Luci e ombre ad Atene – di Giuseppe Zuccarino

[GIUSEPPE ZUCCARINO]

9782718607931 «Je voyageais en Grèce avec ces photographies depuis que Jean-François Bonhomme me les avait données. Un risque avait déjà été pris, promettre d’en accompagner de quelque façon la publication, et je commençais à m’approcher d’elles, avec une familiarité d’ignorant, déjà, où se mêlaient la fascination, l’admiration, l’étonnement, toutes sortes de questions inquiètes, en particulier sur la forme que je pourrais bien donner à mon texte. Sans le savoir, j’avais dû décider, à cette date, le 3 juillet, n’ayant encore rien écrit, que cette forme serait à la fois aphoristique et sérielle. Jouant ainsi du noir et blanc, de l’ombre et de la lumière, je disperserais alors mes “points de vue” ou “perspectives”, tout en feignant de les rassembler dans la séquence de leur séparation même, un peu comme un récit incessamment interrompu, mais aussi comme ces pierres mortuaires, dressées dans L’Allée des tombeaux. Autour de celle qui donnait à lire le nom d’Apollodore, j’avais déjà remarqué l’insistance d’un motif sériel. Allée (et venue) de l’une à l’autre, d’une colonne à l’autre et d’un terme à l’autre, cette sérialité porte le deuil. Elle porte le deuil en raison de sa structure discrète (interruption, séparation, répétition, survivance), elle porte le deuil d’elle-même, au-delà des choses de la mort qui forment son thème, si l’on veut, ou le contenu des images. Jamais, et non seulement dans les allées du Céramique, au milieu de ses stèles funéraires, qu’on en voie l’intégrité ou un détail, jamais aucune de ces photographies n’évite de signifier la mort. Mais sans la dire. Chacune en tous cas rappelle à la mort accomplie, à la mort promise ou menaçante, à la monumentalité sépulcrale, à la mémoire dans la figure de la ruine. Livre d’épitaphes, en somme, et qui, oui, porte le deuil en effigie photographique.» (J. D.)

[Jacques Derrida, Demeure, Athènes, Photographies de Jean-François Bonhomme, Paris, Éditions Galilée, “Ecritures/Figure”, 2009.]

Giuseppe Zuccarino – Luci e ombre ad Atene

     Dopo una prima edizione bilingue apparsa in Grecia nel 1996, viene riproposto adesso, nel solo testo francese, un breve saggio di Jacques Derrida dal titolo Demeure, Athènes (Paris, Galilée, 2009). Questo scritto commenta una serie di fotografie scattate nella capitale greca da Jean-François Bonhomme, ma al tempo stesso costituisce una meditazione sulla morte. Il corpus delle opere di Derrida, benché l’autore sia scomparso nel 2004, può dirsi ancora inconcluso (ha appena preso avvio, infatti, un piano pluriennale di pubblicazione dei seminari), ma già con i soli testi editi in vita appare di una vastità tanto ammirevole quanto difficile da padroneggiare. Di fronte a ogni singolo testo, la prima tentazione è forse quella di cercare delle analogie con altri. Nel caso specifico, si può notare ad esempio che il titolo Demeure, Athènes si basa su un gioco di parole (il primo termine, preso come sostantivo, indica la città greca come «dimora», mentre preso come imperativo significa «resta, rimani») che si ritroverà in un’opera del 1998, Demeure, Maurice Blanchot. Oppure si può ricordare che a Derrida era capitato di riflettere sulla fotografia in un saggio del 1981 su Roland Barthes, e quattro anni dopo di analizzare un’ampia serie di foto nella sua Lecture di Droit de regards di Marie-Françoise Plissart, così come di soffermarsi sul tema della morte in Apories, apparso proprio nel 1996. Ma se è giusto far presente che un reticolo di collegamenti, espliciti o impliciti, unisce sempre fra loro le varie opere derridiane, occorre anche leggere ciascuna di esse nella sua autonomia, stilistica e concettuale.

     Siamo infatti in presenza di un filosofo che cerca, ogni volta che scrive, di trovare nuove forme espositive e di non considerare mai come acquisite, e dunque semplicemente ripetibili, le idee che ha elaborato nei libri precedenti. In questo caso, l’autore spiega nella premessa di aver scelto, per accompagnare le foto di Bonhomme, una modalità di scrittura che sia «al tempo stesso aforistica e seriale». In effetti, però, il secondo aspetto prevale sul primo, nel senso che i diversi brani o clichés (è questo il termine, che allude ai negativi fotografici, usato da Derrida per definirli) sono tematicamente connessi fra loro e spesso troppo ampi per poter essere pensati come aforismi. Ciò che unisce le foto in bianco e nero che troviamo riprodotte nel libro è, agli occhi del loro commentatore, il fatto che tutte significano la morte. Possono farlo in maniera diretta, quando rappresentano stele funerarie e sarcofagi dell’antica Grecia, o indiretta, quando si incentrano su altre rovine monumentali, su statue mutile e decapitate, o allusiva, come accade nell’immagine che ci mostra il cartello stradale di una via dedicata a Persefone, la regina degli Inferi.

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     Appaiono a prima vista più problematici i casi in cui il fotografo ha ritratto persone vive, magari impegnate nelle loro attività: un macellaio, un pescivendolo, una venditrice di ortaggi e uno di pulcini, un suonatore ambulante di piano e uno di buzuki. Dov’è qui la morte? Per chiarirlo, Derrida spiega che Bonhomme ha scattato le sue foto ad Atene durante un periodo molto lungo, circa quindici anni. Pertanto egli «ha anche visto sparire, col passare del tempo, certi luoghi che ha fotografato “da vivi”, se così si può dire, e che sono ormai degli “scomparsi”, per esempio quella specie di mercatino delle pulci di via Adrianou, il caffè Neon in piazza Omonia, la maggior parte dei pianoforti di strada, ecc. […] Questo libro reca dunque la firma di qualcuno che veglia, che porta più di un lutto, di un testimone doppiamente sopravvissuto, innamorato dolcemente attratto da una città che è morta più di una volta, in tempi diversi». A partire dalle immagini del volume, sarebbe possibile sviluppare delle considerazioni «sull’essere e il tempo, l’essere-e-il-tempo nella sua tradizione greca, beninteso, dall’esergo del Sofista all’apertura di Sein und Zeit.  Ma l’essere e il tempo nell’epoca della fotografia».

     A Derrida non sfugge il carattere autoriflessivo di alcuni scatti di Bonhomme: uno di essi, in particolare, ci mostra un fotografo sull’Acropoli, non intento a ritrarre il paesaggio cosparso di rovine che lo circonda, ma addormentatosi su uno sgabello accanto alla sua attrezzatura, che comprende anche una macchina di modello vecchissimo issata su un treppiede. Il filosofo esamina in dettaglio questa ed altre immagini, prestando particolare attenzione al gusto di Bonhomme per gli oggetti che sono ormai fuori tempo e fuori uso, ed elogiando la bravura con cui egli «dispiega un’inaudita arte della composizione al servizio del suo lutto. Non di una nostalgia personale, ma della malinconia che contrassegna una certa essenza dell’esperienza storica. […] La fotografia ha il senso della storia, ma oppone anche una sensibilità insensibile, impassibile, implacabile, alla storicità».

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     Intrecciando le reminiscenze dei viaggi da lui compiuti in Grecia alle citazioni dei classici della filosofia (come i dialoghi platonici in cui viene descritto il contegno di Socrate in attesa dell’esecuzione della condanna), Derrida finisce col condensare le proprie riflessioni in una frase che giudica intraducibile e che ripete più volte nel corso del testo: «Nous nous devons à la mort». Egli spiega che non la intende soltanto nel senso dell’essere-per-la-morte, della consacrazione al pensiero della nostra condizione di mortali. Il raddoppiamento del nous, in francese, gli sembra poter alludere a una duplicità interiore, quella per cui da un lato occorre essere coscienti del fatto che la morte è inevitabile, ma dall’altro è necessario rifiutare ogni religione del lutto. Il filosofo ci tiene a ricordare che la frase gli era venuta in mente in una circostanza e in un luogo particolari, mentre tornava in macchina con gli amici da Brauron verso Atene, in una giornata estiva e soleggiata durante la quale avrebbero fatto il bagno. Nella formula citata, uno dei due nous «è un vivo innocente che per sempre ignora la morte: in questo noi siamo infiniti, ecco ciò che avrei potuto voler dichiarare ai miei amici. Siamo infiniti, quindi sforziamoci di esserlo, eternamente. Ecco in ogni caso a partire da quale pensiero, sotto il sole, al momento di tornare ad Atene, possiamo almeno sognare di pronunciare, citandola a comparire, ma al modo di una denuncia, la piccola frase “noi ci dobbiamo alla morte”». Ed è in questo stesso spirito che Derrida rivolge, nelle ultime righe, un’esortazione ai suoi lettori, ossia a noi che osserviamo oggi le immagini scattate da Bonhomme, divenute nel frattempo ancor più anacronistiche: «Ogni volta che guardate queste foto, dovrete […] ricordarvi che un giorno, verso mezzodì, per alcuni, mentre venivano da Atene e vi tornavano, il verdetto aveva avuto luogo ma il sole non era ancora morto».

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La Présentation di Jacques Derrida e le immagini contenute in questo post sono tratte dal sito della casa editrice Éditions Galilée.
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3 pensieri su “Luci e ombre ad Atene – di Giuseppe Zuccarino”

  1. Forse suonerà strano, per gli studiosi di Derrida, ma la sua opera-arcipelago ha, per me che ne sono un lettore casuale e discontinuo, un aspetto commovente e personale, come se ogni suo frammento fosse una lettera diretta proprio a chi la legge in quell’attimo. In un bel libro edito di recente da Anterem, “Derrida e il dono del lutto”, Lorenzo Barani esamina alcuni discorsi tenuti da Derrida in occasione della morte di alcuni amici cari, dei veri “tombeaux”, e in ognuno di essi accenna, con tenerezza, al grande dono delle lacrime. Le virgiliane Lacrymae rerum?
    Ciao a Giuseppe e Francesco.
    Marco

  2. Caro Marco, sto leggendo anch’io il libro di Barani, al quale prossimamente dedicherò un post. Intanto un plauso a quest’ennesima egregia prova critica in forma di recensione di Giuseppe.

    Un caro saluto.

    fm

    p.s.

    Ho problemi di connessione, vogliate scusare la latitanza.
    Buona notte a tutti.

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