Non ho avuto il tempo di finire – Selma Meerbaum-Eisinger

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57 poesie sono il lascito della poetessa Selma Meerbaum-Eisinger, una lontana cugina di Paul Celan. 57 poesie che parlano della sua voglia di vivere e della paura di morire. Con passo accelerato la giovane Selma attraversa le varie tappe della vita umana per testimoniare non solo la sua esistenza individuale, ma quella di un mondo scomparso: la Bucovina, quella zona agli estremi confini dell’ex-impero asburgico, luogo di nascita di un impressionante numero di autori e poeti di lingua tedesca.
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Sopravvissute alla guerra e giunte, prima in Israele, poi in Germania, le poesie di Selma Meerbaum-Eisinger nel mondo di lingua tedesca sono considerate una importante testimonianza della fertile convivenza di due culture, l’ebraica e la tedesca. Tradotte nelle maggiori lingue del mondo, ora appaiono per la prima volta in traduzione italiana.

Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942) fu una poetessa ebrea di Cernowitz, oggi Ucraina. A 15 anni cominciò a scrivere poesie e a tradurre le poesie dei suoi autori preferiti. Costretta nel luglio del 1941 a vivere nel ghetto della sua città, venne infine deportata insieme alla sua famiglia nel campo di Michailowska, dove morì di tifo all’età di 18 anni.

Selma Meerbaum-Eisinger, Non ho vuto il tempo di finire. Poesie sopravvissute alla Shoa, cura e traduzione di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, Milano, Mimesis Edizioni, “Il Quadrifoglio Tedesco”, 2009.

Testi

Sehnsuchtslied

Leise schlägst in deinem Lied du einen Ton an –
und dir ist, als fehlte noch etwas.
Und du suchst verwirrt bei allen Tönen,
ob sie dir nicht sagen können,
wo’s zu finden, wo und wie und wann…
Doch der eine ist zu blaß
und zu lüstern ist der zweite
und der dritte ist so voll mit Weite –
viel zu voll.

Du suchst lange – Moll und Dur und Moll
werden lebend unter deinen Händen.
Und dann schlägst du plötzlich eine Taste an,
und – es kommt kein Ton.
Und das Schweigen ist dir wie ein dumpfer Hohn,
denn du weißt es plötzlich ganz genau:
Dieser fehlt dir. Wenn ihn deine Hände fänden,
fiele ab von deinem Lied der Bann,
wär’ das Ende nicht mehr leer und grau.

Und du rührst und rührst die Taste –
fragst dich, wo hier wohl die Hemmung liegt,
suchst, ob nicht doch deiner Hände Weiche siegt,
deine Augen betteln voll Verlangen.
Kein Ton kommt. Einsamkeit bleibt nun zu Gaste
in dem Lied, das dir so schwer und süß gereift.

Um den ungespielten Ton wirst du nun ewig bangen,
bangen um das Glück, das dich nur leicht gestreift
in den leisen Nächten, wenn der Mond dich wiegt
und die Stille deine Tränen nicht begreift.

(9.1.1941)

Canzone della nostalgia

Pian piano tocchi un tono del tuo canto –
ed è come se mancasse qualcosa.
E confusa cerchi in tutti i toni
la risposta che ti possono dare,
dove trovarlo, dove, come e quando…
Ma uno è troppo scialbo
e troppo voglioso l’altro
e il terzo è così pieno e vasto –
troppo pieno.

A lungo li cerchi – minore, maggiore e minore
si animano sotto le tue mani.
E all’improvviso tocchi un tasto
e nessun suono viene.
E il silenzio è in te come un cupo scherno,
perché all’improvviso sai per certo
che questo ti manca. Se le tue mani lo trovassero,
il tuo canto sarebbe libero
e la fine non sarebbe più vuota e grigia.

E tu batti e batti il tasto –
ti chiedi perché non risponde,
vorresti che vincesse la morbidezza delle tue mani,
pieni di desiderio mendicano i tuoi occhi.
Nessun suono viene. La solitudine rimane
nella canzone, che, pesante e dolce, è maturata dentro di te.

Per sempre ti tormenterà quel tono mai suonato,
la felicità che ti ha appena sfiorata
nelle notti silenziose quando la luna ti culla
e il silenzio non comprende le tue lacrime.

(9.1. 1941)

*

Ich bin der Regen

Ich bin der Regen, und ich geh’
barfuß einher von Land zu Land.
In meinen Haaren spielt der Wind
mit seiner schlanken braunen Hand.

Mein dünnes Kleid aus Spinngeweb’
ist grauer als das graue Weh.
Ich bin allein. Nur hie und da
spiel’ ich mit einem kranken Reh.

Ich halte Schnüre in der Hand,
und es sind auf ihnen aufgereiht
alle die Tränen, welche je
ein blasser Mädchenmund geweint.

Sie alle habe ich geraubt
bei schlanken Mädchen, spät bei Nacht,
wenn mit der Sehnsucht Hand in Hand
sie bang auf langem Weg gewacht.

Ich bin der Regen, und ich geh’
barfuß einher von Land zu Land.
In meinen Haaren spielt der Wind
mit seiner schlanken, braunen Hand.

(8.3.1941)

Sono la pioggia

Sono la pioggia e vado
scalza di terra in terra.
Il vento gioca tra i miei capelli
con la sua snella mano bruna.

La mia sottile veste di ragnatela
è più grigia del grigio dolore.
Sono sola. Soltanto qui e là
gioco con un cerbiatto malato.

Nei fili che tengo in mano
sono infilate
tutte le lacrime che mai
pallida bocca di fanciulla pianse.

Le ho tutte rubate nel cuore della notte
a snelle fanciulle,
quando, mano nella mano col desiderio,
attendevano ansiose sul lungo sentiero.

Sono la pioggia e vado
scalza di terra in terra.
Il vento gioca tra i miei capelli
con la sua snella mano bruna.

(8.3.1941)

*

Herbst

Der Regen spinnt
Sein graues Lied
Von Sehnsucht und
Von schwerem Weh.

Von Träumen blind
Alleinseins müd
Bin ich ein Hund
Und – geh’.

Verloschnes Gold
Und toter Traum
Von Liebe sieht
Mich an und schweigt.

Und um mich rollt
Schillernder Schaum –
Die Sehnsucht zieht
Und – geigt.

Der Herbst ist da
Und weint mich an
Mit Augen, die
Erloschen sind.

Ich weiβ, er sah:
Das Glück verrann.
Zwang mich ins Knie
Und – ging

(30. 6. 1941.)

Autunno

La pioggia tesse
Un grigio canto
Di nostalgia e
Di strazio.

Orba di sogni
Stanca di solitudine
Sono un cane
E – me ne vado.

L’oro è sbiadito
E morto
Il sogno d’amore
Mi guarda e tace.

E mi avvolge
L’iridescente schiuma –
La nostalgia trascina
E – canta.

Ecco l’autunno
Che mi guarda
Con occhi spenti
E piange.

Io so, lui ha visto:
La felicità passò,
Mi mise in ginocchio
E – se ne andò.

(30.6.1941)

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***

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10 pensieri su “Non ho avuto il tempo di finire – Selma Meerbaum-Eisinger”

  1. resto sempre sorpreso quando scopro tanta maturità in una poco più che ragazzina mai potuta diventare donna. i testi qui proposti precedono di un anno la sua morte, segnati dalle ritrettezze del ghetto e ancor più da quelle di una segregazione motivata da dall’odio razziale; sono disillusi e doloranti.
    davvero una “testimonianza di vita struggente”

  2. Una cugina di Celan… la vita è ben strana, ma questi versi dimostrano quanto il crogiolo della poesia sia sempre scoperchiato, e come i demoni umani talvolta producano strumenti di morte e salvezza – contemporaneamente.
    – elio

  3. Pian piano tocchi un tono del tuo canto –
    ed è come se mancasse qualcosa.
    E confusa cerchi in tutti i toni
    la risposta che ti possono dare,
    dove trovarlo, dove, come e quando…
    Ma uno è troppo scialbo
    e troppo voglioso l’altro
    e il terzo è così pieno e vasto –
    troppo pieno.

    potenza richiesta risposta domanda
    tutto in queste parole
    tutta pura poesia
    grazie
    c.

  4. Il tasto non suonato. La vita interrotta. Le parole che restano. Non mi chiedo cosa sarebbe sopravvissuto di lei, se fosse diventata adulta, ma ciò che resta efefttivamente, qui, in queste poesie. Gottfried Benn ci dice che saremo ricordati per i versi scritti, non per quelli che avremmo potuto scrivere. La cesura, nel bene e nel male. La fine e le parole.
    Un abbraccio.
    Marco

  5. Ringrazio tutti e vi anticipo che mercoledì prossimo, in occasione dell’uscita del libro, pubblicherò qualche altro testo e la bella nota introduttiva di Stefanie Golisch.

    A presto.

    fm

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