L’esercizio della lingua – Lello VOCE

lelloÈ bello vederti morire sentire che tremi Prometeo / È bello sapere che hai paura della nostra stessa paura / È bello il tuo corpo Prometeo scolpito sulla pietra / Giocheremo con le tue grida ci baloccheremo di sangue / Ne berremo a fiotti e poi ci ciberemo delle tue membra vive / E dopo la tua morte Prometeo ci ribelleremo. In nome tuo. (*)

arton558Sonora è l’eco sorda della mazza d’acciaio Efesto / Scintilla di fuoco rubato la nota di sangue che acceca / È figlio del tempo il tuo dolore Efesto fabbro ferraio / Oggi devi plasmare le membra battere l’incudine della / Vendetta e tu maschio incatenato che ci hai insegnato / Ad obbedire ora insegnalo a te stesso e a chi ti tortura. (**)

[Lello Voce, L’esercizio della lingua (Poesie 1991-2008), Libro + DADV, introduzione di Gabriele Frasca, postfazione di Marianna Marrucci, con un intervento in versi di Wu Ming 1 e un saggio musicologico di Stefano La Via, Firenze, LE LETTERE, Collana “Fuori Formato“, 2008]

Testi

Canto di Efesto (***)

Efesto –
Mazze magli martelli e chiodi e schidioni e catene manganelli…

(continua a leggere qui… canto di efesto)

*

Poesia in x lingue

: è un ictus è un virus è un accento che colpisce duro
all’altezza del muro è un lupus è il morso del futuro
fibula fabula fistola fiaccola frenula capsula particula
è un lapsus è un cursus è percorso accidentato e lento
è la mia lingua quando mento è il casus e lo strumento

: è polemos è thanatos è l’eco squillante della catastrofe
l’urlo che si fa apostrofe è il caos ribaltato dell’antistrofe
flagello filugello stornello uccello vipistrello ostello bordello
è la colpa dell’antropòs è zoos è terra grassa che t’afferra
è la voce sillabata della guerra è logos prigione che rinserra

: è un doppio click un suono digitato un fax un’incognita ics
che viene meglio in mix è un gulp un burp un grasso slurp
uno slam un bimbumbam è un allosanfan un canto d’antan
è amore se rima con cuore è scommessa fiato e sentimento
il definitivo aspro smascheramento è orrore e divisamento

: mani sporche e vite porche
morte e bugie con le gambe corte

*

Piccola cucina cannibale

ho bisogno di una scorciatoia lenta e di una vita che mi menta
dove si senta il suono spento d’ogni sentimento io ho bisogno
di un sogno lasciato indietro di trovare un metro alla menzogna
di sfuggire alla gogna bisogno di silenzio di assenzio e mugugno
ho bisogno di tatto d’olfatto di dare di matto sfuggire allo scacco
bisogno di occhi e polpastrelli di lingua di narici di mitragliatrici
di un gorgo sordo che inghiotta il futuro di una vena delle tue radici

) strappami le pupille e masticale con tenerezza assapora il gusto
amaro dello sparo e la polvere che ho sparso sulle emozioni tagliami
la lingua e brucia la punta fino a che il fumo non si fa incenso,
fino trovare un senso)

se ancora esisto è per nutrirti per stupirti per sfuggirti e per tradirti
metterti spalle al muro all’angolo e chiederti di arrenderti al segno
ambiguo che ci separa all’aria rara che sta tra noi e ci unisce in
un soffio al vuoto d’ogni nostro moto se ancora esisto è per dirti
per favore continua a stupirti per dirti bada che amore non fa rima
con cuore ma con il rombo del dolore con i muscoli strappati che
carezzi a sera con l’unica cosa vera sangue versato che fa primavera

) divaricami le gambe e staccale dal tronco smonta le ginocchia
svuotale di liquidi e parole asciugale al fuoco lento del dubbio
affonda l’accetta alle natiche con un colpo secco e netto dividimi
fammi a pezzi divorami)

se ancora esisto è per dirti di non credere una sola parola di affilare
lo sguardo come lama puntata alla gola di continuare a credere che
anche il tacchino vola anche a costo di restare sola anche a costo di
essere tu a dire l’ultima parola se ancora esisto è per l’acrobazia
che mai non sazia per quest’ultima carezza un attimo prima del
respiro affannato che mi spezza è per leccarti le mani con dolcezza
per bere il tuo sale asciugarti il male è per amore o per quel che vale

) tagliami le orecchie con cura e ricucile ai lati delle labbra e le
palpebre i polpastrelli applicali alla lingua con spilli e virgole e
punti là dove batte là dove il dente duole e pulsa in grumi di dignità
il ritmo del dolore l’accento della libertà)

ho bisogno di dimenticare il futuro di immaginare il passato bisogno
di fiato caldo sul collo di minacce di ricatti di violenza di una lenza
avvelenata bisogno di un’unica durata liscia come uno specchio come
il ghiaccio che il filo dei pattini fende come fosse il taglio d’una storia
comune un percorso un morso di vita che stride di lame e uccide io
ho bisogno di pelle e d’olfatto ma tu guardami senza toccarmi e ora
rubami la vita con destrezza amor mio e poi spegnimi con dolcezza

(Da qui è possibile ascoltare in mp3 “Piccola cucina canibale“, musiche di Paolo Fresu e Frank Nemola. Basta cliccare sull’immagine in alto a destra.)

*

Canzone del destino (***)
(o di Jahier)

Ci sono destini e destini che ci attendono e svolte molte ci sono
una per ogni orizzonte una per ogni mano e fegato c’è n’è una per
ciascuno di vita intendo di minuti ed ore e giorni ed anni e millenni

(continua a leggere quicanzone del destino)

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[Qui altri testi di Lello Voce presenti sul blog.]

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Note

(*) Coro dei bambini (cfr. Canto di Efesto)
(**) Coro delle donne (cfr. Canto di Efesto)

(***) Per ragioni di impaginazione, ho ritenuto opportuno riportare i due testi in due distinti documenti allegati, per permetterne una più agevole lettura e, soprattutto, una migliore fruizione.
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(Dall’Introduzione di) Gabriele Frasca – Per fare che risplenda il fiore inverso

     Quando l’eco dorata e salvifica ribatte spare a despair, quasi a disgiungere l’esortazione a economizzare i beni della vita dalla plumbea coazione accidiosa a enumerarli piuttosto nell’atto stesso di svanire, e siamo al giro di boa di uno dei testi più intensi di Gerald M. Hopkins, The Leaden Echo and the Golden Echo, chi ha fino a quel punto condotto lo sguardo da un verso all’altro appena rimuginando il torrente di suoni coi quali componeva la scansione delle sue immagini il padre gesuita, sente così distintamente il suono delle sue stesse labbra da accettare un po’ con un trasalimento il rimbrotto divertito con cui il poeta accoglie il suo lettore finalmente stanato, e messo in condizione di incarnare la parola: «Hush there!». Silenzio lì! In quel punto esatto, Hopkins lo sa, la voce con quell’inversione l’ha estorta, pena l’incomprensione, in virtù di una paronomasia possibile solo se la si stropiccia fra le labbra, che vale al dunque come regola d’installazione dettata dal testo stesso, senza nemmeno esplicitare quell’invito, che pure gli si deve, a tirare un bel respiro e prendere poi a leggere come sempre si dovrebbe, nei fatti di poesia, con le orecchie cioè. La trappola, insomma, ha funzionato, e l’ossessiva ripetizione con cui l’eco di piombo smangia la crudezza dell’imperativo dall’iniziale costruzione incoativa («be beginning to despair, to despair, | despair, despair, despair, despair») finisce col preparare, in virtù della ricchezza della rima, la ribattuta con cui quell’altra eco, convocata a rintuzzarla, falsifica l’etimo, ma solo se viene in soccorso per l’appunto la voce, e ribalta tanta intima rabbia biliare: «Spare!» Così risplende appunto un fiore inverso.

     Usatela dunque con cura, ci ripete, salvaguardatela come si conviene, la bellezza che vedete sparire, e vi dispera. Perché poi, alla fin fine, se tutti i versi, e quelli sopiti sui fogli su tutti, altro non sono, a leggerli, che forme d’inversione ed echi, e dunque parole discernibili, certo, decodificabili ma prive pur sempre del respiro di chi per disseminarle le disse, qualcuno dovrà pure metterlo il fiato se vorrà tornare ad agitarle quel tanto da schiudervi il senso. Non quello silenziato, astratto e in buona sostanza insensato nei suoi automatismi (che ogni verso con parsimonia nemmeno rilascia, e cui solo a malapena accenna nel ronron della lettura sommessa), ma quel senso che riconnette la parola alla carne, e il respiro esattamente a tutta quella bellezza che va svanendo («how to kéep […] beauty,… from vanishing away?»), sfarinandosi nei tanti aspetti che dovrebbero, opportunamente gonfiati da ciò che ci tiene in vita, affamarci piuttosto d’infinito. Altro non sono che un’impresa di salute, per padre Hopkins, come per Deleuze attraverso Nietzsche, i fatti della poesia, e della sua sorellastra sorda, la “letteratura”. Per fare che ne sbocci il senso, e non l’indicazione simbolica di una messa in stato (quel peccato d’origine del fare letterario che James Joyce chiamava non a caso «the original sinse»), bisogna partire da un doppio assunto materialista: che è la carne l’organo della parola, innanzi tutto, e che non c’è arte del discorso che non sia respirazione artificiale.

    Quelle cose per noi così dolci, e in noi tanto fugaci, ripete a fior d’inversione l’eco dorata irrobustita da tutte le figure retoriche della ripetizione, quelle cose impalpabili che sembrano durare nel loro corpo stesso, che è il nostro, solo il tempo di un soffio («everything that’s fresh and fast flying of us, seems to us sweet of us and swiftly away with»), ebbene con quello stesso respiro che ce le invola, riportatele in vita, e lasciate che riprendano il loro viaggio, di fiato in fiato, di corpo in corpo: «Resign them, sign them, seal them, send them, motion them with breath, | and with sighs soaring, soaring sighs deliver | them». Rassegnateli via, insomma, segnateli, sigillateli, sommuoveteli con un respiro, questi echi di versi, e involando sospiri involati, al dunque liberateli, esprimeteli, e infine: consegnateli. La poesia, se vuole essere eco dorata, e non lettera morta nel suo piombo, è broadcasting. Se qualcuno vi sente solo la transe del sortilegio orale, e si disgusta, vorrà dire che a furia di credere proprie le voci del mondo che dice pensiero, s’è perso nel suo labirinto.

     Sono anni che non mi raccapezzo, anni che non riesco a capire come possano le macchine più generose nel sommuoverci apparire ai più (artatamente) distratti solo ordigni racchiusi nella loro ambigua perfezione, o come le strutture versali che mettono in questione, e in movimento, il senso, se mai riconducendolo alla pastosità melodica che consente di scambiarcelo, siano il più delle volte ricondotte al diletto dei giochi formali, se non al delibato delitto dello stile che da dolce si rende a fior di labbra aspro. Eppure questi congegni, lo si è visto scomodando Hopkins, che è senz’altro uno degli autori (con Haroldo e Augusto De Campos) da cui occorre partire per comprendere il lavoro di Lello Voce, cospirano per niente di meno che un supplemento di vita, e non sanno che farsene di quell’effimero compiacimento intellettuale che tanta poesia richiede, con il suo corredo di elitari «ci siamo capiti», come sola possibile regola d’innesto, o che guardinga offre come unico flebile contatto. Per chi, come Voce, ha posto in atto l’invito joyciano a ricombinare suono e senso («and begin again to make soundsense and sensesound kin again»), il processo di verità che nell’opera vocale (letta, detta, cantata, performata) prova a mettersi di traverso rispetto all’orchestrazione degli enunciati di un’epoca, per cui ve ne sarebbero di visibili e di nascosti, finisce presto col configurarsi come una «forma d’avversione» rispetto al fluire del senso comune. Un enunciato, diceva Gilles Deleuze commentando Foucault, «rimane nascosto se non riusciamo a elevarci sino alle sue condizioni di estrazione». Ma se risplende un fiore inverso, se insomma un’avversione prende forma e fa fluire via i discorsi di copertura lasciando, come una piccola diga, a secco l’enunciato che si presume nascosto, allora è facile scoprire come in ogni epoca tutto, anche ciò che dovrebbe essere occultato, sia detto con estrema chiarezza. Una forma d’avversione mette in ombra ciò che, sul fondo volutamente oscuro in cui scorre il senso comune, si staglia di una chiarezza abbacinante.

     «Perché piuttosto c’è bisogno di voce di fiato che dice». E se è già il testo che guida il drappello dei nuovi e inediti che aprono l’opera che avete adesso fra le mani, col suo titolo emblema (La rosa e la voce), ad accoglierci così, allora sarà magari corretto chiedergli ragione del senso stesso dell’intera operazione che ci consegna L’esercizio della lingua sostanzialmente in tre forme assolute diverse, quella tipografica, quella fonografica e quella performativa, oltre che in un’ulteriore agglutinarsi più esplicitamente intramediale (si pensi alle elaborazioni video di Giacomo Verde sulle immagini di Robert Rebotti). Perché questo testo, e l’intera sezione che lo raccoglie (Piccola cucina cannibale), è un punto d’arrivo di un lavoro con cui, grazie alla pubblicazione di quest’opera almeno triforme, possiamo finalmente senza facili scorciatoie critiche fare sul serio i conti, fino a risalirne uno strato dopo l’altro, se mai per accorgerci come nel corso del tempo si sia andata schiarendo, questa voce, risputando via quel po’ di bolo d’effettismo avanguardistico che le prime maccheronee, nella loro comunque responsabile ricerca del punto esatto dove il suono torna senso, ancora ruminavano. Perché questi versi divenuti infine «scorciatoie del corpo e dell’anima», e «nervi e corde che si fanno frasi», avevano da sempre, da sùbito, in Voce, l’impianto ossessivo di tutte le figure della ripetizione, con una predilezione per quella che la vecchia retorica (macchina principe del dire, cioè dell’arte del discorso) chiamava complexio (una combinazione a tutto campo di anafore ed epifore), il cui fine, sfondando nelle figure di pensiero, altro non era che quello di metabolizzare in una fitta rete di botte e risposte tutte le parole altrui (exquisitio), e dunque quegli stessi enunciati apparentemente nascosti che, spina irritativa qui di ogni singolo componimento, irradiano comunque la loro voce, e proprio perché un’altra e un’altra ancora controbatta, se mai per strapparvi quell’eco che ne metta a giorno il supplemento ideologico. […]

***

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Un pensiero su “L’esercizio della lingua – Lello VOCE”

  1. Un’opera con la quale, prima o poi, bisognerà “fare i conti”.

    Un progetto complessivo di ricerca e produzione poetica che abbatte ogni steccato tra oralità, scrittura e performatività, facendone un unicum non solo per quanto riguarda il panorama italiano.

    Un percorso caratterizzato da un’esemplare coerenza stilistica ed etica e dal rigore teorico che presiede, accompagna e segue ogni scelta contenutistica e formale.

    Un’opera che, tra le altre cose, vanta parecchi “crediti”. Soprattutto nei confronti dei tanti che si guardano bene dal denunciare il “debito” che con essa hanno contratto nel corso degli anni.

    Un grande libro. Supportato, oltretutto, da pagine critiche di altissimo spessore, veri e propri saggi di poetica e di estetica.

    fm

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