L’anguilla sull’autostrada – di Franco Arminio

[FRANCO ARMINIO]

arminio20andretta

 

mi affanno a piantare lapidi
sui fogli. io scrivo
pure quando non ce n’è bisogno,
fino a tardi
fino a quando il cuore sembra
una corda sul punto di spezzarsi.
molte volte ho scritto in ginocchio
l’ultimo rigo, l’ultimo castigo.

 

 

           Franco Arminio – L’anguilla sull’autostrada

la poesia deve mirare
il centro della terra,
lì dove non potrà mai arrivare
la pagina di un libro,
la carta di una caramella.

*

mi avvince l’idea di trovare una poesia
che striscia sul fondo di se stessa,
senza idee, senza musica, uno strisciare cieco,
adesso o sempre, mentre
i bimbi fanno i loro giochi prima di uscire:
fra poco uscirò anch’io
e chissà quale amarezza mi cadrà dentro
e domani la metterò appesa a scolare,
io cado dentro l’amarezza che mi cade dentro.

*

il dolore è una buona sveglia.
i versi stanno dopo una curva
dopo che sei uscito di strada.

*

c’è sempre da scrivere un’altra cosa.
quella che abbiamo visto
non è mai la rosa.

*

scrivere è tracciare una strada nel mondo.
non importa poi chi la percorre.
la strada non muta il paesaggio
precedente,
non copre nulla.
io scrivo perché manca un’ora
al nostro incontro
e quando questa ora sarà passata
ancora mancherà qualcosa.

*

la poesia
richiede la morte
di cose molto care.
un verso perfetto
un vero grande pensiero
hanno la stessa forza
di un buco nero.

*

dettavo i miei versi nel verde
d’una centoventisette.
ero chiuso
e deserto.
pestavo l’anima in ogni verso.

*

mi affanno a piantare lapidi
sui fogli. io scrivo
pure quando non ce n’è bisogno,
fino a tardi
fino a quando il cuore sembra
una corda sul punto di spezzarsi.
molte volte ho scritto in ginocchio
l’ultimo rigo, l’ultimo castigo.

*

deve riposare paziente nel mio peso
ogni parola
prima di tornare al cielo
impallidita.

*

penso una poesia che dica
chiaro e tondo
ciò che vuole.
penso a uno stato di esposizione
a una poesia che ci trascina
come si trascinavano i suicidi
con un pugnale nel cuore.

*

la poesia è come un’anguilla
sull’autostrada,
non è la letteratura
e le sue trame,
è il lampo di luce
che la distingue
dal catrame.

***

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(Gustav Klimt, Il bacio, 1907-1908)

           Giusy De Simone – Lettera ad Arminio

Gridami addosso il tuo terrore e la tua freddezza, magari gridami addosso la tua inclemenza per un futile errore e gridami la superficie liscia e piatta che ti riga dentro nel sentire le mie ossa. Fammi tua nell’onestà del tuo orrore e non coprirlo di timore tremante, lì tagli la bugia con una piuma, qui percuoti un sudore vorticante.

Strisciami addosso impotente e con paura invece di limare in ogni soffio le mie labbra.

Non dare solo alla poesia le tue perle e quell’unghia di vetro guardala addosso che brucia come un fiammifero la tua distanza. Non spargere al mio ansimare unguenti odoranti ma raccogli al tuo respiro l’ardore della primavera, che come il fiore di un’intimità di fanciulla ti sovrastò le narici e di quell’aroma chiuso nel ricordo hai dato congedo.

La tua morte non fa più barriera ma lastra di vetro, Arminio è morto tante volte e ha spedito già le sue lettere. Non trattenere quel vento forte solo sull’infiammazione radicata che ormai si è fatta deserto, vincila col terrore che provi e grida lo squallore che ti gonfia le vene…

Le tue vene che fanno sobbalzare i piedi a chi ti avvicina il fianco.

I gesti cattivi e le parole srotolate nel letto che segnano il buio sempre più oscuro di un pugno guardato con sospetto.

Io ti bacio Arminio, come il bacio di Klimt, ma sono io l’uomo adesso, tra i due, che taglia
le erbacce e sega gli alberi secolari.

***

29 pensieri riguardo “L’anguilla sull’autostrada – di Franco Arminio”

  1. beh in questo post si racchiudono tre mie passioni: klimt ed il suo bacio, la poesia nella sua essenza più intrinseca e vera – nuda direi – e l’epistola di natura amoroso-passionale, ovvero quello spogliarsi per donarsi “possedendo/se-ducendo” il destinatario.
    Sul “bacio” e sul “bacio di Klimt” ci sarebbe tanto da dire…

    CIRANO: Un bacio – ma che cos’è poi un bacio? Un giuramento un po’ più da vicino, una promessa più precisa, una confessione che cerca una conferma, un punto rosa sulla “i” di “ti amo”, un segreto soffiato in bocca invece che all’orecchio, un frammento d’eternità che ronza come l’ali d’un’ape, una comunione che sa di fiore, un modo di respirarsi il cuore e di scambiarsi sulle labbra il sapore dell’anima! …
    (Cyrano de Bergerac, Edmond Rostan, atto 3 scena 10)

    Il bacio è “nutrimento” di cui fruire e da donare all’altro, offrendosi nella morbidezza delle labbra congiunte, ma anche abbandonandosi consapevolmente vulnerabili ai denti ed alle fauci dell’altro in segno di fiducia e reciproco scambio. Nel bacio di Klimt è l’abbandono della donna in totale dedizione al suo uomo ad emergere come tema di base, ed è anche una novità in Klimt data la sua propensione a dipingere donne se-ducenti e provocatoriamente voluttuose seppur nella quasi adolescenziale bellezza.
    Ma il senso del quadro trova espressione e voce in una miriade di piccoli dettagli e simboli da esplorare in quel “mistico” sfiorare di labbra a pelle, tutto è rappresentazione di feconda passione, dalle tuniche (di stile giapponese secondo il gusto klimtiano) geometricamente ricamate per “rappresentare” le caratteristiche sessuali degli “attori”, all’oro bizantino, al prato fiorito, quindi alla continuità del sentimento nella fecondità dello stesso…. eppure nell’astrazione temporale del bacio e del sentimenoto amoroso non manca l’elemento “tanathos”, quel senso di impotenza dinanzi alla caducità d’ogni cosa che viene sublimato oltre se stesso, nonostante la voragine ai piedi degli amanti.

    Conosco gli scritti di Arminio da molto poco tempo, eppure mi hanno colpita da subito, rapita direi nella loro essenzialità.

    leggendo la serie de “L’anguilla sull’autostrada” ed in particolar modo la poesia ad inizio post, la mente è andata subito ad una poetessa che amo e che molti critici tendono a “snobbare” per posa intelettuale, parlo della Merini, che ne “La Terra Santa” scrive:

    Le più belle poesie
    si scrivono sopra le pietre
    coi ginocchi piagati
    e le menti aguzzate dal mistero.
    Le più belle poesie si scrivono
    davanti a un altare vuoto,
    accerchiati da argenti
    della divina follia.
    Così, pazzo criminale qual sei
    tu detti versi all’umanità,
    i versi della riscossa
    e le bibliche profezie
    e sei fratello a Giona.
    Ma nella Terra Promessa
    dove germinano i pomi d’oro
    e l’albero della conoscenza
    Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
    Ma tu sì, maledici
    ora per ora il tuo canto
    perché sei sceso nel limbo,
    dove aspiri l’assenzio
    di una sopravvivenza negata.

    bellissimo post, grazie FM.

  2. Si parla tanto del paesologo, ma Arminio poeta è tutto da scoprire. La lettera è intensa, di un’intensità rara di questi tempi.

  3. Apprezzo questi versi di Franco Arminio che rappresentano una riflessione della poesia sulla poesia e, dunque, metapoesia. Condivido in particolare il fatto che “la poesia richiede la morte di cose molto care”: altrimenti perché intraprendere un cammino così impervio e così solitario come quello della scrittura in versi? Non è forse mediante il linguaggio poetico che cerchiamo di ridare vita a cose che abbiamo perduto o che, comunque, non troviamo nella realtà? Non so, le mie sono soltanto riflessioni serali…ma il mio pensiero corre anche a Montale:

    L’anguilla, la sirena
    dei mari freddi che lascia il Baltico
    per giungere ai nostri mari,
    ai nostri estuari, ai fiumi
    che risale in profondo, sotto la piena avversa,
    di ramo in ramo e poi
    di capello in capello, assottigliati,
    sempre più addentro, sempre più nel cuore
    del macigno, filtrando
    tra gorielli di melma finché un giorno
    una luce scoccata dai castagni
    ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,
    nei fossi che declinano
    dai balzi d’Appennino alla Romagna;
    l’anguilla, torcia, frusta,
    freccia d’Amore in terra
    che solo i nostri botri o i disseccati
    ruscelli pirenaici riconducono
    a paradisi di fecondazione;
    l’anima verde che cerca
    vita là dove solo
    morde l’arsura e la desolazione,
    la scintilla che dice
    tutto comincia quando tutto pare
    incarbonirsi, bronco seppellito;
    l’iride breve, gemella
    di quella che incastonano i tuoi cigli
    e fai brillare intatta in mezzo ai figli
    dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
    non crederla sorella?

    Rosaria Di Donato

  4. Vi ringrazio per la presenza, i commenti e le riflessioni, e do il benvenuto ai nuovi ospiti.
    A Natàlia un grazie anche per la bella lettura di Klimt.

    fm

  5. Conosco poco il lavoro di Arminio, anche se ho avuto il piacere di ascoltarlo la scorsa estate. Nell’incontro mi era sembrato un poco “frenato”, forse ancorato alla concezione di Paesologia, e dunque, per quanto fosse stata una bella esperienza, si intuiva che si sarebbe in qualche modo potuti andare oltre (ma la mia è solo, ci tengo a sottolinearlo, una personale impressione). In questi testi mi sembra invece che si raggiunga quell'”oltre”. Ho seguito di sfuggita le discussioni presenti su altri blog riguardanti il fatto di poter considerare questa come poesia o meno, così come la correttissima ed umile replica di Arminio con cui sono del tutto d’accordo: personalmente mi interessa poco una catalogazione delle forme di arte vera o presunta, piuttosto considero il loro valore comunicativo, ed in questo senso la scrittura di Arminio è molto, molto preziosa.

    Francesco t.

  6. Epigonismo montaliano, esistenzialismo di ritorno in una forma
    aforistica che non riesce a decollare, circumducendo su lessico e figure ormai stantii, un saluto, Barbara

  7. Un saluto a Mario, Francesco, Franco e Barbara.

    Barbara, non sono assolutamente d’accordo né sull’epigonismo montaliano, né sull’esistenzialismo di ritorno, che trovo, francamente, due contenitori senza contenuto, buoni per tutti gli usi (soprattutto il secondo, in questo caso). Magari, si potrebbe cercare di argomentare meglio, se ti va, tanto il tuo giudizio che il mio. Grazie comunque.

    A più tardi.

    fm

  8. Caro Franco, ti ho ascoltato a Topolò. Ti dico subito che sono riuscito a venire soltanto ad “un incontro e mezzo” dei tre (mi sembra) del corso di paesologia, così come non ho letto i tuoi libri, in particolare l’ultimo. Ho letto invece molti tuoi scritti in rete e su diverse riviste, sia in prosa che in poesia, sempre se vale questa distinzione.
    Come ho scritto, la mia impressione è, appunto, “mia” e soprattutto “impressione”: dovendo parlare da solo ed a tema, al di là dell’interesse grande delle cose che dicevi, mi sembravi non dico sulla difensiva, ma forse un po’ imbarazzato, come magari avviene in incontri pubblici. O magari non ci ho preso proprio…
    Invece confermo la bellissima impressione che mi danno questi testi, che sono un ambito diverso, una scrittura differente: come Francesco sa la parola poesia mi spaventa, parlare di scrittura mi sembra esprimere meglio l’idea di comunicazione diretta, anzi direttissima ma tutt’altro che banale, come nei tuoi testi, appunto.
    Grazie.

    Francesco t

  9. io delle mie poesie mi fido e non mi fido. mel senso che avendone scritte più di duemila, la produzione è necessariamente diseguale.
    montale comunque non c’entra molto……

  10. mah…anch’io sinceramente non ci vedo Montale, piuttosto questi bellissmi versi mi riportano “alle fulminanti annotazioni sulla natura sfuggente e misteriosa della poesia” di cos’è la poesia di Laurence Ferlinghetti, nel tentativo di identificare la forza salvifica della parola poetica . quindi direi piu che altro parlerei, come già del resto dice la Di Donato, di metapoesia
    “poesia è
    notizia dalla frontiera
    della coscienza…
    è un faro
    che muove il suo megafono
    al di sopra del mare ”

    L. Ferlinghetti

    un caro saluto a tutti, in particolare a Fracesco
    red

  11. Tengo a precisare che il mio commento precedente era solo un invito alla discussione: ben venga qualsiasi nota critica, come quella di Barbara, sperabilmente accompagnata anche da un minimo di analisi, perché gli “slogan” e le “etichette” – positivi o negativi che siano – lasciano il tempo che trovano.

    Ritengo stimolante la considerazione che propone Francesco sul concetto di “scrittura” e la trovo particolarmente adatta, in generale, alla produzione di Arminio: il “meticciato albale” (la cui luce è tutta da re-inventare ad ogni “passaggio”, comunque) che connota “naturalmente” i suoi testi, è il prodotto di un attraversamento “fisico”, al limite dello sfinimento, della maceria etica che ci circonda: è la ricerca, sostanziale, di un “respiro primigenio”, che può scaturire, come da una fonte inaspettata, “anche” dalla disarticolazione delle “gabbie di genere” che trasformano la letteratura in rituali asettici o consolatori, lontani, lontanissimi, dal grido, ormai inudibile, che si leva dalle nostre radici.

    Io continuo a vedere pochi esempi del genere nel panorama italiano, perché anche molte delle scritture più “avvertite”, in questo senso, si guardano bene dal mettere in conto, e farne pratica costante, la “necessità” dello stesso svanire delle “certezze” (anche formali) da cui muovono. Ed è proprio quella *necessità* la cifra più *esemplare* della scrittura di Arminio.

    Ma forse, chi sa mai, sono proprio io il “miope”…
    In quel caso, evviva: ci sta anche che la presenza di una “anguilla” sull’asfalto richiami “epigonismi montaliani” o ammenniccoli del genere.

    Ad ogni modo, invito chi fosse interessato, a cliccare sul link in alto, sul nome dell’autore, e si troverà altre “scritture” di Arminio da poter leggere e valutare (oltre ai suoi libri, naturalmente).

    Un cordiale saluto a tutti.

    fm

    p.s.

    Ciao, corsaro rosso, un grande abbraccio.

  12. Nell’intenzionalità, forse, nel tentativo di configurare i termini entro i quali la “memoria” va conservata e ri-piantata nel presente, questo sì.
    Per il resto, lo “scarto” è evidentissimo: in Di Ruscio (che è “unico”) non c’è nessun filtro *culturale* tra il “sentire/pensare” e l’espressione che ne è una diretta emanazione; in Arminio, invece, il filtro/diaframma è scientemente utilizzato, a priori, come una parete da attraversare, e da abbattere, per la forza vitale insita nelle spinte “pulsionali” del sentire, che si fa traccia scritta solo e unicamente per effetto di quel “passaggio/dilapidazione”.

    Almeno secondo me, e secondo quanto ho ricavato dalla lettura attenta delle sue opere.

    fm

  13. io scrivo a oltranza
    e dici bene francesco t
    quando parli di una direzione direttissima, non mi piaccio i giri
    gli indugi nella letteratura, in un certo senso si scrive per uscire dalle gabbie e per tornare a casa, si scrive anche per uscire dalle gabbie della letteratura.
    le parole di marotta a quest’ora della notte mi suonano particolarmente intense.
    si, io sento sempre quando scrivo che c’è una parete da abbattere, senza questo sentimento non mi esce una riga…

  14. Accolgo l’invito. Sull’esistenzialismo, partiamo dal presupposto che vi “prevale l’elemento dell’individualità, della solitudine (ma anche dell’unicità e dell’infinità interiore) dell’io di fronte al mondo, all’inutilità, alla precarietà, alla finitudine, al fallimento, all’assurdo dell’esistere “(cfr wikipedia). E cito: * io cado dentro l’amarezza che mi cade dentro*; *la poesia richiede la morte di cose molto care.*; *ero chiuso e deserto*; *una poesia che ci trascina come si trascinavano i suicidi con un pugnale nel cuore* , figurazioni tutte che mi sembrano – sbaglierò – rientrare in questa corrente . Sull’epigonismo montaliano valga per tutti il rinvio all’”anguilla”, colto più che bene da altri commenti (dove è individuato anche l’ascendenza meriniana dello scrivere in*ginocchio*) lo “strisciare cieco”, il ricorso al correlato oggettivo (la “ carta di caramella”, le “lapidi”, la “sveglia”). Sul mescolìo di generi (io parlavo di aforismi per questi pezzi) , vedo invece che concordiamo tutti. Alla fine vale la qualità della scrittura che qui, scusate, mi sembra abbastanza scontata, limitandosi a porsi nella scia della tradizione del ‘900 senza riuscire a esprimere una voce autenticamente originale, voce che invece come sottolinea bene Marotta hanno altri autori come ad esempio Di Ruscio. Ovviamente questa è una personale opinione, che lascia il tempo che trova, grazie e adieu, Barbara

  15. stare nella scia della tradizione non è una cosa che mi offende. un gruppo di poesie, scritte in periodi diversi, non dice molto del mio lavoro.
    barbara credo che non abbia letto i miei ultimi tre libri e qui è il guaio, oggi i libri belli sembrano irrevocabilmente ridotti a una vita clandestina

  16. senza alcun riferimento a niente e nessuno in particolare – né a quanto scritto propriamente qui, ma più che altro in giro per la rete – …. riflettevo sul fatto che sembra quasi che non si possano avere di un autore sensazioni autonome al di là del già detto e del già noto.
    e se per un verso può essere anche normale che qualcosa richiami alla mente qualcos’altro, nell’insieme mi pare sterile rinchiudere un’intera produzione poetica in uno schema/commento preconfezionato.

  17. Io leggo Franco Arminio da qualche anno. Quello che c’è in rete, molte sue poesie, il suo ultimo libro. Spesso scatena in me una sorta di ribellione perché i suoi testi sembrano non lasciare via di uscita, leggere Arminio è come vedere salire l’acqua che prima o poi ti affogherà, ma è proprio questo il punto : vedere l’acqua così com’è senza tanti giri di parole, e in lui, che la trasforma in parola, la consapevolezza ma mista al dubbio (umano) che la scrittura non salverà. Si scrive in fondo con i polmoni pieni d’acqua, e in questi versi mi sembra particolarmente evidente questo senso di asfissia, che è di tutti in fondo. Si annaspa senza mai sapere se sarebbe meglio lasciarsi andare o sperare che qualcuno, qualcosa ci tiri su per i capelli.
    Potrei dire ora una sciocchezza ma la scrittura di Arminio a me sembra ruotare, più che nei suoi temi più evidenti e volutamente non artificiali nella lingua dialogata, quasi orale, ( solitudine, l’erosione, lo svanire…) proprio su questa incertezza tradotta in punto interrogativo che non compare nei suoi scritti ma che c’è. È come se la forma scritta non possa contenerlo ma diventa mezzo, imperfetto in quanto appendice della condizione umana, per porlo: un estremo tentativo per cercare, forse chiedere una risposta, o forse una smentita alla sua visione.

    grazie
    lisa

  18. Di corsa, ma ripromettendomi di tornare più tardi sugli argomenti emersi, una domanda a Barbara: perché “adieu”? Io spero in un “au revoir”: sarà sempre un piacere ospitare i tuoi commenti.

    fm

  19. Caro db, l’alfabeto è, né più né meno, uno strumento, e, come tale, non produce che comunicazione. Lo scarto tra quest’ultima, genericamente intesa, e “qualcos’altro”, è dato dalle forme e dalla “sintassi” in cui la sua funzione si declina.

    fm

  20. Avevo colto il riferimento alla rivista (*), ma ho voluto rispondere al sottotesto (e dal sottotetto).

    (*) Bellissima, importante, irrinunciabile per lunghi tratti…

    A più tardi.

    fm

  21. non so chi sia il Mario di cui sopra, però, da Mario pure io, concordo con l’idea della radicalità di Arminio

    ricordo che il primo scambio di battute che ebbi con Franco via blog/lpels era sul fatto che parlasse di un paese d’una manciata d’anime nella profonda Irpina che avevo scoperto aver avuto fino a non molti decenni fa alcune migliaia di abitanti

    credo che quando con una 127 verde (quella di mio nonno era verde oliva…) fai su e giù per una terra che è stata lasciata da tanti suoi figli, così lontana e così vicina per quelle autostrade che se li sono portati altrove, si debba per forza di cose perdere il senso dei fronzoli, delle categorizzazioni critiche, o delle misure di mezzo che non scontentano nessuno

    trovo infine che l’idea dello scrivere come di un “tracciare una strada nel mondo” che “non muta il paesaggio / precedente, / non copre nulla” – impatto ambientale zero, a differenza delle strade di chi viaggia, anche del più stretto e invisibile sentierino lasciato da una comunità di formiche! – sia molto interessante (rispetto al paesaggio in quanto tale, non rispetto alla risonanza simbolica e geo-spirituale del suo profilarsi), condita con la sapiente umiltà di colui al quale “non importa poi chi la percorre”.
    Perché l’essenza dello scrivere non è, nel discorso di Arminio, l’accoltellamento nostalgico del passato nel presente delle case rimaste vuote, in cui molcire un sentimento del’Io-soggetto, sub-jectus, soggiacente alle circostanze date, ineluttabile assentarsi dell’essere, ma è prorompere di un’istanza progettuale, di un Io pro-jectus, gettato in avanti (debbo al grande Diego Napolitani questa distinzione terminologica fra soggetto e progetto): “io scrivo perché manca un’ora / al nostro incontro”.
    Dove però, ed è qui la forza della radicalità (che è anche sorgente di irritazione possibile dell’interlocutore), il progetto si pone non come incontrovertibile promessa, giuramento di pienezza del compimento del sogno, tipica del linguaggio politico e dell’agire del leader nel gruppo che si incolla appiccicosamente sui propri assunti di base, ma già contiene la sostanza della sua fragile gittata, del suo volo non perfettibile: “e quando questa ora sarà passata / ancora mancherà qualcosa.”

    Mario Obvia Mens Bertasa

  22. Franco, con Mario sei capitato proprio bene: le sue osservazioni sono simili ai colpi dell’arciere virtuoso di machiavelliana memoria.

    fm

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