Porta Rosa – di Lucetta FRISA

velia20portarosa
(Velia/Elea, Porta Rosa)

     Porta Rosa

                                                                           a Vincenzo Guarracino

Sono venuta da morta a riprendermi la luce
sparsa fuori di me mentre ero sottoterra.
Non la depongo prima di tornare al buio
come una veste effimera ma voglio trattenerla
sulla mia pelle vuota per il dio compiacente
che mi ha lasciata andare. Io non attendo
segni dall’alto o dal basso. Mi è bastato
vedermi risalire sulla quadriga elegante
con i cavalli neri dal passo lento una danza
silenziosa ma senza il corteo dei parenti
in lacrime e i carri col mio corredo:
tutto questo è dipinto per chi resta.
La discesa nei muschi della notte
non fu poi così buia sapevamo
che una sorta di fuoco ci attendeva se
– come dicevano – l’oltre sarebbe stato
il rovescio di questo mondo, le sue apparenze
tutte capovolte se sfiorate
dalle mani degli dei.

Sono venuta qui trapassando le pareti
della tomba di notte non sapevo
che la voce di noi morti può piegare i muri
farci tornare indietro dove vogliamo.
Ho perduto i cavalli per strada, lasciato
la barca legata a un’onda ferma
camminato scalza sulla spiaggia di Ascea
udito i galli cantare non so se per condurmi
qui o riportarmi alla tomba, ho visto nascere l’alba
l’impercettibile agitarsi del cielo oh finalmente
anche il cielo è tornato e anche il vento
che agita davanti agli occhi il mio velo nero vi dirò
che questa aurora provvisoria è più bella
dell’altra infera – premio inadatto a noi umani.

Io cerco la mia casa. So che è ad Elea ma dove?
Affondata al centro della terra, schizzo di fango
tra il fango nell’infinito inferno delle cose distrutte;
devo pensarla sotto i miei piedi guardare
il terreno come specchio che mi rimanda
le immagini profonde fino a me fino alla gola
che soffoca mentre il cuore si spacca di nostalgia?
O devo solo guardare il cielo indovinare
figure nelle nuvole alte – e respirare – non desiderare altro?

Adesso in giro non vedo nessuno. Pietre
che furono umane dimore templi abitati
dagli dèi dove i filosofi carpivano nei numeri
i loro segreti radunando mendicanti
di verità e sui gradini il grande Asclepio
curava i mali dei pellegrini facendo miracoli.
L’acqua non c’è più. I pozzi secchi i porti insabbiati.
Pietre e l’erba fresca tra loro, allegra. Cielo e vento.

La mia casa era ai piedi di una strada in salita
e in cima una porta grande di pietra dove passavano
muli mercanti cavalli armi guerrieri
donne che salivano in fretta con la schiena curva come
cani, aiutando gli uomini a reggere i carri e di notte
ingannavano le sentinelle per fuggire perdersi dall’altra parte.
Erano serve dagli occhi bassi, sacerdotesse, prostitute.
Forse le attendeva una nave.
In questa luce di mezzogiorno tutte le ombre
si coricano rasoterra e i vivi non vedono nulla.
Non è l’ora di chiedere o rispondere. Supini, si tace.

Io stavo sulla soglia. Le soglie uniscono e separano.
Amavo l’interno delle stanze la loro protettiva
quiete ma amavo la luce la gente le voci.
So che lassù Porta Rosa si tingeva di rosa
per chi saliva all’alba e di rosa al tramonto
per chi tornava da nord. Separava e univa
le ore di luce e buio insieme a noi, i vivi.
Si apriva a sinistra sullo spazio azzurro
illimitato del mare a destra su quello verde dei campi.
Ora che sono qui rifarò quella strada sterrata e poi
varcato il crinale per l’ultima volta sentirò
alle spalle il peso doloroso del paesaggio
con la mia casa morta e qualcosa
come una lama mi squarcerà corpo e spirito.
Sentirò mia madre chiamarmi per nome e sarò
indecisa se restare qui a piangere senza lacrime
o ritornare sola nel regno del buio.
La luce – questa – potrà soccorrermi? Il suo respiro
ha traversato le parole dei saggi. Sento
il suo fuoco leggero bruciare il mio velo nero. Io so
che lei dà giusta sepoltura ai divisi, ai tormentati.
Mi affido per sempre alla sua polvere.

(Velia, settembre 2007)

 

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[Porta Rosa è la porta greca -ancora intatta- che domina dall’alto della collina,le rovine dell’antica città di Elea (Velia) dove nacque la scuola eleatica di cui furono maestri Parmenide e Zenone.
Chi parla in prima persona è una donna velata che ho visto dipinta in una tomba del museo di Paestum.
L.F.]

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***

 

Porta Rosa

(Versione spagnola di Anamarìa Pinedo Lopez)

He venido de muerta a recuperar la luz
esparcida fuera de mí mientras estaba enterrada.
No me despojo de ella antes de volver a la oscuridad
como un traje efímero sino que quiero retenerla
sobre mi piel vacía para el dios complaciente
que me ha dejado marchar. Yo no espero
señales desde lo alto o desde abajo. Me ha bastado
verme volver sobre la cuádriga elegante
con los caballos negros de paso lento una danza
silenciosa pero sin el cortejo de los parientes
en lágrimas y los carros con mi ajuar:
todo esto está pintado para quien resta.
El descenso en los musgos de la noche
no fue al final tan oscuro sabíamos
que un destino de fuego nos esperaba si
-como decían- lo otro habría sido
el revés de este mundo, sus apariencias
todas invertidas aunque acariciadas
por las manos de los dioses.

He venido aquí traspasando las paredes
de la tumba de noche no sabía
que la voz de nosotros los muertos puede doblegar los muros
hacernos volver atrás donde queremos.
He perdido los caballos por el camino, dejado
la barca atada a una ola quieta
caminado descalza por la playa de Ascea
oído los gallos cantar no sé si para conducirme
aquí o llevarme de nuevo a la tumba, he visto nacer el alba
el imperceptible agitarse del cielo oh por fin
también el cielo ha vuelto y también el viento
que agita ante mis ojos mi velo negro os diré
que esta aurora temporal es más bella
que la otra infernal – premio inapropiado a nosotros humanos.

Yo busco mi casa. Sé que está en Elea pero ¿donde?
Hundida en el centro de la tierra, mancha de fango
entre el fango en el infinito infierno de las cosas destruidas;
¿debo pensarla bajo mis pies mirar
el terreno como espejo que me devuelve
las imágenes profundas hasta mí hasta la garganta
que sofoca mientras el corazón se rasga de nostalgia?
¿O debo sólo mirar el cielo adivinar
figuras en las nubes altas –y respirar- no desear más?

Ahora entorno no veo a nadie. Piedras
que fueron humanas moradas templos habitados
por lo dioses donde los filósofos sonsacaban en los números
sus secretos congregando mendigantes
de verdad y en las escaleras el gran Asclepio
curaba los males de los peregrinos haciendo milagros.
Ya no hay agua. Los pozos secos los puertos enarenados.
Piedras y piedras y la hierba fresca entre ellas, viva. Cielo y viento.

Mi casa estaba a los pies de una calle en cuesta
y encima una puerta grande de piedra donde pasaban
mulas mercaderes plegarias armas caballos guerreros
mujeres que subían con prisa con la espalda corva como
perros, ayudando a los hombres a guiar los carros y de noche
engañaban a los centinelas para huir perderse en la otra parte.
Eran siervos de los ojos bajos, sacerdotisas, prostitutas.
Quizás les esperaba una nave.
En esta luz de mediodía todas las sombras
se ocultan a ras de tierra y los vivos no ven nada.
No es la hora de preguntar o responder. Rendidos, se calla.

Yo estaba en el umbral. Los umbrales unen y separan.
Me gustaba el interior de las habitaciones su protectora
calma aunque me gustaba la luz la gente las voces.
Sé que allí abajo Porta Rosa se teñía de rosa
para quien subía al alba y de rosa al ocaso
para quien volvía al norte. Separaba y unía
las horas de luz y oscuridad junto a nosotros, los vivos.
Se abría a la izquierda sobre el espacio azul
ilimitado del mar a la derecha sobre aquel verde de los campos.
Ahora que estoy aquí volveré a hacer aquel camino desmontado y después superada la cima por última vez sentiré
sobre los hombros el peso doloroso del paisaje
con mi casa muerta y algo
como una cuchilla me desgarrará cuerpo y espíritu.
Oiré a mi madre llamarme por mi nombre y estaré
indecisa entre quedarme aquí llorando sin lágrimas
o volver sola al reino de la oscuridad.
La luz -ésta- ¿podrá socorrerme? Su respiro
ha atravesado las palabras de los sabios. Siento
su fuego ligero quemar mi velo negro. Yo sé
que ella da justa sepultura a los divididos, a los atormentados.
Me abandono para siempre a sus ruinas.

 

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Il testo di Lucetta Frisa è già apparso sul blog VDBD il 21 luglio 2008.

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***

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12 pensieri su “Porta Rosa – di Lucetta FRISA”

  1. Grazie, Liliana, della visita e del generoso commento.
    L’incontro con questa antica porta è stato per me un momento ….d’apertura.
    Mi sono sempre considerata una persona appartenente all’antichità…
    ( interpretate questa affermazione come meglio credete).
    Grazie anche a Francesco che mi apre sempre tutte le porte dell’amicizia e della stima
    lucetta

  2. E Grazie anche a te, Paola, di cuore.
    Mi interessava proporre la traduzione in spagnolo della brava Ana Maria Pinedo che ho avuto il piacere di incontrare proprio in luoghi cilentini.
    lucetta

  3. a db chiederei gentilmente qualche spiegazione perché non ho capito bene. Scusa, db, e grazie, nel caso mi rispondessi
    lucetta

  4. Cara Lucetta, trovo solo adesso il tempo di intervenire e vedo, con piacere, che db ti ha già risposto: stavo per scrivere più o meno le stesse cose.

    Lui, da buon allievo di Eraclito, ama essere oscuro, ma stavolta la sua sintesi epigrammatica è stata davvero luminosa, fulminante: trasferendo la potenza espressiva e la materia dolente del canto virgiliano da Cartagine ai lidi tirrenici, ha evidenziato una delle cifre più riconoscibili, non solo di questo canto, che è veramente bellissimo, ma – penso – dell’intera tua produzione.

    Credo, per quanto lo conosco, che un complimento del genere gli uscirà dalla tastiera non più di un paio di volte l’anno.
    Lo stesso discorso vale quando, per connotare un testo o un autore, usa il termine “baghettabile”: siamo più o meno dalle parti delle cinque stelle…

    Grazie a te, a Liliana e Paola.

    fm

  5. E ri-ringrazio db e te, Francesco, a rischio di essere ripetitiva.
    Troppi complimenti mi frastornano e soprattutto mi imbarazzano. Ma mi mettono calore nelle vene e, spero ancora, nella penna (che ora è solo un modo di dire dato che le poesie, “virgliane” o meno-non so tu- le scrivo direttamente al computer ).
    Un abbraccio
    lucetta

  6. come commentare questi versi ? essi sono di una bellezza straordinaria che ti rapisce completamente in tutti i sensi. Grazie Lucetta per avermi dato la possibilità di registrare in me tutto un mondo di sensazioni meravigliose. Mi sono letto i tuoi versi davanti alla porta mentre incantato ne osservavo ogni particolare .!!!

    Sto preparando un sito per una ricerca genealogica posso avere il permesso di inserire anche questa tua meravigliosa poesia ? Grazie.

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