Intorno a “La Beltà” di Andrea Zanzotto – Luigi Metropoli

Luigi Metropoli – Lingua della poesia e desiderio.
Intorno a La Beltà di Andrea Zanzotto.

andrea20zanzottoFin dal titolo, La Beltà dichiara il suo posizionamento eccentrico nella lirica coeva, mostrando un interesse per un argomento eminentemente amoroso, senza tralasciare le implicazioni più allusivamente rematiche, che riconvocano, dislocandola, una storia letteraria illustre: attraverso Petrarca e Leopardi, Zanzotto intende percorrere e aggiornare quello stile alto, emblema della grande tradizione lirica che dal XIV giunge al XX secolo. Non troppo velatamente, 1480423 uno dei temi principali della raccolta (sarebbe più esatto parlare di campi semantici data l’irrudicibilità tematica del libro) è la riscrittura – all’interno di codici più ampi e flessibili – della poesia erotica, nella sua accezione più larga, che come si vedrà è perfettamente in linea con quanto Zanzotto va sperimentando a livello stilistico-formale:

     [A.Z.] è Petrarca filtrato dai getti del Napalm. Sono le statue semisepolte nei parchi palladiani di Treviso, sulle quali  i bambini giocano e che ancora testimoniano della Beltà.(1)

Il recupero della tradizione parte dalla scelta desueta del titolo: non già un’astratta bellezza, ma la Beltà, la beltade di tutta la storia della passione amorosa e nel contempo la sua ossificazione e impossibilità ad esistere oggi («il tema della bellezza che qui si rinsecchisce il beltà»(2) ) attraverso il baudelairiano beauté che la riveste di ambiguità, caricandone la connotazione negativa. Il libro, un intricato ipertesto con svariate ramificazioni e affioramenti, si costituisce, sottotraccia, come un mini-canzoniere o, meglio, una sua parodia (in senso etimologico), data la sua inadeguatezza nel percorso poetico zanzottiano e nell’intera lirica del secondo Novecento. Il disporsi della materia lirica intorno ad un multiforme e cangiante ente «sessualmente connotato»(3) è l’ipotesto primario della raccolta, ma nel caso del poeta veneto il corteggiamento avviene in una dimensione fortemente rimaneggiata, sia sul piano lirico che amoroso, con slittamenti e sovrapposizioni di ambiti e piani, divaricazione massima tra la forte connotazione sessuale e la ricerca di purezza e verginità (il che sul piano poetico si riflette in una virtuosistica frizione di stili con deflagrazione dell’elegia, mentre per ciò che riguarda l’io lirico assistiamo ad una vera e propria dissociazione e schizofrenia).
L’oggetto del desiderio è sempre sfuggente, non già come un’Angelica ariostesca, ma lo è a partire dall’indefinibilità dei suoi tratti caratterizzanti: la beltà è talvolta riconducibile a Diana (si pensi al poemetto immediatamente successivo a La Beltà, Gli sguardi, i fatti e senhal), talaltra alla Luna (associata alla suddetta divinità) che a sua volta rimanda alla lirica stessa, o ancora al paesaggio, alla lingua. Ciò che accomuna tutti questi volti è la natura sempre femminile e materna, strettamente connessa, nell’intero corpus zanzottiano, ad un principio originario che contiene in sé tutte le tensioni, gli opposti, preservandone le differenze in un equilibrio superiore. In un suo intervento, Zanzotto conferma questa componente intrinsecamente erotica dell’arte poetica:

     La poesia persiste a testimoniare per la ratificazione di tutto in nome di un eros, di una “sola parola”, di un “segreto” – o di un vuoto, di un silenzio, di una faglia primigeni.(4)

E, ancora, il carattere del desiderio immanente alla ricerca poetica zanzottiana è ribadito in un’intervista, in cui si stabiliscono i motivi e le spinte che sottendono il disegno e le strategie compositive dell’autore:

     Io mi sento lontano da coloro che sembrano abbacinati dalla necessaria frigidità di cui, nel loro stretto ambito, la scienza, e più la tecnica, tendono a permeare la loro espressione (o comunicazione). Perché non tener presenti piuttosto tutti i sottintesi, le tensioni di natura psicologica che stanno “al di sotto” della ricerca, pluriscintillanti e inafferrabili, o grossamente semplici, dall’entusiasmo, alla fede nella clavis, perfino alla tenerezza (o alle avarizie, alle paure, alle libidini più svariate)?(5)

Si dà fiducia ad una poesia dotata di una carica liberatoria, fondata sull’entusiasmo e la libido (che racchiude in sé tenerezza e paura). Per porre in atto tale potenziale occorre sfaldare l’assetto tonale della lingua, agire al di sotto della soglia cosciente, per lasciarne reagire la carica eversiva e, dunque, erotica. Avvalendosi delle teorie di Lacan, Zanzotto affina gli strumenti per accedere alla materia pulsante della lingua: il significante linguistico è ciò che preserva gli aspetti primigeni e incorrotti del soggetto, al di qua di un contratto sociale e del principio di realtà, nella piena autonomia del piacere.
A partire dal componimento d’apertura, Oltranza oltraggio, il percorso muove in questa direzione, con la più ardua liberazione del significante ai danni di un ordine logico sintattico costituito: «Salti saltabecchi friggendo puro-pura/ nel vuoto spinto outré/ ti fai più in là/ intangibile […]/ piena di punte immite frigida».(6) È giusto cogliere una connotazione erotica in spinto outré, che viene immediatamente frustrato dalla frigidità dell’oggetto del desiderio (Diana?). Come puntualmente accade nella raccolta, il principio di contraddizione è interrotto e gli opposti coesistono. Non è un caso, quindi, che la pura, la vergine Diana, all’improvviso diventi sessualmente appetibile e viceversa. La stessa libertà d’espressione talvolta subisce la censura della coscienza o viene immediatamente attenuata dall’aspirazione alla quiete (del resto la ricerca di un Eden incorrotto resta uno degli orizzonti della poesia, nella stessa misura in cui il Dante paradisiaco presiede in buona parte alla gestazione del libro: si veda per esempio l’invito alla beatitudine, quasi ossessivo, in Alla stagione). Nella successiva La perfezione della neve ci troviamo di fronte a «tutto-eros, tutto lib. libertà nel laccio»,(7) con un’apertura (lib sta probabilmente per libido) e un’immediata chiusura (libertà nel laccio). A tal proposito è emblematico un passo di una delle più rappresentative poesie della raccolta, L’elegia in petèl: «e lei silenzio-spazio/ e lei allarga le gambe e mostra tutto;/ vedo il tesissimo e libertino splendore/ e il fascino e il risolino e il fatto brutto/ e correre la polizia».(8) Il massimo oltraggio dell’inconscio viene frenato dal correre della polizia, l’oggettivazione della censura (in questo caso della coscienza). Anche in questo caso la beltà si colora di connotazioni negative: la tensione cresce e si mostra il fatto brutto. Non è di poco conto notare, infatti, come questo passo abbia più di un tratto comune con un racconto di Bataille, autore di riferimento per Zanzotto (in Madama Edwarda, lo scrittore francese, da gran dissacratore qual è, conduce Dio alle soglie della libido e dà origine ad un incontro che non ha eguali nella storia della letteratura). La compresenza dei contrari trova l’apice poco più avanti, quando la voce poetante, a dispetto di qualsiasi ordine, categoria e valore letterario, vede a braccetto l’amato Hölderlin con Tallemant des Réaux, autore di historiettes all’insegna del pettegolezzo, e, ancora, l’ottenebrato Scardanelli intento a scrivere pagine del fumetto erotico Histoire d’O.
La duplicità e, nel contempo, l’indissolubilità dei contrari è nella lingua di Zanzotto la radice della rivoluzione (dell’individuo prima che sociale, perché innestata nella psiche dell’essere umano), quel punto in cui liberazione ed effrazione coincidono. Che questo sia presieduto da un ordine femminile è emblematico:

     E prodotto della psiche, al fondo, anche la presenza della madre e di Diana dal dolcissimo sesso. […] Non altra dalla psiche, della quale è matrice e che costituisce, in rapporto circolare, la sua condizione esistenziale. Madre carnale, dunque, già destinata a mutarsi in madre-lingua e, in La beltà, in Madre-norma; e Diana, lei, l’eros, la donna, la luce, la spinta, la casta ed ancora intatta (sino a Gli sguardi, i fatti e senhal): una bifrazione, comunque, che ha un valore primariamente simbolico; da leggersi come capacità della psiche di recuperare una dimensione di sopravvivenza attraverso le facoltà della memoria e dell’immaginazione fantastica.(9)

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Note

(1) Michel David, Solmi et Zanzotto, «Le Monde des Livres. Supplement au numéro 7416» di «Le Monde», 16 novembre 1968, p. VII.
(2) Andrea Zanzotto, Note a La Beltà, in ID., Le poesie e prose scelte, Mondadori, Milano 1999, p. 351.
(3) Stefano Dal Bianco, Profili dei libri e note alle poesie, in A. Zanzotto, Le poesie e prose scelte, cit., p. 1487.
(4) A. Zanzotto, Uno sguardo dalla periferia, in «L’Approdo letterario», n. 59-60, 1972; cito da A. Zanzotto, Le poesie e prose scelte, cit., p. 1158.
(5) [Risposte], in Ferdinando Camon, Il mestiere di poeta, Lerici, Milano, 1966; cito da A. Zanzotto, Le poesie e prose scelte, cit., p. 1131.
(6) A. Zanzotto, La Beltà, Mondadori, Milano 1968 (ora in Id., Le poesie e prose scelte, cit., p. 267).
(7) Ivi, p. 271.
(8) Ivi, p. 316.
(9) Giuliana Nuvoli, Andrea Zanzotto (con un’intervista all’autore), «Il castoro», La nuova Italia, Firenze, 1979, p. 25.

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Tratto da La Mosca di Milano, n. 19 (Desiderio e visione), II semestre 2008.
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