Perdendosi – Un racconto di Nanni Cagnone

[NANNI CAGNONE]

cagnone06
[Angelo Cagnone, Altrove (c), 2007]

Nanni Cagnone – Perdendosi

Ultime convulsioni del tramonto. Fari d’auto alla deriva su strade d’ogni tipo. Qui, una provinciale non ansiosa, intenta a superare il colle del Giovo e inclinarsi verso gli anonimi boschi di faggi, roveri, castagni, presso i quali – una volta dissipata la nebbia – le demi-brigades non esitarono a farsi falcidiare, in onore della sopravvalutata prodezza napoleonica del 12 aprile 1796.
     Montenotte, ai cui candidi ammiratori segnalo la 15.342ª riga dell’Ulysses: «Mr Orelli O’Reilly (Montenotte. Nat.): Have similar orders been issued for the slaughter of human animals who dare to play Irish games in the Phoenix park?».
     Ma scendere ancora finché terra rossastra, e appare lo stretto varco che dà resurrezione all’infanzia: la grande casa distesa avanti al ruscello, commentata da farnie e carpini bianchi. Ironica fermezza delle terre alte, mentre in pianura tutto barcolla e laboriosamente si guasta si rovina.

Leva dalla tasca la vecchia chiave, scuote il capo per disapprovarsi, batte alla porta (ma dovrà rifarlo). Infine un fruscío, un silenzio, uno spiraglio. E una ragazza, sconosciuta: forse vent’anni, e un’aria torbida.
     «Buonasera. È in casa, mia madre?»
     «Per esserci, una signora c’è, ma chissà se è sua madre.»
     «Potremmo chiedere a lei.»
     Alza le spalle, lo lascia entrare. Sinuosità della lunga veste mentre lo precede nel vestibolo, guidandolo nella conosciuta penombra – quasi fosse smemorato – verso il vecchio studio di suo padre.
     La madre, si capisce subito che è francofona: il capo adagiato allo schienale della bergère, le gambe distese a raggiungere il pouf e sulle spalle una liseuse, tiene socchiusi gli occhi, fa piccole smorfie scontente con le labbra.
     «Ciao, maman
     Sbatte le palpebre, lo guarda.
     «Stento a credere ai miei occhi. Une poussée de patriotisme all’ora di cena?»
     «Sí, uno stupido slancio.»
     «Non è grave, qui c’è sempre qualcosa da mangiare.»
     «Come stai?»
     «Beh, sprofondo. Ci metto un po’, però sprofondo.»
     «E come vanno gli occhi?»
     «Oh, quelli peggiorano a vista d’occhio.» E ride a modo suo, ossia gorgoglia.
     «Cosa dice il medico?»
     «Che dovrò accontentarmi delle silhouettes. Di lèggere eccetera non se ne parla piú. Un bel vantaggio, per te.  Potrai raccontarmi tutte le frottole che vuoi sulla tua pittura.»
     Si guarda intorno. Lo studio del padre è immutato, ma uno strato confuso di riviste di moda, campioni di tessuti, dischi di vinile, fotografie e variate cianfrusaglie lo soffoca, anzi lo disprezza, trattandosi di cose che l’avrebbero nauseato.
«Tuo padre non aveva il minimo gusto.» Sospira. «Però io lo perdonavo. Lo perdonavo sempre. Non mi sono mai pentita d’aver sposato un rentier

Ora di cena. Quando la ragazza prende posto a tavola, Mme Louise fa un cenno, le dice:
     «Questo è l’altro mio figlio, Simon».
     Nessuna reazione.
     «Qual è il tuo nome?» le chiede Simon.
     «Oggi sono Aline.»
     «Oggi. E domani?»
     «Domani potrebbe essere Amélie» dice Mme. Sembra pensierosa.
     «O Béatrice» precisa la ragazza.
     «Non avere tanta fretta di arrivare alla b» dice Mme.
     Un pasto che si annunciava leggero, compromesso dall’arrivo delle saucisses de Morteau in compagnia delle lenticchie.
     «Che ne dici?» gli chiede Mme.
     «Buone.»
     «Vorrei vedere» dice, piú o meno consapevolmente, Mme.
     «Hai notizie di Jeannot?» chiede Simon.
     «Continua a stare nella sua chambrette psychiatrique e a scrivermi sciocchezze. Aline me le legge, ma non è che ci si capisca tanto. D’altra parte, ascoltare non è il miglior modo di leggere. Comunque sia, ho cercato di scoraggiarlo, ma ha la testa dura. Meno male che Aurelio, tuo padre, anche in punto di morte continuava a dire vedrai che esce, vedrai.»
     Jeannot, amico dei grilli e degli stupefacenti («Eh sí, qui ci vuole un suadente» diceva), e troppe qualità, che gli hanno preso la mano. Jeannot, il fratello pesante, sciupato dai sogni («I fatti sono già qui» diceva). Imparava una cosa e cambiava residenza, cambiava lavoro. L’ultima volta che ci siamo sentiti, ha chiesto: «E ora dove sarà, la polvere?». Difficile immaginarlo in quella sordida periferia ansiolitica, scortato
da infermieri maneschi e psichiatri indiscutibili.
     «Invece non esce, non esce mai piú. Meglio cosí: là dentro, il mondo non invecchia; l’elettroshock è ancora di moda, come ottant’anni fa. E poi è quello che il suo carattere pretende», conclude Mme.
     Già, stremata la forza del divenire. Non piú colori cangianti. Oh vecchio strepito, e facile cenere. Tutto si ferma nel nero, adesso: perde il ritorno.
     Aline mastica minuziosamente e deglutisce con cautela. Mme piega e ripiega il tovagliolo. Simon ha quattro anni, i suoi piedi non arrivano al parquet e Jeannot lo prende in giro (ma io disegno, si dice).

Aline: «Ci sono due stanze per gli ospiti. Insomma, può scegliere».
     Si trovano al termine della scala che sale dal grande vestibolo ovale, addossandosi alle pareti. Le stanze per gli ospiti altro non sono che le vecchie stanze di Jeannot e Simon.
     «Prendo quella che dà sulla terrazza.»
     «Ci avrei scommesso.»
     Sotto la volta a vela, la stanza è irriconoscibile: oltre vent’anni di tormenti e nessuna traccia. La predilezione materna per i letti a baldacchino non ha avuto pietà del suo passato. Tanto valeva andare in albergo, da Quintilio.
     Invece, fedeltà della terrazza semicircolare che ha prefazione in una grande strombatura, ed è rivolta al tratto d’erba rasa oltre il quale signoreggiano gli aceri rossi voluti dal taciturno nonno paterno. Aderisce alla ruvida capricciosa balaustrata e guarda con gratitudine il muraglione di mattoni, sommerso dal porpora stanco delle akebie e dall’arabesco autunnale del glicine.
     Si dispone a disfare la valigia, rassegnato ad affidarsi al vezzeggiativo di un armadio art nouveau che suo padre aveva perentoriamente esiliato in soffitta, molti anni prima. La riluttanza delle ante lo costringe ad essere energico. E l’armadio vacilla, poi vomita qualcosa che sembra una tela arrotolata. Si china, la stende sul pavimento, e dalla penombra gli ritorna un quadro dei suoi vent’anni, un addolorato ritratto dei genitori: la ferita di un ritratto.
     Sono l’uno accanto all’altra, senza propensione; sulle ginocchia del padre, il piccolo cane fiducioso che aveva confidato a Simon e Jeannot i nascondigli del giardino. Solo Lilla sa dove guardare, mentre per loro due non c’è un mondo predisposto: finiranno entrambi nel vuoto, dissanguati. Non sono piú un uomo una donna ma una figurata lacuna, una malattia del tempo, l’inconsolabile mancanza di riguardo di chi ti precede. Eppure senti che hanno dominio, hanno l’ottusa certezza del giardiniere che provvede alla potatura. La tela è stata avvolta in modo incurante, qua e là la materia del colore è screpolata. Solleva una mano, e la tela si riavvolge di scatto riprendendo la sua abitudine.
     È tardi, si dice, e sospinge la porta del bagno.

Muovendo su un’erba incapace di sbiadire, Simon si sente stuzzicato dal mondo. Nato in campagna, ora l’invidia questa campagna allontanata da sé, sostituita. La città in cui vive non è che un’elusiva trappola. A quel tempo volevo delle soddisfazioni, è naturale, ma – a pensarci bene – l’allocco che qui volava silenzioso, o fieramente si annunciava, non aveva le stesse ambizioni; infatti non era famoso, nessuno sapeva di lui in altri boschi.
     Oltre quarant’anni prima, in via della Spiga, ha vissuto per mesi accanto a nove quadri di Bacon, acquistati da un lungimirante amico a Sloane Street e deposti nella stanza adiacente alla sua. Anche Bacon taceva, in quella stanza: se ne stava lí senza gloria, con i suoi colori assorbenti e le sue corrotte anatomie. Come l’allocco dell’infanzia, solo.  Valeva forse di meno? Gli faceva visita lo stesso Simon che aveva atteso l’allocco nelle notti. E non c’erano inutili estranei, nessuno che potesse dar notizia dell’ammutolito dialogo di Francis e Simon in via della Spiga.
     Ma quel che esiste ha forse bisogno d’altro, per esistere?

Mme sta venendo verso di lui, dotata di parasole e sorretta dalla ragazza. Cammina con precauzione, a misurati passi.
     «E cosí hai scoperto una delle mie piccole malefatte. Ebbene, lo confesso: ho tolto ai tuoi vecchi quadri quello stupido listello che pretendeva d’incorniciarli, ho staccato le tele dai telai e le ho riposte provvisoriamente.» Gli dà un’occhiata.
     «Non averla a male… Sai, non è stato facile. Mi ha aiutata Annie.»
     «Annie?»
     «Sí, Annie, anche se non mi piace granché» ammette la ragazza.
     «Peccato che abbiate saltato Alphonsine» tenta di rammaricarsi Simon.
     «Alphonsine? No, neanche morta. Un nome inaccettabile » dice con disgusto la ragazza.
     Mme punta un dito contro di lui. Severamente.
     «Da giovane eri furibondo: sanguinavi colore, e il tuo segno era… convulso.» Un gesto scoraggiato. «Poi sei stato preso da passione geometrica: hai regolato lo spazio, hai trattenuto la mano e ottenebrato il colore.» Fa per allontanarsi, ci ripensa. «Ho letto, non so dove, che la geometria è caotica. Va savoir! Ammetterai che certe volte sa di parata militare.»
     «Ma sono i quadri da giovane quelli che hai nascosto.»
     «Cosa c’entra? Io sono capricciosa, dovresti saperlo.»
     Si allontana. Annie le mormora all’orecchio qualcosa, e Mme si volge verso Simon: «Ebbene, stasera avrai le tue zucchine ripiene» gli dice.

Simon è andato in tournée da un armadio all’altro, trovando una dozzina di vecchie tele arrotolate, che appena distese gridano quanto prima tacevano. Sono i quadri del primo Simon, il suo precursore: impazienti, inesperti, risentiti. E improvvisi. Chi mai crederebbe all’improvviso? È la gradualità a persuaderci. L’improvviso non può resistere a quel che si pensa, che stentatamente avanza tramite parole. Quando si passa dalla cosa che ha preteso lo sguardo al bagliore dell’immagine – questa seconda, segreta parvenza – non si è già costretti a rinunciare? Sei lí che guardi e astrai, guardi e trasformi. Non sei mai dove stai vedendo.
     Guarda senza distinguere oltre i vetri, pensa: è insopportabile assistere, decenni dopo, alle proprie doglie. Si prova pena per quella stolida ebbrezza, quella seria illusione di poter essere nel fare, senza alcun presentimento dell’impotenza della pittura.
     Ma a che serve accanirsi? Questi sono i tempi dell’Hamburger University, dei Departments of Gay & Lesbian Literature, dei muchachos del Viagra, del neocolonialismo della cooperazione, degli scrocconi della citazione-contaminazione, della Mutual Admiration Society dei cretini, moltiplicati senza necessità.
     Tempi preagonici, in cui conviene essere incapaci ma intraprendenti, e servitori intrepidi. Se non sai destreggiarti, sarai inascoltato o incompreso. Ti occupi di politica? Non personalmente, ha risposto una scema, al parco Lambro.

Mme Louise accenna ad Annie. «Quelle gironde, eh? Cosí direbbe Doudou Le Pavec, se non fosse intrappolato in un condominio funebre.» Pausa, o tregua, di un attimo. «A proposito: ricòrdati che in argot couleur denota sempre un inganno.»
     «Non mi preoccupo, essendo quasi monocromo, proprio come Sam Beckett.»
     «Il piú cocciuto, il piú insipido degli irlandesi.»
     «Grazie.»
     «Perché ringraziarmi? Non è di te che parlavo.»
     «Grazie lo stesso.»
     Mme si rivolge ad Annie.
     «Cerca di non avere figli, ma – se proprio devi – evita quelli permalosi. Ti tolgono il respiro piú di quanto saprebbe fare un redivivo corset della Belle Époque.»
     «Oh, io sono una ragazza contraccettiva» dice Annie. «Non mi commuovo per cosí poco, io.»
     Mme sospira.
     «Ai miei tempi, non era tanto semplice. Se non scodellavi, i mariti ti toglievano la paghetta.»
     «La paghetta» ripete Annie, e ridono entrambe.
     Almeno su una cosa, Mme ha ragione. Gironde: la ragazza vale il vecchio complimento di strada. Una bellezza distratta, indolente e in qualche modo canzonatoria, che rende sfrontato il viso e dissimula tutto il resto.Ma il mio corpo si è fatto scontroso, pensa Simon: l’aspetto delle donne, che un tempo bastava, non mi fa piú decidere. Spero sempre in qualcos’altro: un’aria, un ritmo, una luce. Aspetto le parole. Sono fottuto.
     Lo sguardo di Annie – obliquo, insolente – espone la risoluta reticenza di un bambino, mentre dedica a Mme la spavalda complicità di cui son capaci due donne che hanno traversato generazioni per raggiungersi nel disincanto.
     «Le figure, prendile dove stanno» gli sta dicendo Mme. Simon si congeda. Percorre il piano terreno fino alla veranda che lo conclude. Oltre i vetri, il respiro delle magnolie. Seduto pericolosamente sulla vecchia altalena, un piccolo Jeannot gli strizza l’occhio. Ora sviene lentamente, per non farsi male.
     Il fratello sottinteso. Gli viene in mente l’oro, colore temerario. Cos’avrebbe detto Théo Van Gogh? D’accordo, Vincent è mio fratello. E allora?

Nella luce passiva – nero incompleto della notte – spostando frammenti. Ora Simon muove sull’erba carezzando i passi. Pensa che incompiuto il passato, e del tutto imprevedibile. Vagheggia le armoniche di un colore. Giorno dopo giorno, si è immerso nel mestiere a tal punto da credere che il mondo non sia che una ridondanza della pittura. E pensa con timore al proprio stile. Dovrebbe essere un esito riluttante, il contrario di una rendita. Se un’affrettata certezza ti rende costante, se non fai che imitarti, ogni opera non sarà che un esempio della medesima cosa: saranno superflui, i tuoi quadri. D’altra parte, se ti credi giunto all’irrevocabile, puoi variare ma non avere metamorfosi. Forse ti converrebbe considerare come dati del mondo i quadri fatti finora, e chiederti: se questo è il mondo, come potrei rappresentarlo?
     Aggira la casa. Lontani fanali, grave penombra. Ora pensa alle qualità del buio, al culto giapponese dell’oscuro, pensa sono stanco, stanco d’indagare. Quando le cose vanno male in pratica, ci si dà alla teoria; e le teorie è meglio non metterle alla prova: non sopravvivono all’esperienza. Quelle dei pittori, poi, sono egocentriche. C’è, nell’euforia estetica, qualcosa di ridicolo. Un esempio? Il camouflage antiaereo di edifici e monumenti durante la seconda guerra mondiale era piú divertente delle opere di Christo.
     E la vita? Qual è l’importanza della vita? Marcus Rothkowitz, che il 5 agosto 1913 – con Anna e Sonia – s’imbarca a Liepaja, mar Baltico, sulla S.S. Czar, nave a vapore di 6.503 tonnellate, costruita a Glasgow nel 1912 da Barclay Curle&Co. per Russian American Line. In seguito prenderà i nomi di Estonia (1921), Pulaski (1930), Empire Penryn (1946), prima di essere demolita a Blyth nel 1949, l’anno in cui Mark Rothko lascia “The Subjects of the Artist”, espone per la terza volta alla Parsons Gallery e fa un viaggio a Portland con Mell. Traversata con altri 259 passeggeri di seconda classe. Dodici giorni per mare, a dieci anni, migrando da Latvia a United States. Oltre l’oblò, oltre il parapetto, trinità di cielo-mare-orizzonte.
     Oppure (parole di Ben Vautier): «J’aurais aimé photographier Daniel Templon à son bureau, pleurant de vraies larmes parce que Nahon aurait été nommé aux Arts Plastiques à sa place».

Supera l’angolo, e improvviso un chiarore sul rasentato muro. Perciò l’assaggia, lo sfiora. Si vede in movimento, e con tutto il corpo, questo lo so; vedere è poca cosa se gli altri sensi non raggiungono la vista.
     Due alte finestre tramandano luce. Si avvicina: questo dev’essere l’appartamento della ragazza dai molti nomi. Una sedia assai elaborata, e accanto un abito appeso (suo incerto gonfiore). Li tiene a mente l’ombra, questa ripercussione, memoria ed estinzione della cosa, come la traiettoria è la memoria della freccia.
     Poi la vede, sul lenzuolo agitato, ombrosamente nuda. È adagiata su un fianco, una gamba distesa e una ripiegata: il viso, celato dall’effusione dei capelli, preme sul cuscino.
     Chissà perché, si rammenta di due manichini femminili, vestiti-truccati, seduti in una vettura del métro di Tōkyō.  L’uomo provvisto di mascherina e la donna anziana seduti accanto li osservano con una certa prudenza, come guarderebbe un gorilla un babbuino. Forse quando si vede qualcosa che diverge da noi nel somigliarci, si diventa dubbiosi. Sorprendente pensosità di quel corpo che ora si volge sulla schiena, s’inarca appena, e amorosa insistenza del seno sulle braccia, mentre le gambe si uniscono, cedendo si schiudono.
     Del tutto aperte, ora: la tenera evidenza che – secondo il metodo dello striptease – decreta la buona riuscita della progressiva rivelazione del corpo lo fa pensare a qualcosa di non dedicato. Ricòrdati che i fiori non sono qui per attrarre te, ma gli insetti.
     Ti riconosco, si dice. Sto qui, in piedi, nell’angolo di sventura dei dipinti, e ti riconosco. Quale sentimento avrà generato i tableaux vivants? Farsi spettatori anche quando la materia è la medesima, e carne il seno invece che pigmento? Tenere ferma ogni cosa, oltraggiando il desiderio, quasi dovessimo contentarci di testimoniare? Non vivere ma darsi la nostalgia, commemorare.
     Appesa nel mio studio c’è una foto di Abelardo Morell, Laura and Brady in the Shadow of Our House. Sul melmoso suolo che prende l’ombra della casa han disegnato una casa, poi Brady si è disteso sopra le ultime finestre, accanto al tetto, mentre Laura – avvinta a un peluche – se ne sta sulla porta. Non guardano il disegno: lo usano. Libertà a me preclusa.
     Ora quel corpo ondosamente si raccoglie, un braccio disteso a tenere le ginocchia. E c’è uno sguardo, un cenno privato, verso lui o verso la pressione dell’indistinto: verso il buio. Lo sguardo senza intenzione di chi ammette qualcosa.
     Non so cosa vedo io, cosa vedi tu; quel che capita a te, per me non è che un racconto. Simon si distoglie, completa il perimetro della casa, lentamente fa ritorno.

«D’altra parte, non è la pittura a piacermi, ma certi pittori. Il mio preferito, anche se era un uomo trasandato, è Soutine» sta dicendo Mme. «E tu, chissà se mi piaci» aggiunge, a favore di Simon.
     «Non importa» prova a dire Simon. «Dopo tutto, sono il curato e il barbiere a decidere quali libri della biblioteca di don Quijote siano da bruciare, e quali no.»
     «Non prendertela. Lo sai, non oserei mai dire che uno è accaldato, se puzza.»
     L’amabile conversazione avviene nella veranda che un tempo era lo studio di Simon. Lui e Mme si trovano nello stesso punto in cui si metteva Jeannot, quando gli venivano ambizioni teoretiche; allora parlava dell’astrazione ontica di Kandinskij e di quella ontologica, senza piú esperienza, di Malevič, o del sentimentalismo della forma che distingue tante avanguardie. Parole a quel tempo incomprensibili.
     «Guai a dar retta alle sciocchezze che riescono a dire gli artisti » dichiaraMme. «Salvo solo Alberto Giacometti.  Anzi je lui tire mon chapeau. Gli altri, quando ci pensano su… poveracci, non si raccapezzano.»
     «Non potremmo lasciar perdere la pittura? Sta per venirmi la nausea.»
     «Eh sí, bisogna capirti.» Pausa. «D’accordo. Come stai?»
     «Come l’ultima volta che ci siamo visti: cosí-cosí.»
     «Capisco. Mezz’età, bilancio incerto. Ti sei almeno deciso a sposarti?»
     «Guarda che sono sposato da vent’anni.»
     «Vuoi dire che ho sempre la stessa belle-fille
     «Sei sfortunata. Dimmi della ragazza, invece.»
     «Beh, io ho le mie novità. Lei viene dalla campagna. L’ho trovata su Internet. È arrivata qui con una stupida gonna scozzese.»
     «E perché tutti quei nomi?»
     «Perché le cose possibili sono molto piú numerose delle cose reali. Dovresti saperlo.»
     «Che tipo è?»
     «Il tipo che non ti aspetti. Spudorata e capace di ogni rossore. Comunque, non si lascia avvicinare, e questo mi piace.» Lo guarda di sfuggita. «Sapresti dirmi a cosa è dovuto il tuo interesse?»
     «Abita qui, no?»
     «Oh certo, abita qui. E mi ruba alla solitudine.»
     Per un tratto, evitandosi, tacciono.
     «Ti manca, papà?» chiede con lieve trepidazione Simon.
     «Per mancare, manca. Non so piú con chi prendermela.»
     Alza le spalle. «Però io non ho il senso del vuoto.»
     «E Jeannot? Cosa pensi di Jeannot?»
     «Non soddisfa le mie illusioni.» Sospira. «Ma l’affetto non vuol sentire ragioni.»
     «Cosa ti scrive?»
     «Te l’ho detto: sciocchezze. Cose come: consacrazione dei colori, questo Émile Gallet non lo sapeva; perché nell’industria non ci sono raccolti rovinati dalla grandine?; la concavità non è un insuccesso dell’onda; questo libro è molto piú felice accanto a quello, eccetera. Oppure parla del reclutamento forzato del battesimo, dice: se fossi capace della ginnastica del credente, mi farebbero male le ginocchia. Devo continuare? Le so a memoria, le sue lettere.»
     «Ti parla mai di me?»
     «Una volta ha scritto: “Ora sono sicuro di avere un fratello. È come un passaggio brusco dall’ombra alla luce”.»
     Un giorno, il bambino Simon seguí il fratello nel frutteto.
     «Cosa sei? Il mio seguitore?» gli chiese Jeannot. «Ti prego: nasconditi lí, non lasciarti attirare dai miei dispiaceri.»  La normalità, questa sofferenza minore.

Due giorni dopo. La ragazza fa ritorno dal paese: rimmel rossetto tacchi alti, e brevissima gonna. Incontra Simon dove la seconda passerella supera il ruscello. Quasi senza fermarsi, si spiega: «Beh, volevo essere convincente. Sa, ai bifolchi le gambe non dispiacciono». E si affretta verso l’ingresso, ma si ferma si volge indietro. «A proposito: oggi mi chiamo Céline. Ci tenevo a farglielo sapere.»
     Seguendo il ruscello, Simon s’inoltra nei boschi, nell’incerto possedimento di lepri, sparvieri, caprioli, gufi, storni, donnole, ghiandaie (ma gli elenchi non spiegano mai niente). Felci, fioriture di croco, e foglie tenacemente verdi di Quercus crenata rispondono alla luce, mentre intorno alle chiare cortecce abbruniscono i faggi. Terra indurita d’autunno, o nuvolosa tintura di foglie già cadute.
     Non è penoso voler altro da quel che appare entro lo spettro del visibile? La passione del pittore non farà di lui un iconoclasta? Non sproporziona il mondo, la pittura? E la mia opera adulta risponde forse all’origine delle mie percezioni? Domande che in quel bosco gli sembrano profane. Ripensa alle imprese dell’infanzia. «Vorrei una tradizione non interrotta » dice a voce alta. «Una trasmissione priva di dolore.»

«Francamente, si fa una certa fatica a rispettare chi non ha successo» sta dicendo Mme.
     «Forse ti dispiacerà, ma non sono d’accordo» replica Simon.
     «Strano. Au bout du compte, hai avuto un certo successo.»
     «Mi ha nuociuto l’ultimo decennio.»
     «Hai preso da tuo padre. Non sarai mai bravo ad adattarti.»
     «Poco importa. Il mio vero problema è riuscire a spingermi verso una difficoltà, e non verso una consolazione. Far giungere al suo termine almeno una cosa.»
     «L’arte non soddisfa alcun desiderio, perciò sbagli a disprezzare le consolazioni. Certo che sei complicato… Non credi che sia importante anche non sapere?»
     «A me basta il fatto che non son male, le carezze» dice, con dubbia intromissione, Céline.
     «Verissimo: conviene fare e basta. Per fare, non servono ragioni» decide Mme.
     «Può darsi. A volte, vorrei essere uno che non cerca niente. Ricevere doni leggeri…» dice Simon, tra sé.
     «Mon petit, comincio ad averne abbastanza dei tuoi tremiti.» Riflette. «D’altronde, sono sicura che troveresti volgare la mia eventuale condiscendenza. Adesso alziamoci. Prenderemo il caffè nella veranda. Voglio proprio vedere se si farà vivo quell’ingrato del porcospino.»
     Sulle poltroncine di vimini della veranda, a bere il caffè con aria assorta. Mme, a Céline:
     «Com’è andata con la tua vecchia fiamma?».
     «Ho capito che mi fa le corna.»
     «E tu ci hai rimesso? Ti son forse venute le smagliature?»
     Céline prende a ridere.
     «Effettivamente, io e mio cugino Trasimeno, che è allegro di molto, abbiamo visto di peggio» confida.
     Mme non collabora. Si rivolge a Simon.
     «Cos’hai fatto oggi?»
     «Una passeggiata nei boschi.»
     «Capisco: hai tentato di riciclare in nostalgia le tue sconcertate emozioni. Tuttavia, i boschi sono piacevoli. Del mio ultimo viaggio a Parigi ricordo soltanto le punizioni olfattive del métro.»
     «E i critici cosa dicono?» chiede inaspettatamente Céline.
     «Che razza di domanda è?» la rimprovera Mme. «I critici? Non verrai a dirmi che Simon deve farsela col mac invece che con la pute
     «Che cos’è il mac?» s’informa Céline.
     «Pensaci un attimo, ma belle gagneuse.» Un gesto conclusivo. «Adesso basta, si va a dormire.»
     «E il porcospino?» le chiede Simon.
     «Cosa c’entra il porcospino?»
     Con l’aiuto di Céline, si solleva, esitando va verso la scala.
     Ora Simon contempla l’artificio del riflesso, il mondo della veranda sul vaso dall’orlo dorato. Piú tardi, volgendosi fugacemente verso il vestibolo, si avvede che Céline, dissimulata dal paravento made in China, lo sta guardando.

Altri tre giorni. È ora di partire. Simon sta preparando la valigia. La ragazza – che finalmente è riuscita a farsi chiamare Désirée – entra nella stanza con impeto.
     «Il signor Jeannot è caduto dal balcone, al manicomio. Forse è morto» dice con affanno.
     Simon telefona, aspetta che i burocrati del delirio gli passino la persona adatta.
     «Spiacente. Sí, stamattina» ammette il compunto laureato.
     «Lo so, è uno sproposito» dice Mme quando Simon la raggiunge al piano terreno. La porta scorrevole della veranda è stata aperta, e lei siede sulla soglia, controluce. Forse guarda la ghiaia, forse l’erba. «Hai sempre voluto la sconfitta, Jeannot. Ma ora… come posso criticarti?» Alza gli occhi verso Simon. Uno sguardo opaco, vuoto. «Siamo riusciti a soffrire per cose da poco, non è vero? Tuttavia, se non volessi soffrire vivrei a Sèvres, accanto al Bureau des Poids et Mésures.» Scuote la testa a lungo, confusamente. «Si ha un bel dire: il tempo non ha né capo né coda.»
     Ecco, è morto, pensa Simon, e io avrò solo i ricordi di chi non c’era. D’altra parte, è diventato superfluo vedere con i propri occhi: il mondo, ormai, è di seconda mano.
     «Ho tredici anni. Cosa dici, Jeannot? Faccio il pittore?»
     «Forse sí. Dopo tutto, è difficile svignarsela. E poi il denaro non mi ha mai persuaso. Non puoi mica costruire un’ontologia sul dollaro.» Sorride con aria scaltra. «Però sarebbe un po’ troppo se anche i matti si mettessero a dar consigli.» E una cartolina, molti anni dopo, a cui non ha creduto: «Caro mio, la vita è dispendiosa. Forse muoio, cosí risparmio. Come saranno le cose, nell’addio?».
     Simon guarda ancora la madre, si chiede dove sia finita quella rassomiglianza che sembra tanto necessaria alle famiglie. Stupida economia degli affetti: tutto comincia nel vuoto, e nelle pieghe dell’invisibile va verso la fine.  Secondo voi, un artista può consistere davvero entro un dolore o – costretto a guardarlo – si trova già in disparte?
     Laggiú, sul tetto del cottage – embrici e tegole curve – il minimo sortilegio di un riverbero. In fondo, oltre il selciato, l’asfalto che dispone al viaggio di ritorno.
     Diversamente dal selciato, non ha ritmo.

Ad Angelo Cagnone, pittore

_________________________
(Già apparso in FMR – Edizione francese, n. 20, 2007)
_________________________

***

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1 commento su “Perdendosi – Un racconto di Nanni Cagnone”

  1. eh, il grande Nanni… da poeta a editore a “poeta nascosto”. L’ultimo suo libro nell’editoria diciamo così “maggiore” è stato pubblicato da Jaca qualche anno fa… Per fortuna arrivano di tanto in tanto splendidi libretti autoprodotti con altrettanto splendidi versi… Ma grande divertimento lo dà Pacific Express, romanzo pubblicato da SE. Quando l’erotismo muta la prosa in qualcosa di inedito…
    Aspettiamo che l’editoria si svegli e che dopo i primo “Collected Poems”, Armi senza insegne (Coliseum), altri ne arrivino, prima che per la poesia sia troppo tardi…

    -Elio
    elio.g@tin.it

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