Conversazioni private – di Simone LAGO

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“E allora – se ti va – ti posso dire / che stasera, dopo il turno, so di un posto / – il Tempolibero mi pare – senza tavoli / né sedie né bicchieri, con le crepe alle pareti / dove vinci una sorpresa se riesci con un urlo / ad abbattere la scena, / ad impedire alla tua voce / di tornare alle tue orecchie e imprigionarti.”

 

Testi tratti da: Simone Lago, Conversazioni private, in Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est, a cura di Alessandro Ramberti, prefazioni di Chiara De Luca e Massimo Sannelli, Rimini, Fara Editore, 2008.

Dopolavoro

Ci accoglie il paradosso come un lampo
non appena attraversiamo la penombra
che avvolge le quinte di questa città.

Qui lo sguardo si sperde, si sfaldano
le tracce nel naufragio delle voci; qui
è dove frana il tuo racconto, la tua storia
e le sedie vuote per il pubblico risuonano
di nulla ché più nulla di questo è spaventoso:

ritornare dalle fabbriche alle sei, la sirena
                                       che si spande,
smettere la tuta e sia fatta cosa che
io sappia cosa voglia questa sera -per me?
per te?- O rinchiudersi nel bagno invocando
allo specchio il signore onnipotente
con l’estratto conto dell’immagine del volto,
finanziamento per essere nel mondo.

Il paradosso accade quando cede una struttura, perdi
il posto e resta un debito, una cosa detta corpo.

Allora nell’abbaglio non resta
che flettere la schiena, caricarsi
la passione nei polmoni e urlare
dall’interno di una stanza sgomberata (ecco
la tua scena dove dici sono a casa, dove
tasti il suolo con la mano e t’assicuri
                              che sia salda,
una cosa della terra) e ancora urlare
con le spalle addosso al muro parole vuote in feed-
back, sperando capiti un riflesso, in risonanza
si formuli dal caso la traccia di un discorso;

ed appaiano in coro i tuoi fantasmi
ad applaudire la tua storia quando invece
sai che è stata questa trama a raccontarti.

                     E allora -se ti va- ti posso dire
che stasera, dopo il turno, so di un posto
-il Tempolibero mi pare- senza tavoli
né sedie né bicchieri, con le crepe alle pareti
dove vinci una sorpresa se riesci con un urlo
ad abbattere la scena, ad impedire alla tua voce
di tornare alle tue orecchie e imprigionarti.

 

Senza Nome

Prova a dirmi di te per una volta, di come
il tuo nome s’innesti fra i nomi di cose
che concludono lo spazio in cui accadi: prova
a porgere l’orecchio accanto alla cornice
che chiude la foto, a sentire
se ti chiama dall’alto della ciminiera il figlio
che affida le preghiere al fumo del carbone,
se ti ripiove acida sugli occhi la sua voce.

Qualcuno deve dire madre o l’uomo chiedere
di riempirti la mancanza per essere -tu- donna?

O se questo terremoto senza tempo
che ti prende per le strade di Messina,
di Lisbona o per le rive del Pacifico,
senza luogo tu, l’innominata, nel franare
delle torri, delle chiese, degli alti monumenti,
se la catastrofe davvero fosse l’orgia del frastuono
il naufragare delle voci, degli spazi e relazioni definite

tu, allora, liberata, tu non più rigenerare.

 

Telefonata in assenza

Domani sarà il giorno del mio primo anno di lavoro.
Ho raggiunto l’obiettivo di sopravvivere a me stesso, ho escogitato
come cavarmela da solo in un miniappartamento,
farmi da mangiare, stirarmi le camicie
fare la spesa al market la sera il venerdì.

Ho qualche dvd per passare un po’ le ore
ballando un lento con la Hayworth, e sognando
nei suoi occhi il mio volto in biancoenero.

Eppure avverto una presenza, qualcosa lungo i muri
che ora la tua assenza può soltanto immaginare:

una nota di umido si spande
da dietro il radiatore liberando
aroma all’ammoniaca -ho il timore, sai
che sia vivo oppure carico di spore…-
colore blu che corre lungo il muro e pare
un assolo senza briglie di Coltrane,
eccedere di vita contro il cancro della quiete.

Il blu è triste e profondo, un magma addormentato:
ma sono così sature di niente le notti
in via dell’arma 17, al quarto piano
che le pareti quasi implodono, si mettono a pulsare
da farmi dire Cuore a questo bilocale
che mi getta la mattina fra le arterie autostradali
per poi a vortice aspirarmi con il nero della sera.

Una casa, un lavoro, il sogno di una vita
ma dimmi tu che nome ci daresti a quell’assenza
che ci perseguita al risveglio
e a quel colore dilagante che permane come un segno,
un tatuaggio a settant’anni: la vergogna
-te lo dico solo adesso che ho preso confidenza
con la tua segreteria- è un’interpretazione
delle stanze, un tributo alla tua voce
che non mi riesce di incrociare, sovversione
                             sempre nuova del reale.

 

Chi ci ha dato la parola

E’ facile per me mettere assieme le parole
da quando questa vita un po’ assomiglia
alla barca dentro la bottiglia o l’orizzonte
di neve nelle ampolle-souvenir.
                                        Alla porta
non bussa più la storia, non trovi nella buca
una lettera dal Ponto, qualcuno d’esiliato che sommuova
commozione, una foto da Iwo Jima con l’ombrello
dentro il drink, superata la paura delle bombe.

Non è dentro il nostro cuore la tempesta
che per poco non ci sperde naufragando contro il tappo,
o la neve che si calcia per Parigi e poi ritrovi
identica per l’acqua soffocante di San Marco.

Il nuovo dizionario ideologico prevede delle tavole
liquide, illustrazioni poco chiare
ché ci manchi sempre la parola e ci soccorra il pressappoco;
di te che da dieci anni vieni per scoparmi
mi è stato sufficiente rintracciarti nel consenso
per le informazioni commerciali: i tuoi gusti
ho capito, quanti anni e come sei.

E’ facile ti dico dire bene la parola
quando questa è revocabile e il domani
te lo posso già ridire e rimediare a poco prezzo:
ci sono sempre nuove offerte per ogni articolo sbagliato
e puoi lavare per più volte i panni
nel rivolo inquinato.

Non ti spaventare della contraddizione, se ti senti soffocare.
Chi ci ha dato la parola, qualche volta,
cambia l’aria o fa tremare l’orizzonte.
Per poi tornare tutti al proprio posto.

 

Palcoscenici

Quale funzione del sangue ti viene
vedendoti nuda allo specchio, quale
circolazione del senso attorno alla forma
del seno, fin dentro al solco dei fianchi?
E quella luce che suona di sera Settembre
pigmenta di giallo la pelle e foschia:
la credi tu sufficiente a sfumare lo scavo
che porti sul petto, il magro trafitto
dall’ombra radente?

No, non è sangue di madre mancata
a svuotarti, o del piacere che viene a picchiarti
nel delirio di quando scopando riguardi
lo specchio cambiando canale alla tele.

Di quinte nere e luci attente sono
le illusioni più amare, le vicende più vere.

 

Grafie

E incamminiamoci per queste vie buttando l’occhio
al rompersi delle luci al neon nelle insegne dei non luoghi
come un discorso che si fa chiaro mentre marca
il buio da cui sorge e differenzia. Ascolta
come il passo secco del tuo tacco smuova
dal suo torpore di silenzio la città, quando viene
la sera a ferragosto, quando alloggia la chiacchiera
                                                            lontano.

Avremo ancora, domani, parole da osservare?
Oppure al sopraggiungere degli altri aggiusteremo
la nostra voce al coro greco rimarcando
                              le notizie dei giornali?

Ci è dato scegliere stasera se finire in qualche posto
intonando litanie attorno al noi
non facendoci bastare, nello sciogliersi
dei passi verso il centro, le cornici-
identità del nostro volto, le vetrine;

oppure togliersi d’addosso questa scena,
rincasare e poi sul letto accarezzarci:
la mia mano sul tuo corpo a limitarti,
quando tu si spoglia della voce e si fa gesto,
                                                  quando noi
è un movimento che traccia e fonde dei confini.

 

Accompagnarsi alla fine

Si accompagna a te l’inverno, e la stasi
si figura nella foglia al ghiaccio infissa:
lì dirai del vento, a lui darai la colpa del cadere
perché l’inevitabile non ti abita abbastanza.

Ti ha portata a me l’estate, il movimento
delle strade senza sbocco, la penuria
di risposte dall’amore che te fecit -e adesso
mi sovvengono parole scritte nella pietra, le stagioni
che morendo mutano di senso-

Hai visto passare un altro anno, e cosa importa
del ricordo? Il tempo crepa e spacca il ghiaccio,
della foglia l’epidermide, una storia
che decade in nodi e nervature.

La tua voce dice ora di ogni cosa
che pure morta muta e a poco a poco
si lascia attraversare dallo sguardo, interrogando
le trame in trasparenza, come fosse
vero l’oltre il corpo, l’aldilà di questa mano
che per ora si accontenta di toccarti
di porgerti una coperta e riscaldarti.

 

***

 

Da: Il ragazzo Q (inedito)

(I. Mattino)

E’ sadico il risveglio in un mattino d’agosto,
sui ventotto gradi e umidità in camera,
quando pure l’occhio suda, la visione è franta,
l’identità confusa e non resta che tastarsi,
raccogliere le membra come Proust e farle
aderire lungo i muri della stanza per capire
che c’è margine ancora entro i limiti del mondo;

ci basta essere a pezzi, senza brutali amputazioni
che si potrebbe dire questo posto in cui abitiamo
(la strenua resistenza nel chiamarlo
paese oppure mondo) una piacevole struttura
che pare fatta apposta per sposare l’uomo di Vitruvio
con l’eccedere dei volti di Picasso.

Ma è il caldo a fare l’essere un insieme
                               di appunti fisiologici
strizzando nella notte la coscienza e sublimando
la paura in qualche grammo d’acqua e minerali;
perché è da sciocchi sognare di trovarsi
immersi nel tepore di un mattino di Combray
alla ricerca di un filo che colleghi
i margini interrotti della propria dimensione.

E si ritorna così senza risposte
dalle serate in discoteca affranti dalla noia ché
dove fallisce il sogno oppure il sintomo si spera
in birre, Havana-Cola e stordimento
con l’intento di smarrire almeno ogni proposito
di studio e analogia con la Recherche:
perché se il tempo che mi viene
incontro mi è privato non mi resta
che l’esperienza con il corpo nello spazio.

Starci quindi è la parola, magari in una stanza
con bottiglie vuote al pavimento e alcool
nelle vene che sega e muta il corpo in membra lasse
inserite a forza nelle crepe di uno specchio frantumato
grande quanto il pavimento, le pareti, il mio paese incarognito.
Starci è pure la parola degli amori estemporanei
quando azzanni tutto in una volta e poi ne scordi pure il nome
e s’installano in mente emozioni mai provate
ma soltanto vagheggiate.
Starci è infine studiare e sopravvivere con 30
gocce di ansiolitico aspettando il proprio turno
per sentirsi un po’ più utili e inserirsi a piedi nudi
lungo i binari dei distretti industriali, a capo chino
                                      pensando ai libri,
alle risposte buone un po’ per tutti e al loro peso
francamente insostenibile.

Ci hanno formato gli atenei a tenere quelle facce
che osservi qualche volta passeggiare per paesaggi suburbani
tenendo alto lo sguardo verso le camere
                              di videosorveglianza.

 

(II. Meriggio)

(E’ per infondere voglie alle donne
che il Signore si nasconde?
Si fa grande il desiderio nelle stanze,
le più oscure e disastrate)

Un pranzo in solitaria davanti la TV
guardando in differita il sacrificio
                              compiersi nel mondo.
Sorveglio Studio Aperto e comparo le mie noie
con i fumi e gli occhi bassi di Ramallah, e attendo
la remissione delle colpe, un rapido sollievo
da qualche donna nuda che professi
la propria fedeltà alla linea di Al-Quds, ossia,
jeans senza veli e funzione push-up.
(per info: www.alqudsjeans.com)

Gerusalemme la Santa si veste in tentazione occidentale
e il tiggì allora infonde un non so che di rassicurante
e narra la vicenda di Sufjana, amabile egiziana:
col suo sposo Mohammad ha da poco avuto un figlio
ma per qualche turbe strana lei non vuole abbandonare
la clinica di Padova.
Ma il primario allegro afferma che non deve
affatto preoccuparsi, che trattasi soltanto
di depressione post-parto, un primo segnale
di perfetta integrazione sociale.

 

(III. Sera/presagio d’incoscienza notturna)

A ogni quotidiano ritorno dalle strade attraverso
immutabili ordigni e strumenti di orientamento
vedo vetrine Sisley, sedi di partito, la vecchia chiesa,
i grandi nomi delle vie, e potrei contare
giorno dopo giorno ogni passo e scoprirlo uguale
per mesi o anni, o se avessi la mano di Grissom,
col gesso fare il segno inalienabile alle orme
del mio cammino.
Agli occhi del profiler apparirei un serial-walker
capace di coazioni imbarazzanti
all’interno di una traccia
tutta mentale con delle precise
corrispondenze oggettive come
scrutare il calendario e riconoscere fra i santi
i nomi a me più familiari, parenti magari,
facendo il gioco quello scemo di unire i punti e tirar fuori
una mappa del mio stare come prodotto della storia.
Ma scoprire con triste meraviglia che tutti i punti sono punti
morti che portano visioni genealogiche, esperienze di vissuto
e rivissuto; tipo oggi in via del Santo dove ho visto Donatello
studiare un modo per far compiere a un cavallo acrobazie
tipo Ronaldo palla al piede sopportando il peso di Erasmo
Da Narni, constatando amaramente come la mia linea patriarcale
non conti un antenato con la spiccata propensione
all’arte e le sue forme, senza contare altre visioni
a-storiche e difformi, tramandate dai miei avi tuttalpiù
in allucinazioni per sentito dire.

 

(IV. Incoscienza notturna)

Vivendo qui s’impara ad ingoiare il giorno come l’ultimo
boccone di una cena smisurata nell’uso di aromi artificiali
ed artifizi tesi a rimandare la scadenza, e ritrovarsi
dopo un’ora con l’affanno e principi di rigurgito, come a ricordare
che dopotutto non si è fatto un solo passo avanti e la vita
si sta facendo ogni giorno sempre più vigilia di qualcosa
che cambia connotati, desideri e aspettative, e poco a poco mi trasforma
in spettatore di puntate tutte uguali e replicate. E allora stare
come uno stagno nell’attesa del sasso, dello schianto universale.

 

__________________________

Davide Nota – Un corpo senza posto. Sulla poesia di Simone Lago.

[Tratto da La Gru del 19 dicembre 2007]

Poesia informale, orale, magmatica, tendenzialmente poematica, quella di Simone Lago, nato nel 1983 in provincia di Padova e di cui pubblichiamo, dopo una prima selezione contenuta nell’e-antologia “Scorie contemporanee”, alcuni nuovi testi inediti. La volontaria incompiutezza espressionistica del verso si fa qui cifra di una inquieta ricerca di senso, di significazione del dato reale. «Da che paese vieni» è la domanda irrisolta e irrisolvibile con cui il poeta biblicamente apre la silloge. Ricerca interiore, si faccia attenzione, mai astratta da una dimensione quotidiana visivamente composta da tutto un repertorio di oggetti desunti dal mondo reale (teiere, scale mobili, lenzuola, telefoni) e linguisticamente da un uso coerente di locuzioni colloquiali spesso sfumate in veri e propri discorsi liberi indiretti.

È certamente legittimo pensare ad una certa affinità con l’opera d’esordio del toscano Gabriel Del Sarto (1972), ad una poesia “sublime e quotidiana” in cui i due ordini di significati universale e lirico si compenetrano e sciolgono in un dettato denso di ambiguità stilistiche e contenutistiche sino alle vette, in Lago, di certo manierismo post-moderno, come nella scena tragicomica (e il manierismo tragicomico, in quanto violenta negazione dell’umorismo novecentesco, è la cifra più sincera dello stile del post-moderno italiano) in cui il poeta, nudo come un neofita, dopo aver scorto i nomi degli apostoli in un’agenda del telefono, s’alza dal letto avvolto nelle proprie lenzuola trovandosi immerso nel “diluvio universale”.

Ciò che però distingue la poesia di Lago da altre esperienze e sensibilità liriche già sviluppate dai primi poeti de “L’opera comune”, e che forse caratterizza trasversalmente questa seconda generazione del post-moderno italiano (i poeti che cioè hanno maturato la propria personalità poetica dopo il 2001), è l’invadenza, o comunque l’immanenza, del dato storico.

In Lago, poeta ben distante dalla poesia di impianto civile, questo si traduce nel costante intervento esterno di macro-movimenti storico-economici che assalgono, disgregano e neutralizzano la volontà originariamente lirica del dettato, così come le tensioni vitali del soggetto alienato dal mondo e tradotto in «corpo senza posto».

I centri commerciali, l’invadenza mass-mediale, l’imbarbarimento pubblicitario, il piallamento del consumo, insomma: la debordiana “società dello spettacolo” e la conseguente “colonizzazione del desiderio” (scrive Lago appunto di «costante desiderio»), è la scenografia ultima, e più profonda, di questa breve ma intensa piece poetica che vede forse il suo apice sintetico nei due stupendi endecasillabi: «Se dio si pubblicizza nel miracolo, / la tua immagine è affidarsi alla morte».

__________________________

 

***

20 pensieri riguardo “Conversazioni private – di Simone LAGO”

  1. sismiche e metropolitane, le definirei queste poesie, si abitasse pure in paese o in un monolocale quale è il mondo, e forse con un po’ di quella nostalgia che si prova per le cose com’erano prima di una catastrofe o magari la speranza

  2. Mi piace la scrittura di Simone Lago. Ha il dono dell’essere, appunto, magmatica, densa di richiami storici, di riferimenti all’attualità, senza però perdere l’acume dell’introspezione e senza apparire costruita, forzata. In questo stare in bilico tra una quasi-discorsività e gli improvvisi scarti che ne costituiscono la ricchezza è la bravura di Simone.

    Francesco t.

  3. Ringrazio Francesco per l’ospitalità e per quel venerdì sera a Vicenza che mi lavora dentro ancora :) Ringrazio anche l’altro Francesco, per il venerdì, e per queste parole di stima e per l’attenzione nella lettura :)
    Dici bene Wordinprogress quando identifichi un mondo, un universo localizzato: queste poesie vengono da uno “spazio di coscienza” che nasce dall’impastarsi del quotidiano filtrato dal mio sguardo, con l’onda lunga del mondo globalizzato, ripetuta, distorta, interpretata dai media e da quel coro di voci che è l’opinione.

  4. Ringrazio Marco e Francesco. E Simone per essere qui, ospite graditissimo di queste pagine.

    Un caro saluto a voi.

    fm

  5. “Starci quindi è la parola”. Mi piacciono i versi di Simone Lago, sono forti, taglienti. Starci e sopravvivere, praticare la resa (apparente) come forma di resistenza, in attesa dello “schianto universale” (schianto universale, bellissimo!). Trovo nella poesia di Simone l’opporsi disperato a questo tempo (con i pensieri, mentre il corpo rimane, appunto, “senza posto”), ad una realtà che espelle e fagocita allo stesso tempo. E’ forse l’unica via praticabile, in un mondo abbruttito dalle carcasse dei distretti industriali.
    Mi complimento con Simone, è stato un piacere leggere le sue poesie. Saluto anche Francesco M. e Francesco T. (anche per me la serata di Vicenza è stata importante, bella davvero!)
    Stefania

  6. Mi interessa la poesia di Simone Lago, per i motivi detti sopra, per quell’impasto ben riuscito tra autobiografia e ambiente metropolitano, “uno spazio di coscienza” che si mette in rapporto “drammaticamente” con quanto lo circonda, ma soprattutto apprezzo molto il gioco d’equilibrio che ne risulta-come ha ben sottolineato Francesco- e senza mai- e questo è raro!- essere noioso. La noia è un nemico temibile in ogni tipo di scrittura. A volte è più facile trovarla proprio nel verso lungo, narrativo.
    complimenti
    lucetta frisa

  7. Molto belle con questo marchio di quotidiana corrosione che si contrappone all’agilità del linguaggio che ferma il presente.
    Complimenti.

    grazie
    lisa

  8. mi piacerebbe chiedere a Simone, quanta influenza hanno, nella sua poesia, i versi di De Angelis, in particolare quelli di “Biografia sommaria”.

    ciao a tutti
    gugl

  9. Ringrazio tutti gli intervenuti e mi scuso se son stato poco presente, ma una febbriciattola fastidiosa mi ha tenuto a letto tutto il giorno.
    Stefano, se De Angelis abbia avuto o meno un’influenza sui miei versi non te lo so dire: ho letto soltanto “Somiglianze” e “Tema dell’addio”. A livello conscio non ti saprei dire se abbia e dove adottato dei dispositivi deangelisiani. Mentre sento di essere stato tocato fortemente da Montale e Pagliarani, e in versi più vecchi da Zanzotto.
    Saluti

  10. La poetca di simone lago mi ha veramente colpita.
    Ho stampato tutto è tornerò a rileggerlo perchè lo trovo un autore di grande efficacia. Un lavoro vero ed altamente espressivo.
    Trovo felice la scelta fatta di aprire con “Dopolavoro”, che nelle sue battute finali esprime un’energia fuori dal comune, portentosa e drammaticamente
    liberatrice in quell’urlo che abbatte la scena “ad impedire alla tua voce di tornare alle orecchie a imprigionarti”.
    Da sola varrebbe già tutto lo spazio concesso, che, arricchito dagli altri suoi versi ci immette in quel suo mondo che riempie la pagina senza mai appesantirla pur facendoci scorgere la pesantezza dell’essere umano e delle sue gabbie: corpo, città , lavoro, tempo…

    I miei complimenti e saluti.

    Francesca

  11. è quel misto di altoforno e visione tragica del vita, tradotto a volte in metafore fulminanti che mi fa pensare a De Angelis, certo non Il tema dell’addio. prova a vedere, appunto, Biografia sommaria.

    ciao!

  12. prima o poi dovremo ammettere che i non-luoghi (Simone Lago mi piace sentirlo così, come “cantore dei non-luoghi”, che sa transitare dal buttato lì all’accecante bagliore dell’incontrovertibile, e mi era successo già la prima volta che l’avevo letto su LiberInVersi) diventeranno decisamente più confortevoli e attraenti e comodi dei luoghi dove abitiamo

    che vi si vivano relazioni mediate da linguaggi sorvegliati, spinti tecnologicamente verso qualità di pixel sempre più elevate e omologanti verso l’alto, dove veleggiano i desideri che ci narrano secondo i buoni propositi della “nouvelle” drammaturgia social-mediatica (scusate, ma sono ancora sotto l’effetto shock del successo di Carta in quella Sanremo dove un tizio è riuscito pure a rilasciare interviste a testate autorevoli spacciandosi per uno degli After Hours), insomma che questa coscienza rimanga viva parrebbe possibile solo grazie al sopravvivere di visioni spleenetiche – ma presto la lotta alla depressione, dopo il trionfo su cancro e aids, tornerà ad essere una priorità, e così l’arcobaleno potrà splendere per sempre su chi vede solo grigio

    e se vuoi spararti un colpo, fallo bene, sennò poi ti teniamo in vita, noi

    Mario
    (pardonnez moi… le ore piccole…)

  13. Credo che il primo non luogo sia l’io stesso. Non so se sia sempre stato così o sia una conseguenza delle pluralità che ci piovono addosso in questo media-evo. E’ possibile quindi costruirsi un immaginario dove far pascolare la propria voce, e questa assume uno statuto di credibilità come credibili sono le immagini e la cronaca di una catastrofe lontana, o l’amore franto di Lady Diana. Mi manca la parola per dire bene del mio giardino, della mia terra, anche se parlo dialetto tutto il giorno: posso parlare del veneto solo se me lo figuro nell’immaginario, proiettato nelle biografie degli altri, filtrato dalle cronache. Non so se sia una fuga o un rifiuto. So che sono (ma potrei parlare per i 10 o i 100mila dentro e fuori di me) irrimediabilmente “mediato”: cultura, storia, legge, cronaca e parola sono cose che si intrecciano al mio calcare i piedi su questa terra. Ma se si sbroglia la matassa resta un vuoto: pure l’anima è una forma cava. E non sento né appartenenza né l’esigenza di un’identità. Ma se la riconoscessi non la rifiuterei di certo.
    Saluti a tutti, e una stretta di mano al quasi conterraneo db :)

    Buona notte.
    S.

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