Spaccasangue – di Iole TOINI

Iole Toini

Ondeggia come uno spillo
calato in fondo al pozzo.
Dentro la pancia il padre guaisce.
Non vive; resta nel vuoto che lo colma
limbo senza terra cordone alla gola
isola che affonda la carne aperta.
Respira, mamma-bambina
spingilo oltre il cuore.
Ora nasce
ora che duole così forte
adesso che spacca la carne.
Lui che in te resiste.
Lui che mai muore.

 

Un libro commovente, una prova di raggiunta maturità soprattutto nei testi in cui la passione si coniuga con il rigore. L’incandescenza biografica, la vocazione confessionale ci raggiungono grazie a un nuovo, conquistato controllo formale. Iole Toini racconta i suoi spettri: li rende cori che riguardano noi tutti.
(Antonella Anedda)

Iole plasma l’alfabeto con la bocca, lo “mastica e sputa” direbbe De André, caricando così ogni parola dell’energia femmina propria alle madri, custodi dell’origine. La verità che ne sgorga è pregna d’amore, di quel siero che ci cresce nelle vene e solo per accidente sublima in affetto. Amore per l’umana imperfezione, per la comunità operosa, per la poesia, che resiste alla deriva del senso evocando “l’abbraccio doloroso della vita”, le sue spire feconde.
(Stefano Guglielmin)

Leggo “Spaccasangue” di Iole Toini, e vedo una donna: Eva? Giovanna D’Arco? crocefissa ai chiodi della sua scrittura. In versi arcaici e crudeli, Iole ci dona echi di chi, prima di lei, ha estirpato le parole dalle proprie carni: Agota Kristof, Marina Cvetaeva…; e ci lascia in dote qualcosa che sa di sacro ed eresia: un rosario di spine intrecciato come cartucciera fra il corpo monco e le ali della Nike di Samotracia.
(Fabio Franzin)

[…] E così si resta investiti dal suo diario pieno di precipizi e di pezzi di cielo. E dal continuo sussulto di qualcosa che muove il corpo delle metafore, dei momenti narrativi o degli scabri momenti lirici. Quel che sussulta sembra potere salire e spaccare il petto, spaccare tutto, da un momento all’altro. E far tornare le parole nel puro magone, o nel grido rappreso da cui uscirono come primo sangue e prima rosa.
(Davide Rondoni, dalla Prefazione)

 

 

Iole Toini, Spaccasangue, prefazione di Davide Rondoni, illustrazioni di Orodè, Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna, “Segni”, 2009.

 

Testi

 

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(sfavole)

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                   E una chiave,
                   una chiave enorme,
                   che apre qualcosa
                   (qualche utile uscio)
                   da qualche parte,
                   lassù.

                   – Anne Sexton

Cammino sugli spilli delle loro voci,
un segno sotto l’occhio,
il blu di un chiodo che mi fa paura.

/

Ho sgozzato i miei genitori dentro la mia cassa da morto.
Ho cominciato da bambina, senza saperlo.

Era una specie di salvezza,
disubbidire la colpa che mi richiamava all’ordine.

La prima volta avevo sei anni.
Ho visto il sesso fare l’occhiolino
dai pantaloni di un uomo.
Così sono venuta al mondo.
Non ho strillato.
Sono rimasta ferma fino a che mi ha compiuto.

Ero alta come la sillaba
che non sapevo dire.
Ero un fungo.
I funghi crescono senza paura
di essere divorati dai vermi.
Non sanno di essere nati.
Neanche io lo sapevo.
Mi gonfiavo nelle ossa della casa,
crescevo nel pollaio, in inverno e in estate
dietro i calcagni di mia madre.
Il silenzio definiva la mia statura,
mi scavava nella gola l’altitudine di una bomba.

Con gli occhi agganciati all’aria
solcavo a bracciate le macchie sui muri.
I crocifissi bisbigliavano una stanza dopo l’altra
mappe che inghiottivo vuote di dolcezza.
Il rumore spariva dove un topo danzava la tana senza uscita.

Ero una bambina cattiva, facevo pensieri
lontani da Dio. Uccidere mio padre, mandare mia madre
al manicomio, sputare come un uomo.

Volevo nascermi di nuovo, uscire dalla bocca.
Essere bella e cattiva. Bella e cattiva e fortissima.

Ero aria.
Mi gonfiavo come un palloncino
pieno di odio.

Portavo la bambola nel fienile. La picchiavo, la
svestivo, le facevo un sacco di cose.

Fuori la notte mi toccava le spalle, lisce, le curve
dei gomiti, gli occhi dove era il nero.
Rotolavo come un ovulo dentro la tuba;
ero un embrione senza testa.
Un dito gigante mi indicava
come fa il prete alla domenica.
Io allora toccavo più giù
fino al principio del cielo, dove comincia il cuore
sul fondo, fra le gambe.
Lo ascoltavo battere il tamtam della mia festa.

A quel punto arrivava il mostronauta,
mi salpava verso il nessun mondo.
Un gigrobot con gli scarponi. Sistemava fra le lenzuola
crani di bambini nati due volte.
Mi girava in tondo, faceva cerchi perfetti.

Si muoveva lento. Come chi ti vuole bene.
Mi prendeva la mano.
La metteva sulla sua testa bagnata.
Come un battesimo.
Sibilava il silenzio per farmi più buona.
Mi teneva la mano sulla sua lancia
liquida come una lacrima.

Voleva diventare un uomo.

Anche io volevo diventare un uomo.
Avere le braghe larghe,
il pisello che spara oltre la siepe,
fare la guerra, entrare in una donna.

Allora mi calavo la maschera d’oro.
Un trillio di fata colore del fieno.
In spalla il peso dolce della campagna,
una gerla e le risa che si incollavano alle labbra
come qualcosa di chiaro.
Mi addormentavo.

 

 

                  

(la catena del freddo)

il vecchio

Le gambe secche dondolavano dalle sbarre,
i ferri gli segavano le cosce scheletrite.
Il vecchio premeva i polsi sulle coperte; remava la sua onda,
cercava l’equilibrio rimasto sotto le lenzuola dove poco prima
era disteso, gli occhi al soffitto.
Muoveva i piedi avanti e indietro, spostandosi piano lungo le aste.
Era uno scoiattolo che stava per saltare dall’albero.

Ho pensato ora cade.
Volevo andargli vicino.
Ero un niente che gli soffiava contro.
Chiamo l’infermiere, ha detto il ragazzo di fianco al suo letto.
Lui ha cominciato a balbettare qualcosa.
Forse pensava a suo figlio, alle mucche, al formaggio
da cagliare, alla pipa lasciata sulla credenza.
Gli ho toccato il braccio.
Forse non mi ha sentito.
L’ho tenuto come si tiene la paura in fondo alla gola.
Era di vetro mentre si lanciava verso la terra.
Con una mano si è aggrappato al comodino,
con l’altra frugava l’aria come cercasse
sul fondo di un cassetto.
Il pannolone gli penzolava dalle cosce.
Le gambe molli, senza carne, uscivano dalla plastica come aringhe.
E’ entrato l’infermiere. Lo ha preso per un braccio.
Cosa-fa-in-piedi-Franca-vieni-a-aiutarmi-questo-è-sceso-dal-letto.
Plof, lo hanno sollevato, disteso bello diritto, plof, richiuso dentro.
Quando-viene-tuo-figlio-ti-porta-a-fare-un-giretto.
Franca gli ha tirato il lenzuolo fino sotto al mento.
Lui stava zitto, guardava il punto che c’era dopo il soffitto.
La settimana seguente il letto era vuoto.
Forse era tornato a casa.

*

minime estati

Tagliano gli ulivi, la cosa più bella del cortile.
L’atrio è spento, Teresa non smette di parlare.
Fisso lo schermo; la luce artificiale spiove sulla scrivania.
Agosto non vuole finire, sembra un morso continuo,
lo zoppicare di una parola dentro il rumore di un treno.

Le motoseghe fanno un rumore tremendo. Vedo Teresa
che muove le labbra. La guardo senza cogliere una parola.
Forse dice della Sicilia, dei pranzi con tutti i parenti,
i figli, le gite che stancano, quello stare distanti per respirare meno
male che è finita l’estate.

E’ bella Teresa; porta sempre un cerchietto; ride, poi piange,
si fa coccolare. Una volta si è infilata nel bagno, non voleva più
uscire. Tirava pugni sul muro e noi fuori senza sapere che fare,
ma non c’era niente da fare. A volte mi irrita il casino che fa’,
perde le cose, le infila dentro altre. Poi ride, è tutto passato.
Vorrei assomigliare a Teresa, alla sua ciccia bambina coi sogni
che incolla come post-it che dimentica in giro invece

arrivo alla porta, mi fermo. Non c’è traffico. La gente è rimasta
nel posto dell’acqua. Tornare ai treni non ha voglia nessuno.
I gerani restano aggrappati ai balconi.
Teresa parla, io ascolto muoversi il sole che

 

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(il corpo atletico)

guerriglia

Rasa al suolo – vinta – un corpo senza voce senza scudo,
piegata nuda, priva di parola, per ora ancora viva, troppo viva
e inutile per i prati sopra le mattine, per le case, il vento appeso
alle finestre, inutile alle costole ai gomiti alle fabbriche;
sconfitta come un sasso dentro un’abetaia, il traffico alle cinque,
vana per l’Hiroshima che mi rolla dentro il sangue
e mitraglia il suo fungo silenzioso.

Un’aquila si annuncia negli occhi della ragazzina.
Punta al cuore.

*

L’amore ha forma di battaglia.
L’indizio è nelle mani sempre accese, nel fiato
dentro il rosso della bocca. I fiori sono spade
che si incendiano all’urlo della luna.

Infinito è dove comincia la marcia
di un corpo dentro un altro corpo,
un’arma che ci squarcia fino al buio
della mente. Dopo è l’aggressione
delle cose ferme, l’immobilità
che conta le distese di laghi e pianure.
Corrono fra corpo e cuore, senza guado.
Dentro vive la falcata luminosa
che semina fuochi e rade al suolo
fino al tempo silenzioso della resa.

*

Il fiume è stato tagliato, nella notte, col tuo respiro vicino.
Pietra dopo pietra l’ho sentito prendere l’altro corso.
Lì vira l’acqua grande dove il moto oscuro delle cose
cresce l’altro sangue. L’amore è dentro la stanza
del vento, la mia schiena contro l’incavo
del tuo fiato, senza parola. Il buio è la lama
che incide la forma: ossa, legamenti, fino al solo
movimento che ci avviene.
Così scendiamo nel sonno, dopo il bacio,
nel luogo in cui casa è un sentimento troppo grande
che ci sgomenta e racchiude, prima, ancora prima
del suo farsi carne.

 

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(sola parola)

troppa poca parola

                   Finita, ieri, il mio cuore ti disse.
                   E ancora inizio non avevi
                   e ancora mai nell’inizio non sei
                   e sempre sei l’annuncio dell’inizio.

                   – A. Zanzotto

Per il dislivello del fiato, per lo sgomento,
nell’odore incensato della salita, nella chiave
che albeggia la carne, le arnie a raccolta,
gli indizi, l’inclinazione alla guerra.

Nella vigilia della dolcezza, la perdita della coscienza.

Vendicata parola, vendicato
il tuo nome, disfarsi di cielo che apre
alla strage, la frase rossa sul dorso,
la presa alle reni, alture, il midollo, il golem
che inneggia al verbo amazzonico come un utero
scagliato di luce.

Io dormo sul masso del fieno, sui morbi grassi
che gemmano storie, e le fedi spuntate. Innesti
su stanze e vuoti. Per te bella matrona lego
le gambe al tavolo, lego i capelli, crisma
di amore babelico. E’ terrore
la commozione del prato, il fondo vivo
dopo la partitura del corpo impronunciato.

*

spacca sangue

Arrivi in unghiata.
Elettroshock nella gola.
Mi avviti alla tua voce.
Lama, molla, cartavetro.
Un altare ti suona la bocca.
Nera, rossissima, alata.
La schiocchi sugli orli delle poltrone.
Criniera che sboccia di frusta.
Sul nero dei vespri.
Negli otri delle madonne.
Mimi la forma del sangue.
Di bocca.
Di fianchi.
Rallenti.
La poesia tintinna sui morsi. Dura
come una chiave.
Io, l’incenerita.
Tu, la marziana troppissima bocca.
Una mattanza.
Ti giro in tondo come un cane
mentre mi abbatti un bottone alla volta.
Diavoladea attecchita dove la fine inizia.
La cavalcata.
Mi solchi come una lastra metallica.
Nell’ossoduro.
Nel mondo tutto di te. Ti fai
libellullina sul pianoforte delle mie dita.
Pianoro, oro oro oro, shock!
della lingua.
Poesia.
Poesia!
Il nocciolo. Carbonizzato.
La tua voce schizza sulle lamette,
andirivieni fra cuore e culo.
Anima. Perversa onduli
dalla frangetta secca sugli occhi,
mi ficchi nell’asola mentre lecchi di gola
la poesia – omicida
contro la bocca.

 

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(il verme in bocca)

monologo a due

Una casa di ferro, le porte minuscole. Un tritaghiaccio nell’angolo,
vicino alle scale. L’incendio nelle stoviglie.
Ci vivono una sguattera, una regina, un fermento di formiche
che lavorano senza andare in nessun posto.
E’ appesa ai rami più alti del tasso.
Quando il vento la scuote, la vertigine la calca al suolo.

*

Il tuo sesso bianchissimo riluce dalla finestra.
Strano, non se ne accorge nessuno.
Hai una linea così severa. Potresti incantare foche.
Una nascita ultraterrena ti migra ogni giorno fra il copriletto e il suolo.]
Sembri dolcissima. Compita e silenziosa: non dai alcun fastidio.
Ti apposti all’entrata – timida – il colletto allacciato.
Aspetti il postino.

Sai essere sconveniente senza dire una parola.
Lustri i beccucci, disfi le maglie ingiallite. Rendi tutto
chiarissimo. Per chi?
Dalla stanza sotto la soffitta impasti un terrore voluminoso.
Ti fa da marito, ti fa stare in buona salute.

Sembreresti così piccina. Senza eccessive virtù
che possano far pensare a una diversa altitudine.
Hai modi per essere contemplata nella sequenza.

Questo faccino non si addice alle travi che ti segano gli occhi.
Quanti draghi Madamadorè potrà contenere?

A vent’anni hai visitato il paese dove aggiustano gli uomini.
Ti hanno accesa come un lampione, staccata dal pistillo.
Bianchissima penisola del nuovo mondo.
Questa è l’America! Le pillole ti dimensionano a giusta misura.

Sei uno scricchiolino atomico dalle profondità di una guerra.
Se fossi capace lo direi a tutti chi sei, bellamia.
Ma non ho la tua bocca, non ho il tuo odio a schizzarmi le guance.

*

il bottone staccato

Ciao Lady TreVite, perfettibile morte
che riduce il sogno a una claustrofobia.
Un equivoco vanitoso ti indietreggia di fronte allo specchio.
Ordine, ordine! in quella stanza di carne e vuoto.

Dietro la tenda il respiro del vento.
Chiazze di fango e gelo nella bocca spalancata.
Ti pizzica la lingua; la strusci nelle pozze davanti a casa.
Un sano allenamento può stupire. L’addestramento,
la regola preziosa: annientamento.

Esci, guanti rossi, tacchi rossi, il cappotto
nero fluttuante: deliziosa medusa, lady trasparente.

Dalle tasche ti reclama Herr Lucifero.
”Non hai principio in me, lagnosa mammola in fuga.
Come si conviene, cucino, porgo tazze di tè, adoro
il mio uomo, so ascoltare il blu metallico della neve.
Zitta, so stare molto zitta. Mi controllo.
Ho sangue sufficiente per appiccare
fuoco all’universo.”

Hai gambe troppo lunghe, straripi per quanto insisti a educarti.
Ritemprati! Uccidi la bestia impaurita. Vivi e poi scrivi!
Piccola scatola cinese, terra guerriera, rossa curvatura che arranca
la disciplina di un lager: le tue mani mozze.
Un bubbone ti cresce nel ventre, un plotone
di vermi sale la tua cima verticale.

 

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(un bosco – brevi ascolti fra luce e scuro)

Sul sentiero verso una cima molto lontana. Larici e malva nei prati. Noccioli selvatici, spini di more, fiori gialli, vento, sassi. Giù, la valle è un esercito prostrato, un popolo che osanna la sua sovrana. La montagna si affranca dal suolo come un urlo d’amore, l’acqua del lago la tiene per i fianchi; le scivolo addosso come una goccia di sudore. Il vento slega l’aria; gli abeti il rosmarino le case cantano come bambini alla festa.
Colazione di more, asprigne ma dolci. Un uomo scende correndo; vorrei vedere una vipera attraversarmi il sentiero, uno spavento vero, anche la bellezza, sentire fermarsi il fiato, conoscere la fonte a cui si disseta, restare ferma nel rispetto del suo luogo fino a che va via; riprendere il sentiero col batticuore di lei da qualche parte, dietro – davanti ancora bosco.
Resto sullo spigolo del vento con la vertigine che mi misura. Imparo che l’aria fra le cose serve a definirmi. La fatica del mio peso conta la solidità della terra.
Scrivo poesia quando non scrivo poesia.
Jeep e cartacce come ferite aperte, e tronchi come moncherini; rami gettati nella scarpata senza neanche il rito del calore che salva. Anche qui si grida.
Dalla valle arriva il suono delle campane. Un formicaio trilla sotto un gruppo di abeti.
La liturgia è qua.
Ciliegio orto alloro un acero un noce le cime i campi la terra le case le voci le voci zitte le foglie radici il nodo un tronco la scuola il cortile la festa la luce sentire camminare restare la legna margherite la luce il sole la luce. Sono un daino, ma non si vede.
Uno scoiattolo! al sicuro su un ramo, ascolta la mia intrusione. Un movimento lento, nato dopo la lambada. Buio e musica. Come un ascolto dalla terra al fiume. Un solco che respira. Di bocca. Pelle. Un bacio d’aria.
La poesia mi sradica e ripianta viva nei vermi, nella gioia di quello che sono.
Humus e vivo sole sopra i rami. È’ questo che voglio. Ma sono radice e sasso. Terra e fango intorno. Eppure i faggi si levano alti e le pietre non danno loro fastidio.
La poesia mi insegna a respirare. Veloce. Velocissimo. Poi piano. Come quando è per sempre.
Sono albero amore. Dalla saliva spuntano rami. L’adagio del bosco mi tiene per i fianchi.
Poesia è nelle mani, lontana come un sogno, viva nel farsi gesto, sentirlo continuità di un’altra forma. Vorrei essere il dolore preciso di uno spillo. Un punto infinitesimale piccolo, che resta.
In autunno i rami sembrano strappare il cielo, anche se non c’è guerra.
Cri cri . Un prato. E un pino, il vento che versa cri cri.

 

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Le immagini contenute in questo post sono riproduzioni di altrettante opere dell’artista Orodè, che gestisce il bellissimo blog www.fragmentart.splinder.com.
Cliccando su ogni singola immagine, si accede direttamente al sito da cui sono tratte.

Iole Toini la trovate sul blog Nello scantinato l’alveare.
La Dimora ospita altri suoi testi, qui.

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33 pensieri riguardo “Spaccasangue – di Iole TOINI”

  1. Da qualche giorno sto cominciando ad entrare in questo libro splendido, vivissimo. Capita, ma molto di rado, di imbattersi non in “qualcuno che scrive” più o meno bene, ma in una persona che ha un fuoco vero dentro, e quasi per necessità ne lascia segni, parole: questo è uno di quei pochissimi casi.
    Grazie a fm che sa dare spazio a chi lo merita, speriamo che per SpaccaSangue lo seguano in molti. Un caro saluto al padrone di casa e a Iole.

    francesco t.

  2. Ciao a tutti.

    Prima di tutto un grazie a Francesco Marotta per questo ricco post.
    In realtà non so se riesco a rendere qui la gratitudine e la gioia.
    Fatico a gestire queste occasioni, che senz’altro sono opportunità di confronto scambio sollecitazione critica.
    Ma il mio carattere un poco restio mi imbriglia in una condizione di disagio e timidezza ( che mi irrita molto) e che tende a scantonarmi a volte in un assurdo mutismo.

    Grazie a Francesco Tomada le cui parole mi sono sempre preziose.
    E grazie a Abele per la sua attenzione.

  3. Pur sopraffatta dal caos in questo periodo, non posso non lasciare il mio vivo apprezzamento per la scrittura di Iole. Non ho tempo né testa per lasciare un commento articolato, mi debbo limitare pertanto a lasciare un “in bocca al lupo” a Iole per questo libro, personalissimo e a volte teso fino al parossismo del linguaggio.

    Un saluto a Iole e Francesco
    liliana

  4. Un libro che imparato ad amare negli anni, vedendo crescere i testi mentre assumevano tutta la loro straordinaria forza evocativa. Vederli finalmente raccolti in un libro è bello ed emozionante. Sarà una racolta che lascerà il segno e mieterà molti successi. Augurissimi all’autrice!
    daniela

  5. complimenti vivissimi a iole.
    sono molto molto felice che lei finalmente sia stata pubblicata e apprezzata come deve.
    la sua poesia è fantastica!!!
    in bocca al lupo davvero…con tutto il cuore!!!!

    Anila

  6. Sono piena di gioia per ‘spaccasangue’, averlo qui tra le mani e poter iniziare il mio viaggio dentro questo universo – finissimo di stordimento e vibrante – mi emoziona molto e mi calamita.
    A IoleSpaccasangue gli auguri per un cammino a passi forti dirompente, e il mio abbraccio stretto!
    Erminia

  7. un grazie di cuore e un abbraccio a tutti.
    Vaan Erminia Massimo Daniela in particolare poichè sono le persone che mi hanno accompagnata fin dall’inizio in questo viaggio dentro la poesia. Con loro sono cresciuta.
    E ora questo percorso si arricchisce e nutre attraverso Francesco Francesco Lilliana Anila e tanti altri.

    Un vivo ringraziamento va a Orodè che ha contribuito in modo prezioso al mio libro con la sua opera. Un artista che sento molto vicino e che stimo molto.

    Ciao a tutti.

  8. Ringrazio tutti gli intervenuti, in modo particolare coloro che commentano qui per la prima volta.

    “Spaccasangue” andrebbe letto, e riletto, nella sua interezza: lo ritengo un libro veramente “bello”, maturo, importante, del quale sentiremo parlare a lungo (e, mi auguro, non solo in rete).

    L’opera contiene, a mio modo di vedere, molto di più – tanto sul piano strutturale che su quello contenutistico – di quello che emerge dai pur lusinghieri giudizi critici che ho riportato e dalla lucida prefazione di Rondoni: l’attraversamento in chiave affatto nuova e dirompente di tante stratificazioni consolidate (e non parlo solo degli apparati formali) è, ad esempio, uno di questi “di più”. Appena posso, ci ritornerò.

    Un cordiale saluto a tutti.

    fm

    p.s.

    Ritengo anch’io Orodè, scoperto in rete un paio di anni fa, un artista oltremodo interessante, originale e significativo.

  9. quando incontrai ivan fedeli due anni fa, circa, a Roma, mi disse: ” ci sono due poetesse veramente brave che ho scoperto da poco e mi hanno molto colpito:
    Antonella Pizzo e Iole Toini.
    con poca modestia gli risposi che era arrivato dopo di me…
    sono molto felice quindi, è evidente, per questo successo, di Iolo, che saluto.
    belle anche le letture di certi nomi: anedda, gugliemin, Rondoni ecc.
    Se penso a Rondoni però, penso ahimè alla prefazione del libro di Bondi.
    ma siamo sicuri che quella prefazione non l’abbia scritta il Berlusconi?
    un caro saluto a tutti
    r.

  10. ecco. finalmente. il tuo libro, Iole. ti faccio i miei complimenti sinceri. proprio di sangue e cuore.
    sulla falsa riga di chi mi ha preceduta anch’io ho sempre ritenuto la tua, una scrittura a cui prestare orecchio attento e la stima nel mondo poetico è testimonianza schietta e concreta
    che lo hanno sempre pensano in molti… stima alla quale aggiungo la mia. complimenti anche per l’ armonia
    creata tra i versi e le opere del frammentartista Orodé, che saluto, che ebbi modo e privilegio di incontrare, qualche anno fa e apprezzare di lui la sua ricerca artistica

    paola lovisolo

  11. Ringrazio Francesco per le belle parole.

    Devo dire che l’idea di poter inserire alcune pitture nell’opera di poesia di Iole è stato quasi un sogno. ora ch’è realizzato continua ad essere un altro sogno per via della sinergia che s’è creata.
    Questo, un primo passo d’apertura per Iole, gliene auguro molti.

    Un saluto agli amici vecchi e nuovi.
    Un saluto caro a Paola, la stima è reciproca… volendo possiamo tornare a prendere un the al cafè de la paix, che ne dici?

  12. Non volevo disturbare prima. Ma, come editore, sono felice della sinergia di cui parla Orodè e che so condivisa da Iole. In realtà è stata una decisione un po’ sofferta e una scommessa trasformare la nostra collana “Segni”, in origine destinata alle antologie, ma con una grafica più libera delle altre, in una nuova serie di volumi che prevedono istituzionalmente proprio la convivenza di un autore di testi poetici e di un artista visivo. L’aver già usato da cinque anni in qua un buon numero di artisti (pittori, writers, creativi a più livelli) per la parte iconografica delle riviste Le Voci della Luna, ci offre l’opportunità di inaugurare questa nuova linea con un buon bagaglio di esperienza sulle espressioni artistiche più contemporanee ed incisive. Vorremmo che ogni accoppiamento suggerito da noi o dagli autori proposti sfociasse in una reciproca reale condivisione di intenti e di stimoli creativi, in grado di dare quella spinta in più, quel risultato comunicativo di maggiore attualità che dovrebbe -lo speriamo proprio- distinguerci dalle tradizionali plaquettes-con-annessa-incisione che già esistono (con un loro meritato successo) sull’affollato mercato di (minimissima) nicchia della poesia. Credo che anche questo sia un modo di ‘fare’ cultura, nel poco che ci è dato. Ancora grazie quindi a Iole e ad Orodè per averci permesso di iniziare questa nuova avventura, ci auguriamo tutti di successo e di reciproca crescita.

  13. Ringrazio Fabrizio Bianchi, non solo per il commento ma anche per il lavoro che svolge a favore della poesia e della sua diffusione.

    E un grazie a Orodè, con i miei complimenti e i migliori auguri per la sua attività. Resto un frequentatore assiduo delle sue splendide gallerie in rete.

    Un caro saluto ad entrambi.

    fm

  14. Libri che mi procurerò sicuramente, queste poesie mi hanno molto colpito e voglio approfondire. Poetessa che conoscevo solo di nome: non vedo l’ora di leggerla…
    Complimenti e grazie!

    Un caro saluto

  15. grazie, francesco, dell’ accoglienza
    grazie a Orodé. e per il caffé: è si. ho trascurato cose preziose negli ultimi due anni come se avessi soffiato contro per allontanarle da me. auspico non siano andate tutte perse.
    paola

  16. Un saluto e un ringraziamento a Fabrizio, Paola, Red, Orodè, Amilga, Luca, Francesco.
    Ad ognuno un personale grazie per la presenza e l’attenzione che mi porta molta gioia.
    In particolare a Fabrizio una gratitudine profonda.

  17. Cara Iole,
    ho sempre amato la tua poesia e ti seguo da parecchio; così oggi interrompo i miei passaggi silenziosi per farti molti auguri. I tuoi versi, camaleontici, viscerali, sono potenti, lievi e incombenti allo stesso tempo. Un incantamento. Complimenti.

    Un abbraccio speciale a te, Francesco, e un applauso a Orodè.
    E un altro ancora a Stefano Guglielmin (chè nelle parole dedicate a Iole è pienamente presente anche la stessa voce di Stefano, limpida e alta – un gran bel leggere)

    Alessandra

  18. Alessandra…
    tu non sai con quanto piacere ti ritrovo qui…
    La tua presenza mi è oltremodo preziosa e gradita come non ti so dire

    Avrei voluto scriverti ma non riesco a trovare la tua mail

    Uso impropriamente questo spazio per lasciarti la mia
    ioletoini@tiscali.it

    che gioia trovarti :))

  19. c’è un’acqua Grande tra le tue parole dove cresce l’Altro Sangue, c’è un sibilo forte che non finisce come tra i fiori della felce che fanno chioma in cielo a notte piena ti leggo come un’essenza rara, un incantesimo ,lo stormo dentro gli occhi di una runa fuggito nel midollo della notte. I tuoi versi avanzano vicinissimi così potenti da generare un pianto di bellezza. Sei un dono Iole, sotto la superficie della forma, che rende indifesi davanti allo stupore di conoscerti per la prima volta leggerti.

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