Devoti a Babele – di Valter BINAGHI

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E ti chiedi: se alla crocifissione ci fosse stata meno affluenza di pubblico del previsto, l’avrebbero rimessa in programma? E capisci che l’agente aveva ragione. Non hai mai visto un crocifisso in cui Gesù non fosse praticamente nudo. Non hai mai visto un Gesù grasso. O un Gesù pieno di peli. Da sempre. In ogni crocifisso Gesù potrebbe fare il modello a torso nudo dei jeans di marca o dei profumi da uomo. La vita è esattamente come ha detto l’agente. Capisci che se non c’è nessuno a guardarti, tanto vale restarsene a casa.
(Chuck Palahniuk, Survivor)

Valter Binaghi, Devoti a Babele, Ozzano Emilia (BO), Alberto Perdisa Editore, “WalkieTalkie”, 2008.

Parte terza – Religione in video (Narciso alla fonte)

I

    

Son passati poco più di vent’anni da quel giorno a Castalia, e sembra un’era geologica: diciamolo, non siamo più gli stessi. Guardiamo gli italiani ch’eravamo un tempo come Pinocchio divenuto un bambino vero guarda il burattino sbirolo sulla poltrona. Col nuovo millennio Nonna Realtà è traslocata in video (qui è molto meglio dell’ospizio ottocentesco dei romanzi, ha confidato alle amiche, c’è una migliore definizione, e anche il tempo di cambiare il pannolone durante gli spot pubblicitari), a partire dall’11 settembre, il primo megashow a reti unificate.
     Una rilassata condiscendenza da saletta a luci rosse si è impadronita dei tinelli di casa assuefatti al raccapriccio teleguidato: perfino la simulazione delle catastrofi che seguiranno l’effetto serra ha avuto tante repliche che quando la cosa accadrà sul serio sarà meno scandalosa di una scoreggina in un vagone di prima classe.
     E poi c’è la politica, il bordello bistrato delle utopie in menopausa. Ma a noi italiani importa sempre meno di chi governa, ora che siamo tutti quanti arruolati nel nirvana della telepresenza. Cosa sono ricchezza e potere di fronte alla vita eterna? Basta una comparsata in un talk show, un reality, un avanspettacolo su TV locale, al limite la cronaca nera al Tg, perchè il simulacro che abbiamo scambiato con l’anima primitiva s’incida una volta per sempre nel ciberspazio, immortale. Religione in vetrina.

    

Ma basta coi preamboli, è tempo di occuparci di chi ci sta a cuore.
     E allora facciamo un passo indietro dalle luci della ribalta, chiamando in aiuto non una Musa col peplo e l’acconciatura impossibile dei tempi di Omero, e nemmeno una di quelle letterine poppute che piacerebbe a Petronio, ma una ragazza più modesta, anche coi denti in fuori, un’annunciatrice di TeleSputo o TeleChiedo, una che sia a suo agio con la piena dell’Olona o il consiglio comunale di Carognate sul Seveso, per chiedergli per l’appunto come sono finiti Arvo e Laura in quel buco di culo del mondo. Vi presenterà il sindaco, che è suo cugino.
     Un tipo sui sessanta ben portati, sicuramente Leghista: lui vi dirà che i due si sono integrati perfettamente nella comunità fin dal 1984, quando si sono sposati e sono venuti a vivere qui (“qui un appartamento costa fino al 40% in meno che a Meda, ma qualcosa in più di Brodaglio” lo dice con una smorfia di disgusto, significando un’evidente sproporzione di prestigio e tradizioni cortesi tra i due comuni). Finirete al Bar Amelia, quello vicino all’acquedotto comunale, dove dopo un campari o due vi dirà che sono ragazzi tranquilli, anche simpatici (“Lei più che altro: semplice, bella culona. Irreprensibile purtroppo.” e sospirerà vistosamente, provando a rendervi complici di quell’ostentazione virile e porcaiola. Più asciutto, concluderà la relazione: “Lui parla poco, non si vede al bar. Fa l’elettricista in una ditta a Meda, dicono che è bravo. A mia cognata ha rifatto l’impianto”).
     La cameriera del bar, che vi porta i Campari, drizzerà le orecchie a quei nomi. Al secondo giro, rimettendo i bicchieri sporchi sul vassoio, dirà: “Arvo e Laura? Bravissime persone” aggiungendo, con un certo sussiego: “Sono miei vicini”. E senza dire altro scivolerà verso il bancone, in attesa di una vostra chiamata.
     L’aspetterete fuori, alla fine del turno, e vi dico subito che c’è poco da fare: la Carmen la dà eccome, ma mai la prima volta. E’ una sciacquetta sui quaranta che si tiene su con la palestra e il parrucchiere, ma ha una faccetta vizza, da zitellina astiosa. Buona forchetta, però. Alla pizzeria Marechiaro si è divorata spaghetti alle vongole, branzino ai ferri e fragole con la panna, e intanto raccontava volentieri.
     “Tranquilli, si. Hanno bambini anche, due. La Laura insegna alle medie, ogni tanto al pomeriggio quando ho l’altro turno stiamo da lei a vedere un film, fa delle torte buone, sa? Del matrimonio non parla mai, di sesso neanche (mi sa che ne fa poco), dei figli più che altro, quelli si, sono il suo cinema. Lui? Lui è più introverso, più difficile da capire, ma non sembrava quello che poi….Insomma, fino a un certo punto era uno tutto casa e lavoro, bel ragazzo anche: una volta o due, per le scale, mi ha guardata in quella maniera (sa cosa intendo), ma poi niente di che. Io, del resto, sono una donna libera, ma con l’uomo di un’altra mai, lo chieda a chiunque. Comunque, lui lavorava a Meda. Usciva alle sette e tornava alle sette. Si faceva un bel mazzo. Con la moglie era gentile, anche dolce, coi figli si sentiva giocare fin qui al terzo piano, li portava il sabato ai giardinetti e la domenica in quel parco con gli animali, come si chiama, lo Zoo Safari, ecco, o a Gardaland. Questo fino al 2004. Lì l’hai visto cambiare da così a così. Perchè il 2004? Ma come, non lo sa? E’ stato l’anno dello Special. Quello su RaiDue.”
     E’ a quel punto che il vostro cronista ha proposto l’after hours, e in effetti la signorina si è sciroppata due Daiquiri e due Cuba in quattro posti diversi, frequentati da varie tribù scolpite nello stesso gel, impiegati di concetto mascherati da gigolo e mignottone. Una volta arrivati sotto casa un rapido bacetto sulle labbra ed è sgusciata dalla macchina senza lasciarsi abbrancare.
     Mai la prima volta, ha detto per l’appunto. E ha sussurrato, dal finestrino: giovedì sera, al Magnolia, vesto di nero.  Stavo quasi per cancellarla dalla rubrica.
     Che ci frega della tua rubrica? chiedete voi.
     Non ve l’avevo detto? E’ con me adesso che avrete a che fare, un semplice cronista, e vi toccherà subire i miei tempi, questo è quanto.

    

Arvo e Laura non ci sono più, non potete chiedere direttamente a loro. No, non sono morti (almeno fino al luglio scorso non lo erano), ma hanno staccato telefono e modem e disdetto l’abbonamento televisivo, perciò è come se lo fossero.
     Sono fuori portata, alla larga da voi e da me, hanno pure cambiato casa e nome e chissà dove cazzo sono, ma per fortuna non si sono preoccupati di cancellare le loro tracce. Noi qui si prova a ricostruire i loro passaggi attingendo alla biblioteca universale della chiacchiera ma anche ai palinsesti tv e, se sarà necessario, ai tabulati di Google: come ci riesco?
     Conosco bene Savino Ricolfi, quello che chiamano la pantecana della Rete. E’ uno che può dirvi tutto di chiunque, cosa mangia quanto guadagna e con chi si diverte, ma anche i colori che gli piacciono per le piastrelle del bagno, che libri legge, quante volte ha digitato la parola “fica”: tutto questo ovviamente purchè il soggetto dell’indagine possegga un bancomat, una connessione Internet e un cellulare. Il che valeva anche per Arvo e Laura fino al 14 luglio del 2006, prima che se ne andassero dall’unica realtà praticabile e descrivibile per noi gente civile. Fuori dal ciberspazio.

    

Lo Special era una di quelle inchieste che vanno in onda in seconda serata, dedicate alle diverse sfaccettature del genio italico: ad esempio in alcune regioni colpite puntualmente dalla siccità il 40% dell’acqua va sprecato perchè gli acquedotti sono un colabrodo, in altre regioni un’impresa di servizi a scopo di lucro è esentasse in quanto riconosciuta come chiesa o comunità di culto.
     Era questo il caso di Castalia, e quelli della tv cercarono persone da intervistare fra gli ex membri costituitisi in parte lesa o testimoni nei diversi procedimenti penali contro la medesima. Arrivarono a Serena: aveva testimoniato a suo tempo, ma si rifiutò di partecipare al programma e comparire in tv. Ora vive a Firenze, con la figlia. Fu lei a fargli il nome di Arvo: aveva l’indirizzo, si erano scritti per un po’.
     Secondo la Carmen Arvo fece un po’ lo stordito all’inizio, ma era piacevolmente sorpreso. Laura, addirittura entusiasta, non dovette fare molto per convincerlo ad andare a Milano dove si girava la puntata, di cui naturalmente il vostro cronista si è precipitato a visionare la registrazione, ma lì c’è poca trippa per gatti. Un’intervista di cinque minuti, dove lui ammette di provare riconoscenza per il Programma (“mi hanno tirato fuori dai casini”) ma aggiunge di essersi conto dopo la brutta storia di Simone “che ci andavano giù pesante, si prendevano libertà eccessive”. Però è tranquillo, naturale, per niente affettato come altri intervistati.
     Il punto più toccante è quando dice che l’eroina negli anni Ottanta ha fatto più morti di una guerra, e quelli che non sono morti sono prigionieri del loro passato.
     Non è che quel passaggio c’entrasse molto con gli illeciti di Castalia, ma la regista non ha tagliato, e ha fatto bene. Lì Arvo, con quello sguardo perso e i capelli piuttosto lunghi, ancora nerissimi, ha qualcosa di romantico e febbrile, come quei reduci degli anni di piombo. Insomma pare che sia piaciuto, me l’ha confermato in una telefonata il direttore di produzione, tanto che decisero quasi subito di convocarlo anche per un talk show che la stessa Rete aveva in programma di registrare a fine mese, argomento: le dipendenze.

    

“Puoi immaginarti a casa” dice la Carmen (eh si, ci siamo rivisti ed è andata come doveva andare): “All’inizio la cosa eccitava quasi più Laura, ma anche lui si vedeva che era preso, eccome. Aveva sempre meno tempo, allo Zoo Safari una volta ancora li ha portati i bambini, ma poi per tre domeniche di fila siamo andate io e Laura, con la mia macchina – a lei non piace mica tanto guidare. Poi è arrivata quella, come si chiamava? che telefonava tutte le sere…”
     Si è fermata lì, e si è persa in uno sguardo distante, che diceva tutto.
     E, comunque, alla fine si è ricordata come si chiamava.
     Così sono partito armi e bagagli, di nuovo a Milano, alla Rai, ma la tizia nel frattempo stava a Cremona, così ho chiesto all’editore di allungare il conto spese.

 

II

    

“Scusi un attimo, eh! Tatiana, cara, ti ricordi di stirare i jeans neri per stasera?”
     La giornalista niente di che, ma Tatiana era uno spettacolo: una bambolona bionda di un metro e novanta, una del paese di Schevcenko che ti trancia in due con una stretta di cosce. Lei invece cinquanta chili scarsi di chiacchiera infighettata, tutta nervi, con un faccino fine e un profumo di quelli indiani, troppo dolci, come si chiamava quello che usavano gli hippy negli anni Settanta? il patchouli. Anche il salotto in cui mi ha portato, una cartolina d’interno californiano: bello grande e quasi vuoto, niente divani, tappeto enorme e cuscini dappertutto, un tavolino basso con un narghilè, chissà se lo usa, ho pensato. Alle pareti drappi decorati del Bengala, con fanciulle in corteo e un dio dalla testa di elefante. Notando il mio interesse, ha detto di avere avuto una fase Hare Krisna.
     A venticinque anni. Prima c’era stato un collettivo femminile di cinematografia, poi lo sbando con un tipo sordido (venne fuori che era il suo primo marito, padre dei suoi due figli e attuale presidente di un paio di consigli di amministrazione), poi la consolazione di Krisna per l’appunto, infine un cortometraggio sull’India degli Hippies, che le aveva aperto le porte della Rai. Questo per dirmi che lei degli anni Settanta aveva assorbito veramente lo spirito, anche se era arrivata “a certe cose” un po’ tardi, dopo la laurea. Ma si era buttata avidamente, e aveva divorato tutto quel che c’era da sapere, dal politico al psichedelico. Il meglio che ti può capitare quando hai una passione, è riuscire a farne un mestiere.
     “Il narghilè? Glielo confesso, ogni tanto una fumatina tra amici ci scappa ancora”.
     Aveva anche un cappello di Jimi Hendrix, pagato una fortuna dal primo marito, ma non me lo mostrò. Insomma, il programma sulle dipendenze era un’incarico come altri in Rai, ma quando aveva visto Arvo le era balenata un’idea interessante: “Si rende conto? di ex terroristi, poeti beat e pionieri del porno sapevamo tutto, ma mai nessuno aveva raccontato l’eroina!”. Una storia mitologica dell’oppiaceo, uno special tra il letterario e il sociale, da Thomas De Quincey al tossico metropolitano. Arvo, con quella faccia da pierrot lunare, era perfetto.
     “Chiamarlo a casa tutti i giorni? Esagerato. Certo, lo chiamavo spesso. C’era moltissimo da fare, per costruire un personaggio da venticinque minuti”. Questo era il tempo complessivo in cui Arvo avrebbe impegnato lo schermo, alternando la sua intervista a profili e brevi letture di scrittori romantici e postromantici fino a William Burroughs, tutta gente che aveva visitato gl’inferni del veleno.
     Butto lì: “Mi dicono che a un certo punto Arvo ha chiesto un’aspettativa alla ditta e si è trasferito a Milano per qualche settimana. Per questo lavoro, presumo. Visto che eravate a stretto contatto, magari può dirmi qualcosa di più sul tipo” e assumo quel tono allusivo che lascia intendere di aver colto chissà che.
     “Guardi, è inutile che ci giriamo intorno. Arvo quelle tre settimane le ha passate qui da me. Abbiamo lavorato sull’intervista, soprattutto, ma ci sono anche andata a letto, se è quello che le interessa. Non ci faccia su un romanzo, eh! Non è stata una storia vera e propria, diciamo un rapporto di lavoro un po’ più intenso del solito. Arvo è il tipo del cucciolo, che intenerisce, ma niente di che. Finito lo Special, finita la vacanza, e se n’è tornato al paesello dalla mogliettina. Ma no che non c’è rimasto. Non era innamorato, glielo garantisco, anzi se vuol saperlo, a letto faceva il suo dovere ma si vedeva benissimo che aveva altro per la testa”.
     Eccolo lì, mi pareva di vederlo. Come uno di quegli animali che si svegliano da un lungo letargo, vent’anni di anonimato provinciale in lento assorbimento delle riserve libidiche che il tran tran familiare garantiva, ma Arvo adesso era ben desto e scopriva in sè un appetito quasi doloroso: il richiamo alla vita pubblica, lo slancio morale del testimone che le apparizioni televisive avevano suscitato in lui e che sentiva ormai come il suo vero destino.
     “Di ritornare a fare l’elettricista in provincia non voleva saperne. Pretendeva d’impegnarsi in qualcosa d’importante, tipo la lotta alle dipendenze. Pensava che le sue esperienze gliene dessero titolo. Io l’ho messo in guardia: la televisione cerca facce e battute, non esperienze. Non c’è storia in tv, solo presenza, e per quella Arvo non era proprio uno che buca il video. Ha fatto un provino per una Pubblicità Progresso ma l’hanno scartato. So che ha fatto anticamera da qualche collega di altre Reti per tornare nei talk show, ma non se lo sono filato. Un giorno mi ha telefonato, era quasi in lacrime. So come si sentono, una volta provato. La TV è la vita al quadrato, è difficile farne a meno. Mi ha fatto pena, ci crede? Gli ho dato il solo consiglio utile. Andare da uno che, volendo, può inventarti un ruolo nello spettacolo. Come, un agente? Mica uno qualsiasi: l’unico che può cavare sangue da una rapa. Cico Sbora, chi altro?”

    

Certo che l’ho visto poi, il programma. La storia mitologica dell’oppiaceo.
     Con cosa credete che vi abbia imbastito la biografia di Arvo, finora?

(pag. 79-90)

 

***

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