Senza dare nell’occhio – di Stefano Guglielmin

[STEFANO GUGLIELMIN]

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(Federico Federici, Half of, 2008)

Senza dare nell’occhio
(romanzo)

cap. uno

1.

Non che di solito tu faccia entrare in appartamento tutti quelli che sostano con una valigetta davanti alla tua porta, ma se uno ti chiede un’informazione tu la dai. Sei infatti educato e sai difenderti, almeno a parole: due buone ragioni per offrire una sedia e un caffè ad uno sconosciuto di cui però ora sai nome e cognome e che vive nella tua città, uno che non è un commesso viaggiatore, ci tiene a precisarlo, e che aspetta la tua nuova vicina niente male, al momento assente, pare. È il niente male, in verità, che ti fa superare lo scrupolo di lasciarlo fuori, di lasciarlo lì, sul pianerottolo. E così lui entra e si accomoda. Lo osservi bene, ma senza dare nell’occhio, e lo assecondi, un poco. Non t’importa niente, chiaro, ma l’estate imminente, la giornata lenta, chiamano anche queste cerimonie all’appello e dunque inventi qualcosa di carino sulla vicina adesso lontana, e garantisci per lei che torna, o tornerà. E lo rassicuri, anche se un poco ti secca che l’omino abbia appoggiato la valigetta sul tavolo come se fosse a casa sua. La valigetta chiusa a riccio e nera, lì sul tavolo. Intanto che sbuffi con la mente su quella cosa chiusa davanti agli occhi, l’omino guarda spazientito l’ora, la guarda, si alza, dice è tardi, molto tardi davvero, devo scappare. E tu, tu che non vedevi l’ora che se ne andasse, dici sì, in effetti, sì, mi sa proprio che la vicina carina sta sera non torna. No, non torna! ribadisci, scuotendo la testa. Però carina lo pensi soltanto, che magari lui ci ripensa e resta, mette su casa, anche se l’ora al polso suona e gli dice d’andare svelto e subito. Ma la valigia, dice l’omino, sgusciando dai discorsi come un mago, la valigia è per lei, per la signorina Alice, per quando torna. E ti chiede se te la può lasciare in custodia.  S’intende, sarebbe un gran favore che gli fai, avendo d’andare immediatamente, lui, e con fretta, in un impegno suo, urgente. E siccome l’impressione buona tu l’hai data, così come la parola di uomo su cui contare, né d’altro canto sei uno che di solito, in segreto, sbircia nelle valigette altrui, lo lasci dire e andare, e annuisci aprendo un poco le braccia, un poco la bocca, come a dire preferirei di no, signor omino della valigetta sul mio tavolo, preferirei che lei si portasse a seguito la cosa nera, o la mettesse da solo davanti alla porta della vicina, ma già lui ti volta la schiena e saluta, per cui non ti rimane che guardarlo con disprezzo e dargli in prestito un non si preoccupi, che è l’esatto contrario di quello che pensi. L’esatto contrario!
     E così ti monta un fastidio enorme per avere accettato, e, di riflesso, giri lo sguardo altrove, sposti la valigetta, quasi la butti sotto il tavolo, e ti siedi, la schiena senza nervo, il nervo tutto dentro, infatti, che ti fa girare la faccia alla porta chiusa e borbottare qualcosa a proposito della vicina carina che potrebbe essere lì a momenti. Ed è per questo che ti rialzi, svogliato, e fai due passi due verso la finestra, là dove comincia il mondo, per subito voltarti e dar la fronte ad uno spazio che conosci a memoria, un rettangolo con credenza divano e cucina moderni, e al centro un tavolo, un tempo albero di faggio, con sopra una valigetta in pelle morbida, attorno al quale cominci a girare inquieto, a muoverti per la stanza in attesa della vicina, che non conosci, essendo lei fresca di affitto qui. Fresca, ma con già al primo giorno uomini sull’uscio, e insistenti, a scricchiolare suole, ad abbandonare messaggi in bottiglia dentro una valigetta, che ora pare un cane bastonato sotto il tavolo. Un cane sotto il fu albero di faggio ora tavolo a quattro zampe tornite e molto bello, modestamente, visto che l’ho scelto io. Tutto il contrario di queste anonime valigette nere come rottweiler, minacciose alle caviglie dei tavoli e alle tue. Se ne trovano ovunque di queste mine vaganti portate a spasso da omini qualunque. In ogni marciapiede o ufficio del mondo, anche loro, tutti sparsi a caso per le vie della città, sembra, finché d’improvviso uno di questi ti si presenta sul pianerottolo, ci gironzola fastidiosamente al punto da costringerti a farlo entrare, vedendolo impaziente e in scalpiccio, perché sei buono, lo so. E questo hai fatto, perché l’ho visto bene: gli hai aperto la porta, dicendogli: prego si accomodi, questa è la mia casa. In effetti, un certo senso del dovere ti dev’essere cresciuto per forza nella pelle, nascendo da queste parti, anche se ora ci stai lontano dal mondo, voglio dire, pur non avendo mai smesso di toccarlo, un poco, quel mondo che comincia dal tuo naso e termina con i tanti saluti amari di Nora, la tua ex fidanzata, che rimase relativamente poco in queste stanze, perché è un fatto, che se ci abiti tutti i santi giorni con qualcuno, nemmeno te ne accorgi di come scappi il tempo, specie se il tuo naso e il resto del corpo, il resto della tua persona, momentaneamente, divengono parte del suo mondo, il centro del suo mondo, per quanto possibile.
     Il vero centro era lei, naturalmente. Per natura, voglio dire, sappiamo bene come sono le donne. Eppure, la vostra convivenza si è sfatta come un corpo morto al sole, piano piano, ma inesorabilmente. Era scritto. Come in ogni storia, specie se lei cerca e lui cerca e infine trovano che stare insieme è difficile, consumata la passione del principio, raccontate le cose giovani, le cose, una volta raccontate, due volte, tre, diventano pesanti e da non sentire più: che noia sta storia che sento per la decima volta, vi veniva da dire, quando ne parlavate, e infatti una vita in comune diventa più facile scioglierla che coltivarla, lo sai tu, lo so io, Bjevard Kožić, e lo sa la vicina carina, che se abita da sola ci sarà pure un motivo: la valigetta da consegnarle potrebbe essere una buona scusa per scoprirlo o almeno per saldare la distanza tra la sua porta e la tua, pochi metri ma difficili, essendo lei arrivata quando non c’eri, e dunque tu non avendola mai vista. A sentire il tuo amico cameriere del bar qui davanti, nel pomeriggio, dopo appena un’oretta dal suo arrivo, sarebbe arrivato un uomo distinto, che non sai se è lo stesso di poco fa, potrebbe esserlo, in effetti, l’omino mani bianche, forse impiegato di banca, lo stesso che per non dare nell’occhio ha finto di portare una valigetta ed invece è l’amante suo, che cerca tutto da lei, che vuole tutto, fuorché di consegnarle una valigetta vuota.  Che se è vuota, la consegna serve soltanto ad allontanare i sospetti, chiaro.
     T’era passato come un lampo che avesse l’amante, ma si sa, la capisci, non è bene scoprirsi subito, dare a sapere a tutti, e sconosciuti, i propri moti personali, spartire con gli altri l’evidenza d’avere un cuore, un vuoto da qualche parte, specie ad una certa età. Che poi trent’anni, pare, non fanno ancora zitella, danno speranza piuttosto e la possibilità che lei il tempo più bello l’abbia imbastito in professione e corsi d’inglese e management, ogni ora a mettere una base solida al futuro, sviando gli occhi solo di rado e trastullandosi a Cortina, magari, o a San Martino di Castrozza come la buona società del Centroeuropa, un tempo.

 

2.

Fai un sorrisetto furbo, lo vedo. Mi piace pensare che anche tu sia arrivato a questa conclusione, un poco fragile, in verità. Comunque, se lei avesse un gruzzolo non abiterebbe qui, e per l’amante dovrebbe prima avere un amore cioè uno che occupi il primo posto, il centro della sua vita, anzi il leggermente di lato, visto che le donne moderne, siamo d’accordo, lo so, il centro lo vogliono per loro. E allora, immagina pure che lei sia arrivata qui in compagnia, lui solo un’ora di ritardo, per lavori in corso, magari, anche se l’appartamento è un fazzoletto, lo so bene io, lei e lui arrivati insieme senza timori, di poco sfasati e niente baruffe perché niente trasloco, trovando tutto organizzato: cucina, divano, letto, armadio già compresi nell’affitto, felici del nuovo nido bilocale e un poco preoccupati, forse, di avere un vicino come te, mai visto. E semmai, l’omino viaggiatore bancario, il posa valigia e lascia detto, potrebbe essere un corteggiatore, che non sa nulla, venuto per avvicinare la preda e saggiarla in un primo buongiorno signorina senza dar troppo nell’occhio, come se accadesse in un bar o nella piazza. Si trova sempre l’occasione per conoscere qualcuna, volendo, anche se non capita spesso d’avere un tizio mai visto o visto poco, un tizio che ti segue quasi sin dentro casa. E se capitasse, a quel punto non sarebbe facile per lui improvvisare un discorso, dire anche solo ops l’ho scambiata per un’altra. Ecco forse perché l’omino è passato prima che lei tornasse: per non correre il rischio di dover giustificare la sua presenza qui. È dunque arrivato prima, da solo, sostando nervoso sul pianerottolo, indeciso se aspettarla o se partire, che è come morire se ti piace una donna perché l’hai vista di sfuggita, che è ancora meglio, non avendo notato che pochi particolari del suo corpo, ma decisivi, come quella cosa che si chiama eleganza, portamento: è una forza del destino una donna così, un’apparizione, e tu non puoi non seguirla, innamorarti, non puoi che cercarla con qualsiasi scusa. Anche quella di una valigetta, dove dentro ci scrivi una poesia d’amore e un numero di cellulare, e sai che lei si soffermerà sulla poesia ma anche sulla qualità della pelle, e aprirà le zip per vedere se mai un uomo che le scrive una poesia lasci anche un anello, un bracciale, qualche segno di gratitudine alla sua bellezza. E ti viene voglia di aprirla questa valigia abbandonata come un cane morto sotto il tavolo, di ispezionarne le tasche, prima che lo faccia lei, ma ti trattieni e guardi fuori, una spanna dal naso leggermente storto, per natura storto e interessante, comunque, se la tua compagna disse sì lo voglio, sempre sì lo voglio, anche stirare, lavare, cucinare, dapprincipio, perché l’amore ha le bende e l’acqua ossigenata, e non ferisce se bisogna faticare o mandar giù, l’amore infatti non deve nulla al mondo e si gioca nel corpo a corpo e standosi a guardare.
     E mentre stai così assorto, gli occhi al tavolo, un bicchiere di qualcosa bevuto da un pezzo, ecco che fuori, di là del naso di là dei vetri aperti, sta parcheggiando proprio lei, la signorina Alice, è il suo posto auto quello. Eccola lì, che cerca di chiudere a chiave la portiera, e si muove come una donna moderna, un po’ confusa, immagino, per il lavoro le tante cose in mente fatte e ancora calde nella testa, così che la chiave dell’auto, dalla fretta, cade e lei le dice, dice alla chiave, d’andare nei posti più sperduti a farsi fottere dal primo venuto, che non sarai tu, a guardare le leggi di probabilità, avendo lei due uomini o uno, ancora non sai, comunque troppi e già con un piede o due in casa sua. Tu saresti il terzo in graduatoria, uno che dovrebbe stare a guardare marito e amante succedersi l’un l’altro, sperando di trovare una falla nella giostra, così di infilarsi in quelle carni ancora piegate, adesso, a stanare la chiave sotto il telaio della Golf rossa, targata Trento. Altro non leggi vista la luce. Un fessura, quella nella giostra, dove magari nemmeno t’infilerai perché i tipi come te non piacciono a tutte, senza contare che in quella falla potrebbe intrufolarsi un altro baco, per scalzare marito e amante, lasciando impalmato il vicino, che saresti tu, naturalmente. Almeno fino a quando mi paghi mensilmente la retta e non dai i numeri.
     Vedi molto là fuori, sul parcheggio, ma non tutto, non i dettagli. E con quella luce fulva del lampione, che stempera ogni cosa, con quegli scorci, la curiosità cresce, cresce la voglia di vederle il viso, mentre il corpo già lo immagini, nella piega per la chiave caduta, infatti, si è svelato, il corpo niente male dentro il tailleur blu, ma il viso, quello ancora non sei riuscito a prenderlo per bene, e non vedi motivi per chiudere le tende, per ritrarti dall’osservare quella femmina ora pronta ad entrare nella nostra palazzina. Per anticiparla, tendi sicuro il braccio verso la valigetta, l’afferri per il manico come spinto da molla nella schiena, e, in pantofole marinare, pantaloncini e maglietta stirata male, con tutta quest’armatura estiva e domestica, squadernata, accosti l’orecchio migliore all’uscio, per seguire l’avvicinarsi dei passi, il tic tac felpato dei sandali. Nervosamente, riappoggi la valigetta a terra, la spingi in là con il piede sinistro, tanto da poterla riprendere all’occasione, e mentre lei cerca l’altra chiave per entrare in casa, tu già le fai ombra alle spalle: “Buonasera… Mi scusi…” balbetti, e, intanto che spulci altro da dire, qualcosa che dia credito alla tua prontezza di spirito, lei già ti ha inquadrato, col tuo peso medio, la media statura e il mezzo ciuffo castano e spettinato, che avevi giurato di tagliare, per lasciarti il lucido della fronte in bellamostra, che pare faccia il suo effetto. Può darsi, ma così conciato, gli occhiali da vista fuorimoda, le infradito: difficile sperare in qualcosa di buono o immaginare di peggio. Per questo, le cerchi sul viso un bocciolo, un segno bello che sopravviva in te un minuto ancora, dopo che lei sarà uscita dallo sguardo. Ma non trovi niente di speciale, li per lì. Certo i capelli mossi sulle spalle, la regolarità dell’insieme, il naso non d’ingombro, e certo il timbro della voce, non la respingono fra i corpi da evitare, ma nemmeno il colpo d’occhio t’ha sventrato, e per fortuna, direi, che così puoi meglio concentrarti e risolvere la questione. Che è semplice semplice: consegnarle la valigetta e salutarla, non prima però di aver fatto le presentazioni. Sì perché avere una vicina che vive come se tu non esistessi, una vicina finta bionda e per niente da buttare, che va e viene e nulla chiede a nessuno sul suo vicino di poche parole e scortese, non sarebbe bello a sapersi, proprio per niente questa storia della nuova vicina che ti snobba. E così dici “piacere, Michele Cecon”, aggiungendo che il profumo della sua pelle è lo stesso delle violette sul tuo balcone, fiori che non hai, naturalmente, felice d’avere centrato il bersaglio prima ancora che lei pronunci, sorridendo, il proprio nome.
     Dopo non sai che cosa aggiungere, ma il ghiaccio è rotto, e prima o poi le parole verranno. Intanto t’accontenti di queste, banali:
     “Dovrei consegnarle una borsa che ha portato un signore poco fa. L’ha aspettata…” Ma poi t’interrompi, e fai bene, se non vuoi dare l’impressione di aver passato il poco fa a spiare dal buco della serratura, che è come annunciare all’interessata, prima ancora che cominci, la fine della sua privacy, la chiusura dei suoi rapporti di buon vicinato con te. E tu non vuoi questo, vero? A dirla tutta, esattamente tu non sai che cosa chiedere a questa sconosciuta, che non sia il generico appuntamento oppure che ti aspetti lì qualche secondo, giusto il tempo di rientrare per recuperare la valigetta e dirle, tutto orgoglioso, “Eccola qui!”. Ma c’è dell’altro. Fosse solo questo. Fosse solo questione di avere qualcuna in piedi, sull’uscio o dentro casa, con la quale condividere qualcosa. Ma ti rendi conto? Se guardi fuori, ogni cosa ti si muove davanti illanguidita, come se fosse in panne: il lavoro, gli amici, il denaro, ogni cosa galleggia a mezz’aria, grigia. Per questo mi sei simpatico, ma è chiaro che non ci assomigliamo, non fosse altro perché io il mondo l’ho chiuso fuori da un pezzo, e non ho nostalgie, proprio nessuna, per tutti gli uomini e tutte le donne dei secoli, per tutti i fiati e i muscoli spesi a guadagnarsi il pane ed una fetta d’amore. Anche perché ho già dato. A differenza di te, che ora invece scalpiti per dare ad Alice ciò che è di Alice, quella valigetta del cazzo che ti tiene a zavorra, tu che sbavi senza dirlo per questa donna che forse ha uno o due uomini in agenda e nessuna voglia, magari, di scambiare con te nient’altro che un grazie, per il piacere che le stai facendo e per la scoperta d’avere un vicino gentile e pronto, che pur non osa per ora offrirle un caffè o qualcosa di magnifico da vedere. Perché lei ti ha inquadrato subito, chiaro. Tu sei uno che ci mette dell’energia nelle cose; se n’è accorta quando le hai consegnato la valigetta: un furetto avrà pensato, uno che a dargli spago te lo trovi sul sofà senza scarpe, con la birra in mano e la televisione accesa.
     Certo che ne hai di buon tempo! Sembra che tu non abbia altro da fare questa sera se non scoprire il senso di questa vicenda iniziata dieci minuti fa. Potresti accendere il computer, collegarti alla rete e aggiornare il tuo blog oppure leggere le e-mail, scriverne qualcuna, ma non c’è proprio nulla da fare, lo vedo, nessun interesse che non sia legato al presente indicativo, alla voglia di sapere se hai fatto bene o male ad impicciarti degli affari non tuoi. Non è nel tuo stile, ma nemmeno potevi tirarti indietro di fronte ad una richiesta di aiuto. E poi oramai è successo, di aprire la porta ad un estraneo, di ritirargli il bagaglio, di consegnarlo ad un’altra sconosciuta, che ora magari rischia la vita; è successo. E quindi ora sei nervoso, si vede, avendo ancora la sua voce calda che ti bussa in testa, e la curiosità di sapere che cosa le hai passato di mano, se l’inizio di una storia con spie gabbie e pistole oppure una semplice custodia per documenti d’ufficio, del lavoro straordinario da chiudere presto, prima che sia lunedì.
     Ad ogni modo, se l’uomo nero è il suo capoufficio, qualcosa non quadra, non fosse altro per la miseria della sua vita privata. Non che la tua sia speciale, se a quest’ora non aspetti nessuno e nessuno ti aspetta, però fatichi ad immaginare che una donna così non trovi di meglio da fare nei prefestivi. Comunque un dato è certo, te lo voglio dire anche se non puoi sentirmi: niente marito arrivato un’ora in ritardo per il trasloco. La gente al bar inventa di tutto, per passare il tempo. Nessun altro uomo in vista, dunque, se non, appunto, l’omino già sparito, in fretta e senza borsa.

 

3.

Ora c’è solo lei nel mio campo visivo, col suo pigiamino rosa, l’andatura estiva, e l’ingombro d’una custodia sottobraccio, anche lei sottobraccio a questa sera, e qui, perfettamente qui, come se lo spazio intorno l’avesse aspettata finora, lei e il suo pigiama leggero, il suo violino ancora chiuso e bello. Potessi vederla anche tu, di là! Tu che al massimo strimpelli i cucchiai, lavandoli. Ti sarebbe tanto piaciuto saper suonare qualcosa… Troppo tardi, mi sa, perché la musica va impressa nel tenero, come ho fatto io. Da ragazzo, in Bosnia, studiavo il flicorno. Ho anche suonato in un’orchestrina di amici, niente di speciale, ottone di retroguardia, io, ma senza invidia per il solista, visto la fine che ha fatto. Di notte musica e vino, di giorno la noia perpetua: non può durare, gli dicevo. E infatti è morto non vecchio la prima tromba dell’orchestra del mio paese: di cirrosi fulminante. Magari non c’entra l’alcol, non c’entra che il fisico si pieghi anche se allenato alle regole terrestri, che fanno caduta libera appena abusi di questo o di quello. Magari è solo questione di destino, di essere giunti alla fine del rotolo, della pergamena celeste, dove sta scritta la tua partita, ma di fatto e d’improvviso, a lui, il meccanismo s’è rotto, kaputt. Poteva morire lo stesso il mio amico prima tromba, perché il fegato sta dentro il corpo ed ha le sue logiche differenti. Non puoi sapere le mosse di chi non vedi, di chi non controlli. È come quando costruisci un palazzo, lo curi, punti tutto sull’impresa, ma non puoi conoscere i difetti dei tondini di ferro o le vene molli del terreno o se verrà ad abitarlo un peso morto, un sabotatore, uno che ama usare il martello sulle pareti. Lo sai soltanto dopo, che cosa succede dentro al corpo. E così nei palazzi.  Devi perciò prendere le contromisure in anticipo, se puoi, se ne hai l’ingegno, altrimenti non dura.
     Pensa: se la vita ti fosse andata diversamente, magari avresti distillato crome e biscrome per tutta l’esistenza, seduto al tavolo di cucina, intanto che l’acqua bolliva, o a sera, dopo il lavoro e la passeggiata con Nora. Se fosse andata bene anche con lei, voglio dire. Ma il destino ha deciso diversamente e, riguardo alla musica, lo ha fatto molto prima che tu arrivassi qui, fra i piedi. Fra i piedi come una palla, intendo, che a un certo punto diventa parte del tuo corpo, se la sai giocare, e te ne liberi con dispiacere, anche se devi. La palla, dico, ad una certa svolta della partita la spedisci in rete o altrove, se hai amici. Altrimenti te la tieni stretta, perché è tua e darla agli estranei proprio non ci tieni. La stringi e, come da bambino, te la porti a casa; qui, per esempio, adesso, e non senti più nulla, nemmeno il suono scorticato della signorina Alice, di là. Non senti nulla in casa tua, disteso sul divano, con il pensiero ladro che va dove crede, lasciando il corpo morto o insonne da sembrare scollegato. Sembrare, certo, perché il pensiero vola lo stesso e agisce sul corpo, lo muove, se vuole: eccola infatti la tua mano destra, d’improvviso, cercare a tastoni il cassetto, per prendervi qualcosa. Fa tutto questo il pensiero, volendo, lo fa, indifferente alla vita che rumina fuori, oltre le mura: è il groppo stridulo del violino, ed è la città, col suo intrico di freni, stantuffi e fumo. Ma è chiaro che Alice, per quanto carina, non sia abbastanza, lei, in confronto alle parole di Nora che adesso leggi nella lettera, è niente, e così segui l’inchiostro, e leggi e guardi il soffitto, con il corpo dentro il tempo, forse, all’ultima-volta-d’amore e alla bellacarne di lei, prima che sparisse, quasi un anno fa. A me invece questa musica, questo ferro incagliato nell’aria, mi riporta a quand’ero bambino, un ricordo triste, nato come coso scuro e riverso sul greto del Miljacka, e diventato, avvicinandomi, una bestia, un cane bombo d’acqua, un corpo umano, infine, scaricato dalla corrente, il primo corpo coso scuro e morto che vidi in vita mia, con tanta gente intorno, curiosa per come la vita, andata, non conservasse decoro.
     Ormai ne sono convinto: per evitare il dolore, il suo accanirsi, bisogna vivere dentro una bolla, ed uscire di rado, una bolla come questa, da dove posso osservarvi senza pericoli. Eh, bello il soffitto, vero? Specie ora che il violino ha smesso di lagnarsi e la signorina Alice s’è un po’ rilassata. Bianco e candido, il soffitto, e senza crepe, che danno il segno d’una battaglia persa, bianco come le cose quando devono ancora cominciare, come la tua storia, che pare arenarsi qui, dopo tanto fantasticare sulla vicina carina e la valigetta morso di cane, ancora con i pochi fogli che le sporgono dalla bocca: spartiti, forse, fogli contabili o chissà, perché lei non si degna di mostrarmeli e si mangia una mela, invece, sta seduta e con un coltello affilato le toglie i veleni, per addentarne la polpa, sana. Tu invece un morso lo daresti a lei, pelledipesca come tutte le belle donne del mondo, solo che di andare da lei, ossia di alzarti dal divano, ciabattare sino alla tua porta ed aprirla per raggiungere la sua, proprio non te la senti, che magari ha del lavoro da sbrigare, pensi, con quella valigetta che gli ha portato il suo capoufficio. So io di che cosa avresti bisogno adesso: di energia, come minimo, e della convinzione che ricominciare una storia d’amore sia più saggio che startene con gli occhi al soffitto, a fantasticare. Fai quello che vuoi, io sono stanco e me ne vado a dormire.

 

_____________________

Ringrazio Stefano Guglielmin per aver gentilmente concesso di presentare qui, integralmente, il primo capitolo del suo romanzo di prossima pubblicazione. Un breve stralcio era già comparso qui.

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14 pensieri riguardo “Senza dare nell’occhio – di Stefano Guglielmin”

  1. Stefano, mi piacerebbe sapere in quale dimensione si situa questa prova narrativa, quale spazio occupa rispetto all’insieme della tua produzione e della tua ricerca poetica. Sono portato a credere, da tutta una serie di indizi che vedo affiorare dal testo, che il legame sia molto profondo e radicato e non si risolva in un “taglio”, come, a prima vista, si sarebbe portati a credere.

    fm

  2. c’è un legame biografico più forte, dunque un nascondimento differente.
    alla base c’è comunque la visione tragica della vita che accompagna anche le mie poesie. con la narrativa mi sento più libero di inventare strutture tridimensionali, dando un tempo differente, più articolato, di immedesimazione al lettore. anche l’invenzione dei personaggi è un’esperienza che nella poesia non faccio. infine, questo romanzo ha la particolarità che il protagonista ha un blog dove scrive la sua storia d’amore. questo blog esiste davvero, ha avuto una sua vita reale, con bloggers che sono diventati personaggi a loro volta.

  3. Mi ha colpito molto, tra le altre cose, il lavoro che fai sul linguaggio e sulle strutture attraverso le quali passa una comunicazione diretta, estremamente disambiguata: ogni termine ricondotto ad un’area semantica che è “quella”, non confondibile, in nessun frangente, con ciò che non è riferibile a un dato esperienziale preciso e identitario.

    fm

  4. l’attenzione è rivolta al lettore, in modo che entri nel gesto, ne colga la matericità. come fa il pittore quando usa la spatola per stendere il colore, lasciando in rilievo i labbri di pigmento

  5. L’atmosfera qui si fa “stile”: la restituzione dell’immagine in tutta la sua chiarezza, affinché si colgano i bordi frastagliati non solo dei profili e del rilievo delle cose, ma della stessa luce che li svela.

    Il che mi ricorda, per certi versi (e il tuo parallelo con la pittura me la richiama ancora di più), la “lezione” di un altro grande dimenticato: Silvano Martini.

    Grazie per i tuoi interventi.

    fm

  6. io la dico: c’è qualcosa di esilarante qui, come in certe novelle di pirandello (e poi la prova del tu, così facile a romper l’ossa)

  7. sì, c’è l’umoristico, quel sentimento del contrario che ti fa amare la vita perché inevitabilmente, e per tutti, faticosa.

    poi c’è calvino, quella di “se una notte d’inverno…”

    grazie a tutti per la lettura.

  8. (Pirandello… Calvino… insomma, alla fine i Conti tornano…)

    caro Stefano, sono davvero contento di aver avuto qui, in casa Marotta, un primo saggio di questa tua impresa (poi mi dovrai dire quante lime hai sdentato nel labor!)

    e la “prova del tu, così facile a romper l’ossa” (db dixit) torna, come i Conti

    torna, perché domina il proiettivo, il “farsi un’idea vera di”, il “pensare come sarebbe se”, e in questo suo accumulo assillante (non dico ancora tragico perché mi manca di leggere il seguito) fa davvero giunto cardanico con la diffrazione dell’io narrante-osservante, come nella costruzione del personaggio (anche in senso teatrale, da Pirandello a Calvino, il quale si sa non rinnegò mai i suoi esordi come drammaturgo) la tridimensionalità deriva senz’altro dalla sua attività di blogger (in cerca di tanti “tu” possibili…) – e se non l’avessi segnalato qui sopra, avrei confidato la sensazione che gli mancasse qualcosa, in quanto fin qui letto

    e quanta proiettività in un blog-diario d’amore…!

    buona caccia all’editore!
    Mario

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