“Non porteranno via il lavoro ai nostri figli…”


“Almeno questi non arriveranno qui e non porteranno via il lavoro ai nostri figli…” (*)

Più di trecento morti, e non una parola di cordoglio, di umana pietà, nemmeno per finta, dalla classe regnante di Vaticalia, dai suoi servi mediatici e dal ventre oscuro e incancrenito del sentire comune. La coscienza e la memoria di questo paese hanno ormai lo stesso colore dello zerbino verniciato di fresco che il ducio indossa ogni mattina al posto dei capelli…

(*) Profondo nord, ieri pomeriggio, davanti a una scuola elementare, in attesa dell’uscita dei bambini…

***

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14 pensieri riguardo ““Non porteranno via il lavoro ai nostri figli…””

  1. Francesco, hai scritto bene nel tag, stragi annunciate. E non c’è volontà,a quanto pare, di fermarle, anzi. La notizia o le notizie,visto che sono stragi che si ripetono, vengono date come “normali”, una tra le tante disgrazie che purtroppo capitano. Senza andare a spulciare le incompetenze o le omissioni o, quel che è peggio, il menefreghismo di uno stato che dovrebbe custodire i propri cittadini da una parte, e dall’altra , nonostante i molti punti di accoglienza, uno stato che finge di alzare le mani difronte al fatto compiuto.

    Ma, dico, da qualche parte saranno partiti, qualcuno ha preso soldi per farli imbarcare, mi sembra davvero assurdo che tutto ciò possa accadere ancora. E se accade, mi dico, è perchè nessuno fa nulla perchè ciò non avvenga.

    Trecento persone in meno da sistemare di là, trecento persone in meno da aiutare di qua.

    Ma i loro corpi ancora sono caldi, le loro voci ancora parlano dai fondali marini, parlano e ci accusano perchè non si può permettere questa ulteriore forma di stragi, perchè le rispettive mafie locali introitano denaro che puzza di sangue, ma chi vuoi che si impressioni ormai più per un po’ di sangue?

    Persone come noi, con una speranza esile di un futuro per sè e per quei bimbi che tenevano in braccio, persone uccise da una logica barbara, due volte uccise, mille volte uccise dall’indifferenza di chi ascolta la notizia e continua la propria cena senza un tuffo al cuore.

    Io non ho pietà di chi non ha pietà, io non posso credere a una gerarchia religiosa che risolve la cosa magari con una preghiera. Io non posso credere a chi ha tanta ricchezza e non la distribuisce a chi ne ha bisogno.

    Si, Francesco, l’humanitas e la pietas non appartengono ai codardi.

    E forse la loro ultima parola sarà stata : vigliacchi!
    E ce la dobbiamo tenere a memoria imperitura.

    ti abbraccio amico
    jolanda

  2. Quando uno dei loschi figuri che dirige la baracca se n’è uscito col suo “da oggi saremo molto più cattivi con gli immigrati”, sapeva bene in nome di chi, e per conto di chi, parlava: hanno ormai buona parte di questo paese abbrutito nelle loro mani, lo hanno plasmato a loro immagine e somiglianza, deprivato di pensiero, di umanità, di capacità di ascolto, di un progetto qualsiasi che vada al di là del muro di cinta del più bieco egoismo, degli interessi di classe e di casta.

    Quelle morti, e quelle che ancora, purtroppo, seguiranno, sono il frutto dell’incapacità, da parte di queste becere e ottuse bande al potere, di pensare politiche che siano altro dalla clandestinizzazione dei flussi che dal sud del mondo, sempre più povero e disperato, si dirigono verso il ricco e opulento occidente. E’ c’è chi, di fronte a quest’orrore, non trova di meglio che andare a metterli in guardia sul peccaminoso uso del preservativo…

    Jolanda, faccio mie per sempre le tue parole: non avrò mai pietà di chi non ha pietà.

    Ti abbraccio.

    fm

  3. Caro Francesco, mi vergogno di questo paese, sono senza parole e faccio mie quelle che leggo qui sopra, grazie per continuare a denunciare quello che è diventata la bell’Italia.

  4. spesso mi chiedo perchè
    troppe volte non trovo risposte
    nè le domande

    poi mi rifugio in pochi angoli e trovo persone bellissime che in fondo dicono solo le cose giuste

    questo posto è uno di quegli angoli
    grazie
    c.

  5. “Si, Francesco, l’humanitas e la pietas non appartengono ai codardi.”

    Queste parole son di una verità profonda.
    Purtroppo, lo dicevo a un’amica giorni fa, questo paese non ha più dignità, ammira e vuole proprio persone senza pietas.
    La disumanità fa audience.
    Detto com’è.

  6. Penso che la teoria dei copioni concorrenti del filosofo Daniel Dennett, se proprio non “spiega” la coscienza (come lui pretenderebbe) colga comunque qualcosa di reale: al di sotto del discorso che infine emettiamo, una quantita di versioni concorrenti si affollano nella nostra mente e certi contesti, certe ignoranze, certe esasperazioni, possono anche finire per selezionare e far uscire qualche versione particolarmente ignobile. Tuttavia non credo che una singola emissione possa certificare più di tanto su quanto avviene nel profondo, meglio sarebbe forse una analisi delle “azioni concrete” compiute nel tempo.
    Capisco invece che pochi blog ne abbiano parlato: il fatto è estremamente disturbante perché la commozione, nel caso riesca a farsi strada, appare particolarmente impotente, ci ricorda aspramente quanto poco siamo “padroni” della nostra esistenza e come il nostro stare relativamente meglio sia sostanzialmente legato a un poco di effimera fortuna. Anni fa chiesi a Marco Rovelli perché ci si affidi ipocritamente al mare come “regolatore” e non si richieda l’invio di navi a prendere i migranti sull’altra sponda. Naturalmente non era questo il problema ma la concatenazione causa-effetto mi sembrava arrivare lontano: la coerenza ideale si scontra presto o tardi con un interesse “animale” dal quale nessuno ci ha mai affrancati. L'”opulenza” occidentale si paga normalmente in salatissime oncie di vita ed oncie di cervello sacrificate a faccende che non divertono affatto, che non sono certo predisposte per farti crescere. Possiamo anche girare per i blog e dire: “ah! ma guarda un po’a cosa pensa questo qui mentre della povera gente muore”. Ma sarebbe un po’facile, ingeneroso: i blog quasi sempre rappresentano dei tentativi quasi disperati di insufflare un poco di bellezza, un poco di significatività “personale” in spazi marginali, speranze per lo più illusorie perché quantitativamente insufficienti ad uno sviluppo reale. Il tema crea imbarazzo e senso d’impotenza in quasi tutti coloro che non siano professionalmente predisposti a “maneggiarlo”. Che altro si può fare oltre a mettere la nostra [x] sulla casella “io sono commosso (dunque umano)”? Dedicare un po’ di soldi (quelli che si accantonano “guai un mal di gnot”) o un po’ più tempo alle buone cause? O forse a studiare per capire che la questione è terribilmente incasinata e paralizzante? Sappiamo che il mondo si incarognirà, molte maschere di rispettabilità stanno cadendo, rivelando i denti canini che già si supponevano esistere, e probabilmente abbiano la stessa facoltà di influenzarne il corso di un plebeo del IV secolo. Ciò non giustifica l’indifferenza, beninteso, ma si tratta di questioni di coscienza, sulle quali andrei cauto.

  7. Caro Elio, non credo, per quanto riguarda il caso citato, che la “versione particolarmente ignobile” sia il frutto di una selezione, dovuta al contesto o al caso o all’esasperazione, da una più complessa rete di “materiali” che nel loro interagire strutturerebbero la “coscienza”, facendo rientrare l’esempio nel “patologico”, a fronte di coordinate di ordine e razionalità che rappresenterebbero invece, “naturalmente”, la norma. Mi piacerebbe anche pensarlo, ma la mia esperienza concreta, quotidiana, nei più svariati settori della vita comunitaria e di relazione, mi dice esattamente l’opposto. È l’ignobile la norma, che si fissa, ormai, in regole e rituali di condivisione, avendo soppiantato, irreversibilmente, a livello di strutture profonde, la dinamica dei vissuti che si fa immaginario (e principio etico) tanto sul piano individuale che su quello collettivo (ed è solo, e proprio, una analoga, medesima “ricezione” dell’alterità come minaccia e pericolo, da parte del “colletivo identitario”, a non permettere al “patologico” di essere avvertito in quanto tale).

    La questione, allora, non è quella di “insufflare un poco di bellezza…in spazi marginali” (sono d’accordo con te, si tratta di un’operazione sostanzialmente sterile), e, personalmente, son saprei proprio che farmene di una “pietas” e di una “commozione” che si esauriscono nella veglia sbiadita e passeggera di istanze etiche puramente formali, ridotte a palliativi dell’impotenza a essere quello che pure ci si dichiara o a cui si aspira.

    Credo, piuttosto, che pietas/commozione/indignazione possano farsi “prassi”, sostanza dell’agire consapevole, occupare lo spazio, ormai completamente rimosso e azzerato, tra le due rive opposte (ma, allo stesso tempo, entrambe causa dell’”indifferenziato umano”, da una parte, e del “patologico pseudo-identitario”, dall’altra, che sono le due tipologie che sembrano meglio connotare l’esistente nel quale siamo immersi oggi) della “lontananza affettiva protetta” e dell’ “esplosione viscerale” che si fa sistema di relazioni, e di conseguente rifiuto: è lo spazio di un’etica (e, per ciò stesso, di una “politica”) che non è ritualità formale e ossequio all’ideale, ma assunzione piena, nel vivo contraddittorio dell’esistenza, del principio di “responsabilità”: istanza attiva che si spende, quotidianamente, nella concretezza degli atti e dell’esistenza tutta, in ogni suo risvolto, e che può darsi solo se l’”altro” rientra a pieno titolo, con tutto il carico “perturbante” di cui è portatore, all’interno del nostro orizzonte vitale.

    Ti ringrazio della riflessione che hai voluto parteciparci.

    fm

  8. Un grazie a tutti, in particolare a Carmine, dalle cui parole traspare una “tensione” che riconosco, condivido e ricambio.

    fm

  9. Mi scandalizza, mi addolora, mi indigna la frase che hai riportato qui, Francesco, che non è che un piccolo/grande segno in mezzo a moltissimi altri grandi/grandi segni. Mi turba il fatto che a pronunciarla sia un padre o una madre, vedi che stiamo crescendo una cultura del razzismo che va oltre al razzismo stesso.
    Non so se qualcuno ha ascoltato l’intervista a Gentilini ieri sera su La7, in ogni caso ha ripetuto frasi già pronunciate in altre occasioni e del resto non è il solo. So bene che è inutile sperare che non ci siano persone così, ma il fatto che ci governino, che le votiamo (noi in Italia, immagino pochi in questo luogo), è il segno di un cancro che si diffonde, l’ennesima prova che dal tempo non abbiamo imparato niente.
    Ammetto di avere paura di ciò che si sta costruendo.
    Da un’idea di uomo che dovrebbe essere condivisa da tutti, da un concetto di dignità comune, anche da questa paura deve partire una qualche forma di resistenza, che sia etica da tramandare, accusa, fermezza. Se il mondo cattolico credesse davvero nei suoi valori fondanti, io dico, dovrebbe farsi sentire per questo, non per i testamenti biologici. La fede è un dono, ma il rispetto va conquistato.

    ft

  10. Si sentono ovunque, frasi come quelle che hai ascoltato davanti alla scuola. Sui mezzi pubblici (un delirio!), in ufficio, al bar, immagino anche davanti alle chiese… il tutto giustificato, anzi alimentato, da sindaci-sceriffi (amati, coccolati, intervistati in continuazione: nella provincia di Verona, capoluogo in primis, è tutto un proliferare!) e politici-servi in completa malafede. E così vai con le ronde, con le denunce per chi va all’ospedale per farsi curare o per partorire, le proposte di classi separate, e altre schifezze che ogni giorno si premurano di inventare, per la gioia di chi… come li vogliamo chiamare? Faccio una grande fatica a pensarli esseri umani…
    Detto questo, che fare, concretamente? Io resisto, con le parole e con i fatti, nel mio piccolo. Ma vedo tempi davvero tristi, e cupi.
    Grazie Francesco per questo spazio, dove ci si può confrontare e dove ci si sente ascoltati.
    stefania

  11. I tempi sono davvero tristi e bui. Più volte penso che sarebbe meglio, per un giovane, prendere e andarsene, nonostante esistano comunque particolari isole felici in cui crescere. La maggior parte dei discorsi che si ascoltano fra un pensiero e l’altro, sono per lo più su cose superflue. Ci si guarda in giro, si leggono i titoli delle copertine di libri che altri leggono, si scorgono titoli di giornali e nomi di testate che mi fanno domandare: come fanno ad interessarsi, a credere in quel che dicono?Perché buttare via così il proprio tempo, la propria coscienza, la propria intelligenza?
    In atto vi è un vero svuotamento della parola da significati che potevano definirsi condivisi; una distorsione della realtà per questo nascono paradigmi come la contrapposizione fra la cultura della vita e la cultura della morte, in cui si lava lo sporco e si insozza il pulito.
    Con questo becero populismo crescono persone votate alla stupidità e alla superficialità, in cui egoismo e paura si fondono per dare origine a molte di quelle espressioni che le nostre orecchie sono costrette a sentire.

    Credo che per cambiare le cose, attualmente, debba accadere qualcosa di veramente “grosso”…
    Ma quando accadrà, gli italiani saranno capaci di scandalizzarsi veramente?
    La crisi mondiale dovrebbe sollevarli, incitarli alla protesta: ribellarsi ad una classe dirigente e a quelle Very Important Person che intrattengono le loro serate con le loro stupide chiacchiere, pagate fior di quattrini…
    Mentre alla gente si chiede di lavorare di più, di fare sacrifici, permettendo così ad altri di “camparci sopra alla grande”…

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