Parola come salvezza. Selma Meerbaum-Eisinger – di Stefanie Golisch

“Ein Leben kann Schatten werfen über den Mond.”

cid_1d6193af-c61d-4643-abbd-d070bcebfd373 Tragik

Das ist das Schwerste: sich verschenken / und wissen, daβ man überflüssig ist, / sich ganz zu geben und zu denken, / dass man wie Rauch ins Nichts verflieβt.

Tragicità

Questa è la cosa più dura: donarsi / e sapere che si è superflui, / darsi completamente e pensare / che come fumo nel nulla si scompare.

Stefanie Golisch – PAROLA COME SALVEZZA. Selma Meerbaum-Eisinger di Cernowitz

a Johanna

     Non ebbe tempo.
     Quando la sua vita sarebbe dovuta cominciare, Selma Meerbaum-Eisinger muore di tifo a soli 18 anni.
     È il 16 dicembre 1942; Selma si trova nel campo di lavoro Michailowska (Ucraina), dove era stata deportata sei mesi prima insieme ai suoi genitori e agli altri ebrei della sua città, Cernowitz.
     Selma Meerbaum-Eisinger non ha una tomba. Ciò che è rimasto di lei, è un album di poesie, salvato da un’amica e, nel 1980, pubblicato con grande successo in Germania Ovest.
     Da allora, la storia di questa ragazza, le cui poche poesie fanno intuire immediatamente quella poetessa che un giorno sarebbe potuta diventare, ha trovato non solo molti lettori, ma ha anche ispirato numerosi artisti e musicisti nel mondo di lingua tedesca.
     Attraverso le poesie, che parlano del desidero di vita e del terrore della morte, Selma, ebrea di madrelingua tedesca, uccisa dai tedeschi, è finalmente arrivata in Germania – un paese e una cultura che le erano familiari solo attraverso le sue letture. Nella sua breve vita non ha potuto viaggiare; non ha conosciuto che la sua città natale.

     Con i suoi 140.000 abitanti – di cui la metà ebrei – Cernowitz (oggi Ucraina), situata agli estremi confini dell’impero austro-ungarico, fu il capoluogo della leggendaria Bucovina, una regione pluriculturale, abitata per secoli da tedeschi, austriaci, rumeni, polacchi, ungheresi, russi – tanti di religione ebraica.
     Cernowitz – un crogiolo di lingue, culture e religioni diverse che esistevano una accanto all’altra nel reciproco rispetto.
     E non solo. L’insieme delle culture genera a Cernowitz un clima dinamico e stimolante; non a caso è la città natale di un impressionante numero di scrittori, poeti, musicisti e artisti. Paul Celan, di cui Selma è lontana cugina, e Rose Ausländer sono solamente i poeti più famosi, cresciuti in un’atmosfera di tolleranza e libertà che non è durata nel tempo – ma che è pur sempre esistita.
     Quando Selma nasce, nel 1924, la città ha già superato il periodo della sua massima fioritura che fu la seconda metà dell’Ottocento. Per incentivare la crescita economica e culturale di questa difficile zona di confine, l’imperatore austriaco aveva concesso agli ebrei i diritti civili e l’uguaglianza davanti alla legge, quando nella maggior parte dei Paesi europei questi vivevano ancora da cittadini di seconda classe, discriminati, perseguitati e, conseguentemente, in una condizione di inimmaginabile povertà. Le leggi austriache invece fecero di loro dei cittadini a pieno titolo.   Avendo accesso ad ogni mestiere e ad ogni professione, in breve tempo salirono la scala sociale, occupando ben presto importanti posizioni nella vita pubblica.
     Nel 1875 a Cernowitz viene fondata la prima università. Nascono teatri e quotidiani in tutte le lingue e accanto alle chiese ortodosse, alle moschee e alle chiese cattoliche esistono ben 70 sinagoghe. Cernowitz, all’epoca, rappresenta l’utopia reale di una società pluriculturale nel migliore senso della parola. Non solo di una pacifica, ma anche di una proficua e fertile convivenza fra diverse etnie e religioni.

     Ma l’utopia non doveva durare a lungo.
     Dopo la fine dell’impero austro-ungarico comincia la decadenza della città e del suo ordine civile. La Bucovina passa alla Romania, poi, nel 1940, all’Unione Sovietica e nel 1941, in seguito all’attacco tedesco, di nuovo alla Romania.
     Il 5 giugno 1941, le truppe rumene occupano Cernowitz. Come alleata della Germania, la Romania si fa esecutrice della politica razziale nazista. Gli ebrei, da subito, perdono tutti i loro diritti e sono costretti a portare la stella di David. Per la prima volta nella storia della città, i 60.000 ebrei di Cernowitz vengono rinchiusi in un ghetto e in seguito deportati nel campo di Michailowska, dove Selma Meerbaum-Eisinger muore prima di arrivare alla destinazione finale di tutti gli ebrei d’Europa, Auschwitz.
     La storia della città di Cernowitz, come esempio di pluriculturalità non solo proclamata ma vissuta, finisce qui. Nel 1944 la Bucovina diventa di nuovo sovietica e a partire dal 1991 fa parte dell’Ucraina.
Chi ha visitato Cernowitz recentemente parla di una città piuttosto grigia che sembra aver dimenticato, se non rinnegato del tutto, il proprio passato stimolante e variopinto.

     Prima di essere deportata al campo di Michailowska, Selma affida il suo album di poesie a un’amica. Questa doveva consegnarlo al giovane Lejser Fichman, a cui sono dedicate. Neanche il fidanzato di Selma sopravvivrà alla guerra, ma attraverso un’altra comune amica, le poesie giungono in Israele, dove ne viene a conoscenza un ex-insegnante di Selma, Hersch Segal, che nel 1976 le pubblica per la prima volta in forma privata. Appaiono una seconda volta, a cura dell’università di Tel Aviv, ma solo in seguito ad un articolo del giornalista tedesco Jürgen Serke sulla rivista Stern, una casa editrice tedesca decide nel 1980 di pubblicare le 57 poesie insieme ad uno scritto, in cui lo stesso Serke raccoglie le poche notizie sulla vita dell’autrice.

     Selma cresce, non diversamente da Paul Celan, in un ambiente piccolo borghese. Suo padre, Max Meerbaum, un commerciante di scarpe, muore giovane. In seconde nozze, la madre sposa Leo Eisinger, ma Selma rimane la sua unica figlia. Pare che il patrigno non ebbe fortuna negli affari, tanto è vero che, come testimoniano le amiche di Selma sopravvissute alla guerra, la famiglia vive continuamente sulla soglia della povertà.
     Nonostante a casa non ricevesse grandi stimoli intellettuali, Selma ben presto s’appassiona alla letteratura. Fra i suoi autori preferiti vi sono Heine, Rilke, Verlaine e Tagore. Nel 1939 comincia scrivere poesie e a tradurre le sue preferite dal francese, dal romeno e dal yiddish. È nella poesia che trova il necessario specchio del proprio mondo interiore, così ricco e differenziato rispetto alla ristrettezza del mondo reale. La poesia è per Selma quel modo di essere nel mondo senza essere del mondo: poesia come massima intensificazione della vita.
     Fonte della sua ispirazione sono gli eterni temi che ogni giovane poeta incontra sulla sua strada come fosse la prima volta: l’amore, la natura, la vita e la morte, il desiderio e la nostalgia che la lingua tedesca unisce in una sola parola: Sehnsucht. È questo il motivo per cui le traduttrici hanno scelto di volta in volta di tradurre la parola Sehnsucht – parola chiave nel corpus poetico di Selma – o con nostalgia o con desiderio, non avendo la lingua italiana una parola che possa esprimerle entrambe.

     Ristrettezza esteriore e vastità interiore – come per molti artisti è proprio da questa contrapposizione che nasce il desiderio di superare i confini.
     Già nei suoi primi versi, scritti a soli 15 anni, Selma mostra una sorprendente e sensibile capacità di osservazione e una notevole sicurezza di stile.
     Non si abbandona soltanto ai suoi sentimenti, come spesso succede a quest’età, ma colloca il suo io nel mondo, mettendosi in una stretta e, allo stesso tempo conflittuale relazione con esso. Come Antonia Pozzi, sua lontana sorella nello spirito, Selma si riconosce nelle piccole cose che la circondano: un fiore appassito, una stanza al crepuscolo, i primi raggi del sole primaverile, la pioggia che batte ai vetri. Molte più fonti di ispirazione non le offre il suo piccolo mondo, ma il suo intuito la conduce direttamente alla simbolicità che esse contengono. Il suo inconscio comprende che il mondo fuori, in verità, non è molto più ampio di quello che lei abita e che al poeta non serve la vastità dell’esperienza, ma la profondità.
     Selma intuisce perfettamente l’inquietante relazione fra l’io e il mondo.
     In E tu, sai… pone la domanda decisiva: è il mio regno / non è il mio regno / è la notte che appartiene a me o io a lei.
     Il suo io è un io allerta, un io in pericolo. Selma sente di dover dire la sua parola, di dover lasciare una traccia di sé e al contempo sa che avrà poco tempo a disposizione. Paradossalmente, quindi, le sue poesie sono insieme un inizio e un compimento: come ombre delle parole dette ogni verso contiene tutti i versi possibili.
     Secondo le consuetudini dell’epoca, Selma scrive in rime – rime che le traduttrici hanno scelto di non tradurre per salvare la freschezza e il libero fluire della scrittura poetica che in un futuro, che non le fu concesso, si sarebbe certamente ribellata contro ogni vincolo formale.
      Le poesie di Selma non sono pensate, non arrivano ad una conclusione, ed è proprio questo che le rende poesie senza tempo o poesie dell’abbandono. Non a caso le più riuscite sono proprio quelle nelle quali le pretese si riducono al minimo.

     Nonostante Selma non accennasse mai direttamente alle terribili sorti degli ebrei, nelle poesie dell’ultimo periodo si percepisce un’atmosfera sempre più cupa e claustrofobica. Con le crescenti restrizioni, in particolare la costruzione del ghetto nel 1941, il suo mondo si riduce ulteriormente a pochi metri quadrati. È un mondo senza speranze, un mondo che di giorno in giorno si fa più minaccioso e da cui si può fuggire solo nel sonno o nel sogno o qualche volte nelle antiche favole.
     Mentre la vita s’allontana senza pietà, in Selma cresce la certezza della fine.
     Come scrive in Poema, lei vuole solo vivere, sollevare pesi, baciare e amare, ma sa che tutto questo non le sarà possibile. Un senso di fugacità le fa percepire il presente come fosse già passato, perduto.
     Verso la fine della sua vita prova una grande stanchezza. Canzone stanca s’intitola una delle sue ultime poesie, in cui implora i sogni di portarla via. È come se avesse percorso le varie età dell’uomo – la giovinezza, l’età adulta e la vecchiaia – con passo accelerato; infatti la sua ultima poesia in assoluto, Tragicità, esprime l’assenza di ogni speranza: la cosa più dura, conclude Selma, è donarsi completamente, pensando che tutto svanisca nel nulla.
     Al di fuori del suo specifico contesto, Tragicità potrebbe essere letta come l’universale resumé non di una vita, ma della vita; la tragicità dell’esistenza di Selma Meerbaum-Eisinger consiste nell’aver raggiunto questo stadio di rassegnazione forzata a soli 18 anni. Nessuna certezza se non quella della fine definitiva.

     Non poteva Selma sapere che la parola poetica non si perde mai e che ogni verso scritto o pensato, secondo una logica misteriosa e a noi inaccessibile, è salvo in un fluire poetico senza confini.

***

Selma Meerbaum-Eisinger, Non ho vuto il tempo di finire. Poesie sopravvissute alla Shoa, cura e traduzione di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, Milano, Mimesis Edizioni, “Il Quadrifoglio Tedesco”, 2009.

Farben

So blau liegt es über dem schneeweißen Schnee
und so schwarz sind die grünen Tannen,
daß das ganz leise hinhuschende Reh
so grau ist wie nie beendbares Weh,
das man doch so gerne möchte bannen.

Schritte knirschen in Schneemusik
und Winde stäuben die Flocken zurück
auf die weiß überschleierten Bäume.
Und Bänke stehen wie Träume.

Lichter fallen und spielen mit Schatten
unendliche Ringelreihen.
Die fernen Laternen blinken mit mattem
Schein, den vom Schneelicht sie leihen.

(18.12.1939)

Colori

Così blu sopra la candida neve
e così neri sono i verdi abeti,
anche il cerbiatto che si dilegua lieve
è grigio come una pena infinita,
che si vorrebbe confinare.

Scricchiolano i passi in musica di neve
e i venti riportano polvere di fi occhi
sugli alberi bianco velati.
E le panchine sembrano sogni.

Giocano infiniti girotondi con le ombre
le luci cadendo.
I lampioni lontani lampeggiano fi acchi,
la luce presta loro la neve.

(18.12.1939)

*

Welkes Blatt

Auf der halbvergilbten Seite
liegt das dünne, gelbe Blatt,
liegt es traurig, zart und matt
wie ein Tränenblick ins Weite.
Und der Stengel ist so biegsam zart,
daß man fast des dünnen Kleides harrt,
das diese Gestalt bekleiden soll.

Und das Blatt ist wie ein Lied in Moll,
weil es an den Herbst gemahnt,
wie ein Kind, das traurig ahnt,
daß es krank ist und bald sterben soll,
ganz so süß und voll verhaltnem Weh.
So ist auch der letzte Schnee…

(1.2.1940)

Foglia secca

Sulla pagina quasi ingiallita
riposa la sottile foglia gialla,
triste, delicata, stanca
come tra lacrime uno sguardo lontano.
E il gambo è così tenero e flessuoso
che quasi si vorrebbe una veste sottile
per coprire la sua forma.

E la foglia è un canto in minore
che ricorda l’autunno,
come un bambino malato
che sente di morire presto.
Così dolce e colma di dolore trattenuto
è anche l’ultima neve…

(1.2.1940)

*

Spätnachmittag

Lange Schatten fallen auf den hellen Weg
und die Sonne schickt noch letzte Abschiedswärme
und das dünne Zwitschern eines Vogels ist, als ob es lärme
und als stehl’ es etwas von der Stille weg.
Menschen auf zehn Schritt Entfernung
sind wie aus ganz andern Welten
und fast möchte man die welken Blätter schelten,
daß sie rascheln und die letzten Sonnenstrahlen stören.
Und man möchte nur die Veilchen wachsen hören.

(16.4.1940)

Tardo pomeriggio

Lunghe ombre cadono sul sentiero chiaro
e il sole manda il suo calore d’addio
e il magro cinguettio di un uccello è come un rumore
che sembra rubare un poco di silenzio.
Gli uomini a dieci passi di distanza
sembrano venire da altri mondi
e quasi si vorrebbe sgridare le foglie secche,
perché il loro fruscio disturba gli ultimi raggi di sole.
E si vorrebbe solo sentir crescere le viole.

(16.4.1940)

*

Du, weißt du…

Du, weißt du, wie ein Rabe schreit?
Und wie die Nacht, erschrocken bleich,
nicht weiß, wohin zu fliehn?
Wie sie verängstigt nicht mehr weiß:
Ist es ihr Reich, ist es nicht ihr Reich,
gehört sie dem Wind oder er ihr,
und sind die Wölfe mit ihrer Gier
nicht zum Zerreißen bereit?

Du, weißt du, wie der Wind schrill heult
und wie der Wald, erschrocken bleich,
nicht weiß, wohin zu fl iehn?
Wie er verängstigt nicht mehr weiß:
Ist es sein Reich, ist es nicht sein Reich,
gehört er dem Regen oder der Nacht
und ist der Tod, der schauerlich lacht,
nicht sein allerhöchster Herr?

Du, weißt du, wie der Regen weint?
Und wie ich geh’, erschrocken bleich,
und nicht weiß, wohin zu fl iehn?
Wie ich verängstigt nicht mehr weiß:
Ist es mein Reich, ist es nicht mein Reich,
gehört die Nacht mir, oder ich, gehör’ ich ihr,
und ist mein Mund, so blaß und wirr,
nicht der, der wirklich weint?

(4.3.1941)

E tu, sai…

E tu, sai come grida un corvo?
E come la notte, pallida e spaventata
non sa dove fuggire?
Impaurita, non sa più:
È il suo regno, non è il suo regno,
è lei che appartiene al vento o lui a lei,
e non sono gli avidi lupi
già pronti a dilaniare?

E tu, sai come il vento urla e stride
e come la selva, pallida e spaventata,
non sa dove fuggire?
Impaurita, non sa più:
È il suo regno, non è il suo regno,
è lei che appartiene alla pioggia o alla notte
e non è la morte col suo orribile riso
il suo padrone supremo?

E tu, sai come piange la pioggia?
E come io cammino, pallida e spaventata,
e non so dove fuggire?
Impaurita, non so più:
È il mio regno, non è il mio regno,
è la notte che appartiene a me o io a lei,
e non è mia la bocca, così pallida e confusa,
quella che piange veramente?

(4.3.1941)

*

Ja

Du bist so weit.
So weit wie ein Stern, den ich zu fassen geglaubt.
Und doch bist du nah –
nur ein wenig verstaubt
wie vergangene Zeit.
Ja.

Du bist so groß.
So groß wie der Schatten von jenem Baum.
Und doch bist zu da –
nur blaß wie ein Traum
in meinem Schoß.
Ja.

(6.7.1941)

Tu sei così lontano.
Lontano come una stella che credevo in pugno.
Eppure sei così vicino –
appena impolverato
come un tempo passato.
Sì.

Tu sei così grande.
Grande come le ombre di quell’albero.
Eppure sei troppo presente –
pallido come un sogno
nel mio grembo.
Sì.

(6.7.1941)

*

Müdes Lied

Ich möchte schlafen, denn ich bin so müd,
und so müd und wund ist mein Glück.
Ich bin so allein – selbst mein liebstes Lied
ist fort und will nicht mehr zurück.

Schlaf ich einmal, so träume ich auch,
und Träume sind so wunderschön.
Sie zaubern einen lächelnden Hauch
auch übers schwerste Geschehn.

Träume tragen Vergessen mit sich
und schillernden bunten Tand.
Wer weiβ es – vielleicht auch bannen sie mich
für ewig in ihr Land.

(23.12.1941)

Canzone stanca

Vorrei dormire, sono tanto stanca,
stanca, e ferita è la mia felicità.
Sono tanto sola – anche la mia canzone preferita
se ne è andata e non torna più.

Se finalmente dormissi sognerei,
e i sogni sono meravigliosi.
Soffiano un sorriso incantato
anche sul destino più duro.

I sogni portano con sé l’oblio
e cangianti gingilli variopinti.
Chissà – forse mi terranno
per sempre nella loro terra.

(23.12.1941)

***

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6 pensieri riguardo “Parola come salvezza. Selma Meerbaum-Eisinger – di Stefanie Golisch”

  1. Ieri sera leggo questa struggente testimonianza di civiltà e poi, qualche ora più tardi, alla show di Piero Chiambretti, rimango davvero sbigottito di fronte allo spettacolo davvero penoso e incivile offerto da due “stelle” del calcio italiano: Quagliarella e Di Natale. Il conduttore ad un certo punto chiede ai due cosa ne pensano del film “Gomorra”, tratto dall’omonimo libro di Saviano. Le risposte sono del tipo: “Ma è una visione sua” o banalità come “Napoli è comunque bellissima” (certo che è bella, ma cosa c’entra con la domanda?) seguite da imbarazzanti silenzi, mezzi sorrisi da amichetti delle elementari, sguardi che si rivolgono altrove.
    Una scena davvero indecente – pensando all’influenza che esercitano questi nuovi divi su milioni di giovani e non giovani in Italia e all’estero – e che inoltre getta ombre sinistre su un mondo ormai alla totale mercè del dio denaro, come quello del calcio, e sui suoi più che probabili legami con queste organizzazioni criminali. Tutto questo in un paese dove imberbi multimilionari, che a malapena sanno rispondere alle domande più elementari, sono invitati ovunque ad esporre il loro non pensiero mentre chi avrebbe davvero delle cose serie da dire e interessanti da ascoltare – come ha ricordato più volte Rita Levi Montalcini in questi giorni – è costretto a lavorare gratis o quasi in laboratori fatiscenti. Di fronte a tutto questo allora torno a dire: sinceramente sono stanco, molto stanco di veder parte delle mie tasse impiegate non per restaurare castelli, non per finanziare associazioni culturali, non per finanziare ricerche, ma per continuare, ad esempio, a pagare le nostre forze dell’ordine per controllare gli stadi il sabato e la domenica. Se queste società hanno a disposizione milioni di euro per pagare i vari Totti o Cannavaro, mi dico, vuol dire che possono pagarsi anche una propria vigilanza privata. Quei carabinieri e poliziotti vorremmo vederli impiegati per combattere questa cancrena che sta divorando il nostro paese (e non solo) e di cui questi incoscienti negano, in modo del tutto ingiustificabile, l’esistenza.
    Abbiamo penato due anni per raggiungere un obiettivo che sembrava quasi impossibile: offrire, attraverso la legge Bacchelli, un vitalizio al nostro amico poeta friulano Federico Tavan. Ecco, io vorrei vivere in un posto dove sia possibile ascoltare le voci di coloro che come questo poeta, con animo puro, sempre in modo disinteressato, hanno contribuito a migliorare il livello culturale e spirituale del paese. Non quelle di chi giustifica, per ignoranza (comunque intollerabile) o altro, chi lo sta distruggendo, chi lo fa precipitare in un baratro tenebroso d’inciviltà e barbara violenza.

    Ivan Crico

  2. Certo che Selma merita proprio un commento particolare, uno di quelli che dovrebbero essere scritti con un raggio di sole e poi lasciato ad ingiallire come un vecchio manoscritto. Sì perché la sua poesia ha qualcosa che va oltre il tempo, oltre lo spazio: un sentimento che distilla il dolore e lo consegna goccia a goccia dopo averlo filtrato nel verso; una semplicità nelle immagini che si adagiano sulla pagina come affioranti dalle ombre… l’intensità misurata di parole che varcano il confine di una breve esistenza!

    Rosaria Di Donato

  3. Grazie a tutti per i commenti. L’invito è quello di procuravi questo libro: non lo accantonerete tanto facilmente.

    Grazie a Stefanie Golisch e Adelmina Albini per la stupenda traduzione; a loro e all’editore per aver concesso di pubblicare questi testi.

    Un saluto a tutti.

    fm

    p.s.

    @ Claudio

    In questo momento faccio fatica a ricordare, ma temo di no: è difficile che una rivista o un’antologia mi richieda dei testi: sarà accaduto due volte in trent’anni.

    Se hai la possibilità di riportare qualche verso da quel numero, che non ho, possiamo fugare ogni dubbio.

    Grazie.

  4. hai ragione e ti chiedo scusa. Dopo lungo cercare ho ritrovato quel vecchio numero di Lengua. Insieme ai miei, c’erano dei versi di un certo Marotta che mi avevano profondamente colpito. Ma di nome faceva Maurizio.
    Comunque ho linkato il tuo blog, davvero interessante. Un saluto.

  5. La nostra fortuna e la nostra speranza è che ci sono ancora testimonianze come quella di Selma Meerbaum-Eisinger. Essa ci fa sentire, terribilmente, poveri ma anche mendicanti di una infinita ricchezza. A noi il compito di fare in modo che la differenza non si perda nell’indifferenza

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