Il libro dei doni – Capitolo VI, 1

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Massimo ORGIAZZI   Roberto VOLLER   Matteo FANTUZZI
Cristina BABINO   Augusto AMABILI   Enzo FERRARI
Stelvio DI SPIGNO   Alessandra PALMIGIANO   Luca ARIANO

 

Il libro dei doni – Capitolo VI, 1

 


Massimo ORGIAZZI
[da: Voynich, 2007]

 

Geometrie inconsistenti dell’anno solare

Sto parlando di un sole finto
che conserva il senso
di attraversate in cresta
tra nuvole che incrociano di bianco
il genere delle giornate, di una festa.
Si tratta di parti di una geometria
fondata sugli assiomi precedenti minuscole tempeste
e dei pezzi di lune costruitesi da sole su orbite deflesse.
Mentre quaggiù è capodanno, debolmente,
e il meglio dell’inverno è ritornato in piovaschi chiari di ritardi:
con i fuochi artificiali che rintronavano di quiete
ripristinando una voglia di millenni, gruppuscoli di venti, antenne.
La luce pomeridiana dei primi giorni splendendo appende
strade, cascinali e i bravi cani di una volta
a memorie scorte scritte a caso nelle ghiaie, al mio viso ancora imberbe:]
non si può fuggire ad una vita percorrendone le crepe.

 

What is not order

Servisse a qualcosa tutta quest’acqua
sprecata; quest’epoca di anche di fata.
Bastano i titoli di prima pagina: in mezzo c’è più di quel che c’è scritto;]
tra le righe recupera un senso anche un reperto di amico,
un regalo, un ricordo, un occhio ridotto a cameo
sotto il tiro di frasi austere come lo sguardo di un numero primo.
Sventolano ancora le ragnatele sotto un cielo da neve
sghembo fino al soffitto
dove si aprono crepe, un ordito di bene
privo di sede, indirizzo – email sfrigolano intanto curiose di sito in sito.]
Il numero civico, un unico solo puntino.
Manca poi la ragione, peraltro, per un mucchio di sere, manca
una scienza del torcere ottimi umani rapporti in cerniere.
Se tu sapessi che manchi, Elena-dagli-occhi-di-tele,
non sarebbe che ocra quell’incubo lucido sterminato a ponente.
Sarebbe un simbolo mobile, burrasche di cielo rifatto a memoria, abbozzi di scelte.]
Tutte le cose, comunque, nelle proprie cartelle.

 

Defensor Pacis

M’apparivi in quel sogno da docile,
come logico dolore
profeta della tua tranquillità che obliqua
sulle case l’occhio sapeva spezzare in pose,
definizioni indebolite di cose alla stregua seguente della sorte.
Io che non m’ero ancora fidanzato
con una donna già morta da anni [o fidato]
generavo varie negazioni di marzo;
da solo abilitavo possibilità intere a bloccarsi,
reductio ad unum, in brevi storie partorite morte di scarto,
in grandi macchie scure nella melma
che sui fondali erano inverni, torrenti,
uscite domenicali nemiche dei sensi
trasformate in morfine, in usanze già perse.
Mentre un fondo lordo rullava di rosso,
nemmeno le montagne sequestravano ossa, ore, arse
al calare del mondo. Noi, poveri riti di capelli gelati dal sonno.

 

Spes ultima dea

Impressiona lo scorrere del tempo,
l’inclinarsi acustico del suo fischio che schiude sbattendo,
cardiaco, i tronchi profilati di drammi;
poi l’annidarsi di baci invecchiati, aderenti agli affanni,
ai visi come radici di rampicanti, nel decidersi aritmico
del riso, costruito ridendo con i perimetri delle cucine,
i battiscopa. Potessi ti ritoccherei alle spalle con delle acquetinte,
indicandoti il luogo preciso dove d’accordo,
molto avanti e insieme, posizionammo il mondo.
Ora [lo è veramente ?] motori indicizzano
le migliori emicranie, includendo il 50%
di sbagli, tutto il resto in ore di vita scadente e canovacci di testo.
Quel giorno, in collina, incollavamo orologi
alle fronde dei salici, alle statue votive necrologi scaduti di cani,
fissando l’estate estrarsi da sola nei parti continui di un’arte
tornata a corrodere lastre, massicciate di povere porte.
Se sei una dea enorme, ora, ingombrante di legno
con infissi insetti morti di marmo, ficcata in ogni angolo esterno
lo devi, lo dobbiamo
a noi, all’amore di scarto, al tocco leggero della nostra umida mano.

 

**********

 


Roberto VOLLER
[da: Plazer, 2006]

 

oggi abbiamo occupato la fabbrica
ma sappiamo che nessuno (di noi)
può fermare la logica del profitto

ci avevano promesso lavoro e più soldi
ma dieci di noi dovevano andarsene

evviva il sindacato! prima della tratta-tiva
erano ventidue che dovevano andarsene

siamo usciti dalla fabbrica (per i nostri figli)
ne sono rimasti dieci-dentro-
(a loro appartiene la fabbrica)

il padrone ha pisciato di nuovo
sulle sue mura perimetrali
contrassegnando il territorio

 

*

 

mosconi ronzanti scaricano
i loro bicchieri d’acqua
ma il fuoco non vuole spegnersi
aerei asmano lontano su altre vampe
la fiamma è traditrice si sa
va sempre con il primo vento che capita
con la prima mano ardente:
nel consenso acceso si decide
per i mangiatori di fuoco

 

*

 

il corpo dilaniato del morto di lavoro
fu distribuito (ecchippiù ecchimmeno)
tra i compagni della fabbrica
affinché intero rimanesse il ricordo

 

*

 

avete presente l’uomo col coltello
che per tutta la vita ci ha inseguito?
ebbene non ha sbagliato persona

 

*

 

non so staccare
le mani congiunte in preghiera
incollate sono di sangue

 

*

 

un momento di attenzione prego
per chi si è ucciso perché sfrattato
perché disoccupato perché malato
perché non ne poteva più di questa vita
un momento di attenzione prego
solo un momento rottinculo

 

*

 

dice
– mettetevi a sedere sul divano tutti e tre –
due maschi piccoli e una femmina già
ragazzina
poi spalanca la finestra:
è un fresco mattino di primavera
– e ora guardate cosa fa la mamma –
scavalca il davanzale e si butta nel vuoto
il più piccolo dei fratelli è mio padre

 

**********

 


Matteo FANTUZZI
[da: Kobarid, 2008]

 

Perché volendo pure Modena è lontana
e allora uno si chiede: – Quanto tempo?
Un anno. E un anno è poco ma anche tanto,
se a casa sta una moglie a letto con le doglie
con la testa della bimba dietro al corpo col cordone
cinto attorno al capo ed urla “padre, padre”
e il padre sta a combattere la guerra
ad ammazzare i figli di quegli altri
a compiere gli stupri, in modo la sua razza sia difesa
e sia immortale: e salva sia la sua famiglia.

 

*

 

Devi diventare più aggressivo col lavoro
perché oramai va forte anche l’usato
e un poco ovunque spuntano degli outlet;
devi andare (avrai capito) nei luoghi del dolore,
in clinica oncologica ad esempio, e dire:

“Lei è incurabile per caso? E quanto tempo ha a disposizione,
un anno? E alla bara ha già pensato? Io le vendo da 20 anni,
importo il legno dalla Svezia, sono bravo, costo poco”.

O ancora meglio ti dovresti fare forza e suonare
porta a porta nel paese, e chiedere a chi t’apre
se per caso è a conoscenza di qualcuno che sia morto
o lì per farlo o se quello in primis (pure in ottima salute)
non volesse già decidere la cassa.

Perché tanto “quella” arriva e non fa sconti,
e per lo meno allora la tua bara sia economica e curata,
di buon gusto, fatta a mano, da un esperto del settore.

 

*

 

Ti parlai di Apocalisse nell’ultima mia lettera,
e ancora oggi sono convinto della cosa:
non ho pensato più alla possibilità di trasferirmi.

In effetti non è che pensi a molto ultimamente
sono bloccato da qualcosa che mi umilia,
forse le immagini del dramma
oppure un’insistente insinuazione del ricordo.

 

*

 

Dimmi se hai presente
quant’è stretta via Valdonica,
schiacciata tra le mura
del quartiere ebraico

che per assurdo ad uno lì
potrebbero sparare in pieno volto
verso sera all’imbrunire senza nemmeno
un testimone, perché tanto quella strada

anche se in centro è fuori mano,
perché da lì non passa quasi mai nessuno
se non si ha un obiettivo, un luogo
dove andare, dove attendere per ore.

 

*

 

Sembri una Madonna tra le luci della Chiesa,
contrita, addolorata, trafitta dalle lame
attorno al cuore: hai un ventre che non si scompone,
non si muove. E mentre guardi altrove e pieghi

il corpo si aprono le vesti e scopri il fianco.
E ancora sangue perdi e sembri non curarti,
mentre ti arrendi o meglio non ti opponi
a quello che è accaduto e accade ancora.

Ti genufletti e prostri il volto.

 

**********

 


Cristina BABINO
[da: Provincia, 2008]

 

Piccolo natale

Ti chiudo con gli occhi
a serbarti provvista, o letargo,
nella tana degl’inverni.
Le tue dita di tenero corallo
disegnano zodiaci di costellazioni,
rami d’oro imbrunito e di comete;

rientrano nel seno segreta
miniatura, presepe raccolto
in mandorla di vetro.

Figure inanellate di riverberi,
intaglio non di scheggia ma cristallo
di bottiglia, adagio di risacca levigato:

non ferisce non fa male

chi t’aiuta a riconoscere gli umani
nella stalla, a chiamare gli animali.

 

Provincia

Ruralità sommersa
di bastioni industriali
asfalti opachi

lavori in corso
e case popolari

sto attenta al cane
e al padrone
come vuole la scritta
sul cancello dei vicini.

 

Chimiche latenti

È un mistero uno e trito
la chimica latente
quell’inguine nervoso
i passi che improvvisati
porti appesi ai pantaloni

stirati tra la torre
e la piazza del teatro

io non conto
e non per dono
non ho in questo
beneficio d’inventario

soltanto mi sfiguro
in vedute di insetto
o paretaria

esserti muschio
caglio incrostazione.

 

Sposi di maggio

Conto chicchi di riso
sul sagrato cotto
nel palmo della mano

e di grano esatto
nei campi arrotolato

le auto corteo nuziale
secondo rumore
di trattore.

Di là dal guardavia
trascorrono veloci
ragazze dietro
sulle moto

già piccoli tedeschi
si fermano a bagnare
il ciglio della strada.

 

Cuore di tetrapak

Volo plastica su ali di polimero
se rotta e abbandonata
mi svuoto d’ogni peso e gravità
degli avanzi della cena

e allora come vela gonfia
d’aria e niente sopra
megaliti urbani plano
invento traiettorie oblique

tra container clessidre
d’alluminio senza
sabbia e senza tempo.

Poi mi poso m’impiglio
a un ramo secco tra
refusi industriali mi riposo.

Una volta qua era tutta campagna.

 

**********

 


Augusto AMABILI
[da: La convalescenza, 2008]

 

ci si piega alla lentezza del senso
al compatto del tasto violato,
quanta letizia in una mente non lucida
quanta sozzura inveisce
al dipartito sorriso
bianco, ordinario, postumo.
lo strofinio scoraggiato è indicibile impotenza
ferisce l’estro il significato, l’umano.

 

*

 

l’eternità del grembo stropiccia la posa oscena.
l’ascesa è mancata, l’amore ha il cancro.
la carogna annusa il feto
nel costato intriso
prematuramente orfano.
elemosinata, scardina la fronte del proibito vacillo
nel corridoio, il lucernario è fievole fulgore.
il dolore dell’essere – mendicato –
costringe ad altro.

 

la convalescenza

smorto periodo questo il mio
vale a non ricordare volto
molto è dovere, intorno, feste d’ubriachi.
con esse adagio la mia colpa scorre
o corre via con l’origliare dei salvati.

 

*

 

non credevo, e invece sì
c’è del vuoto in questo posto
dov’ho imparato a stare zitto
facendomi mimo di un verso muto
e neanche ho pianto,
hai presente il niente dappertutto?
questo intendo.
non ha torto il ritmo del lutto
che stamane acquieta il respiro
malgrado il sonno sembra vera la preghiera
di chi pur non avendo fede crede, vivendo l’era
– è l’iniziato alla pena che l’anima trova sveglio,
m’avesse trovato quel tempo starei ancora respirando
compiaciuto del piacere che la gente teme,
ma a quanto pare non sembra una scelta.

 

*

 

che bella l’alba
quando nessuno la contamina,
domani s’illumina
e quasi sembra pietra striata il disuso del giorno
ripreso al mattino, ancora intriso di sonno.
lo sbattimento riposa in ognuno addosso
e mi scopro geloso, per un amplesso mancato
– e non è di sesso che parlo,
impossibile dare nomi tanto solari all’ombra, Laura.
meglio morire di fame e di lenzuola
che nutrire di veleni l’anima.

 

**********

 


Enzo FERRARI
[da: Nuvole d’estate in Liguria, 2008]

 

La rugiada e il miele

Sono gli anni che mi portano in giro
come i segnavia sui sentieri di montagna,
bianchi e rossi riquadri.
La luce traccia una striscia,
il colore si disvela,
agli angoli di invitanti crocicchi.
Dai fiori alle sagome degli alberi,
dalle farfalle alle gocce d’acqua frantumate,
a ogni forma, segno
che il caso ha voluto lungo la strada.
Bevo e mangio
rugiada e miele
nella presunzione di vivere in eterno.
Quello che ho visto,
giuro che l’ho visto davvero.

 

L’odore del dolore

Dove è racchiuso il segreto della vita?
Il disgusto sale e riempie di vomito la gola.
Una zanzara scacciata dalla fronte sudata
vola ostinata sui pochi capelli unti.
Il dottore fa finta di scrivere la ricetta.
Il dolore attanaglia i pensieri,
non molla la presa, fino alla fine.
Non basta la morfina.
L’animale a tre teste
scavalca il muro di pietre,
così a fatica costruito in tutta una vita.
Con l’odore della stagione che cambia,
la stanza è sempre più buia,
con lo specchio vuoto
e l’armadio che nasconde i vestiti:
tutto è in ordine e pulito.
Davanti è solo un silenzio imbarazzante.

 

Liguria

Terra innamorata del mare,
carica di fatica.
Approdo per le genti.
Gradinata, terrazzata,
avida d’azzurro,
senza maree apparenti.
Terra che aspetta,
che lascia aperta la porta
a qualcuno che deve arrivare.

 

Un bicchiere di bianco

La notte tremante
bussa ai vetri:
un odore di vino
dall’osteria.
Una brezza di suoni,
un viso impastato
d’oliva e gelsomino,
una debole pioggia.
Sotto l’acqua
continuano le parole.

 

Nero di seppia

Oltre la costa aggredita dal cemento
danno fuoco alla montagna
in una sera di vento.
Si muovono rapide le ombre
danzando nel vento.
Si resta in silenzio
come dinnanzi all’aurora.
Nero.
Nero di seppia.
Nero di fumo.
Nero di cenere.

 

Sentieri

Ho piacere d’avere in mano
la conchiglia dei versi:
sospese le brevissime bugie,
sfilacciata la tensione.
Canto in mezzo al rumore
dico del rimasto
e qui m’acquieto
tra le pieghe della vita.

 

Nota

Resta solo vagamente
l’olivo
una sorpresa
prima di dire
la nota
il tema umano
della quiete.

 

**********

 


Stelvio DI SPIGNO
[da: Fine, 2006-2007, inedito]

 

Catamumba

Piove e ripiove a Catamumba
l’odore è proprio di pioggia clinica a Catamumba,
lampi elettrici, spigoli palmari, ventricoli di cielo – ora
e nel tempo ci chiudiamo
qui dentro, in quello che non viene, mi passa
nell’occhio di vetro l’anima di Murat

in quel lontano 1815 ancora avevo desideri,
un modo umano per farmi incosistente
nel cadavere di quell’ancora-poco – stelle mie
vi dirò come fare per il cuore centrare –

Ora conto i giorni dentro un verde strabiliato
un raffronto con un sé dei miei qualunque
in un orto stellare mi ritroverò, a 25 volt – là
a contare le spie ancora accese

proprio qui nel 20025, c’è ancora
un’infanzia, la smania, clitoridi
di Bach e anche fiori di Bach – qui dentro ancora chiuso
le ossa contenute con scarti di più vite
in un solo cervello mai autenticato
del resto non tumulato e non per sempre
è adorato ricordare – piove, piove sempre
a Catamumba e nelle case vicine
una bella cosa femminile.

 

Contatto

Fratelli ghiacciati in tuorli di marmo
si allenano a morire
ce la possono fare – per volontà
                                 speciale –
se ad aspettarli non fosse – non fosse –
il killer solista in vena di bestia
                                 e candelabri –

(i morti di fresco
ne sanno più di noi)

ma bisogna afferrarli inzuppati
di sudore cetaceo – nel sonno –
e l’Angelo dello Stermino
sarà di nuovo
a nostra portata.

 

Ore dodici

Genti cariate non hanno un solo guscio
sotterraneo
perché le pietre
frammentano il canto del gallo
e un non-si-può si dimena
in un mai-più –

Nella testa di un me povero di legno
schiacciata tra cervello e sesso cambiato
delle cose augurate-cancellate
non manca
il desiderio di finire tra le scorie il letame la fame –

(frammenti di ossa nelle teche al santuario
nelle teche le ossa fermentano fremono frenano
nel bruciore di tutte le giunture anche le mie si fanno spiare
dal bruciore delle ossa in tutte le giunture anche le mie giunta l’ora che è)]

A volte anche più bruciato ci ritorna
il sole – la mattina – ma
quale sarà il nome
di quest’avaria
del reale
non si deve sapere – non più.

 

Acrasia

Per sempre canteremo la tua gloria

ma solo da lì dove nessuno
potrà darci più torto
dove la morte si vede dalla vita
nello specchio della mantide omicida
non siamo mica morti per niente – io

non lascio sorte a chi dopo parlerà
niente figli pronti per l’aldilà
non mi importa che cosa ne pensa
la terra che mi toglie e mi raccoglie

ma Dio, se solo esistesse, un cantante di successo –

ma come è inutile pensarci proprio adesso –

 

Diazepam

I bagnanti
non si vedono più
(dissolti per qualche nostro sbaglio-abbaglio).

Montagne di carcasse
un cane stramazzato
rigonfio di sale
che fa pulizia.

La camera ardente dell’estate
ancora ci guarda fare – obbedire –

Il deserto rimescola i granelli.
Ho mosso le dita e un mondo è crollato.

(un contatto sintetico con l’acqua
mi paralizza i piedi sulla sabbia.
Questo è l’ottobre. Per sempre.)

La fine.

 

**********

 


Alessandra PALMIGIANO
[da: La seconda natura, 2006]

 

Sniper:
Una vita nel massimo riparo
e nel costante pensiero della guerra
viene la morte a guardia della vita:
presidia le derive dei fotoni, i bagliori
della retina, della falce delle unghie:
For us there was no land beyond the Volga:
ed è l’istinto migliore a distogliere
da ciò che va crucialmente protetto
ad abbassare lo sguardo, e accettare
la discesa laddove la memoria
è il veleno del radon che si accumula
nelle cantine di un microcosmo
agito da forze secondarie
e di non immediata intuizione.

Ricalibrarsi sulla comprensione
dei piccoli moti e dei perni
le infinitesime turbolenze, i punti
d’equilibrio locale nelle lenti
d’aria: è la consegna che apre il baratro
e nel silenzio innesca
l’ordalia di un apprendistato
fondato sull’arte di dimenticare:
Accondiscendere al suo percolare
dentro gli alveoli della res extensa:
occorre arrenderla, e riconoscere nella resa
la propria unanime molecolare vocazione
a diventare ciò che si è
dinanzi al prossimo scatenarsi dell’alba.

Viene la morte a proteggere la vita
in ogni andito della privazione, l’arena
dove diventa atto la tensione
all’esemplarità. E si attesta sulla
minima dispersione: il metabolismo
del rettile è la sua entelechia
la primordiale economia dei movimenti
è la massima resa del proiettile.
La privazione illumina le soglie
e nel manifestarsi dei gradienti
realizza la fissione dei fondamentali:
il cosa alla pietà, alla compassione il come:
la traiettoria emana dalla pura volontà
la compassione misura il peso del proiettile.

E si declina nella precisione
rinnovando la fedeltà
alla filologia del nemico:
comprensione attraverso la distanza
dialogo e tessitura degli spostamenti
e cura interstiziale dello spazio.
Tenendo a freno la volontà
tra la seconda e la terza falange, in attesa
di percepire il varco, di acquisire
il senso che le api hanno del sole.
Nella simulazione giace la sostanza
nell’estensione del corteggiamento
il contatto fatale, il riconoscimento
il non sottrarsi alla hybris della somiglianza.

Ed alla fine, tutto avrà servito
l’esito. Ma potrà esporsi all’imminenza
dell’alba, alla cogenza del suo fronte
d’onda, soltanto ciò che si allinea e l’attraversa
con le ali serrate, o ciò che scocca
un’arringa apollinea, perché la morte arrivi
nel segno della neve come una persuasione:
la traiettoria mantenuta nel suo inverno, nel
silenzio del suo puro codice, nell’esistenza
e unicità della soluzione.
Torsioni che non devono gemmare
nel minimo varco tra seconda e terza vertebra
nel minimo oltre la barriera dei denti
affinché muoia prima di cadere.

 

Non appartenere

I pensieri si piegano nella febbre
dietro angoli di cui non mi preoccupo
e tornarci così svagatamente, da turista
in mezzo a tutti quei divani coperti
dalla penombra di teli, di stanza
in stanza, sembra l’unica maniera
e quella dell’istinto migliore.
Ad ogni costo, in questi casi occorre
farsi d’aria, finire grati il giro
e non assumere lo sguardo del
proprietario terriero, che alla fine
dei giochi — appartiene.

 

Sleeper

Si tende ad essere poco per volta
nel minimo continuo fra tesa e sopracciglio
nell’inverno dell’estate. Lontano
dalle albe belligeranti, dentro il crogiolo
del ritmo che non cambia il silenzio
Ritrovando il codice della guarigione
attendendo la parola d’ordine
che arrivi la natura, da un’altra parte.

 

Orizzonte degli eventi

Prego solo per questo rimanere
sulle cose che vengono bene
sulla grazia di questa pedalata
animalesca: non mi sfibreranno
i giochi le aperture le chiusure
né mi farò confondere dagli angoli
delle parole che consegnano troppe
cose, insieme troppe ma non vanno
a stanarle, non stanano le cose.

 

**********

 


Luca ARIANO
[da: Bitume d’intorno, 2005]

 

21 ottobre 1943
                                    (a G. L.)

Quando le frecce del sole
fendono le prime barricate di nebbia
un uomo dietro la scrivania
sente sulle scale i passi
del volo d’airone, oltre i fontanazzi.
Col suo pastrano accompagna
una bicicletta di pensieri
tra volti e divise:
il fumo di una sigaretta si sparge
nel brivido dell’autunno
al ricordo del profumo
della sabbia sui passi del mare
di una terra spruzzata da colli
all’orizzonte.
Sfumano nell’attimo lunghe sere
di circoli e baci della buona notte
arsi in un bicchiere di sguardi sbarrati;
spari che spolpano petti
prima di poter giocare l’ultima mossa
su di una scacchiera,
ma già qualcuno lancia una moneta
di falce nel cielo.

 

Dopo secche stagioni

Dopo secche stagioni
che spaccano il selciato
e svuotano pagliai,
s’è fatto alto il granturco
nei campi:
vorrei saggiare adesso
il sapore d’oro e non attendere
il prossimo ottobre
per spigolare accanto a quel vecchio
col grande cappello di paglia
o a quella nonna in bicicletta
col nipotino alla sella.
Volare sulle cime d’una valle
e poi precipitare tra le rovine
di una rocca: tra le sue pietre
e sterpi accendere un fuoco
per scorgere nuove orme;
poi lanciarsi in un mare di pensieri
lasciando veleggiare i capelli
nei momenti,
prima che la buriàna di un nuovo
temporale, spazzi gli arbusti.

 

Moloch
(lettera in versi)

                  “Che porca rabbia. Che porchi italiani.
                   (C. E. Gadda)

Caro padre
      vi scrivo – forse per l’ultima volta –
da questa trincea e da questo fronte
dove l’orizzonte è un deposito di cenere:

“La guerra è finita. Abbiamo vinto!”

Domani salirò su di un treno verso la valle
brulicante tra fumo e macerie;
non dovrò più addormentarmi cullato
da colpi di mitraglia e risvegliato da granate
ma sentirò ancora il canto notturno
delle cicale davanti al caldo di una stalla
e il grido d’un gallo a gettarmi giù dalla paglia
e in bocca non avrò più il sapore
di gavetta ma il profumo delle nostre parche cene
e le gambe mi bruceranno sotto il sole
dei campi e non per lunghe marce sui crinali.
Ieri, nell’ultima battaglia, tra fango e sangue
come gesto di perseveranza e di pace
ho strappato dal nero delle foglie secche
un nemico, un fratello d’un altro reggimento:
non parlo il suo dialetto e chissà se anche lui
ora sta scrivendo ai suoi cari;
è un caporale,
ricordo solo il suo nome: Adolf Hitler.
Vi abbraccio forte al pensiero
del ritorno a casa.
Vostro per sempre…

 

Train de vie

                     “Gli ebrei sono indubbiamente una razza,
                     ma non umani.

                     (Adolf Hitler)

                     “…Come può l’uomo uccidere
                     un suo fratello…

                     (Francesco Guccini)

Caronte Ariano traghetto questo treno
verso un campo di concentramento.
anche oggi combatto la mia battaglia
per il nostro fuhrer,
per la nostra razza e il nostro Reich.
Sibilano le ruote e fari nel buio su binari
pallidi di neve e da quelle ciminiere
salirà il fumo della Soluzione Finale.
Nessuno fermerà questi vagoni carichi
di bestie rantolanti: pianti di bambini e donne
e lamenti di vecchi storpi.
Non è più il tempo dei gitani, di invertiti,
di comunisti e di ebrei assassini di Cristo
avvinghiati alla loro borsa.
Sento il vagito d’un infante ma non è il mio piccolo
che a casa già mi aspetta:
lui sarà figlio di un nuovo Reich,
della razza ariana dominante sul mondo.
Heil Hitler.

 

**********

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5 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo VI, 1”

  1. Ecco, Francesco, un altro capitolo frutto del tuo amore e della tua generosità. E ormai mi sembra che dire ” grazie ” sia davvero poco.
    Tu stai componendo un’opera che neanche molti editori insieme sarebbero riuscire a pensare.

    il mio abbraccio, sempre.
    jolanda

  2. Quello è un sogno, caro Francesco, siamo completamente fuori target: le antologie cartacee che vedi in giro, fatta salva qualche rarissima eccezione, vengono pubblicate solo per regalare un “titolo” al curriculum di amici e sodali. E questo vale anche per le riviste.

    fm

  3. lo so, purtroppo.
    ma questo è un luogo dove si possono esprimere anche i sogni, che è già un modo di provare a coltivarli.
    un caro saluto a te.

    ft

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