Fugacità del tempo – di Antonio Spagnuolo

fugacita

“Luminoso e persino rutilante. Cerco, è evidente, gli aggettivi “giusti” per avvicinare la poesia di Antonio Spagnuolo, per ricondurre la sua ideale coloratissima luce napoletana alla dimensione fisica della grigiastra nebbia nostrana. Una luce che illumina ogni poesia, ogni verso. […] La voce dello scrittore napoletano risuona nel silenzio rumoroso e spesso assordante che circonda oggi tutte le cose, della cultura o della vita, per ricordarci l’annientamento dell’illusione, il dileguarsi dell’inganno dei sensi, l’impressione insomma che tutto proceda verso la propria fine.
La sensazione che tutto navighi a vista verso ciò che non si vorrebbe vedere mai è tanto più viva nelle prime cinque poesie, ma procedendo nella seconda e più corposa parte del libro, si scopre che nella stessa solitudine verbale di Spagnuolo, nella eloquenza che funziona da schermo per questioni esistenziali non specificate, nelle voci acute che riportano un’angoscia, un desiderio, un tumulto del cuore, una vicenda personale che spesso brucia, si scopre – dicevo – un momento serio, un’ “intermittenza” dei sentimenti che nella coscienza ingrandisce e non per caso si fa strada.

In questi versi Spagnuolo abbatte il suo gioco, mostra le sue carte segrete […] è un pittore che maschera, con i colori, un suo disegno, lo ingrandisce, lo abbellisce, lo lavora. Allora le allusioni più esclusive, il ritmo che cresce e accelera, qualche svolazzo dodecafonico nella musica del verso, tutto torna, e finalmente si vede nella sua giusta dimensione un uomo che ha dedicato gran parte della sua vita a quella cosa indefinita, incostante e difficilissima, che si chiama poesia.”
(Dalla prefazione di Gilberto Finzi)

 

Antonio Spagnuolo, Fugacità del tempo, prefazione di Gilberto Finzi, Faloppio (CO), LietoColle, Collana “Aretusa”, 2008.

 

A

Quali distanze riempiranno
l’impronta della nostra demenza
o veloci
sfuggiranno le misure di una deriva,
netto contrasto al canovaccio delle manie
che hanno sigillato il mio timore?

Tutto o niente,
qualcosa che frantumi il clamore,
goffo retaggio di quanto l’ultima mano insegue
sempre più incerta alle lusinghe.

Rimane un trucco nel fondo della scena
che ci contende,
per quel che siamo,
e lascia che la cronaca riveli fantasie sconvenienti
complici del buio che sopravviene.

 

B

Di me non resta altro che l’accadere delle forme,
sempre eguali,
in un percorso che trattiene l’unica parafrasi
di congetture,
accattivante e violenta.
Banalità che si realizza
dopo l’insulto degli anni,
una poesia senza soccorsi,
precipitata in verbi, fremente,
quasi una pazienza che blocca il tumulto,
che precede il verso,
per deformare il segno di follia
che mi costringe.
Il vuoto, l’assenza, ancora mi stupiscono
lontani dalla scelta.

 

E

Il travaglio scardina ogni indizio fra di noi,
ogni simbolo,
morde il gioco delle regole tra la pelle ed il silenzio.
Strappa ancora una volta alla luna
l’incredibile tenerezza del suo lume
confusa ed indulgente per l’ignoto mendace.

Sconfinata la stagione che parla dei sensi,
delle ritrosie,
degli ammiccamenti;
nasconde l’immobile pudore e i turbamenti
delle mani stanche.

Tento ancora una danza che torturi il cervello,
per la paura di sfregiare
nel raccontarti fiabe
o farfugliare vuoto di linfa
nell’impossibile guizzo d’amore.

 

nudo

 

I

Mi annullo e scivolo improvviso
dove la notte ha i fregi della quiete:
così la figura svanisce, a brandelli,
svanisce indifferente ed incerta.

Nascondo impronte più recenti,
tra miniature di volti e lo stupore
dei mattoni,
gli studi, la memoria, il sacrificio
di essere qualcuno,
e le promesse intentate
in quello strano presente che sguscia
ormai indignato.

Anche se diseguale l’orizzonte,
soffia il tempo assalti ed accordi nel respiro
che separa altri umori.
Attimo dolce
sul muro che mi rende straniero,
somigliante a mestizia.

 

VI

Qui, ancora sotto voce la tua vaga sembianza
ha le grida di assenze,
ha l’ebbrezza del delirio nell’incanto
appena simulato da un sospiro.

Dirompe quasi a gioco un Dio perverso
dai luoghi ormai fuggiti,
bellissimo Narciso intrappolato allo spazio
che mi fu concesso tra gli uomini e le cose,
stupore e smarrimento che mi azzera.

Discorso da dimenticare
così come il graffio lungo della giovinezza.

 

XIV

Verso il tuo pensiero scavo un piccolo segno,
che sia l’audacia di una spalla, una parola
che confonda i pastelli ad esplorare la malinconia,
mentre l’inganno degli anni ha rovinato il mio nome
sino all’ultima pagina.
Lievemente sorride al di là delle onde
uno sgomento,
mentre l’arteria disseziona il disastro
delle mie imprudenze.

 

XX

Erano gesti sempre diseguali
tempere di memoria al mutare del tempo,
nel ventre quel passaggio dove la spiaggia
ha colori ancora intensi –
la piega delle valve segnava cupole
saccheggiando i silenzi
peregrinando i timori al filo delle colpe.
Scivola la pelle e la mia sete batte contro la roccia
a distanziare pupille:
purtroppo le tue lacrime propongono risvegli
per tendini alla gola,
per un delirio che rincorre le ore
nelle sfottute sbarre dell’Apocalisse.

 

XXVI

Che tu sia parola o musica è segreto del sogno,
è miraggio, appena simulato dal sospiro,
è abbaglio della vista
nella irripetibile storia degli incontri.
Lasciami bere le ossessioni della pelle,
nell’ubriachezza notturna:
ai limiti del ritmo gioco il timore
di brevi parole negli accordi,
nella mia porzione segreta, fra le tue ciglia
quando ritorni dirupo o luce che stordisce.
Festeggio la furbizia dei papaveri,
spoglio gli orpelli, disgrego ogni pastello
per il ventaglio dei petali,
mentre tu nuda confondi la mia rabbia
con le nuvole.

 

XXX

È lento il tempo da scomporre in ritmi
che gli spazi comprende,
o l’incauto rincorrere la storia.
Sorridi ancora, finalmente ebbro
del rutilante calice, sbandando
quasi fossi nel giorno del giudizio
a raccattare stille.
Fra i tralci la tua carne indolenzita
scioglie delizie inaspettate, nude,
con passo dolce e discorde,
avanzando negli umidi presagi
d’una beffa.
Fugace è il bagliore, il suono sordo
ed incauto che svincola melodie,
nuove forze, e l’ardore di vene
ti ritrova delfino a rallegrarti,
scomposto tra sapienza e pudore,
nel gioco acerbo.
Sarà la sonagliera degli angeli
a conforto d’una buffa filastrocca
che si specchia nel fiume arrugginito
del rimpianto,
o bacia e morde l’ugola.
Ecco il tormento delle mani giunte
in armonia col tarlo dell’orecchio,
una realtà, un’immagine inattesa,
un’ombra che ricerca la pretesa
di comprendere quel che accade
al di là dello sguardo.
Tutto è fermo, inferno e paradiso,
nella bambagia rossa della vite,
e le parole sgranano le labbra
in balbettii sconnessi.
Ancora un sorso e le arterie ed i muscoli
saranno le misure in cui più acceso
scomporrai il tuo tempo.

 

XXXV

Avvolge solitudini ed accompagna note di rimpianti
l’ora improvvisa.
Vecchia confidente di sospetti e di una favola
per la quale giocammo l’ultimo tarocco.
Ecco che le apparenze ritardano l’incendio
che avviluppa feste di fuga,
che distrugge ogni traccia,
ospite maledetto del bisbiglio di tutto ciò che il cuore
non seppe riferirti.

 

XL

Esplode il tuo sorriso nella gola del tempo,
una incertezza che cela il sapore di rovine,
oggi che l’inerzia è sacrificio senza data e le gemme
altro non sono che pietre di un incanto.
Ad ogni tua bugia, nella irripetibile storia dei colori,
avvampa la vena per fingere le cifre contro i giorni.
Dalle tue cosce ormai proviene meraviglia di sussurri,
quasi a gioco, fuori del corpo, nello stupore incerto del ricordo.
Cerco lo smalto della tua bocca, come un tempo,
furtive le dita, guizzando fra i taciuti desideri,
ma non riaccendo la voluttà del luogo,
vagabondo ai confini dell’indifferenza.

 

XLIV

Poco più di un confine traccia il pensiero,
micidiale,
un laccio che confonde a tutti i costi i tentativi
del destino,
il mio stupore attorno a quei riflessi
che muove tra dilemma e interruzioni.
L’ennesima delizia rischia nel brivido
l’idea e il senso,
e rende sospensione ogni magica misura.
Qui conto le ore, fragile,
per scolpire il labbro col silenzio.

 

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Antonio Spagnuolo è nato a Napoli il 21 luglio 1931.
Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali, collabora a periodici e riviste di varia cultura. Suoi testi risultano pubblicati in diverse antologie. Attualmente dirige per l’editore Guida la collana “l’assedio della poesia” e la rassegna “poetry wave” in internet. Al suo attivo, numerose pubblicazioni di prosa e poesia che hanno ricevuto l’attenzione di nomi illustri del panorama letterario contemporaneo, nonchè riconoscimenti a premi.

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Opere di Alferio Spagnuolo (1904-1981)

In copertina: “Attesa” – olio 40×30
All’interno: “Nudo disteso” – olio 70×50
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3 pensieri riguardo “Fugacità del tempo – di Antonio Spagnuolo”

  1. Ogni tanto, quando il tempo sembra correre più in fretta dei nostri pensieri, un bilancio con la vita e con noi stessi va fatto. E, in questo conto con la nostra storia è quasi normale volgere lo sguardo al passato, un ricordo, un rimpianto, una poesia. Qualcosa che ci sveli ancora a noi stessi e ci ricordi che siamo, ora, tutto quel passato, ma per fortuna con nuove poesie da tenere in gola per attimi di nuovi stupori e tenerezze.

    Versi molto godibili sia sul piano stilistico, sia per la ricercatezza dei termini e delle immagini che ne scaturiscono.

    Davvero complimenti ad Antonio e sempre un abbraccio a Francesco.

    jolanda

  2. Grazie Jolanda, Antonio è un poeta dalla cifra stilistica inconfondibile: una voce maturata in lunghi anni di lavoro poetico, che ha prodotto un canzoniere di assoluto valore.

    fm

  3. Vibratili, nervosi e sorprendenti questi versi di Antonio Spagnuolo, una delle più forti e originali voci poetiche degli ultimi decenni.

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