I ricami del tempo – Maurizio MATTIUZZA

maurizio-mattiuzza1 (Senza titolo)

Lasci il tempo che trovi
come lo trovi
e sai far male senza fare
nulla
forse è proprio questo
quello che
ridendo vino bianco
biciclette sul muro
l’altra estate
pensavamo soffrissero sempre
e solo
altri due che non siamo
mai stati noi
ma adesso, lo vedi, è buio
e la luna sembra
vecchia, […]

 

Maurizio MattiuzzaTesti poetici

 

     Piccola canzone per Marghera

Sono occhi aperti su di un
passato vivo, che insiste
le finestre dei palazzi anni sessanta
di Mestre
la sirena, che alla sera,
cambia il turno alle vite
della gente di Marghera
penso alla giacca
di tuo padre,
che terrai nascosta in qualche
baule
e che a toccarla
suda ancora la nebbia
e la rabbia, racconta
il male
di uomini a cui hanno rubato l’aria
come a pesci in un canale
eppure a loro, sai, sembrava già mare
aperto
quest’ insabbiarsi della laguna,
la fortuna
del posto in fabbrica, del tavolo
di formica, la stoffa di un divano
portato a spalle con gli amici
fino al quinto piano
lungo le scale
di una bella domenica di sole
un vento traditore adesso
li disperde dimagriti a mucchi
lungo le rive del Brenta
tra quelle cartelle cliniche
anonime
in cui scorre via veloce
la storia di chi muore senza
avere voce

 

     A casa di mia madre

La viaggi come se fosse il mondo
questa casa di cui
conosci ogni cosa
le stanze degli ospiti
i cucchiai per la sera
di Natale
la tovaglia del compleanno
tutti quei tuoi angoli
che sanno
com’è restare qui
anche dopo
quando io vado alle mie cose
e in cucina rimane
il patto antico
di una bugia leggera e quella
discrezione così familiare
con cui la storia ci misura i passi
si va avanti, certo, come no
ma io lo so
che non è vero
che ti va sempre tutto bene
e che sono cose da poco, ormai
le tue preoccupazioni
sono nato qui
ti conosco,capisco,
quell’ordine antico e naturale
per cui anche noi due poi dobbiamo
dirci più forti di quello che
davvero siamo.

 

     Il coraggio naturale

Si raccolgono in grappoli,dolci
come l’uva quando
si vendemmia
i migliori giorni della nostra
gioventù
e tutto è un fiorire breve
di piccole cose
di stanze nelle case
in cui siamo passati
aggrappati al vento
troppo acerbi per sapere
che la radice
dell’ amore
ha nel suo crescere deciso
sensuale
il mistero del coraggio
naturale

 

     Oggetti smarriti

E’ il caso delle cose, sai,
a far nascere un albero dove
lo troverai
a darti la lingua che hai
ogni radice va verso il centro
della sua terra
verso un’acqua misteriosa che
ci scorre sotto,
in profondità
come fa il sangue, l’amore
il ricordo di un tempo
diverso
ci vuole rispetto
anche nel dimenticare
lo sanno gli oggetti smarriti e
ritrovati quando
ormai sembra troppo tardi
dopo un distacco è questa,
io credo
la speranza di tutti
venir lasciati senza essere distrutti.

 

(Senza titolo)

Lasci il tempo che trovi
come lo trovi
e sai far male senza fare
nulla
forse è proprio questo
quello che
ridendo vino bianco
biciclette sul muro
l’altra estate
pensavamo soffrissero sempre
e solo
altri due che non siamo
mai stati noi
ma adesso, lo vedi, è buio
e la luna sembra
vecchia,
è preoccupata
vuol sapere
qualcosa in più
di te, di me
di noi
di questo nostro amarci senza
riuscire a dire,raccontare niente
che continua a trattenere i nostri sogni
nel presente.

 

     La casa de me nona

                         Come vorrei essere un albero che sa
dove è nato e dove morirà

(Sergio Endrigo)

Ghè anca picoleze, fregole de pan
stupidézi
‘ntel dopo che resta
in medo a la solita quèrta
da meter via ogni istà
in cuel argiar coi oci
come sempre, anca oncò
la taola par dò
anca se ormai l’è ani
che te vivi qua da sola
el tempo de la vita, vàrdelo
l’è ‘n fiume’
che ‘n certo punto cambia direzion
va ‘vanti e ‘ndrìo
come se dele streghe mate lo gavesse
insemenìo, zoghi de pòpi
che se intromete
col gazer de adèsso,
co le pirole a ‘na certa ora
de la sera
Cristo Santo sora el leto
dentro a ‘na pitura
poche ore prima de conósser
veramente Giuda
e il pavimento de legno,
che se ingoba soto i ani ‘ncantonai
‘n te la piera
morir dove che se nasse l’è
la forza vera
dei alberi, noe semo semenza
aqua, vento
‘ndemo co la robe, i fioi che gien grandi
dove che ghè le fabriche
e se fà su case nove che magari doman
le resta vode
e scampòn, strussiòn
come formighe, come pessi
picoli che stà
sempre massa soto la riva
risciando le seche
de la passion
còssa saràlo mai l’amór se
“quando che niente no ghè
le guere l’è in pè” (1)
se manca legna par l’inverno
farina e zuchero
cicoria
“formai gialo ‘merican” (2)
pena finìa la guera
i lo trava do dai camion in medo
a le sigarete
e a cusinarlo come che se era usi noe
el se tacàva tuto , l’era goma
a savêr come che se fà
da veci saria belo
smissiarse le giornade a caso
vardarse in pace, dal de fòra,
ll nostro sol che tramonta rento al ciaror
de ‘na bonora

(Poesia scritta nel dialetto delle Bassa Valsugana, terra d’origine di mia madre.)

[La casa di mia nonna
Ci sono anche piccolezze/briciole di pane/stupidaggini/nel dopo che resta tra le pieghe/della solita coperta da mettere via/per l’estate/in quel apparecchiare con gli occhi/anche oggi/la tavola per due/anche se ormai sono anni/che vivi qua da sola/il tempo della vita, guardalo/è un fiume/che ad un certo punto cambia direzione/va avanti e indietro/come se delle streghe pazze/ lo avessero/instupidito/giochi di bambini che si intromettono/con la confusione dei nostri giorni di adesso/con le pastiglie ad una certa ora/della sera/Cristo santo sopra il letto/dentro un quadro/poche ore prima di conoscere/veramente Giuda/ e il pavimento che si curva sotto gli anni /nascosti nella pietra/morire dove si nasce/è la forza vera/degli alberi/noi siamo semente/acqua, vento/andiamo con le cose, i figli che crescono/dove ci sono le fabbriche/si costruiscono case nuove che magari domani/restano vuote/e scappiamo, soffriamo/come formiche, come pesci piccoli/che stanno/sempre sottocosta /rischiando le secche/della passione/cosa sarà mai l’amore se/”quando non c’e nulla da mangiare/si alzano le liti/se manca legna per l’inverno/farina e zucchero/cicoria/”formaggio giallo americano”/appena finita la guerra/lo buttavano giù dai camion in mezzo/alle sigarette/e a cuocerlo come si usava fare noi/si incollava tutto, era gomma/a sapere com’è che si fa/da vecchi sarebbe bello/mescolarsi le giornate a caso/guardarsi in pace, dal di fuori/il nostro sole che tramonta dentro il chiarore/ di una mattinata.]
[Note
(1) Quando non c’e nulla da mangiare/si alzano le liti/ E’ un proverbio trentino con cui mia nonna intercalava spesso il racconto del suo matrimonio reso difficile dalla guerra e dalla povertà.
(2) Finita la guerra le truppe alleate distribuirono un po’ ovunque un formaggio di soia dal colore giallo intenso del quale tutti i nostri vecchi ricordano, oltre al sapore pessimo, la delusione nel constatare che non era utilizzabile per uno dei nostri piatti tipici, ovverosia il formaggio cotto con le patate o con le uova. (frico in Friuli, formai rostì in Valsugana)]

 

     Ducj i Arbui (venastai blues dal domandâ perdon)

                          Ducj i arbui àn braure
cuant ch’a son cjamâts di flôrs
cussì ancje lis fantatis
cuant che àn doi tre morôs

(popolâr)

E a la fin Signôr
vignarìn a diti venus cà
tal cjast de vite tant
che paveis l’autun
il timp pierdût il timp
che vin doprât
lis seris, i fruts
lis madonis sot vôs
l’esperiençe, il lavôr
il niçulasi garb
di un amôr, dut al sarâ altri,
difarent
e volarìn dolçor Sastu
volarìn rispiet
pa lis grispis dal cûr
par chel vueit dentri al jet
par dute la fadie
ch’a nus coste restâ
ch’a sintin lântsi vie
e Ti domandarin perdon
Gjò,
oh si, perdon
pa la lenghe pierdude
ducj i arbui
e i nemâi
lis lidrîs smenteâdis
sot i centros comerciâi
par chest cîl lofio di avril,
di març,di zenâr
che nol sa di vierte
che no ‘nd’è unviâr
plui
pa la nêf ch’a no ven
e pai nestris voi
sierâts tant che lis mans a pugn
denant dal mont
pa la ligrie dal pôc
par chel che no nus è bastât
e invezit al jere nestri, al jere a vonde
par cheste gjonde
simpri masse curte, inmalade che
dopo ogni fieste, ogni preiere
nus reste come impastade dentri, intôr
we really beg your perdon
Signôr

(Poesia in lingua friulana)

[Tutti gli alberi si vantano
quando sono coperti di fiori
così anche le ragazze
quando hanno due tre morosi

(villotta friulana)
Tutti gli alberi (ovvero blues del chiedere perdono)
Ed alla fine Signore/verremo a dirti eccoci qua/nel solaio della vita come /farfalle l’autunno/il tempo perso, il tempo/ che abbiamo usato/le sere, i figli/le imprecazioni sotto voce/l’esperienza, il lavoro/l’altalenarsi amaro/di un amore, tutto sarà altro, diverso/ e vorremo dolcezza Sai /vorremo rispetto/per le rughe del cuore/per quel vuoto nel letto/per tutta la fatica/che ci costa restare/che proviamo allontanandoci/ e Ti chiederemo perdono/ Dio /oh si, perdono/ per la lingua perduta/tutti gli alberi/e gli animali/le radici dimenticate/sotto i centri commerciali/per questo cielo idiota di aprile/di marzo, di gennaio/che non sa di primavera/che non c’è inverno/più/per la neve che non viene/e per in nostri occhi/ chiusi/ come le mani a pugno/in faccia al mondo/per l’allegria del poco/per quello che non ci è bastato/ ed invece era nostro era abbastanza/per questa gioia/sempre troppo breve, ammalata che/ dopo ogni domenica ogni preghiera ci resta come impastata dentro, addosso/we really beg your perdon/Signore]
(Guardando fuori dall’oblò. Volo Ljubljana-Mosca. 14.02.2007)

 

     La vôs tal pan

Dut al finìs e nô no podarìn
che dasi il mandi che clamin
destin
altre peraule, altre preiere
a voltis a no ‘nd è
eco parcè
ch’ a esist la gnot
ch’al ven l’unvier, il frêt
la tiere a vûl respîr
a vûl rispiet
par chel che a za dât
pai fruts, lis ridadis
l’istât
cui pierçui ta l’ombrene
daûr da cjase,
e il cîl ch’a nol veve fin
nol veve suaze
usgnot
al par che al vegni scuasit fintremai
chi, abàs
a diti che si vîf tant che lis âfs
cun pocje mîl e masse dolôr
ma vin alc altri, sâstu,
vin l’amôr e sin sigûrs
che a ‘nd è ancjemò une puarte
une viarte
par chei che son passats
sul troi prime di nô
e di nô a sin van
lassantnus la lôr vôs tal pan

(Poesia in lingua friulana)

[La voce nel pane
tutto finisce e noi non potremo/che darci il saluto che chiamiamo/destino/altra parola, altra preghiera/ a volte non c’è/ecco perché/esiste la notte/viene l’inverno, il freddo/la terra vuole respiro/vuole rispetto/per ciò che ha già dato/per i bambini, le risate/l’estate/con le pesche nell’ombra/ sul retro della casa/ e il cielo che non aveva fine/non aveva cornice/stasera/pare venga fin quasi/quaggiù di sotto/a dirti che si vive come le api/con poco miele e troppo dolore/ma abbiamo qualcosa d’altro, sai/abbiamo l’amore e siamo sicuri/che c’è ancora una porta/una primavera/per quelli che sono passati/sul sentiero prima di noi/e che se ne vanno/lasciando la loro voce nel pane.]

 

     L’univiers intun prât

A je di argassie e teis
di fueis
la mîl dai dîs
che stoi vivint cun te che
tu mi dâs
il vert dai cjamps dopo des plois
l’aghe celeste da lis rois
tun daspòmisdì d’istât
la vite , mi par, a je cheste
si cjatisi par câs e par amôr
si reste, si met
un clap daûr che l’altri
si plante un len
un omp seren l’è un omp
ch’a l’à platât
un toc dal so univiers ‘tun prât

(Poesia in lingua friulana)

[l’universo in un prato
è di acacia e tigli/di foglie/il miele dei giorni/ che sto vivendo con te/che mi dai/il verde dei campi dopo le piogge/l’acqua celeste delle rogge/in un pomeriggio d’estate/la vita, mi pare, è questa/ci si incontra per caso e per amore/si resta/ si mette un sasso dietro l’altro/si pianta un albero/ un uomo sereno è un uomo/che ha nascosto/ un pezzo del proprio universo in un prato]

 

     Tal bosc di Velio

Ce grancj ch’a jerin i arbui,
tal bosc di Velio
ornârs, pôi, argassis
e un cjastenâr
rivat lì par sbalio cu l’aiar
da l’unviâr
di chel unviâr teribil dal
sessantetre
ce grancj ch’a jerin
e ce grues, une selve
la foreste di Zagor, di Mister No
lianis, canis garganis
par dut
e lis pagjnis di cualchit gjornalut
porno platât lì di chei plui figos di no
ch’o jerin piçui, stupits
e zuiavin ancjemò a fâ i comanche
te fumate, dansi pachis
a plen, ce grancj ch’a jerin
chei arbui, si steve cussì ben
lì a spatussâsi ta l’ombrene, a fumâ
spagnolets di tiramole
Milena je vignude là dome une volte,
une volte sole
par sielzi a cui fai viodi
ce ch’a veve sot lis mudandutìs
e o jeri sigûr di faiale,
che il fortunât sarès stat jo
ancje parcè che je
lis pocjs voltis ch’a rideve
a mi rideve a me
a me che a cjalâle mi sintivi tai vues
chel mal di vivi lami che si à
cuant che si cress
e jeri sigûr, sigûr che
intal bosc di Velio, je
a podès gjavasi vie i jeans
dome par me
par me che di bot drenti o vevi
alc di strani,di garb
e forsit no sarès rivât a cjalâ
che forsit i varès dite torne cjase
lasse stâ, se no tu às voie di falu vuè
di falu chì
viodile platâsi cun Leonardo
al è stât come murî
taiansi cuntun veri
un di chei tais ch’a ti fasin mâl dopo
che sanganin scûr
e mi visi che dut di un colp
bessôl tal miez da plane
o vevi pôre di no vignî
grant mai,o vevi pôre e frêt,
pore frêt e sêt,
tant che un pes ch’a lasse il mâr picjât par une rêt

(Poesia in lingua friulana)

[Nel bosco di Velio
Che alti erano gli alberi/nel bosco di Velio/olmi, pioppi/e un castagno/arrivato lì per sbaglio con il vento dell’inverno/di quell’inverno terribile/ del sessantatre/che alti e che grossi/ una selva/ la foresta di Zagor, di Mister No/liane, canne di bambù/dappertutto/e le pagine di qualche rivista/porno nascosta lì da quelli più fichi di noi/che eravamo piccoli, stupidi/e giocavamo ancora a fare i comanche/ nella nebbia,prendendoci a botte/di santa ragione, che grandi erano e che grossi/quegli alberi, si stava così bene/lì a svezzarsi nell ’ombra, a fumare/sigarette di chewingum/Milena è venuta la una volta/ una volta sola/per scegliere quello a cui far vedere/ciò che aveva sotto le mutandine/e io ero sicuro di farcela/che il fortunato sarei stato io/anche perchè/ le poche volte che lei sorrideva/sorrideva a me/ a me che a guardarla mi sentivo nelle ossa/ quel male di vivere insipido che si ha/quando si cresce/ero sicuro/sicuro di farcela/che la, nel bosco di Velio, lei/potesse levarsi i jeans/solo per me/per me che di colpo dentro avevo qualcosa di strano, di amaro/e forse non sarei riuscito a guardare/che forse le avrei detto torna a casa/lascia stare, se non hai voglia di farlo oggi/di farlo qui/vederla appartarsi con Leonardo/è stato come morire/tagliandosi con un vetro/ uno di quei tagli che ti fanno male dopo/ che sanguinano scuro/e mi ricordo che, tutto d’un tratto/solo in mezzo alla pianura/avevo paura/ di non diventare adulto mai, avevo paura e freddo/ paura freddo e sete/come un pesce che lascia il mare appeso ad una rete.]

 

     I ricami del tempo

Forse darse tuto sempre, chissà
forse l’è sbalià e se dovarìa
meter rente, sconder
via, qualcossa par quei dì che ghè
piova, manca la voia
de contarse le robe, de parlar
l’amòr, mi credo, el ghe someia
a una de quele piante del nostro ponteselo
che le vol acqua, sòl
ma anca ombra e calma,
par meterse do foie nove in zima ai rami
ogni tempo el gà le soe
el se fà i so ricami
e ghè momenti dove
se dorme tuti in tera e
il cor ne torna vagadondo
come ‘n coriandolo, ‘na ciacola
‘ntel bar dela stazion
coi treni che parte
che riva, la gente inmusonia
o contenta, a seconda,
par mi l’è come un zogo
ogni tanto vao là, anca se no go orari
corse da ciapar, ghe còro drio al ricordo
del canarin ch’ avon desmentegà ‘ntela caroza
quando che ero pòpo
me nona, el ferovier,
che i telefona, i zerca
de fermar ‘na perdita
i me veva comprà ‘n gelato
par farme star bon, no farme piander de rabia
o de malinconia, ma mi no ero mia triste, anzi
pensavo che magari l’era meio
che forse qualchedun lo liberava dala cabia
e me lo vedevo passar dò par quei paesi
Cismon, Solagna, Fontaniva
subiando la so nova vita
viva, inzeve i l’à catà e
l’è vignù indrio
sul la portela dela so preson
ghè’ra un cartelin celeste e ‘n timbro
dela stazion de Padova
e me son dito varda come che la è
podon perderse, viagiar
star via ‘n dì solo o anca ani
veder cità, paesi, case o no finir
ma giraron sempre in tondo
se ‘na careza no ne vèrde el mondo

(Poesia scritta nel dialetto della bassa Valsugana)

[I ricami del tempo
Forse darsi tutto sempre, chissà/forse è sbagliato e si dovrebbe/mettere in salvo,nascondere/qualcosa per quei giorni in cui c’è/ pioggia,manca la voglia/di raccontarsi le cose,di parlare/l’amore, io credo, assomiglia/ad una di quelle piante del nostro balcone/che vogliono acqua, sole/ma anche ombra e calma/per mettersi due foglie nuove in cima ai rami/ogni tempo ha le sue difficoltà/si fa i propri ricami/e ci sono momenti dove/si dorme tutti a terra e/il cuore ci ritorna vagabondo/come un coriandolo, una chiacchierata/al bar della stazione/coi treni che partono/ arrivano, la gente imbronciata/o contenta, a seconda/per me è come un gioco/ogni tanto vado la, anche se non ho orari/corse da prendere, corro dietro al ricordo/del canarino che abbiamo dimenticato nello scompartimento/quando ero bambino/ mia nonna, il ferroviere/che telefonano, cercano/di fermare una perdita/mi avevano comprato un gelato/per tenermi buono, non farmi piangere di rabbia/o di malinconia, ma io non ero mica triste, anzi/pensavo che magari era meglio così/che qualcuno forse lo liberava dalla gabbia/e me lo vedevo passare giù per quei paesi/Cismon, Solagna, Fontaniva/fischiettando la sua nuova vita/ viva, invece lo hanno ritrovato ed/ è tornato indietro/sulla portella della sua prigione/c’era un cartellino azzurro e un timbro/ della stazione di Padova/ e mi son detto guarda com’è la vita/possiamo perderci, viaggiare/stare via soltanto un giorno o anche anni/vedere città, paesi, case a non finire/ma gireremo sempre in tondo/se una carezza non ci apre al mondo]

_________________________

Nota biobibliografica – Maurizio Mattiuzza

Nato alle porte di Zurigo nel 1965, fa ritorno in Friuli nel ’76.
Debutta con la rivista “usmis” (1991) e il movimento di azione poetica “trastolons” (di cui è uno dei fondatori). E’ autore di due libri di poesia, La cjase sul ôr (1997) e L’inutile necessità(t) (kappavu edizioni Udine, 2004), con prefazione del poeta Luciano Morandini e postfazione del cantautore e poeta Claudio Lolli.
Da diversi anni lavora come paroliere e spoken poetry performer accanto a Lino Straulino, il più importante cantautore friulano in attività. Insieme a quest’ultimo ha realizzato l’album Tiere nere (nota records, 2001) seguito da un tour di oltre 60 date, culminato con un concerto in diretta nazionale alla Radio Televisione della Svizzera Italiana. Da questa tournèè è stato inoltre tratto un video della durata di circa 40 minuti trasmesso da diverse emittenti tv.
Suoi testi sono apparsi in numerose antologie, quali Luce e notte (Lietocolle editore) dove Mattiuzza figura a fianco di nomi di primo piano della letteratura internazionale come il famoso poeta beat americano Jack Hirschman, e Plastic poetry party, una raccolta antologica che comprende lavori in versi di alcune grandi firme della canzone italiana quali Elisa e, Neffa.
Nel 2008 ha vinto il premio nazionale di poesia Naghena d’Arjent ed è stato finalista, a Roma, al prestigioso premio letterario Laurentum. Scrive in lingua italiana, friulana e nel dialetto della bassa Valsugana.
http://www.myspace.com/mauriziomattiuzza

___________________________

***

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13 pensieri riguardo “I ricami del tempo – Maurizio MATTIUZZA”

  1. Sono contento di iniziare io i commenti per Maurizio, sia perchè è un caro amico, sia perchè ammiro il suo modo di scrivere che trovo incisivo e prezioso. Quello che in particolare mi colpisce sempre dei suoi versi è un utilizzo consapevole della lingua scelta, italiano o friulano o dialetto, con una costruzione che si avvicina per certi aspetti ad un rap musicale, ma mantiene la dimensione poetica in una visionarietà sempre lucida. E questo porta a mio avviso ad una gran bella profondità di scrittura, tanto quando si occupa di temi sociali ( fra l’altro Maurizio è secondo me quello che più di tutti sa cogliere nel vivere nel Nordest il passaggio straniante da un mondo contadino ad uno improvvisamente industriale ) quanto negli aspetti più strettamente privati.
    Per me, un compagno di viaggio da cui cerco di imparare.
    Un caro saluto al padrone di casa.

    Francesco t.

  2. Mi piacciono molto i testi in dialetto di Maurizio Mattiuzza perché le lingue regionali o locali impongono al lettore un’attenzione maggiore sia alla semantica che ai suoni, alla musicalità delle parole e ciò è indubbiamente gratificante per gli amanti del genere. Inoltre trovo nei dialetti una ricchezza maggiore rispetto alla lingua nazionale: una sorta di sperimentazione linguistica ed una proposta espressiva accattivante ed originale. Ringrazio per la traduzione che, ovviamente, è utile ma penso che anche senza di essa si colga il senso di una poesia che ha in sé qualcosa di antico ed una buona dose di concretezza.
    “La casa de me nona”, “.. la lôr vôs tal pan”, “..un omp seren l’è un omp
    ch’a l’à platât un toc dal so univiers ‘tun prât” sono immagini bellissime, semplici e poetiche.

    Rosaria Di Donato

  3. …poesie che hanno il sapore del pane e del vino, la raffinatezza della semplicità, la naturalezza di musicalità e silenzi – di gorghi e di rarefazioni- reciprocamente necessari. E il ritmo sembra avere un suo istinto primario, sia che si tratti di versi in italiano, sia che M. usi le lingue “minori”, quelle delle resistenza e della marginalità.
    Ho letto -talvolta riletto- con piacere.

  4. Maurizio sa che i ricami possono essere leggeri ma sempre incidono, più o meno dolorosamente, e mi piace che la poesia che dà il titolo alla raccolta sia scritta nella lingua della madre, giusto riconoscimento ai suoi, di ricami. L’attenzione, perciò l’amore, alle persone e anche alle cose mi è sempre parsa una caratteristica dei versi di Maurizio, modulati sottovoce, con pudore, proposti come a rallentare la frenesia dei nostri giorni.
    Soprattutto le poesie in friulano hanno la forza della persuasione che nasce da un convincimento profondo, quello della possibilità di agire attraverso la parola. Grazie per le poesie e per l’incoraggiamento che trasmettono a confidare ancora, nonostante tutto, nel linguaggio.

  5. quando avevo letto l’uscita di Mattiuzza su LiberInVersi http://liberinversi.splinder.com/post/16452587#comment
    già avevo avuto modo di esprimere un parere che qui, di fronte ai testi nuovi che leggo accanto ad alcuni già goduti, non ritratto, anzi…

    adesso una noticina mi viene da aggiungere ai testi nei due idiomi friulano e valsugano: al di là dell’evidente curiosità di questa triplice posizione linguistica, non comune a quanto pare, trovo che vi risalti una patente necessità di non sparpagliare le carte in tavola, perché, parafrasando Baldini, quel che succede in Valsugana non è per forza uguale a quel che succede in Friuli, quindi lo si dice in due lingue diverse – anche se entrambe sotto la cappa di un Nord-Est Globale che implode nella fatica di riconoscersi Locale, Recupero de-populisticizzato

    ma “Piccola canzone per Marghera”, quella sì, si scrive in italiano!

    Maurisio, innàcc issé*!

    Mario Bertasa

    * Maurizio, avanti così (bergamasco “di sopra”)

  6. Grazie Antonella, Marina, Rosaria e grazie anche a Francesco e Mario.
    Per i vostri commenti, profondi ed attenti ,per la sensibilità che ne traspare. Sentirvi parlare, riferendovi ai miei testi, di concretezza, di raffinatezza della semplicità mi incoraggia moltissimo.
    Sento il piacere di uno scambio, di un dialogo. E’ vero, tanto di quello che succede in Valsugana non succede in Friuli e viceversa. E’ sempre stato così , ma non so se sarà ancora e me ne dispiace. Non parlo dei tratti comuni che ovviamente ci sono e contano parecchio, ma di quel essere proprio, insito, che hanno le lingue, le persone che le parlano e che facendolo raccontano una storia unica. E’ proprio questa la resistenza, la marginalità che mi interessa, una marginalità che non è condanna, ma forza, riparo dal banale, lezione di vita. Una lezione che rallenta la frenesia contemporanea, la corsa verso tante inutilità che attanaglia il cosidetto Nord-Est. Una corsa che spiana la strada alla monocultura degli outlet, dei centri commerciali seriali. Delle mie tre lingue mi interessa molto anche la musica, il ritmo, un ritmo che è battito di cuore, ritaglio di verità e dignità profonda.

    Maurizio

    per db: bassa Valsugana dove ? mi chiedi… Telve, Telve Valsugana, dalle parti di Borgo insomma

  7. apprezzo molto i testi di maurizio… riesce ad esprimere il quotidiano in modo diretto, senza fronzoli inutili, con una passione poetica unica.
    per questo ti entrano “dentro” con decisione… c’è tanta anima nel tuo scrivere. grazie a te dunque, con stima.
    marino.

  8. grazie a te Francesco per avermi regalato questa bella avventura sul tuo blog. Un saluto a tutti quelli che hanno letto e commentato. mandi a ducj.

  9. Grazie al curatore del blog e a Maurizio Mattiuzza per aver aperto questa finestra che dà su ampi e fruttiferi terreni ben coltivati secondo millenari usi da contadini poeti alternati a macchia e boschi communi anch’essi ben tenuti attraversati da sentieri e strade vicinali da percorrere in bicicletta, in libertà, in pace! Respiriamo a pieni polmoni! Grazie!

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