Il libro dei doni – Capitolo VI, 2

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Tiziano SALARI   Nicola PONZIO   Fabiano ALBORGHETTI
Luigi DI RUSCIO   Marina PIZZI   Viola AMARELLI
Andrea CIROLLA   Antonio FIORI   Corrado BENIGNI

 

Il libro dei doni – Capitolo VI, 2

 


Tiziano SALARI
[da: Il fruscio dell’Essere, 2007]

 

1

dentro è tutto regolare
nel senso delle finestre e delle porte
quando abbassi le maniglie
le resistenze dell’aria svaniscono
racchiuso in una bottiglia il passato
scrivi: “il saccheggio bianco del mattino”,
uno sventagliare di piume
attraverso le brecce dei monti
di un sole che si sbraccia tra i vapori argentei
così antico e così nuovo
da sembrare prossimo al deliquio,
o il capo mozzato di un naufrago.
da una stanza remota il saluto di un terrestre.

 

2

ma non punge altrimenti la differenza
in questo silenzio che si scava
oltre il visibile compatto delle mura
battute dalla pioggia, che alternando
un distratto ascolto a una sospensione
del sentire, fino all’addentrarsi
di un velo oltre il quale s’intravedono
nella trasparenza disfarsi gli appartamenti di faccia
e nello svuotante vuoto
che separa il visibile dall’invisibile
mantenersi in bilico sull’orlo
nel colmante colmo dell’essere

 

3

forse l’estate accampata non è inodore
dietro i cumuli di fieno, la vita reliquia
di se stessa ritirata nella frescura d’oro
vede fuori avvampare la lampada eterna,
il supplizio delle stagioni nell’unico pianeta vivo
del sistema solare

 

4

se tutto l’esistente di colpo si squaderna
in un lampo
lasciando dietro di sé lo specchio
in cui la figura isolata si allontana
da se stessa verso il fondo che manca
colmando di silenzio
le grandi vallate di bianco

dal fondo il Signore del Tempo
con la trasognata faccia
si affaccia e fa segno
come il Signore di Delfi

 

5

nella ripetizione sta l’orrore
e la scelta, di quando non si compie
niente, ma solo,
gesti sovrapposti, metamorfosi
impercettibili
nell’orizzonte che trabocca
di palpiti invisibili

guardando
le pareti i mobili gli oggetti
affondati nel buio
e perfino la gravità del mio corpo
come une vestigia
di me stesso

ciò che l’assenza
di rumore comunica nell’assenza,
che ribolle in quel punto, di nomi
svaporanti in un grido afasico,
il buco nel centro del silenzio
di agonizzanti moltitudini,
dall’inizio dei tempi all’ora
che volge verso il color perla
di un’alba disamorata

 

6

svelando
nelle sue fondamenta ciò che si cela
per segni frammentari, affratellati
dall’essere una compagine di vani dettagli,
il suono vergine della pioggia, le fitte
al basso ventre e le iridescenze
nelle tenebre dei nodi disciolti

guardando
in faccia il dolore fino alla sorgente
impietrita, nelle iperboree
regioni dove il senso
in tante parti si screpola

ciò che la mente sforza
ritagliandosi un andito di chiari
spiragli e miracoli rinnova,
nel dispiegarsi di tremule albe
falcidiate dagli angeli del sonno,
l’ombra lasciando alle chiuse imposte
contro cui preme l’algida ala
della sorte nascosta

 

22

questo suono non è altro che l’eco di un altro suono
che non è stato mai udito
ma preme attraverso gli accordi
imbrigliati nella zona
più antica della mente –
la dove resiste uno splendore trascendente –
se solo il suono e il senso
confluissero insieme
portandoci alla beatitudine
oltre il muro nero e il muro bianco,
di fronte ai quali il caso
intromette l’opacità, nasconde
l’uscita dal dominio incontrastato
del pensiero di morte calcolante,
e di fondare u nuovo mondo
che a diversa sorte ci riserba
nega l’accesso, scavando
un’incrinatura nel fruscio dell’essere

 

**********

 


Nicola PONZIO
[da: Esercizi del rischio, 2007]

 

Più debole è la forza che si ostenta.
Ma forte della stessa debolezza
è la forza che arretra con arte
ulteriore, – esponendosi al rischio.

 

*

 

Ora maschera – innesta – poi sostanzia
e dispera di sé mentre vira
molteplice un verso di vita.

Il lavoro degli anni, – l’umile
vista o la brina al fermento di credere
vero il volersi felice.

Controversia e primizia.
Disciplina che dura un istante
ulteriore, – distante
da sé e da quel che segue.

 

*

 

Dona un nido a quel dio
che ti bacia mordendo
la lingua del tuo desiderio.

 

*

 

Parla, perla di bocca
in bocca e tradita
parola. –
Tra le dita che chiedono
fiori tacendone il tarlo.

 

*

 

Parsimonia futura, –
dipingere il frutto
del rischio
alla luce residua. –
Dove gli occhi germogliano
un bene
intuendo il visibile.

Un bersaglio
preciso. – Dove l’acqua
è la lingua
dell’arte, – si accresce
nell’arte
materna di un seme reciso.

 

*

 

Rettili – poi deittici
spighe.
Ghirlande che adornano
gli occhi
a quest’aquila d’acqua.

Forse dèi in equilibrio
precario sui libri incompleti.
Indolenti
relitti. – Sistemi
linfatici in preda al granire
degli ossidi, – specchi
sugli ossi, – dissidi
isotermici, ossigeno.

 

*

 

Mente che mente
e poi s’inluoga – deriva
dalla stessa ambiguità
delle parole questa crescita
di senso.

Come una prima nascita, la rima
intermittente delle acacie.
Avanguardia
di luce che duplica il dubbio
radente una lingua inventata.

 

*

 

Dell’acqua più pura è sodale
la lingua che dubita – annaspa
e s’incava – che duplica
e lava esponendosi al rischio
di perderci in rivoli
d’erica all’ombra degli aceri.

 

**********

 


Fabiano ALBORGHETTI
[da: L’opposta riva, 2006]

 

Partiva a caso certe volte con la nostalgia
per un luogo dove non era mai stato veramente
apriva le parole stilando particolari minimi: così incontenuto

spandeva il ricordo elencato tra l’andare e il ritorno
consumando senza scissione. Questa è la vita del transfuga
diceva: senza un luogo preciso cui appartenere

e troppo dentro gli occhi su cui fermare.

 

*

 

E dove altro credi possibile la mia presenza
se anche la mia terra è contro? Non rimane niente altro
che la cancellazione ripeteva un dirsi presenti

anche senza il luogo. Adesso conta diceva
fai la somma dei rimasti. Sottratti gli urti i lampi
i sacchi senza nome o le cataste di arti e bocche colme

di vuoto avrai la misura del rimanere, l’innominata ampiezza.

 

*

 

Come evasi senza ragion veduta, in fila
lungo la sorte sino alle montagne: sottrarsi
alla propria terra per la sola carne riassumeva il motivo

il convoglio, senza custode ognuno
che non l’occhio indietro a dilavare la strada fatta.
La sola parola ripetersi scandiva l’insieme unendo

dalla perdita presente alla trama a venire, noi siamo dove?

 

*

 

C’è gente appesa perfino sui pali delle navi
lo sguardo che accusa e spunta o non crede:
dopo la voce italiana il motore spegne e qualunque suono

riassorbe fino al beccheggio, ai corpi fermi: procedure dice
le tue leggi uguali sempre. Sotto scorta fino al porto
e poi la fonda lo sbarco diritto fino al recinto a cumulare

le presenze come merce di stoccaggio. Non più di poco ripete
poi si rimpatria cosi come si arriva. Non si vede il numero
non si conta nemmeno quanta legione per nave al giorno

sperare la terra e nonostante le preghiere rimbalzare.

 

*

 

Non si può non scioperare diceva assorto valutando
ma per contro che guadagno? Il diritto ha le ragioni
ma la fame conta troppo per far finta d’essere uguali: quando scade]

il mio contratto tu sai dirmi cosa fare? Non opporre la ragione
allo stomaco che vale: per chi vince sempre a perdere qualcuno
ma quell’uno è troppo esiguo, non fa nozze col diritto.

Al tornio continuava poi in silenzio al grido forte di crumiro…

 

*

 

Lo sguardo appeso alla madia come sondava il vuoto interno
i ripiani dare alloggio alle molliche solamente, all’odore
chiuso dentro. Non c’è niente da mangiare ripeteva

e chiudeva gli sportelli con il gesto di chi perde…

 

*

 

Ho il corpo dei pazzi a fine mese, col seme che spinge
in fila al termine delle scale ognuno aspettando
il turno per la carne: costa poco il sesso

ma è l’unico rimedio. A guardarmi attorno, troppo belle
le tue donne per averne uno sguardo di ritorno: troppa morchia
sulla pelle perché si veda, troppo straniero

e questo non cancello. Non guardarmi allora mentre prendo
il finto amore e mi sfogo: non sentire il rantolo morente
di chi spruzza verso il niente. Cosa penso mentre spingo è

da non dire, una vergogna più del gesto il mio negare…

 

*

 

L’amore da soli è un segreto innominabile
per quello che chiamo amore. Una sopportazione
di verità che batte dentro la mano

a scaldare la pelle e defluisce tutto il sangue
il ricordo sulle lenzuola e secca ben prima del sonno.
L’esito qualunque del mio ventre lo trova un profilo

quel luogo invisibile destinato al pianto in volo.

 

**********

 


Luigi DI RUSCIO
[da: Iscrizioni, 2006]

 

1
vengono alla superficie pensieri neri tenebrosi
volare dalla finestra
inabissarmi in quell’albero di ciliege
che nasce sotto casa
splendente
luminoso nelle primavere
improvvisamente senza un segnale fiorisce
grappoli di vita felice
inizia così la stagione
dove nessuno immagina di dover morire

 

2
hanno ricostruito il sogno
l’orgoglio di essere i padroni della terra
di essere i migliori i prediletti
sarete purificati da tutte le contaminazioni del male
con la coscienza assolutamente limpida
sarete assassini e torturatori

 

3
non si diventa un nemico
si è nemici dalla nascita
basta la nuda esistenza
per essere condannato e sbranato

 

4
non c’è gioia più totale
paragonabile a quella di dire la verità
sfidare la menzogna
e specchiandoci dirci:
non ingloriosamente mi addentro nelle tenebre

 

5
giuravo che avrei smesso di scrivere
il giorno dopo
ricominciavo come niente fosse
con tutte le poetiche e le ideologie
e le stesse parole che spudoratamente
saltano da tutte le parti

 

6
il lurido verme
la farfalla luridissima
quella farfalla che si mimetizza
tra i teschi e i mortuari fascisti
quella farfalla stoppacciosa polverosa farinosa
sono anche necrofori
amano gli uomini
quando li hanno trasformati in cadaveri

 

7
il sottoscritto
è uno scopiazzatore matricolato
riuscendo a scopiazzare perfino le raccolte
che non sono state ancora pubblicate

 

8
le vostre poesie mi rifiuto di toccarle
vi conosco so chi siete
ho lavorato per quaranta anni
tra i delinquenti

 

9
non bisogna liberare tutto
liberati i nazisti
organizzarono subito i campi di sterminio
gli sfruttatori vanno incatenati
bisogna sapere bene
quello che è da liberare
e quello che è da incatenare
e non è da liberare neppure la nostra perfidia

 

10
in una gioia sempre crescente
ho incontrato persone
in una gioia sempre crescente
alonate da una gioia sempre crescente

 

**********

 


Marina PIZZI
[da: Declini, 2007-08, inedito]

 

1.

zuppe e declini all’angolo dell’ultima strada
quando le conventicole dell’ombra
a tutta manna brevettano la cenere
lieto il morire finalmente!

 

4.

un agguato e l’eremo è morente
un furto e la casa si balbetta
uno strattone e la foggia si straccia
un punto in più o meno e l’abaco si spacca
una preghiera e la cometa ne risente alla baldanza
un asilo e l’esilio dà viottoli di baci:
le conseguenze del minimo maggiore

 

7.

un lamento di assolo in tutta la ronda
un lamento assoluto senza inizio né fine
è questo petto in forse ormai da sempre
in era di ecatombe, in breve velo
la pendula vela del morente
quando anche l’alunno muore
e ben presto il maestro è solo
un chicco e la risaia è immensa

 

8.

coprimi con l’era in forse
con le stampelle vuote
e dimmi un atrio grande come una scossa
dentro la darsena l’ingombro della rotta
questa temibile pena in foggia da ecatombe
eco del lutto torto di fandonia
nella faccenda il rogo della malia

 

10.

e poi svolò l’aureola nel pozzo
quale pianto di nenia a far di fato
questo percosso schema della casa
inutile a capirsi. il lesionante stipite del boia
l’autunno nodo che ti prende il fiato.

 

12.

avrò vent’anni ma il calice è nero
nerissimo l’urlo della specie sottratta
nella faccenduola gravida del pianto
dove la vena inchioda un sangue nero
bravura del commiato mare di scontro
da sotto il mento un sì che non ha valore
ma sisma di cometa l’erba panica
ridotta ad un cimelio di facciata

 

13.

quel che resta delle parole è un imbrunire di sponda
una spada di fionda come ad intristire
senza dire ché rimanenze di senso
da abluzioni di scritture ed oralità
oggi un chicco di cresima alla crisi del cristallo

 

18.

si appagò la grotta in un declino
(poi venne altro quale una donazione)
in un pavimento di smanie il primo amore
irruppe di sé le tavolozze della pittura libera
per declinarsi in tutte le sfumature
concesse all’alba degli amanti.

 

**********

 


Viola AMARELLI
[da: Fuorigioco, 2007]

 

Vessillo

Di sbieco, fuori squadra, ala mancina,
ardita vessillifera caduta
una fra tante,
aralda di stanchezza che ristagna
nell’aria acre quando muoiono gli eroi
e tocca, increduli, assurgere agli dei.
Una fra tante, perse troppe battaglie,
vinte le guerre,
cadendo si limita a sapere
che la bandiera intrisa del suo sangue,
polvere altrui,
passa di mano intatta. Ultimo colpo
si disvela il motto mai prima scorto
nello sbocco di viscere e di fuoco,
“nulla vale la pena del dolere”.
Vano è l’avviso per le retrovie,
l’ansia dell’urlo stroncato nella gola.

 

Finisterre

Fosforescenza al molo le chiazze di catrame,
gocce d’olio,
l’odore di salmastro e putrescenza
vegetale, umore d’animale,
lo smuove e riconfonde il vento
quando sale
da terra o dalla sponda d’orizzonte.
Notte buio d’inchiostro fanali
di lampara, segnaboa
ristagno di corrente ai parabordi
umido dappertutto sino all’ossa
sentore di pioggia o di scirocco.
Novilunio
cerate di silenzio e di bandiere
avvisi di partenze, nuovi corsi,
tratte sbiadite,
canapi sciolti per gomene d’ancore nascoste.
Di transito o d’approdo, benvenuto
nell’alba d’acqua e d’aria che si schiara,
senza frontiere senza indicazioni,
solo respiro solo a sé il presente
di là del sangue, oltre cuore e mente.

 

Nullius

Oh, i retori della metafisica,
gli agghiacci afasici, le immagini kabuki
o sul versante del pudor composto
artatamente il tono medio basso.
Torniscono fonemi lemuri
ormai del vacuo, degradano
cascame sintagma raffinato
il nulla un tempo ierale.
Incùbe li sovrasta la morte
al singolare, analfabeti e a nascite
e a voglie, eros, immortali
anche a voler trascurare i letti
poi da rifare.

 

Quartieri Spagnoli

Magro il palazzo pigiama, la canottiera
nera su nero lungo i quartieri
spande eleganza
alto, le spalle larghe
guepiere di pizzo in pieno giugno pallido avorio
incede assorto,le rughe tese, in processione
asceta in cerca della bellezza
intorno il vuoto, nessuno guarda
mentre gli fanno tacito largo
come da sempre, segno e rispetto,
statua vivente sacra a follia.

 

Eretici

Pochi ignorati ai margini
negli orli slabbrati a scaccio rifiutati
bruciati a volte a volte suicidati
nel minimo derisi in ogni luogo.
Non per orgoglio né per umiltà
altro non era dato, semplicemente,
lieve o pesante
spesso lo stesso entrambi
testimoniando sino nel silenzio
l’essere altrove, l’essere altrimenti.

 

Senile

La vecchia non riusciva a morire
ogni tanto cambiavano un pezzo
questioni ereditarie
ma grazie a dio la memoria
era oramai un oblio.
Con la dentiera in giada e caolino
-sopravvivono spesso le ricche-
lampeggiava sorrisi ai passanti
bisnipoti generalmente,
loro raccomandando
di non prender molto sul serio.
La vita alla fine,
quella che a lei non riusciva,
non pareva valerne la pena.

 

Nereide

Per quanto piccola, canto
la deità che m’è toccata e la dispiego,
e alla valva di conchiglia che riluce
il nautilo s’appiglia e sbalza vita.

 

**********

 


Andrea CIROLLA
[da: Poesie inedite, 2008]

 

Al margine della traccia di lacrima impara a vivere

La veduta strabica
e un corpo è in lacerazione,
ciò che spinge non lo vede.
Sputa i pezzi quel plasma nero.

La faccia strappa la linea, si dilata, si deforma,
solo pelle che lotta
contro massa che preme.
Questa massa nera. Un vigore
che trascina guance, preme occhi, vuole bocca.
La contrazione livida, è nelle braccia.
E’ nel crampo della pancia,
è nella spinta contro “cadere”.

C’è comunque un guardare
attraverso il nero di roccia.
In alto, c’è quel puntare
ai margini della goccia.

Una lacrima messa fuori
da considerare; una lacrima slegata
rotola: dalle conche dei suoi occhi
le tue abluzioni.

Sole s’è fatto goccia s’è fatto pozzo,
la sua profondità allarga la macchia.

 

*

 

La bambina pittrice dipinge famiglie.
Non la sua, né la mia.
Dipinge famiglie, gli cambia le facce
e i membri, pure i vestiti.

Ma qualcosa rimane
di questo suo immaginare
la vita e i panni stesi
ad asciugare, a farsi sporcare.
I bambini che si rincorrono,
i nonni che li raccontano.

Ce n’è uno, c’è un bambino
che ha modellato il lenzuolo.
Non è che vuol fare il fantasma
(come può farlo, il fantasma?).
Credeva di attraversarlo,
ci ha spinto dentro il naso
a quel biancore appeso.
Ci ha fatto la maschera,
ha allungato un braccio, poi un altro.

Poi il giardiniere l’ha raccolto
ha chiuso il sacco, ha stretto il laccio:
lo stelo di un papavero
a mo’ di abbraccio.

Il giardiniere sta in alto,
più in alto di tutti.
Ha le mani sporche di terra e di concime.
Coltiva certi papaveri…
hanno tutti il capo in giù
e la corona
sembra debba caderci sulla testa.
Una fine mesta, se pensiamo
che abbiamo anche noi
le gambe all’aria.

Non dica ci ammaliamo,
dottore, non lo dica.
Perché a me pare proprio il contrario,
che al suo corsivo debba mancare una lettera,
una consonante,
quella centrale per la precisione,
quella che sola rimane.

Così sarebbe che noi ammaiamo
proprio il primo di maggio
sulle porte delle innamorate.
Ma se proprio colà non si puote
preferisco che sia un verbo riflesso,
che a noi tornando
con malia ribatta, e
di magia combatta.

 

*

 

Dicono che il rostro
sia becco di uccello grifagno.
Cosa mai sarà un uccello grifagno
mi chiedo.
Mi dicono allora che tiene le griffe,
gli artigli insomma.
Come gli “occhi grifagni”
che ghermiscono fortemente.

E che poi, per metonimia
e per giunta al plurale
sia la Tribuna del foro Romano.

Io di queste cose
non so niente.
So solo che il merlo
che ci viene a trovare
(quaggiù in lavanderia)
non ci azzanna
nemmeno con le unghie.

 

*

 

Sì, in fondo rimaniamo uguali come il cielo.
Passeranno gli anni, tutta una vita,
ma avrò solo intorno altre mura e altri scorci
per lo stesso cielo.

Da piccolo a mio modo mi sentivo spirituale,
parlavo con dio,
come fosse mio padre.
Anzi, forse un amico un po’ più grande,
per esempio di 5a elementare.

Ora
specialmente la sera
io
faccio molto fatica,
ultimamente, a vivere alla sera,
che fatica,
ma prima era il contrario.
Ora è come se la vita si ripetesse –
per quella che è passata
e per quella che verrà –
in ogni giornata.
Così mi addormento vecchio, ogni giorno.
E se parte male è come se nascessi menomato.
Tante vite quanti i giorni, pensa te –
dico io –
che fatica.

 

**********

 


Antonio FIORI
[da: Poesie, 2002-2008]

 

(Sotto mentite spoglie, 2002)

Amici

I vostri nomi veri non pronuncio
devoto al miracolo che siete
voi, senza interesse di mercede o frutto
porterò con me dall’altra parte.

E mentre l’impazienza d’incontrarvi
alimenta la fiamma che ci lega
noi, insieme nel tempo che si ferma
non conosciamo le sorti riservate.

 

Con quali armi

Con quali armi rispondere
se nemmeno useresti cerbottane o fionde.

Chi t’ha estirpato dagli occhi l’allegria
non è riuscito a portar via dolcezza,
tutta pervade l’iride celeste
più forte del tifone che t’investe.

 

Neanche

Neanche il millisecondo attraversi indenne
neanche il sonno provvidenziale,
se pur ridisegnato uguale, così a vederti solenne
come atteso sempre ad una festa
quasi lo stesso ogni momento eppure
meno vivo ogni volta, in questa luminosa
fossa, più labile, più invisibilmente
spento.

 

(Inedito, 2005)

I più insidiosi sono i dolori tenui
i sintomi vaghi.
Come carezze d’angeli alieni
vorrebbero avvisarci, trattenerci
….o spingerci nei gorghi…

S’arriva a pregare di nascosto
più timorosi d’essere scoperti
che dei peccati commessi

e a chiedere una grazia
muti, da dietro i vetri.

Il corvo apocalittico non tace
vola di ramo in ramo
gracchia e aspetta
che il tempo completi nell’origine
il cerchio misterioso che ci affligge.

 

(La quotidiana dose, 2006)

Apocalisse

Quando s’adempirà la profezia
e scopriremo l’alba ultima del mondo,
non cesserà quel giorno di profumar la rosa
e non diversamente assumerà la posa
sul ramo della quercia, il corvo.

 

Saper stare

Seduto sullo scoglio più lontano
pian piano roccia tu stesso
coralli sui piedi immersi
alghe, tane e mitili.
Ma il pensiero sempre in movimento
in un caleidoscopio razionale
niente mai fermo dentro.

 

(In memoria di Giovanni Raboni, 2008)

Nell’otre misterioso dell’infanzia
l’altra metà del cielo era la carne
le forme sempre nuove del tuo corpo
che ti piaceva ma ti spaventava.

Oggi che pure muta, che s’imbianca
mascherando il delitto che prepara
vorresti amarlo per la prima volta
rendergli grazie, accarezzarlo un poco.

Invece tremi, ti spaventa ancora
e l’ostinata fatica delle reni
che puntualmente ritirava il premio
è dentro l’ombra che anticipa la fine.

 

**********

 


Corrado BENIGNI
[da: Poesie inedite, 2008]

 

L’essenza di una sintassi

Adesso conta le lettere del tuo nome
che il vento non ha disperso,
contale, oggi che tutto ti chiama da vicino
con la voce di un figlio e una promessa –
riscrivi questi colli
l’ombra larga dei platani
il suono dei passi
sui sassi ghiacciati di via Arena,
l’essenza di una sintassi.
L’edera sale scura sulle mura
copre e spezza le pietre
fino alla piazza vecchia
dove uno sconosciuto
chiede pietà per le sue mani.
Sei tu. Dai forma al buio,
parola alle spine,
perché non sia la fine ancora,
in una pozzanghera galleggiano i tuoi passi,
una mattina di fine inverno.

 

Questa città

Non so più nulla di chi amo
sulle mura della città vecchia
un martedì sera qualunque, ascolto
l’allarme della neve
cadere sui polsi
e un abbaiare sfiatato di cani,
suoni di voci
che arrivano da lontano
come stelle che raschiano il buio –
Sergio, Romi, Nicola
l’estate del ‘99
soffi brevi nella luce
perduti in chissà quale curva degli anni.
Oggi il nome dolce di questa città, Bergamo,
mi entra appuntito nella carne, nella memoria
e mi chiede ragione di tutto,
di questa solitudine che prende la schiena
e una toga che non ripara dal gelo le spalle,
coraggio ancora per queste braccia smagrite,
per la nebbia che spacca i vetri
e un figlio che senza respiro
mi cresce dentro,
ora che il silenzio non è più
una lama che mi attraversa,
ma la voce di un padre
appoggiata sulle mani.

 

Gravità

Non ci sono verità su cui camminare,
ma silenzio che inclina alla parola
e impronte di mani voltate in su,
riconosci la strada che sale
a spirale oltre le mura di questa città,
gli angoli, il nome, la forza
delle radici che oggi spaccano l’asfalto
e scrivono la tua sete.
Non hai che questo di immortale, ammonisce
una voce che parla senza voce,
non hai che questo, dentro l’ingorgo
una gravità ti porta verso l’esterno.

 

A Ninì

Guarda con gli occhi del bambino
ciò che il mattino ha lasciato al buio,
oggi che un cumulo di pietre fa eco al tuo errare.
C’è una luce impigliata tra i sassi
e la memoria, un dovere infinito nel respiro – seguilo,
non disperdere dalle mani il calore, la sua voce
che preme nella distanza e cerca
sui tuoi passi la direzione di un ritorno.

 

Equilibrio

Non ho più dolore che mi attraversa
tutto in me si fonde
in un suono di luce e acqua
e verso un inizio invisibile ridiscendo
le rapide di questo fiume
con la sola forza dell’equilibrio.
Ho per dimora la parola
e questo nome come destino
mentre ogni cosa scivola verso il giorno
o una notte che indietreggia
sui miei passi che ora chiedono
orme di fuoco a una stella fissa.

 

Ti cerco

Come acqua che si muove contro corrente
tra il buio e un centro, io ti cerco
senza preghiera sulle labbra
con la miseria e la forza delle ginocchia
dove una voce buca la ruggine e spezza
quel sonno che annoda i corpi a questa terra
che non ha promesse di cielo, ma sete
sete inchiodata sulle mani
queste mani che attendono – incendiate – il mattino.

 

Eppure

Eppure dal buio qualcuno ci chiama
e un’alba insegue i nostri passi,
non fingere che nulla ti appartenga
benedici questo poco
luce strappata alle pietre
siamo parola accesa nel destino
mentre tutto accelera come fosse atteso.

 

**********

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9 pensieri su “Il libro dei doni – Capitolo VI, 2”

  1. Ringrazio Francesco, depositario di un archivio invidiabile di testi e commenti; archivio che riordina con infinita pazienza nel nome della poesia (che poi vuol dire vita, amore, incontri, grida, silenzi). Questo capitolo mi induce a leggere subito Cirolla e Ponzio, sfuggitimi colpevolmente dalle fameliche letture. Degli altri autori conosco abbastanza per dirmi onorato della compagnia, ma li assaporerò di nuovo, e sempre volentieri…

    Un caro saluto
    Antonio

  2. Poesia raggiunge il culmine nel suo vissuto, sia reale che percepito nell’immaginario in un sentito che ad esso lo equipara ..dunque poesia è vita.
    E quando parole scritte riescono a trasmetterlo si è di fronte alla grande poesia, e lo specchiarvisi diventa magico.

    Complimenti a tutti e un caro saluto a Francesco
    Rina

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