In memoria di Marco AMENDOLARA (1968-2008)

Marco Amendolara

I piedi non indovinavano
la terra, e la tua mente
ti illuminava a intermittenza,
come un mirabile neon consumato.
Rovinando, formulavi
una domanda vana.
Rimorso o minaccia, lo sguardo
colpiva per annullare
papaveri, centocchi, serpilli.
Nessuna dolcezza,
e deserti i dintorni della persona.

 

           Mario Fresa – La vita infinita di un poeta

Ricordare un amico scomparso significa percorrere una strada verticale e impervia, dolce e difficile. La gioia si scontra con l’asprezza di un’opprimente assenza. Il fratello che ci ha donato affetto, sorrisi, confessioni, dubbi e tenerezze adesso vive, perennemente, nel solco di una remota e silenziosa richiesta di ascolto.

Chi accoglie tale dialogo al buio (impossibile, eppure necessario) propone, a sua volta, sospese domande, meravigliate e bianche. Esse toccano e disegnano, continuamente, l’azzurro del vuoto, rendendo questo vuoto più carico ancora di senso e di necessità.

Marco è un poeta. Non possiamo non parlarne col tempo presente. Ciò che ha scritto, ciò che ha sognato per il tramite dei versi ora si mostra a noi con una luce inconsumabile che insegna a meditare sulle ragioni della bellezza, sul fascino segreto di un tempo infinito.

Marco è un poeta: dunque ha vissuto una seconda e una terza e una quarta vita; anzi infinite vite che gli hanno offerto, di là da quella breve e fulminante esistenza terrena, nuovi pensieri che le parole, sedotte dall’altezza dell’impresa, hanno voluto narrare e carezzare, inseguire e catturare. Perciò, mio caro Marco, non vi è mai nessun tramonto per un poeta: egli sa tutto, prima ancora di capire; nulla concede al tempo o a se stesso, ma tutto riserva al mondo e ai suoi doni incomprensibili ed eterni.

Perciò l’assenza di un poeta noi dobbiamo misurarla con altro metro da quello abituale. La dilatata coscienza del suo sguardo non coincide col suo corpo o con le anguste contingenze entro le quali ha combattuto.

La sua vita è infinibile, davvero: e adesso Marco, uomo e poeta, spiegherà a chi resta quali danze tracciare, quali fiori aspirare; egli, a chi resta, indicherà, alla fine, quali sogni ricamare nella tenera sembianza delle attese.

Sempre dirà parole estreme, nel soffio luminoso di ciò che mai finisce di risplendere: come una stella o come un dono prezioso e inaspettato.

(Da: AA.VV., Mio caro Marco…, a cura di Mario Fresa, Salerno, Edizioni L’Arca Felice, 2008.)

___________________________________________

Da: Marco Amendolara, La passione prima del gelo. Poesie 1985/2006, con uno scritto di Mario Fresa (*), Salerno-Lucca, Ripostes e Il Marocchino Blu, “Il Segno”, 2007.

(Rimmel, 1986)

I

Lentamente
scrivo sulla sabbia lievemente
con dita poco appuntite, dolcemente,
(par délicatesse) forse, scrivo
parole di cenere per farmi intendere
con più certezza di morire

XX

Le mie poesie si compongono di odii
uccidendomi stratagemmi di delirio,
cripta che vede in pezzi un’eleganza rara
una fine di stelle

XXII

Alla settima coppa
Babilonia si apre di lilla,
e grandi effluvi sprigiona;
(macabra fine, dipinta di
bianchi veli)
con i miei occhiali da sole
varco le mura…

(Seymour, 1989)

Dopo un incendio di parole
Bisogna che le stelle
Invitino il poeta a riposarsi.
Nella cenere del sonno
Le palpebre si socchiudono,
Il sogno prende ali di rosa
Diviene fiore e sigillo
Del giorno venuto e venente.
Nella Venere del cielo
Gli occhi riconoscono
La propria struttura acquea,
E si chiudono nel bianco
Di nuove ipotesi
(I guanti rosa di Baudelaire
Sono un’altra meraviglia del mondo).

*

Il non detto è la prigione della lingua
E le superfici róse, le apparenze
Che non ingannano, si fanno
Come niente specchi del destino.
Nell’enigma degli occhi il poeta
Diviene esteta, profeta degli dei
Fedifraghi del proprio essere.
Nello schianto delle tempie,
Emozione che il cielo non contiene,
Celato il filo d’oro si dipana,
Crea nella mente nuovi magmi.
E’ nostro augurio
Che il vestibolo sia questo.

*

Fine e perversione
Di alcool o follia
E’ scheletro
Di questo libretto: canto, allegoria,
Reliquario di muse alchemiche,
Delirium tremens, magico scontro
Di machinae angelo rum.
Malgrado il pensiero decadente,
La vanità gola di vita e di lussuria,
Tutti gli angioletti di questo mondo,
I micini, le pantere e le ragazze
Sanno
Che la rarefazione dei cieli
Non scompare
Né finirà
Grazie a bestemmie o a radiazioni.

(Stelle e devianze, 1993)

Fantasmi (1)

Chiamare amico se amore non è aprire
perché una parola è tutto e tu sei
maestro di gesti, un lungo fuoco orientale
a notte, portatore di fiori,
non avrai altro corpo che quello
e basterà per sempre,
nessuno troverà il nome.

Fantasmi (3)

Quello che scrive, per quanto si sa,
potrebbe essere anche lì a bere birra
o a leggere l’ennesimo poeta francese.
O un servo, un attore col sigaro acceso.
Insomma un cadavere quanto altri
pronto all’incendio alla forza pregante
in cerca di messaggi senza parole
tutto consumato nel buio dell’indecenza.

Fantasmi (4)

Fra le docce non ogni scherzo
è permesso perché l’energia
va sempre conservata per disegni
migliori dice l’acqua che scende
su un corpo di bagnoschiuma,
mentre l’ombelico parla una nuova
lingua, verticale quest’altra,
ascensiva, come un viaggio
di bicicletta fra prati
quando la stagione invita al grido
e alla licenza.

A Barbara

Ma i giorni si sono rinnovati nella ricerca,
e più vicini agli angeli perché più umili
i corpi sembrano contenti di vivere
e di bere, ameranno scardinare porte,
chiedere un po’ di celeste sui soffitti;
poi, senza fare baccano in lettura,
suggerire a chi più gli piace i versi
di uno che dice:
“E quanta voglia ho di lasciarmi andare,
di fare un po’ di chiacchere, di dire la verità,
di mandare lo spleen alla nebbia, al diavolo, alla forca,
di prendere qualcuno per mano e: Sii gentile,
dirgli, visto che andiamo per la stessa strada…”

A Guido

In incendio dal centro un corpo
è chiamato alla lotta, fra veglia
e veglia, fra sosta e sosta,
sotto la pioggia, in gara,
accanto alla forza delle parole,
nel vino, nel vivo, fra rosso e gelo,
fra amici nel grido o nel buio
una voce giusta chiamata in silenzio
lo sguardo.

*

Esodo

Non è come voce scrittura è più santa
e puttana è di chi legge o riscrive
è di chi in parola e in sguardo vive
le indecenze e le stelle, le forze
che il centro di me hanno aperto
alla fuga.

(1993)

*

Ritorno delle stelle

I

Riappropriarsi della gioventù
dopo un lungo freddo
è un esorcismo necessario,
ora che la stanchezza invade
lo sguardo, il ghiaccio ti possiede,
mentre gli anni rifioriscono
e dici: «è tutto ancora da vivere,
c’è tempo»…

II

Quando dici: «gli altri
non esistono»,
è difficile
non annullarsi in te.

(luglio 2006)

________________________________

(Inediti, 2005/2007)

Fu quella sola volta,
seduto al tavolo,
che avesti la sensazione
di vivere sempre,
finché il vino rimase
nel bicchiere.
Dopo, un sapore di ferro
e di sangue invase la bocca,
ti assediò,
e i fantasmi continuarono
una losca frequentazione.

*

Il gatto, astratto nel paesaggio lunare;
solo, un uomo, lungo un sentiero
dove ogni cosa sembra straniata,
lui per intero, anzi immerso
così completamente nel paesaggio,
da essere unito a quello e indistinto.
Guazza, orti, batraci, giardini,
cavolaie che si attardano sulle verdure;
e tu, dissolto, cenere,
tu stesso orto.

*

Quando non hai corpo ti conosci meglio,
scorre e dice l’acqua
mentre si specchia in te;
quando non sei corpo
susciti ogni meraviglia
e, meravigliato, sei sbigottito
della conquista.
La natura ti annulla, è niente,
e tu sei natura.

*

Tutto questo freddo da quando
sei nato; forse è la fine
che viene a liberarti, si spera
nel segno della salvezza.
Per il resto, conviene fingere
ogni smargiassata, adottare
comportamenti da gaglioffo,
per illudersi che questa misera
presenza non scompaia del tutto.

________________________________

(*) Mario Fresa – Veleni e incantamenti

Questa bellissima raccolta autoantologica delle poesie di Marco Amendolara pone il lettore di fronte a una voce che sa disegnare, con un’energia vitale forte e decisa, una visione del mondo che è insieme precisa e dubbiosa, innamorata e cinica, luminosa e notturna.
La dicotomia nella quale si dibatte e si agita nervosamente tale voce poetica è ravvisabile anche nella scelta e nell’impostazione delle traduzioni-riscritture da alcuni poeti del mondo classico latino (da Orazio a Catullo, da Properzio a Ovidio), i cui versi sono trasformati per il tramite di un insolito impasto stilistico che comprende sia l’abbassamento concreto e realistico, che sembra scivolare verso la medietà della prosa, sia l’altezza di una prospettiva elegantemente aulica e raffinata.
Il gioco della deviazione-metamorfosi perseguito nelle traduzioni (già apprezzate da Giuseppe Pontiggia, che parlò di imitazioni «aderenti al nucleo tematico e insieme inventive e originali») fa intendere uno dei tratti più significativi di Amendolara: e cioè l’impulso a “tradire”, appunto, con frequenza, la continuità di un’unica dimensione del proprio sguardo, che appare sempre in vena di una drammatica e gioiosa contraddizione, in cui tutti i sentimenti convivono insieme con il loro esatto rovescio (dolcezza e crudeltà; sapienza moderatrice, “socratica”, e furore dionisiaco; veleni e incantamenti; gelo e passione).
C’è una tensione inarrestabile nella lingua poetica di Amendolara, sospesa tra la leggerezza e l’angoscia, tra la carezza e la ferita: in questi versi si indovinano brividi imprevisti e inquieti stordimenti, come accade nelle poesie dell’ultima sezione del libro (si legga, a mo’ di esempio, il seguente passaggio, notevole per la forza energica e visionaria che l’investe: «Ma i giorni si sono rinnovati nella ricerca, / e più vicini gli angeli perché più umili / i corpi sembrano contenti di vivere / e di bere, ameranno scardinare porte, / chiedere un po’ di celeste sui soffitti»…).
Imprevedibile e scattante, sonante e concretissima, la poesia di Marco Amendolara si manifesta con il corredo di una dolente ansietà che ricerca continuamente la salvezza di uno stordente slancio d’amore, salvo poi allontanarsene per il timore di una finale, totale caduta: paventando, forse, il pericolo che può infine comportare la contemplazione dell’amorosa felicità, foriera, nel suo più alto compimento, di distruzione e di auto-annientamento.
I testi che si leggono in questo singolare libro risplendono sempre, ad ogni suono, ad ogni passo, come un’accecante esplosione di luce che sia sùbito accompagnata e vinta dalla calma di un crepuscolo improvviso.

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Notizia bio-bibliografica

Marco Amendolara (Salerno, 1968-2008) è stato poeta, saggista, critico d’arte e letterario, giornalista pubblicista e traduttore (da Lucrezio, Catullo, Virgilio, Orazio, Tibullo, Properzio, Ovidio, Persio, Lucano, Stazio, Ausonio, Apuleio).

Laureato in Lettere moderne e in filosofia, ha collaborato a vari quotidiani e riviste, tra cui «Il giornale d’Italia», «Il Mattino», «Caffè Michelangiolo», «L’area di Broca», «Polimnia», «Silarus» e ha fondato e diretto varie rassegne letterarie e collane editoriali.

Ha pubblicato i saggi La musa meccanica (Pellicanolibri, Roma, 1984; nuova edizione ivi, 1994); Indagine su Oscar Wilde (Ripostes, Salerno 1994), Taverne e fantasmi (Edizioni dell’Oleandro, Roma, 1996), Apparizioni a mezzogiorno (Tesauro e la Fabbrica Felice, Cetara 2001), Tinture disumane (Tesauro e la Fabbrica Felice, Cetara 2001), Doppio magma. Arte e scrittura in Soffici, Savinio, De Pisis, Cremona (Tesauro e la Fabbrica Felice, Cetara 2002), Parole variopinte (Tesauro e la Fabbrica Felice, Cetara 2004); le raccolte di prose e aforismi Mani addosso (Marocchino blu, Lucca 2001) e Vascelli, tatuaggi, selve e saette (Marocchino blu, Lucca 2002); i libri di poesia Rimmel (edizioni Extravagantes, Ravello 1986), Seymour (Altri Termini, Napoli 1989), Stelle e devianze (La Fabbrica Felice, Cetara 1993), Epigrammi (Nuova Frontiera, Salerno 2006), La passione prima del gelo (auto-antologia di poesie e traduzioni, Ripostes e Marocchino blu, Salerno-Lucca 2007), L’amore alle porte (Plectica e Bishop, Salerno-Giffoni Sei Casali, 2007). Il libro Catulliane e altre versioni (Tesauro e La Fabbrica Felice, Cetara 2002) raccoglie tutte le sue traduzioni-riscritture da poeti latini e tardo-latini. Ha curato, inoltre, volumi su Lewis Carroll, Contessa Lara, Remigio Zena, Giovanni Camerana, Georges Simenon.

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16 pensieri riguardo “In memoria di Marco AMENDOLARA (1968-2008)”

  1. Io nemmeno sapevo della scomparsa di Marco… Sono molto addolorato. In anni ormai lontani avevamo avuto uno scambio fecondo in poesia… Conservo i suoi libri e plaquettes in un posto speciale della mia libreria, e ora del mio cuore…
    – Elio Grasso
    elio.g@tin.it

  2. Trovo nei limpidi versi di M. Amendolara il presagio della morte e della dissolvenza. Non saprei dire con quale grado di consapevolezza esistenziale il poeta trattasse queste problematiche, ma avverto nel fluire dei versi il compimento di un destino che è al tempo stesso luce e buio. Luce tramessa dalle chiare parole della poesia; buio di un altrove che riconsegna l’uomo all’enigma filosofico che egli è.

    Rosaria Di Donato

  3. Conoscevo alcuni libri di Marco, che avevo letto negli anni novanta (chissà dove sono sepolti ora…) Mi addolora davvero la sua scomparsa. Da quello che leggo adesso mi ritorna viva una voce originale e intensa, che avevo scordato. Continuo a pensare che, in questa dimora, il tempo sospeso è il tempo dell’evocazione, del non dimenticare quanto non va mai dimenticato… Vorrei proprio possedere questa antologia. L’andrò cercando…
    Un abbraccio, Marco

  4. grazie Francesco e grazie Mario che mantenete vivo il segno, il gesto di Marco.
    quante volte sono tornato a leggere i suoi testi, i libri, i versi dove ‘diceva’ e quante volte non ‘ho capito’.
    con Marco nel cuore e nella ragione

    un abbraccio

  5. Leggo con emozione i versi di Marco Amendolara che mi colpiscono come mi colpisce il suo viso disarmato e disarmante nella bella foto. Emozione non solo perché non è più tra noi e se n’è andato in silenzio, ma perché queste poesie-in parte a me sconosciute- sono davvero notevoli e struggenti.
    Grazie Francesco, per tutte queste voci semprevive che ci fai ascoltare nel tuo prezioso blog
    con affetto
    lucetta

  6. Vi ringrazio per i commenti e le testimonianze e mi associo ad Alessandro nel ringraziamento a Mario Fresa, per il suo encomiabile lavoro al servizio della poesia, svolto per giunta in una realtà che, ancora più che altri luoghi della penisola, è relegata ai margini della stessa marginalità in cui questo settore vive.

    Dico solo che, anche per me, Marco Amendolara ha un posto nel cuore e nella mente: nel cuore ci sono i suoi occhi bambini che sembrano, in quella foto, sorvegliare chi sa quale indicibile lontananza; nella mente, il ricordo indelebile di un libro di una bellezza e di una compiutezza disarmanti, senza pari, quale “Stelle e devianze”.

    fm

  7. non conoscevo affatto Amendolara, forse per questo riesco a contenere la repulsa per questo scandalo che attende l’uomo, ma che in chi muore “caro agli dèi” sembra ancor più disgustoso

    eppure non riesco a non pensare che davvero Marco Amendolara abbia saputo mettere in pratica la massima (senz’altro a lui classicista nota) “vita sapientis meditatio mortis”: da questa “piccola” selezione di testi traspare molta luce forse proprio per questo suo costante guardare alla finitezza

    regalandoci pagine che aiutano davvero a far luce sul senso di questo scandaloso destino

    grazie Francesco per questo “monumentum”
    ma soprattutto… grazie Marco!

  8. Mario, la sua produzione andrebbe tutta “riletta” e studiata criticamente. Le sue traduzioni dai classici latini sono veramente “uniche”: Catullo, ad esempio, sembra di leggerlo per la prima volta.
    E poco importa, nel caso non piacessero a qualcuno… per quel quid di “infedeltà” (che, come diceva un saggio, rende “ogni imperfezione una cima”).

    fm

  9. solo oggi ho saputo che ci hai lasciato ,Marco. A te il mio pensiero grato: hai scritto un bellissimo, intenso saggio sul mio llavoro. Un rimorso:ti avrò ringraziato col cuore in mano. Sarò riuscita a scaldare un poco il freddo che hai sentito in vita? vorrei darti un bacio sui capelli. KIKI

  10. Gli umori di una casta e il ricordo di Marco

    A me sorprende la spregiudicatezza con cui si nega un’opinione che è stata affermata in modo manifesto e inequivocabile, che Marco Amendolara non era nipote di un noto docente. Come si può? Questa si chiama mistificazione dei fatti e dissimulazione della verità. E lo dico perchè polemiche astruse si sono consumate sul suo talento, che di sicuro è stato favorito dall’appartenenza ad una casta di intellettuali ben definita…. ad ogni modo il suo modo di affrontere debolezze e difficoltà non è stao un grande esempio per i suoi alunni. Eppoi, ancora ricordo visivamente quei manifesti obbrobriosi che lo ritraevano sui muri. Anche sul dolore della sua famiglia si è speculato.
    Ha ragione chi dice che: ” Dante come Rino Mele era un intellettuale di destra ( pensate, predicare il ritorno all’ Impero mentre stavano fiorendo i liberi comuni-“. Ma nella sua affermazione c ‘è un errore di grammatica. Dante non era ( tempo imperfetto), Dante è ( tempo presente) un intellettuale di destra. Dante è vivo ed è lui che ogni giorno sprona a combattere il multietnico ( ” diverse lingue, orribili favelle”), il multireligioso ( ” dei falsi e bugiardi”),il globalismo ( ” Pluto,il gran nemico”), i costruttori di grattacieli( ” principio del cader fu il maladetto superbir”), i negatori dell’ Inferno( ” Dio vuol che il debito si paghi”).

    Marco Amendolara è morto. Nel giorno di una ricorrenza dolorosa per molti di noi che hanno ancora bisogno di eroi, si sputa che sono meglio la fame sessuale e l’abuso allo stuolo pericoloso dei ricchioni.
    Sì, perché gay è l’unico ritegno in bocca a un ingordo senza limiti di brame e decreti che lo obblighino alla decenza. Del resto, come dimenticare meglio in questo clima di ossessione all’ascolto e consenso un poeta, che difendeva anche brutalmente il valore esistenzialistico dello scrivere come altra fame e sete?
    Come zittire più efficacemente un “ossesso” non certo di volgarità impunita, ma istinto insopprimibile verso un’azione che è prima di tutto espressione?

    Da questa soglia di oggi, fatta di una memoria improbabile e insultante, un vuoto che così abilmente distingue noi salernitani amici impegnati (non presunti)a frugare e filmare i delitti altrui o a sorridere, giustificare e persino condividere la bava indecente di pseudo critici e professori deluchiani che eruttano solo vergogne, ci scordiamo del poeta!!!

    Una sola cosa imputo a Marco che non iniziò a comporre in dialetto e criticare proprio questa «forma razziale dell’umanità», smania pericolosamente borghese. Quella degli Apolito, dei Rino Mele di turno e via via… alcuni di costoro hanno speculato persino sul suo suicidio.

    Egli è una vivente contestazione». Il vero porcile è quell’inferno pseudoculturale di Salerno con cui convivere senza destarsi, l’orgia violenta dell’indifferenza.

  11. Marco, mi sei rimasto nel cuore …
    … ti ricordero’ sempre con tanto affetto. Non potro’ mai dimenticare “l’espressione” del tuo viso, la stessa fino all’ultima volta che ti ho incontrato e parlato….
    Cinzia.

  12. Lioni, 23 nov.2011, h 17:52
    Bene, amici,
    comincio da poco navigare in internet e sono contento di aver trovato qui uno scritto di Mario Fresa – che conosco un po’, ma certe volte m’ignora :-) – in ricordo dello sfortunato Marco Amendolara.
    Ho conosciuto Marco a Salerno ( quattro o cinque anni or sono) frequentando, sporadicamente e amichevolmente, lo scrittore Domenico Notari e i suoi interessanti laboratori di scrittura creativa e ricordo l’attenzione di Marco nei miei confronti perchè intervenni in un dibattito e, invece di parlare, mi espressi con due o tre poesie improvvisate.
    Quella sera, s’incuriosì moltissimo e restammo, a discorrere di poesia un paio d’ore – a tarda sera- .
    Era sorpreso di questo mio modo errante di far poesia e fu alquanto affascinato dal mio quaderno, alla fine si soffermò molto sulla mia scrittura dialettale.
    Così gli regalai alcune cosucce dialettali, strappandole dal quaderno e lui fece di tutto per rincontrarmi un’altra volta a Salerno presso la Galleria Selezioni d’Arte di Beppe Figliolia, ove Notari teneva le sue lezioni di scrittura creativa.
    Ricordo che mi chiese, sempre a corso finito, fuori, passeggiando per Piazza Casalbore, di leggergli le ultime cose dialettali e lui, compiaciuto, dopo la lettura, sbirciando con occhi buoni nel mio quaderno, disse più volte: – Bello, rileggimi questo passaggio, quest’altro – e, ogni tanto mormorava : – Ce sta poc’a fa’, la tua arte ha un ritmo avvolgente, dovresti pubblicare ‘sta roba che leggi benissimo, poi vedrai.., hai una voce che passa e che risuona, fai una selezione, una cernita accurata e via!…”-
    Mi sembrò troppo importunarlo e per riservatezza mi astenni dal telefonargli, etc. (oggi non farei più questo errore:-)! finchè in una soloita mia andata salernitana seppi dall’amico Notari della sua tragica fine: improvvisa, truculenta.
    Mi resta nel cuore una cicatrice e un rimpianto di non averlo nel frattempo cercato e stretto amicizia….—————————–

    Spero di non avervi annoiato.
    Grazie del post, grazie per questi scritti e per questa memoria che mi ha fatto rifiatare insieme a voi.

    Lascio pubblica la mia mail, anche se maldestramente scrivo in una scomodissima finestra di tin, perché non ho Outlook Express.

    Chiedo scusa per errori ed imprecisioni, Gaetano Calabrese dall’Irpinia.
    = gaetanocalabrese(chiocciola)tin(punto)it =

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