente, turpemente, blasfemamente tragico. Chi seguirà la mia strada o scimmiotterà questa tragedia con toni ironici e minori o metterà fra parentesi la sua violenza creativa, attribuendola per gioco, per furore, per pudore, ad altri destini.

     Via Mandel’stam? Che diavolo di nome! Non c’è verso che suoni diritto. Man-del-stam. Una fogna per esseri sinceri: ecco via Mandel’stam.

     Vivere, anche due volte morto. Città impazzita per l’acqua. Gioco ancora un po’ con la terra, ma è nera e gela il corno del portalettere. Già respirando lavoro parole. E la storia? Mi si scrolla dalle spalle come le briciole dalla tovaglia.

     Mi hanno bruciato le sonate di Schubert. Mi hanno rotto tutti i talismani.

     Questa lingua – contratta nell’ettaro di terra dove è vivo l’ultimo uomo libero.

     Nella notte dal 16 al 17 maggio 1934 Gerasimov, Veprincu e Zoblovskij mi arrestarono nell’appartamento ventisei della casa numero cinque di vicolo Nascokin, a Mosca. Poi Christoforyc mi rese pazzo, mi tolse il sonno, mi diede cibo salato, mi abbagliò gli occhi, mi torturò le orecchie con il pianto di una donna che aveva registrato su nastro e che faceva uscire dal muro della cella. Poi a Cerdyn’ cercai di volare giù, ma fallii. E sono tutto bucherellato. Timbrato col mio nome e cognome, marchiato in ogni centimetro di pelle, infilato dentro una pinza d’acciaio. Sono bloccato nell’impenetrabile selva sovietica dei miei giudici, che nascono come funghi dall’acqua della palude. (Durante una tormenta di neve mi hanno messo nudo sotto una doccia gelata e sono stramazzato svenuto, ma silenzio, Dio, silenzio, potrebbe accadere di peggio…).

***

Voronez, 2 gennaio 1937

     Caro Jurij Nikolaevic,

     ho voglia di vedervi. Che fare? Desiderio legittimo. Per piacere, non consideratemi un fantasma. Getto ancora ombra. Voi sapete più di ogni altro chi sarò: un essere lurido, affamato, delirante, che vagherà fra le baracche di qualche campo di sterminio, nutrito per carità da medici o aguzzini. Ho saputo che di certi deportati i compagni nascondono la fine per alcuni giorni (lo scopo è ovvio: mangiare le loro razioni) e quando i soldati fanno l’appello dei presenti, muovono il braccio del cadavere come una marionetta, per fingere che sia vivo. Non ci vuole troppa fantasia a immaginare per me lo stesso destino. Ma, dopo che tutto sarà finalmente accaduto, alla fine mi capiranno meglio. E’ già un quarto di secolo che, mischiando le cose serie alle sciocchezze, sputo sulla poesia russa; ma presto i miei versi entreranno in lei, mutando qualcosa nella sua struttura e nel suo corpo. E allora io diventerò cibo dei vivi.
E’ facile non rispondermi. Ma è impossibile giustificare il rifiuto di una lettera. Comportatevi come credete.

Il vostro Osip Mandel’stam

__________________

(L’immagine è tratta da qui.)

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Tratto da: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, “I Libri dell’Arca”, 2008.
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***

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8 pensieri su “Non oltre. Taccuini da Voronez (II) – di Marco Ercolani”

  1. Grazie ancora, Francesco. Che dirti di più? Scopro anche foto stupende di Osip e di Nadezda. Ma toglimi una curiosità: la pagina scritta in inglese, a sua firma, dove l’hai trovata?
    Un abbraccio, Marco

  2. Anche io trovo molto belle le foto e la pagina messa così alla fine.
    Grazie a voi, a entrambi.

    La lettera a Jurij Nikolaevic con quel : ” E allora io diventerò cibo per i vivi”,
    sembrerebbe un Vangelo.

  3. Sono io che ringrazio te, Marco, per essere qui coi tuoi lavori, che meriterebbero ben altra visibilità e attenzione. Trovo il tuo “Discorso contro la morte” un libro veramente memorabile.

    Le foto di Osip e Nadezda sono tratte dalla rete, dove sono facilmente reperibili anche altre immagini.

    L’autografo di fine post l’avevo scaricato tempo fa nelle immagini che ho sul computer, ma nella fretta devo aver dimenticato l’indirizzo. Cerco di recuperarlo e, se ci riesco, lo posto in calce all’immagine stessa.

    Il testo in russo, del 1920, dovrebbe essere questo (credo di sì):

    Bозьми на радость из моих ладоней
    Немного солнца и немного меда,
    Как нам велели пчелы Персефоны.

    Не отвязать неприкрепленной лодки,
    Не услыхать в меха обутой тени,
    Не превозмочь в дремучей жизни страха.

    Нам остаются только поцелуи,
    Мохнатые, как маленькие пчелы,
    Что умирают, вылетев из улья.

    Они шуршат в прозрачных дебрях ночи,
    Их родина – дремучий лес Тайгета,
    Их пища – время, медуница, мята.

    Возьми ж на радость дикий мой подарок,
    Невзрачное сухое ожерелье
    Из мертвых пчел, мед превративших в солнце.

    Se passa Sergio Baratto da queste parti, magari può confermarcelo.

    Grazie anche a Nadia, come sempre, per la sua preziosissima presenza.

    Ho voluto postare di seguito le due parti proprio per dare la possibilità a chi non ha ancora il libro di poter leggere il lavoro tutto insieme. Ed è una di quelle apnee che, ossimoricamente, ridonano ossigeno puro al cervello.

    fm

  4. nel mio viaggio genovese ercolani mi ha lasciato una serie di libri suoi o da lui curati.
    vermente pazzesca la differenza tra la qualità del lavoro e lo spazio fin qui ottenuto….
    armin

  5. Grazie, Francesco e Franco, per la consensuale ammirazione, anche se i complimenti, più che a me, vanno agli autori che ispirano i miei testi. Da diversi anni sto coltivando una sorta di humour inevitabile rispetto al mio destino letterario, anche perché sarebbe troppo disperante prendere tutto sul serio. Mi considero l’abitante di una letteratura invisibile che solo in alcuni preziosi lettori prende la forma che vorrei, come accade a volte, nei sogni. Poi torna tutto buio. Però, questa oscura energia, finché non mi abbandona, la farò passare dentro di me, alla faccia della Letteratura Visibile.
    M.

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