Ciò che passa rischiara il cammino

0021
(Luciano Testa, Cancellazioni, 2009)

ciò che passa rischiara il cammino
l’orma che il tempo frana
in vuoti d’ombre
lo cancella – lo rivela

Ciò che passa rischiara il cammino
(da: ErraticaMente, 2008-2009, inedito)

 

I.

 

non c’è forma conclusa
che possa contenere il desiderio della mano
la sua tensione inappagata
a immaginare cammini disegnare tracce
pensare il sentiero che conduce
alla voce iniziale della terra

[…]

vedi io chiamo senso il soffio che è chiaro nome del divisibile
e risponde in natura di grido dal labbro migrante dei giorni –
chiamo grido il tempo che trascolora sopra quadranti di enigma
e si consuma nel volo
dalla sorgente albale al mareggiare fossile del sole –
chiamo tempo il cammino della spina autunnale
che cresce tra le pieghe del respiro – il suo morso ardente di sete
che ricompone
in graffi di neve la voce

la pagina lo accoglie – frutto senza vento e insieme aroma e transito di semi a un dove che ripete la nudità del ramo la gemma presagita dove s’impiglia l’aria e l’orizzonte è vigilia di raccolto calice che trabocca di stagioni

vedi io dico la ferita che abita la distanza tra l’occhio e la radice
la restituzione ai giorni del sangue della terra
il filo di sutura che ci riannoda ombra dopo ombra al moto millenario
della luna
(così trattengo nel palmo il suo silenzio –
e nel presente
il vortice che spinge la maceria al lutto dello sguardo
al compianto dell’onda che lo ammanta che riappare e si dirada poi preme e si accorda al bagliore congiunto dei passi alla fiamma matura degli steli

declinati nei colori del tramonto
in processioni di nascite inevitabili
fedeli al lume dell’acqua
che rende la notte navigabile
e muove ogni cosa con la passione antica
di crescere e passare
reggere il peso di un corpo di polvere
sul filo invisibile del vuoto)

 

***

 

l’orizzonte che la lingua varca
iscrive in un diagramma di assenze
i punti cardinali dello sguardo –
un luogo a cui si accede senza mappa
seguendo il sogno ricorrente dei morti
di farsi parola

[…]

vedi io chiamo ascolto il deserto – madre che raccoglie ogni eco
che non si fa parola e ogni riverbero conserva dei suoi grani che
migrano in dissolvenze d’oasi e di fonti
li riplasma in florescenze di voci in grappoli di sorte – e la pagina
è vertigine di spazi ancora da pensare
messe di spighe esplose o uragano di roseto
che anche il giorno allarma
e la sua ombra
eclissi ripetuta sopra specchi trasparenti d’incompiuto
dove la morte sciama in dense brine e imprime il suo sigillo
nel passaggio
sporge dal lampo di un’orma senza suono
in quel fuoco ammutolito si rivela
imbarca la chiarità di volti lucidi per febbre
insofferente ai miti
che la sua mano recide
insaziabile
decimando labbra alfabeti lingue in disuso riconsegnate all’aria

                 è la sua notte – il foglio – la sua dimora
                 matrice e approdo d’improvvise grida
                 che scortano al di là del pendolo
                 ore sottratte alla deriva
                 lampade di tempo e spuma
                 che liberano bagliori di clausura
                 florescenze malate di quotidiani abissi

                                        è la sua notte – il foglio – la sua voce
che allora si tace – quando stupito sorvegli il suo silenzio
che ti ascolta
quando ignaro allenti la morsa
con cui costringi il corpo in strali di carne
e porti incendio al tuo occhio di sonno
fino a che l’iride urla una piaga di luce
e ogni immagine fluisce dall’orbita
in fiamme
precipita oltre il margine in ombra
nel notturno svelato di te che passi e rischiari il cammino

(all’occhio superstite
rabbrividito in sguardi di serpe amorosa
alla tua pupilla in attesa
insegna che l’alba è il passo mancante
il tragitto inaudito tra membra e digiuno
il cammino a ritroso – è veloce la cenere il riflesso
che nomina il bianco – verso
il prossimo rogo)

 

***

 

le ombre della caduta
levigate dal naufragio del cielo
sono segni accampati sul rovescio
controluce dell’abisso – la polvere esatta
di quanto inesplorato scompare
un lampo a oriente
un fuoco che imbrunisce

[…]

solo la pagina sa riconoscere il tempo che la mano si trascina
alle sue rive – verso i margini dove l’inchiostro misura la colpa
che coniuga veglia e passi e lentamente si agita
fermenta umori di linfa
come la sabbia al presagio del primo vento d’acqua
come il pensiero
che si fa lingua di canto
di fronte all’oscurità semplice del possibile

solo la pagina ricorda –
che abbiamo consumato tutti i sentieri tutto il pane dei giorni per quell’ultima goccia tutto il sale che basta a raccontarla tutti gli sguardi d’improvvisa lontananza dalla terra del nostro inudibile ritorno

ma le immagini e gli echi di ieri ancora comprimono la retina ancora reclamano insolubili il numero continuo delle stagioni ancora la pelle attraversa svuotata di sogni il principio del mattino –

l’ora che riemerge
spoglia della veste d’ombra del fuoco
e si lascia alle spalle la dimora materna dei fondali –
dove si scioglie e si riaggruma indivisa ogni somiglianza
dove il volto dei morti trascorre lentamente agli specchi –
alla foce

quel volto dico –
l’impenetrabile figura
che balena sul confine di ogni sillaba

 

***

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12 pensieri riguardo “Ciò che passa rischiara il cammino”

  1. Leggo parole d’alba e tramonto al rivelarsi di un passato che diviene luce, sentiero per future orme. E il soffio del dire, velata trasparenza, eterea farfalla nel vuoto-panico del tempo, sospinge all’interno la parola fino a ricucirne l’essenza, a svelare attraverso il ” ciò che è stato ” , nuove forme-parole-luci.
    Testi dal fluire pacato, come avviene, forse, quando il confine del sogno si squarcia tra le pagine del tempo e della coscienza e tutto, tutto, anche il passato, la parola passata, si pone in una dimensione di quieta contemplazione, di ritorno al ventre fecondo dal quale attingere nuove trasparenze perchè anche ciò che si cancella, in qualche modo rimane segno-parola-conoscenza, e nel suo rimanere, ombra dietro ombra, rivela e separa il chiaro dallo scuro, un sipario che si chiude per riaprirsi ancora a nuove rappresentazioni. Forse.

    Grazie Francesco con un forte abbraccio di cuore.

    jolanda

  2. L’erranza si fa vertigine, caos di profili e ombre, passi nel deserto che rivela e cancella. Un’oscillazione tra l’inizio e la fine, che li compenetra, li fonde in un unico grido. Quel lampo di verità che ustiona il palmo ed è già perduto e l’impossibilità di quell’ “ora che riemerge” di durare anche solo per un ulteriore minuto.
    Questo è quel che leggo, almeno.
    Sempre bravo, sempre.
    liliana

  3. Ho appena iniziato a leggere, come sempre mi ci vorrà molto tempo ma è tempo speso bene.
    La tua scrittura si fa riconoscere, eppure da un luogo noto si muove e migra. Questi testi mi sembrano più fisici, saranno le albe i semi i rami gli steli, i deserti le spighe le rive il pane, ed al tempo stesso ipnotici nel ricondursi a immagini che si ripetono e poi prendono fuga nuovamente – la pagina, la notte, o quel “vedi io chiamo vedi io dico” che torna.
    Sarà davvero tempo speso bene.
    Grazie

    ft

  4. “lingua di canto / di fronte all’oscurità semplice del possibile”. Una lingua, la tua, una parola poetica che cammina restando ferma, che si trasforma restando immutabile, quasi che il tuo poema, da sempre ininterrotto, fosse il tempo di un ipnotico gorgo, di un vortice-visione, in ascolto perenne della sua musica, della sua ossessione.
    Grazie, Francesco.
    Marco

  5. “ciò che si cancella, in qualche modo rimane segno-parola-conoscenza”, un “lampo di verità che ustiona il palmo ed è già perduto”, “nel ricondursi a immagini che si ripetono e poi prendono fuga nuovamente”: in “ascolto perenne della musica” del passaggio, dell’ossessione che è traccia senza suono dell’impossibilità del dire.

    Vi ringrazio.

    fm

  6. Il tempo raccolto nella parola attraverso il suo passaggio e il suo svanire nelle cose. Piace molto anche a me il [–vedi io chiamo… vedi io dico…-] in cui l’Io accoglie dentro di sé Natura e In-finito e li traduce nell’apertura di una poetica che scavalca il proprio confine e vuole corrispondere oltre il limite stesso della parola e del suo silenziarsi nel tempo in versi hanno una dis-tensione di nuova intimità.

    grazie
    lisa

  7. declinati nei colori del tramonto
    in processioni di nascite inevitabili
    fedeli al lume dell’acqua
    che rende la notte navigabile
    e muove ogni cosa con la passione antica
    di crescere e passare
    reggere il peso di un corpo di polvere
    sul filo invisibile del vuoto

    di cartoline col tramonto ne se trovano in ogni dove, ma il respiro degli incendi del crepuscolo (che è anche prima dell’alba) che ci faceva assaporare la fotografia di un film come “Un uomo chiamato cavallo” è tutt’altra cosa – ecco, quest’idea mi si è associata immediatamente alla prima lettura, questo divario fra il semplice dire “i colori del tramonto” e immergere invece l’enunciato in una concatenazione di immagini che ne risvegliano a forza l’abissalità – questa infine è la grande fatica di chi scrive, non solo mostrare lo straordinario nell’ordinario (che è compito anche di tanti altri linguaggi performativi) ma eccitare lo straordinario che sussiste nelle parole più rovinate dalla puntina del gira-giorni, perché solo là dentro esistono quelle vibrazioni di senso che altre allocuzioni non racchiudono (… forse)

    grazie di questo *dono*, Francesco
    (e poi, quel “seguendo il sogno ricorrente dei morti / di farsi parola” …)

    da una Mens che a forza di Errare è inciampata nell’Ob-vius

  8. Non sono capace a commentare i tuoi versi, Francesco, sarei comunque riduttiva, approssimativa,inadeguata.
    Mi piacciono moltissimo- forse per tutte le ragioni sopra elencate dagli altri tuoi lettori.
    —e quella …”impenetrabile figura/che balena sul confine di ogni sillaba” è da exergo.
    Tanti tanti COMPLIMENTI
    lucetta

  9. Ringrazio tutti per l’estrema bontà.

    L’interrogazione dei segni, inafferrabili, del passaggio e il dialogo con la voce inudibile di tuttò ciò che trascorre, sono diramazioni di un unico sentiero: percorrerlo, equivale a compiere una di queste due operazioni che, “obvia-mens”, sono sostanzialmente equiparabili, se non proprio la stessa cosa: produrre dei testi (quale ne sia il valore), oppure “produrre” un’istanza di (auto)ricovero alla n….

    Un caro saluto a tutti.

    fm

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