Devoti a Babele di Valter Binaghi nella lettura di Giuseppe Genna

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Valter Binaghi: DEVOTI A BABELE – di Giuseppe Genna

Perché la grande editoria non pubblica Valter Binaghi? E’ l’ennesima riprova di una cecità infantile: la grande editoria non vede, inciampa per caso semmai, e letteralmente non sa parlare. Ci sono alcune eccezioni importanti, questo va detto. Basterà semplicemente osservare cosa sta facendo Einaudi, e l’area torinese e la collana Stile Libero, per capire che comunque è garantito uno spazio. In questo spazio, a mio parere, Binaghi dovrebbe avere asilo e ciò che sto per scrivere intende dispiegare le ragioni per cui impegno il termine “asilo”.
Mi occupo non dell’opera più massiccia di Binaghi, I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano, che uscì per Sironi grazie a Giulio Mozzi. Mi occupo invece di un libro che non è tanto esteso come quello, ma sicuramente ne raggiunge la medesima profondità: il pozzo artesiano costituito da Devoti a Babele, uscito per la collana di Luigi Bernardi presso Perdisa Pop.

Questo è un romanzo da leggersi con differenti prospettive. E’ un romanzo a suo modo storico e automimetico: è la storia precisa di un’individualità “deviante” (il catalogo fu questo…) negli anni Ottanta milanesi. E’ un romanzo non escapista e antiredentivo, il che non significa che non sia un romanzo teologico, sebbene di una teologia aliena dall’induzione storica e dallo gnosticismo malinteso dai critici: si tratta anche di un recupero personale (ma è davvero un recupero?) dalla tossicodipendenza. E’ un romanzo politico, nel senso che non è possibile il politico se non nel presente, e qui, con una svolta retorica formidabile, si dà rappresentazione dei canoni e dell’antropologia della specie che si autorappresenta nel nostro presente: è la vicenda della perdita nell’ubiquità sciocca ed elementare (ma non per questo apolitica) a cui conduce un’assenza di autoconsapevolezza nell’era della metafisica della tecnologia, la quale è un’era antiumana se, appunto, non interviene un’autoconsapevolezza strategica e dunque politica a isolare il colonialismo mentale giocato nell’etere e nelle immagini fantasmatiche in circolazione.
Come si può capire, se si capisce, Devoti a Babele è dunque un romanzo sulla dipendenza.
Che cos’è la dipendenza? Chi dipende da cosa? Chi dipende da chi? Come si esce, e si esce?, dalla dipendenza? Dipendenza fisiologica, organica, chimica, affettiva, emotiva, psichica, religiosa perfino, perfino pseudospirituale o spiritualistica, immaginale, comunicativa: i soggetti messi in gioco da Valter Binaghi si trovano ad affrontare una condizione che non si può nemmeno asserire che sia la melma in cui versa il presente: da quando nasce a quando muore l’umano è sempre in regime di dipendenza.
La dipendenza si gioca grazie a un’attività simbolica. Il bambino appena nato non sa chi diavolo sia la madre, non vede che un’enorme ombra che lo nutre, dal nutrimento deriva una sua religione del simbolo: nutrimento è simbolico, materno è simbolico; e anche l’ombra grande è simbolica. Il tossicomane conosce l’effetto, ma non è consapevole delle cause reali dell’azione stupefacente e comunque non parrà un caso che l’eroina sia connotata in senso materno, nel gerco tossico.
La battaglia prosastica di Valter Binaghi è dunque contro la potenza del simbolo o, meglio, contro l’imbecillità umana che non avverte il simbolo come via interiore, come veicolo di Grazia e amore, per ricondurre se stessi a se stessi e, quindi, agli altri. Ma non c’è dubbio che questa battaglia, forte di un background cattolico del tutto idiosincratico che connota il percorso filosofico ed esistenziale dello scrittore milanese, è tesa ad abolire comunque la figura dura, spessa, impenetrabile del simbolo in sé: non si parla di un Dio che sia Padre e non Madre e questo non è, per quanto mi concerne, un romanzo cattolico. Che sia un romanzo cristiano è altra cosa: ma qui è una sfida non soltanto di Binaghi, se posso considerare ciò che accade, per fare un esempio, in certo Evangelisti, come cristiano – questa propriamente è la politica del bene, è la città di Dio in terra, è l’atto politico innestato su una consapevolezza metafisica. E non è in ogni caso sotto tale risguardo che mi permetterei di interrogare i testi di Evangelisti, e così anche quelli di Binaghi.
Una delle imbecillità umane di fronte al simbolismo la manifesta la critica contemporanea. Per esempio, coniando l’idea di genere. Devoti a Babele è la sconfessione più smaccante di una tale specie (che appare ubiqua come la messaggistica sms) di critica, che ha raggiunto una sorta di epilogo stanco della propria cretineria, come se Forlì diventasse di colpo la capitale degli Stati Uniti d’America o in quel di Pisa, con la torre storta, i pisani asserissero con fare accademico che la è dirittissima.
La sconfessione dell’idea stessa di genere (in questo caso: l’autofiction, che ha innescato un insopportabile dibattito sui rapporti tra letteratura e cosiddetta “realtà”, negli ultimi tempi italioti) avviene con lo svilupparsi della prima parte, tra tre, di Devoti a Babele. Io non ho mai letto una mimesi tanto profondamente precisa, analiticamente acuta, soddisfacente dal punto di vista della geometria degli affetti, come quella che Binaghi impegna in questa incredibile sezione del romanzo. Il tossico Arvo è a tutti gli effetti l’eroinomane che ho conosciuto io da ragazzo, e la Milano in cui si muove non ha nella nostra narrativa una rappresentazione tanto fedele a ciò che fu Milano in tempi dissennati e di cui fui testimone. Detto questo, finisce subito l’elogio della fidejussione che supposta “realtà” avrebbe concesso al genio pittorico dell’artista. Perché Binaghi non è un fotografo e non scrive un diario. Certo, c’è tutta la psicologia e la logica di Mamma Eroina, qui dentro (ho citato una poesia resa celeberrima, a quei tempi, dall’antologia della poesia settantina pubblicata da Antonio Porta e Giovanni Raboni). Non è nella rappresentazione in scala 1:1, seppure drammatica, che Binaghi gioca le sue carte di scrittore. Le gioca invece in un modo ambiguo e perciò letterario: riesce nel fare scattare la mimesi impossibile tra chi non coincide col protagonista e Arvo stesso; al tempo stesso, trainando potentemente il lettore nel meccanismo di identificazione, prepara un rovesciamento e un violentissimo e scioccante trascendimento di piano narrativo.
Il rovesciamento avviene nel momento in cui Arvo partecipa a un programma di disintossicazione presso una comunità – indifferentemente gestita da un para-Muccioli o da un responsabile di una pseudo-Narconon (il programma di detossificazione allestito da Scientology e reso famoso dalle memorabili pagine di Christiane F.). Si tratta, a tutti gli effetti, di un processo di sostituzione del feticcio simbolico: dall’eroina a qualcos’altro, che non sto a rivelare. Questo qualcos’altro è aberrante, poiché si avvicina a una metafisica dell’Ostacolatore, in quanto pare una ricerca spirituale che conduca all’autoconsapevolezza e invece è un itinerario della mente tra le fauci del lupo del condizionamento – dopotutto, anche il decondizionamento è un condizionamento. Non solo per questo si tratta di aberrazione: è aberrante che che ciò che sostituisce l’eroina sia anche “reale”, e cioè funzioni nella realtà mondana e così sembri vero. E si ripetono, specularmente opposti alle tramature emotive della prima parte del romanzo, gli intrecci e gli eventi emotivi, anche erotici, che fanno sembrare a un forlivese-pisano di essere davvero e oggettivamente nel mondo, che gli permettono di crederci. Ma credere a cosa? Non si rende conto, l’umano abietto che venera il simbolo per ciò che non è (il libro poteva benissimo intitolarsi Devoti a Mammona, se i cretini umani non avessero identificato il simbolo del vitello d’oro col denaro e non con quello che è: il simbolo stesso svuotato di potenza consapevolizzante), non si rende conto che il suo feticismo del mondo depotenzia, rovina e conduce all’esaurimento l’umano stesso, il mondo stesso?
La risposta è: no. I cretini, in ogni epoca, siano nati a Forlì o lavorino a Pisa, rimangono tali: zelanti, perfettamente plausibili, misinterpretanti rovinosamente per se stessi e soprattutto per gli altri.
Il cretino di cui sopra, con un colpo di genio davvero assoluto, è messo sotto torsione narrativa da Binaghi: è Binaghi stesso? E’ ciò che fu Binaghi? E’ un critico nato a Forlì? Poiché il personaggio Arvo, in cui ci siamo identificati, presupponeva un io che non avevamo intercettato, che nella terza parte del libro, a sorpresa, prende le redini del racconto e lo sprona alla ricerca del protagonista. Dalla terza alla prima persona: un mutamento non sintattico ma semantico; nemmeno sintattico: ontologico. Arvo diviene un oggetto di ricerca, cioè di osservazione, nel momento in cui crolla nella più grottesca finzione emotiva, che è quella che intercorre tra un soggetto che guarda e un soggetto fatto oggetto di osservazione, a cui si sovrappone una finzione affettiva che sembra vera. Cioè: l’ennesima dipendenza. Perfino il finale, che è una sorta di cartolina dall’inferno contemporaneo, color rosa confetto, assai simile all’epilogo del Fight Club di Fincher, altro non è che un ribadire la sostanzialità di ciò che è apparentemente vero e invece è il simbolo supinamente accettato senza saperlo – peraltro, ancora una volta, la Mamma Più Che Sufficientemente Buona, per distorcere Winnicott allo stesso modo in cui Binaghi distorce una teleologia storicista e una teologia storica.
Questo è un libro che la contemporaneità può trattare in due modi: ignorarlo non capendolo; oppure aggredendo l’autore, perché qui, in questa denuncia che è la quintessenza del politico che sprigiona Devoti a Babele, essa stessa viene aggredita nell’unico modo in cui si può fare – abolendo la rappresentazione (poiché non c’è rappresentazione figurale della dipendenza come demone e potenza onnivora e ubiquitaria che agisce nel mondo: eppure è un libro sulla e contro la dipendenza: la Dipendenza).
Per questo va dato asilo a Valter Binaghi: in uno spazio di eccellenza. I suoi libri vanno protetti, perché l’aggressione del silenzio o delle parole scritte e pronunciate a sproposito sia frenata. Lasciare fuori dal recinto dell’editoria di eccellenza uno scrittore come Binaghi significherebbe ripetere un errore di cui l’editoria novecentesca e anche la nostra ancora devono pagare il fio.
Se non dovesse muoversi foglia, perlomeno davanti alla critica, a cui il fio lo fanno pagare le opere stesse, il libro avrà asilo in una comunità di lettori che, Binaghi, lo vedono benissimo. Il loro esorcismo, che è la lettura dei libri di questo autore, andrà sicuramente a centrare il target.

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Tratto da Carmilla del 28 febbraio 2009.

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