Diecimila civili – di Maria Grazia Calandrone

Alcuni tra quelli che davano ordini // parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti // portavano bende colorate // sul volto per la vergogna // che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti.

 

 

Da: Maria Grazia Calandrone, Diecimila civili (*), inedito 2007.

 

I
Sant’Anna, 12 agosto 1944

Conoscemmo il ragazzo
dal ciondolo con la croce
e la figura del santo
era messa di fronte
alla luce come prima di chiudere gli occhi dopo la discesa
del sole che lascia il suolo con l’erba e la carne
friggenti e le bestie ovunque
divise
da mani ancora sbarrate a proteggere
il volto dalla mitraglia e la persona si storceva
per tutti i sensi dell’eccidio.

Rastrellavano bambini come grani di sabbia e come sabbia che ubbidisce al vento erano muti.]
Nessuno
si difendeva: componevano dune inanimate, componevano cose
piegate al vento
sul sagrato, solo stringevano le foto addosso perché dopo
qualcuno desse il giusto nome
al corpo che ciascuno aveva usato da vivo. Seppellimmo Maria
dentro la scatola della sua bambola.

Alcuni tra quelli che davano ordini
parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti
portavano bende colorate
sul volto per la vergogna
che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti.

Altra cosa è il feto posato
sul tavolo sotto gli occhi
della madre seduta
che diffonde un silenzio finale
dal ventre aperto,
fissa nello stupore
la traiettoria minuscola del piombo
da parte a parte tra le tempie minuscole.

 

II
Marzabotto, 29 settembre 1944

Uscimmo dopo che fu silenzio
dal bosco sotto il picco di Monte Sole e conoscemmo
che i maiali mangiano la nostra carne: mio nipote
era sotto il pergolato e mio padre
una povera cosa messa male su altri
posati in due
lati a cavalcioni
di un davanzale, neri
delfini arenati
su una scogliera e dell’ultimo
rimaneva la cuffia sotto la bocca, da fuoco.

Alla prima esplosione conoscemmo ancora
che quelli avevano minato i corpi
così che i morti uccidessero i vivi
che uscivano dai boschi a ricomporli, a sciogliere
mani aggrappate
una all’altra come piccoli ormeggi nella buia insenatura della morte
perché ognuno fra i morti ritornasse solo
e ognuno dei vivi
potesse nominare quella solitudine
come la solitudine di un parente lontano,
potesse premere su quella lontananza la sua bocca, su quelle mani
di polvere e corallo protese
come nei giorni di sole
quando tutto era prossimo alla somiglianza.
Così tutti si sono inchinati, hanno tenuto
bassa la testa
su un numero più grande di ogni corpo.

 

______________________________

(*) Durante la ritirata i nazifascisti fecero strage di civili in numero di circa diecimila tra vecchi, donne e bambini.

______________________________

 

***

11 pensieri riguardo “Diecimila civili – di Maria Grazia Calandrone”

  1. Versi per ricordare altre stragi dei fasciti, dolorosi, scritti quasi in sordina per non disturbare il sonno dei morti.

    …portavano bende colorate per la vergogna…

    Credo non ci sia una famiglia che in quel periodo non abbia subito l’onta di una perdita irrimediabile per mano fascista.

    Aiutiamo i nostri figli e tutti i giovani a comprendere davvero il significato di queste pagine di storia perchè la Memoria possa sempre resistere.

    Maria Grazia, Francesco, vi stringo nel mio abbraccio
    jolanda

  2. cosa dire a certa poesia capace di scuotere la coscienza e la memoria?
    cosa dire se non “grazie”?
    sono versi dolorosi eppure così splendidi, così carichi di vita nell’eco della morte che ci riportano agli occhi come monito, come a dire: e adesso cosa stiamo facendo? stiamo ridando tutto quel sangue ai suoi nuovi aguzzini?
    che venga questa poesia a svegliarci tutti.

    grazie a Maria Grazia ed a Francesco.

  3. La legge 1360, in dirittura d’arrivo, rende tutti gli onori, per legge, a quelli che “portavano bende colorate sul volto”: l’ultimo, estremo oltraggio a tutte le vittime della ferocia nazifascista.

    fm

  4. Da Ivan Crico.
    Davvero bello questo blog. Oggi non si può non pensare al legame, in questo 25 aprile, misterioso e sconvolgente, tra le vittime di quegli anni lontani e quelle, di queste ultime settimane, in Abruzzo. Nel monfalconese, da dove provengo, nelle nostre famiglie il ricordo della liberazione dalle violenze del ventennio fascista e nazista è ancora molto vivo. Quasi in ogni famiglia c’è un partigiano da ricordare o, ancor vivo per nostra fortuna, da ascoltare, in ogni famiglia qualche vittima che ci ricorda il valore della libertà, dell’importanza di cambiare affinchè ogni uomo possa affrancarsi dalle tenebre della miseria e, soprattutto, dell’ignoranza. Questo ci hanno insegnato i nostri vecchi, che dopo aver lavorato dodici ore nei cantieri navali leggevano Tolstoj o Pavese convinti che, finita la guerra, la liberazione si deve continuare a riconquistarla ogni giorno, passo dopo passo, senza mollare mai.

    A coloro che non ci sono più
    vittime di stragi lontane e vicine
    e a Simone, ritornato da Monfalcone
    nella terra dei suoi avi
    e miracolosamente sopravvissuto
    al crollo della sua casa.

    25 aprile. Sabato. Piove
    da ottanta ore sulle tendopoli
    degli sfollati. La terra come una lastra
    di ghiaccio ora dove il piede
    scivola e non ci sono appigli per le mani
    più, per la vita a cui aggrapparsi

    ma forse sono già sogno le scale
    che crollano dietro di te, i muri fragili
    castelli di carta che un soffio
    basta per far cadere – casa
    che si fa trappola di polvere e macerie
    di giorni futuri – mentre corri incontro
    alla notte a quel buio

    infinito di notti
    rimaste chiuse a chiavi, fuori
    verso dove non hai niente
    ormai non sei niente
    di ciò che eri e solo una cosa cerchi

    liberazione
    liberazione

  5. Grazie per i complimenti, Ivan. E, soprattutto, grazie per la testimonianza e i versi.

    “…la liberazione si deve continuare a riconquistarla ogni giorno”: sono pienamente d’accordo.

    fm

  6. cose così mi rendono fiera, con esattezza, di essere umana:
    “i nostri vecchi, che dopo aver lavorato dodici ore nei cantieri navali leggevano Tolstoj o Pavese”
    grazie a tutti voi e a francesco, che ho avuto il bene di ascoltare pochi giorni fa in una serata degna della sua poesia e della sua barba comunque imponente!

  7. Grazie a te, MGC, per questi versi che non temono la polvere e tengono sempre desti il cuore e la memoria.

    Un bacio colmo di affetto alla meravigliosa poesia che si aggirava per la sala sulle sue gambine e rilanciava fasci di luce ad ogni piccolo, incerto passo: il verso più bello, quello che solo la vita sa scrivere: a caratteri indelebili.

    Un abbraccio a te.

    fm

  8. Su Marzabotto consiglio “Marzabotto e dintorni – 1944”, di Dario Zanini, Ponte nuovo editrice Bologna, e “Marzabotto, diario del perdono e della rabbia”, di. Lucia Sabbioni, ed, Lupo.

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