Quaestiones – di Antonio Sabino

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(Macrobius, Mappa Mundi)

[I testi di Antonio Sabino sono tratti da Gerico non cade.]

     QUAESTIONES

… che non è questione di farsi chiamare Poliorcete
prendi questo
prendi quello
prendi una villa, un paese, una regione, una contea,
prendi un castello

e tutti ti guardano come se avessi dato tutto in quel momento
neppure considerano che non afferri te stesso,
d’altro canto come potresti afferrare chi afferra
non hai abbastanza mani,
non hai braccia adeguate,
no, non è questione di saper fare e di saper vivere,
anche se già sentire sufficiente il proprio nome è buona cosa.

Getta la mano senza riguardo per il tempo trascorso
Vicoli le vie che si srotolano ai tuoi lati
Cavalieri che s’avventurano, senza riguardo, nella tane dell’orso
Culle ricolme di bambini appena nati

Creare un concetto, creare una idea,
non pensare che sia come un tartufo
roba da maiali
sepolto sotto la terra in attesa,
è volgare, è volgare,
quasi volgare come chi si ferma alla mimica,
chi si atteggia, chi si fa abbacinare
dal cappello, dalle unghie,
non è colore questo non è tintura
non è neppure imbiancatura
no,
senti le parole come fluiscono?
Beh dai, su, bella scoperta,
dice quello che guarda sulla carta,
sanno tutti che quel luogo,
l’università, è, alla fine, un centro di ricerca,
dai non dire così “bella scoperta”,
è certo non è più una idea,
neppure un tartufo
-ma a volte, visto chi ci grufola dentro…..magari…-
no, non è un tartufo,
almeno questa faccenda della ricerca
è più una Fenice senza gas,
già,
le hanno dato una bella fiammata
e poi è venuto fuori il burocrate, il contabile,
con il taccuino fitto fitto di conti in rosso,
e ha detto, dai non si puo’, e ti ha chiuso la valvola,
allora questo mucchietto di cenere?
Tu guardi loro, loro guardano l’oro e te?
Non saprei, mi faccia pensare,
avremmo a casa il corredo buono,
ha presente?
Sa è roba ereditata, lenzuola di qualità,
prendiamo tutto e filtriamo
facciamo un bel po’ di liscivia
– no, non con la a, hai capito male….anche se il dubbio ti viene..-
e giù con il lavoro,
lei che ne pensa,
potrebbe venire da noi a fare tutto questo?
Ma riattaccare il gas?
No, per carità, non quadrano i conti.
Neppure la canna del gas mi lasciate?
No, non quadrano le ho detto,
e poi era roba vecchia questa, ora deve innovare,
si innovi,
rinnovi,
trovi,
dica,
facci
Facci?!
Facci, facci,
– a quanto pare rinnovano pure la lingua-

Il ritornello non è marginale nell’evoluzione
Di un pensiero che da vari punti è contraddittorio
È un calmare i sensi, una territorializzazione,
Un mettere in poltrona comodo l’uditorio

Sì…ma la ricerca
E basta con sta ricerca,
ha finito? Non può passare la giornata a tempestarci le meningi,
ricerca, ricerca, ricerca,
non serve se non come era ora in polvere,
ci dia pure una lucidata ai gioielli
in particolare le perle
andiamo pazzi per le perle
perle di mare
perle di allevamento
perle di sottobosco
perle di distaccamento
perle di perle
perle fatte con perle che erano fatte con perle,
perle su perle di perle
sudore a perle
detersivo in perle
perle per l’igiene
E allora trascinatemi nel fossato del castello,
la nebbia non copre le vostre colpe, né le mie,
e le vesti si impregnano dell’acqua versata dalla notte,
sospingetemi avanti, a forza di braccia,
la nebbia non copre le vostre lacrime, né le mie,
mentre io fingerò di farvi resistenza, ma non più,
silente vi vedrò legarmi ad una piccola pertica,
silente
silente, io niente, vi vedrò silente,
aggiustare la mira per rendere minori i colpi
-e sarebbe pietoso?!-
e non vorrò certo
bende per coprire i vostri sguardi,
dovete specchiarvi,
e non vorrò certo
funi troppo deboli per le mani
dovete mirarmi
non cogliermi per sbaglio mentre mi muovo
Per quanti kalpa ho atteso
tra le tombe d’oro?
Ogni tanto mi sorprendevo a pensarlo
disteso in qualche luogo che non è più luogo
perché appena svanito alle mie spalle,
come terra rossa che viene sempre meno,
non ha più ragione d’esistere.
E là in alto ondeggiava un balcone
nell’architettura instabile e nobile
poi ondeggiava una panca, un portone,
e gli davi il nome che volevi, primo mobile,
questo si diceva di qualsiasi oggetto immobile,
perché non si guarisce mai dalla follia del dire
indagando le pieghe che formano il reale,
un piegarsi da corporazione dei tessitori,
piega su piega,
in modi e culture, in circoli animisti,
onda su onda,
un piegarsi da corporazione di surfisti,
tentando la massima contraddizione della logica
di lasciare parole postume a voce,
reali dico,
che risalgano le scale, magari piano,
piano come un vecchio affaticato,
con la sua bombola d’ossigeno
e la sua gola devastata e afona,
parole postume per una voce ammutolita,
un corpo che non sostiene più il suono
che è fuggito da lui, come la sua vita,
parole che non ritrovi tra i tuoi denti,
non vibra la corda vocale,
è tesa, immobile, come ad impiccarti la gola
dall’interno,
una esecuzione lenta e intimidita,
spalanca la finestra, guarda fuori,
la strada inutile
vicoli le vie che si stendono sotto al tuo sguardo,
tra la nebbia artificiale che puzza di sciacallo
e teste che si muovono come biglie
lungo un piano inclinato
ora salgono ora scendono,
teste sotto, un tempo attorno,
sommità delle quali non distingui la faccia,
un tempo occhi che scrutavano
ora coperchi di vasi colmi di tutto e niente,
e ridi,
in silenzio certo, neppure un ridere scoppiettante e increspato
no,
neppure una parodia di un rantolo ti hanno oramai lasciato,
ridi
del nome della via
ridi
dell’assediatore che compie il suo mestiere
ma da sotto
della sensazione che non vi sia un bel niente
ma di sopra
-per alcuni pure quello sopra è un assediatore, a crederci ovvio-
e poi finisce tutto,
d’un colpo,
non si condensa più il respiro sulla mascherina,
l’hai buttata per terra,
la finestra, vasta, amplificata dalla concentrazione del tuo sguardo,]
la tua voce è là fuori,
lo sai,
quella voce strappata, quel figlio tutto tuo,
là fuori,
quel bimbo che non avevi potuto più tenere stretto
per il tremore delle mani e la debolezza,
quella voce
che tu vai a cercare
a piombo
tutto desiderio
E poi d’un tratto è meriggio su tutti i colli,
silenzio su tutti i frutti,
un silenzio di papaveri nella luce
che assorbi attraverso le palpebre,
l’aria non s’affatica a rientrare nella gola,
entra ed esce
con la costanza del nuotare d’un pesce,
entra ed esce
con il costante battito d’un uccello che vola
senza più bisogno di strade, di vie,
di tracciati delimitati, di confini inventati,
ma là è confine solo dove un seme è precipitato
spinto a caso in salita,
atomo impazzito,
là è confine dove non si distingue vita da vita
perché tutte si compenetrano e giacciono assieme,
là è confine dove non v’è cosa che voglia arrestare il vento
dove non vi è più sforzo di frenare quello che si muove
dove al soffiare intenso non c’è un alzare frettoloso di baveri
là dove d’un tratto è meriggio e silenzio su tutti i frutti
un silenzio perfetto di papaveri.

 

     SPEZZO’ IL PANE

Spezzò il pane e disse

Nulla

Senza accordi e concordi
precordi del pollo arrosto,
transunstanziazione di se stesso
nella mistica del pollo,
senza ricordi dei primi tempi,
vagito di tanti anni,
accento,
gesti che sono accennati
al culmine di un momento,
gesti che si fermano a mezz’aria,
gesti di bocche spalancate
senza voler dare alcun lamento.

Di suo padre neppure manteneva il ricordo:
era morto prima che nascesse,
forse prima d’essere concepito
o forse qualche anno dopo, mah,
il ricordo comunque non c’era e qualche anno,
in più o in meno,
qualche anno era cosa da poco
ed aveva presto smesso di pensare a lui
come presto aveva smesso di recitare ogni preghiera,
almeno quelle,
disceso dalla scaletta non accennava
nessun Dio Salvi la Regina,
tramutato come fa qualche vecchia pia in Salve Regina,
tra l’inginocchiatoio e il fonte dell’acqua santa,
avendo più fede nei suoni che nel significato.

Non aveva ucciso nessuno,
almeno non aveva ucciso nessuno dal vero,
quando si uccidono ombre non hanno valore,
che siano ombre della mente o ombre su di un telo,
almeno così credeva,
eppure aveva questo istinto del vagabondaggio,
tentava di annotare ogni immagine
ma non sulla carta,
su una sottile linea di cellulosa e carne
certo che non l’avrebbe vista il giorno dopo,
e traguardava all’infinito ogni volto e paesaggio
con specchi che dessero riflessi come senza fine,
in biblioteche dai passaggi ovali
con neve di scherzo d’effetto,
soffitti che premevano sopra le teste
e sfondo completamente oscuro,
parallelisimi di immagini, fissità contrapposte a movimenti,
non muoveva più nulla tutto d’un tratto,
gli bastava emergere dal buio
e fare un ghigno con un sigaro messo di traverso,
puntare un dito su un volto afferrato da una luce,
ma non aveva ucciso nessuno,
almeno così credeva,
e sfoderava riduzioni di se stesso, riproduzioni,
sfalsava i piani, una brocca poteva scivolare,
una figura spostarsi con un gesto e non trovare
-che portento-
più la sua posizione all’inizio del piano.

E vagava, vagava per il mondo,
sempre tentando di conciliare il prima con il dopo,
quello che voleva fare e quello che gli chiedevano,
fosse anche un attimo per riunire
quattro straccioni shakespeariani,
fuliggine in scene frammiste,
importa poco fosse Malta, il Marocco o tra i Dogi,
e Tiziano….
Tiziano era morto, pace all’anima sua,
requiescat ovunque sia e qualunque senso abbia,
requiescat come una faccia febbricitante sulla sabbia,
quando in bocca senti tutto quel sapore informe,
quando il pensiero svelando tutto alla fine si posa
capendo che, in fondo, Ade e Dioniso sono una sola cosa.
Tormentato al nord, perseguitato,
rifugiatosi al sud e poi scacciato,
se fosse stato semplice avrebbe affittato un mulino,
anzi una distesa di mulini di ferro
con luci e fumo,
benzina gocciolante,
grumo
di bianco che è sempre più a spessore,
è naturale,
sempre più a spessore di ogni altro colore.

Spezzo il pane e disse

Nulla

E brocca o piatto, bicchiere e posate,
tutto rovesciato d’un colpo,
con un frastuono da crepacuore,
un accidente
con riverberi infiniti sulle acque
che rischiavano, sembra incredibile, di stagnare,
un accidente
ancora più grande di quando videro
van der Goes
al tempo di massima fioritura del giglio,
e certo serpeggiò un mormorio tra la gente,
e certo qualcuno almeno in cuor suo svenne,
un mutamento e più non era lo stesso
come provocò poi quel malefico portento
-quello sradicava come l’altro seminava-
che ti attrasse e avresti tentato
di ritrarre se ti avessero mai permesso un giorno,
in qualche modo, in qualche tempo,
di ritrarre, almeno avresti provato,
magari in un modo nuovo,
fuori dai giochi di ombre, dai fasci di luce,
ritratto in un terzo modo
che spezzasse tra illimitato e delimitato,
tra immobile e mobile,
il binomio
in un modo che solo nella mente può essere concepito,
una sorta di nuova rivelazione
come il ricordo di un volto
il volto del padre.

 

     A CHI NON CADE

Io lo so che morirò,
tra le spiagge di giugno
sotto i tralci di piombo
mentre un amico
dell’ultimo giorno
mi terrà ferme le budella
nella pancia.
Io lo so
che il mio corpo vedrà
l’alba su una spiaggia
abbandonato
dall’oceano
come una conchiglia
che serba in cuor suo il ricordo
e lo svende poi al primo orecchio
impiccione,
questa conchiglia
però non l’ho scelta io,
non ho scelto la sua dimensione,
non ho scelto la sua malattia
e i suoi tormenti,
questa conchiglia
che serba in cuor suo il ricordo
di non so quale oceano antico,
che cede al primo filare di piombo
troppo insistente
sopra una sabbia che sente di niente
perché si ha troppa paura per sentire:
quali sensazioni vuoi provare
se ti getti in balia del tempo e vai a morire
sotto le scogliere senza nome
attratto distratto
dal baratto della tua vita
per un dove
che non è nè tuo nè di nessun altro?
Baratti la tua esistenza per un luogo che non esiste,
e già lo sapeva quel poeta,
sperduto nel mar Egeo,
lo sapeva quanto vale uno scudo
nulla,
come sa l’animale che
meno bestia di te
ti si affatica sotto nella carica
per poi stramazzare al suolo
maledicendoti
come tu maledici chi t’ha lanciato
contro gente a quadrato,
come tu maledici quel povero idiota
che poi si sarà inventato
per la bocca spalancata dei gonzi
un inesistente fossato.
Destinato dai secoli a risentire il canto
di chi s’affatica a comporre versi
per chi cade e muore
e di quei versi non potrà mai cingersi il capo,
giaci nei luoghi più sperduti e strani
messo ben in ordine o dagli altri disparato,
a volte perfino disparato tra te stesso,
reso polvere, disintegrato,
ricomposto alla ben e meglio,
confuso con altri, ammucchiato,
ricostruito
in qualche teca di museo
tra una fibbia e una spilla,
in un prato nell’anonimato,
sotto una pianta di vaniglia
e forse ti portano un fiore
o forse non te lo portano
e forse sei sopra quel fiore
che non capisci dove portano,
non c’è palma, lauro, croce, medaglia, targa, iscrizione, monumento, giornata del ricordo,]
che possa darti alcuna compensazione
ed in fondo poco te ne importa
ma non perché vuoi far torto
a chi crede che chi cade ascolta
è solo perché, alla fine di tutto, sei morto.

 

     TEMPI

Sull’olivo fiorisce il vento
d’un mare incontrastato di nomi reca il suono
brontolio sommesso lamento
rimestamento nello stomaco d’un tuono

Mentre la valle non cambia di colore
neppure se lo richiede biasimando
il volto della nottivaga stagione
perché solo fiorisce quì il vento

Restano nascoste le viole davanti a casa,
fuori dal cancello un poco a pezzi
giochi di bianco, asfalto, strade da pazzi,
mentre il vento rifiorisce e travasa
la sua essenza in un altro luogo
dando petali trasparenti,
posso sentire il loro profumo nuovo
il profumo dei loro accenti
risuona nei miei occhi
un poco arrossati per lo sfiorare dei lembi
di questa corolla senza luogo e senza radici,
sento ancora al di sotto del palato
il sapore invernale delle giuggiole
perché la mia bocca è ancestrale
e racchiude i ricordi dei passati tempi
serrati e proiettati con forza
sopra il telo costituito dal lungo filare dei denti,
mentre sotto le mie mani ondeggiano le note del with usura
riportato alla mente dal delirare degli eventi,
colti d’un tratto senza bisogno del succo del calderone
di un Gwyon, di sangue di Fafner mezzo morto,
senza silentire i tanti bardi della corte di Maelgwn signore
mentre sfreccia di tutto sul mio capo, nei cieli,
che nelle nubi non riescono a donare più un disegno pieno
ed io che le scruto, dal basso, pur vedo l’isola dei meli,
Terra della Giovinezza dove sorge l’albero del Fato,
da sotto, nel mezzo di terre dove tutto è stato oramai venduto,
rivedo da lontano e ammiro in silenzio il mio regno perduto.

 

***

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7 pensieri su “Quaestiones – di Antonio Sabino”

  1. Spiazzante, come sempre, la scrittura in versi di Antonio che coniuga il ritmo ampio del romanzo russo alla “ricerca” metafisica, con una cura e un’autenticità tutta sua, un caro saluto a lui e a Francesco, Viola

  2. “Io lo so che morirò,
    tra le spiagge di giugno
    sotto i tralci di piombo
    mentre un amico
    dell’ultimo giorno
    mi terrà ferme le budella
    nella pancia.
    Io lo so
    che il mio corpo vedrà
    l’alba su una spiaggia
    abbandonato
    dall’oceano
    come una conchiglia
    che serba in cuor suo il ricordo
    e lo svende poi al primo orecchio
    impiccione,
    …”

    complimenti Antonio.

    Poesia “alta”, ricercata, curata … che non perde quel senso di spontaneità che la rente vera e la fa respirare a chi la legge. Io la leggo piano, me la sussurro lentamente.

    un abbraccio.

  3. Vi ringrazio, le vostre parole sono preziose per me, onorato e felice di ricevere così tanta stima da parte vostra. Grazie a tutti e un grazie particolare a Francesco per la sua ospitalità.

  4. Ringrazio Abele, Viola e Natàlia per i commenti.
    E grazie ad Antonio per i suoi testi, frutto di una “ricerca” da seguire con grande attenzione.

    Un caro saluto a tutti.

    fm

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