Della consumazione del rogo – di Alfonso Cardamone

medusa_by_caravaggio
(Caravaggio, Medusa, 1598)

resta la tua rabbia cupa onnivora
pulsione cieca che confonde
i bersagli e amore perde a poco a poco
come ruota bucata che s’affloscia
e inesorabile deraglia verso il nulla

Alfonso Cardamone, Della consumazione del rogo, con saggi critici di Ugo Fracassa e Marcello Carlino, Cosenza, Pellegrini Editore, 2009.

 

copert_cardamone2

 

Testi

 

otre mi faccio e musicale onda

i mutamenti che io inseguo iscritti
sono nei ritmi inumani della terra forme
che il tempo contratto del sogno solamente
può avvertire

cacciatore di sogni mi caccio
nel profondo ventre di mannàra munito
e del ricordo delle sette corde dell’arpa
della dea

èdipo interrato e cieco apro
la coscienza ad altra e più tenebrosa luce
e tutto vibro nelle corde di un tempo
immotamente vorticoso
e disumano
dagli occhi e dall’anima strappata
la luce che abbagliando cela e svelando vela
i fantasmi che noi siamo ed il destino
dal caos germinato dal cuore della terra
lo sguardo mio proietto

sui lucori che nel fianco apro della roccia e sono
vagiti ed agonìe quelli che leggo nelle pergamene
di tufo squadernato che raccolgo glifi in cui
s’accoglie il soffio di quell’unico
e pericolante eterno per cui otre mi faccio
e musicale onda

 

all’osteria del porto di pescara

un soffitto basso attraversato
da travi in finto legno lucidato
che innervano agli angoli su curve
leziosamente arrotondate e piccoli
quadri di vascelli colorati alle pareti
tra passepartout imprigionati troppo
chiari e troppo grandi una vetrata
opaca che due lampade riflette
occhi di parete da palpebre tagliati
mentre sul cellulare mi ripasso
in rubrica un nome cercando a cui
più che un decennio fa una poesia
sopra un piatto di risotto dedicai
alla pescatora e più non trovo
io che mi compiaccio di questo mio
insanabile astio che mi nutre

 

i giorni che si succedevano difformi

i giorni che si succedevano difformi
attese covavano e veleni
di sogni mutilati a me sentine
degli orizzonti rantolanti dell’eterno

 

questa terra così dura calpestata

questa terra così dura calpestata
questa terra d’acqua cielo e di caverne
lei che nella luce non è mai la stessa
e l’ombra accende di brividi diversi
questa terra è tutto ciò che noi siamo

 

nelle stralunate notti in cui vacilla

nelle stralunate notti in cui vacilla
la pleiade fiorente dei tuoi occhi
come un rimorso o impronunciato
fato brividi trascorrono di tempo
sorriso alla mente inconfessato
della materna gòrgone morente

 

ricordo una passeggiata antica

ricordo una passeggiata antica
nell’angoscia rassegnata del meriggio
d’un sole quasi estivo sul lungomare
accidioso dell’ardenza il verde
scintillante d’ombra una scacchiera
di contrapposti eserciti alla prova
di assalti e strategìe precìpiti alla morte
seppi allora la metafora bruciante
celata dietro la prima e decisiva mossa
il sacrificio obbligato d’un pedone segnò
inesorabilmente la partita dall’inizio
entropico presagio dello scacco

 

ed io non so più come giocare

ed io non so più come giocare
quest’ore incrudelite di crepuscolo
se la mente a ingaggiare il tempo
più non è disposta nella giostra
fragile e corriva degli eventi

 

non più dando la caccia alla vita

non più dando la caccia alla vita
alle evenienze affidi gli sguardi
un cielo di sporco celeste ancóra
ti chiama alle segrete scommesse
del mare sui libri le mosse componi
della scacchiera incomposta dei segni

 

novella del marinaio

una coperta di tempo da troppo
tempo stramata la memoria una nebbia
lontana di chiocciola di mare agli scogli
e al cemento del molo abbarbicata la barca
a ogni ora disposta alla pésca gli amici
di stagione in stagione più taciturni e rari
d’inverno col vino a scaldare e le carte
le ultime parole rimaste nel gozzo
a gorgogliare così conobbi che era
settembre il marinaio che sembrava
braccio di ferro la moglie sbiadita
nel camper ai fornelli o alla televisione
lui guardava di traverso la mente
lontana di scatto gli occhi come coltelli
mi conficcò negli occhi professore
mi disse in un brontolìo rugginoso
che sembrava provenire dalla sentina
di un cargo in disuso vuoi pescare
qualche grossa mormora orata? magari
risposi in un soffio riarso laggiù a metà
strada tra il rio e il molo sulla spiaggia
un campanile c’è che è bianco come l’ala
d’un gabbiano abbi cura di metterlo
alle tue spalle e dalla riva a lambire
i piedi la risacca a trenta metri lancia
e non oltre il piombo che il trave scorre
lungo la canna e vedrai… mormore orate

 

dopo il rogo

sui tappeti tiepidi del rogo
ghiacciano i territori fiabeschi
della notte distilla sangue
da indecifrabili memorie
disancorata luna come dentro
celle-frigorifero occhi di bambola
sbarrati da mòrmore stecchite

 

***

 

della lama il rilucente filo

forse perché il taglio è obliquo dei tuoi occhi
e la bocca è larga nel sorriso torno
senza stupore ad osservare sulle tue
ginocchia le forbici del dio e di tanto
in tanto con il dito assaggio
della lama il rilucente filo

(da: le selve di crono, 1995)

 

e ciò che resta è solo

il franare dell’ore e senza pace
le tue parole come coltelli accesi
pellicole accartocciano di memorie
e questo solo resta baluginìo di cenere

(da: le selve di crono, 1995)

 

negli interstizi

e forse è vero che negli interstizi
si cela la poesia e non fugge né
è fuggita da quella che diciamo sia
la vita

(da: le selve di crono, 1995)

 

libertà

uccello ingabbiato tra coste e speroni
imprendibile frullo di ali mia
libertà accecata nelle selve
di crono

(da: le selve di crono, 1995)

 

che è nostra vorticosa prova

un’oppressione di febbre che non è
febbre alle tempie la macerazione
di gocce sanguinosa e vene e arterie
di tempo e la domanda
che arrovella il desiderio perché
perché tutto non sia semplice e uno
nel correre almeno all’alterità ch’è nostra
vorticosa prova

(da: arianna – labirinti dell’assenza di te –, 1996)

 

zattere sconnesse di fasciami

zattere sconnesse di fasciami
le nostre parole ai mattini mùtili
echi recavano e incunaboli di noi
perduti e ignoti vaticinanti ancòra

(da: arianna – labirinti dell’assenza di te –, 1996)

 

______________________________
Note critiche

[…] L’andatura macrotestuale della raccolta, la spina dorsale del suo indice, cioè, disegna un grafico altamente frastagliato che, dopo un attacco potente – il già citato “otre mi faccio e musicale onda”, testo programmatico all’insegna di onirismo e mitologia – e scontato un repentino abbassamento di tono che introduce al versante disforico che caratterizza il libro, pare assestarsi su una mediocrità del quotidiano, non priva di aperture verso dimensioni meno contaminate (la pésca), ma più spesso declinante verso abissi di annichilimento, fino al doppio finale, postumo (“dopo il rogo”) e constativo (“e dunque è così”). Basso continuo in una simile partitura è il ribollire degli umori collerici e atrabiliari, in nome dell’ “astio”. Mot clef della raccolta – compare nel terzo testo e sta, aggettivato, nel titolo del quinto – l’ “astio” si accompagna qui a “rabbia”, “accidia”, “protervia”, “abominio”: l’intera gamma umorale che infesta l’aborrita senescenza. L’agnizione avviene poco oltre la soglia, con studiata tempestività dopo il vasto respiro del primo movimento, a spezzare il fiato del lettore appena inebriatosi di “quell’unico e pericolante eterno” incontrato solo una pagina prima. In “esecrabile è quel giorno”, infatti, torna “l’eterno” ma solo per divorziare dalla dimensione individuale, qui declinata alla seconda persona singolare: “esecrabile è quel giorno / in cui comprendi / irrevocabilmente / che iscritto non è / l’eterno nel tuo sangue”. Occorre sostare più vicino alla lettera del testo; cifra stilistica in Cardamone, l’ipèrbato imperversa nella sua produzione almeno dagli anni Novanta, contribuendo a disegnare il labirinto di certi versi fortemente involuti. Ragioni e funzioni di tale pratica non è necessario esplicitare qui ed ora, basti dire che esse attengono alla poeticità dello sguardo proiettato, volta a volta con arte o artificio, su un reale incondito. Ebbene in “esecrabile è quel giorno”, l’inversione degli ultimi due versi tenta invano il consueto artificio sintattico a indorare la pillola di un’acquisita mortalità: su esso sta, come una cappa livellatrice, la rettilinea demenza dell’avverbio che copre interamente il terzo verso (“irrevocabilmente”), spezzone di prosa che, col suo indeclinabile suffisso, inficia a priori qualsiasi possibilità di discorso poetico. La peculiare tecnica di enjambement, infatti, unita alle ampie circonvoluzioni proposizionali, postula come poetico quel discorso che ostinatamente si avviluppa su sé e addita, al di là del progresso rettilineo della frase, un senso non lineare ma, come si dice, paradigmatico. Si veda proprio il più volte citato primo componimento: “i mutamenti che io inseguo iscritti / sono”; “di mannara munito”; “otre mi faccio / e musicale onda”; la normale disposizione dei membri del periodo risulta dislocata secondo una strategia stringente, e qui compare pure un esempio di quell’inarcatura bivalente (bifronte, ambigua, anfibia che dir si voglia) già evocata. “dagli occhi e dall’anima strappata / la luce che abbagliando cela e svelando vela / i fantasmi che noi siamo ed il destino / dal caos germinato dal cuore della terra / lo sguardo mio proietto”: il lasco interpretativo sapientemente lasciato giocare in questa stanza fa sì che, a rigore, quasi ogni verso possa risultare, ad un tempo, autonomo e vincolato al contiguo: è l’anima a essere strappata o piuttosto la luce? Il verbo velare va inteso come transitivo o intransitivo? È il caos a promanare dal cuore della terra o lo sguardo? Di certo, l’effetto su chi legge è spiazzante: l’inarcatura spesso ingolfa il verso creando attese subito frustrate, altre volte ne amplia inopinatamente il respiro quando lo si riteneva concluso. Naturalmente altro è il funzionamento sintattico, altro il destino semantico di un a capo; ciò che assolutamente disturba è che entrambe le esigenze risultino sostenibili nel verso. Secondo la logica simmetrica o “bilogica”, opposta a quella binaria di ascendenza aristotelica, “la relazione inversa di qualsiasi relazione è concepita come identica alla relazione”; il principio base della teoria dell’inconscio secondo Ignacio Matte Blanco, insomma, pare adattarsi al processo di versificazione in Cardamone e pour cause, dato che il fare poetico del nostro pone a programma – e non da oggi – il lavoro onirico, sia pure nella manifestazione necessariamente degradata e cosciente del processo anamnestico secondario. […]
(Ugo Fracassa, Ciò che brucia e ciò che resta. Sopra gli ultimi versi di Alfonso Cardamone)

 

***

 

È considerazione non priva di fascino, rilanciata da uno fra i più prestigiosi etnomusicologi italiani, che insista su una linea ideale di soglia, e sia fatto per saggiare di punta l’area della vita e quella confinante della morte, l’una all’altra e l’altra all’una offrendo in uno scambio simbolico, il prodursi danzante di Pulcinella, che struttura la sua maschera muovendo passi, un piede avanti e uno indietro, in ritmica alternanza. E non ci si discosta dal vero, io credo, asserendo che, quanto alla poesia, non si mostra dissimile l’andamento della rima, la cui posizione d’impulso al prolungarsi e al completarsi del discorso in versi, con il vento a favore di una suspense lieve ma costante, in sincrono, per legge di ricorsività, induce pure ad una risalita, include un atto retrogrado di rimemorazione.
Così è, del resto, per la poesia intera: la sua specificità funzionale si concentra sulla regolazione della sintassi e della processualità del dire sopra le misure, intrinsecamente antilogiche e reversali, del principio di equivalenza. Che tutto ciò comporti, nel farsi stesso del linguaggio, una distrazione, se non una messa in mora del tempo, è cosa affatto conseguente. Il tempo della scrittura poetica non ha mai corso rettilineo e progressivo, piuttosto è ciclico, curvato sulla forma del ritorno; le analessi le sono consustanziali, congeniali le diramazioni, i diverticoli di pause, ellissi, ricaschi a grappoli.
Ebbene, s’avverte spiccato, e si coglie dominante per tendenza e intenzione d’autore, un volersi in a-cronia nei testi di Cardamone, dove Crono è indicato (e se ne esplorino Le selve, in cui rilucono le sue lame acutissime, che sono fatte per recidere e che però si tentano e si sfidano non mancando di percorrerne il filo) quale avversario irriducibile di una lotta senza quartiere e senza tregua. E dove la pronuncia periclitante dell’utopia non può che accordarsi con la voce che fa appello al sogno di un non-tempo, prima del tempo.
Anzi, è tanto tenace la resistenza a Crono, che non solo i frammenti singolarmente osservati, ma anche le diverse sillogi e l’opera sua integrale, il corpus della testualità poetica d’autore ad oggi da lui composto, sono fitti di riprese, di ritorni, di ritessiture e di riavvolgimenti (in scampo a lame che disbroglino) del filo della Parca; e caldamente consigliano di essere attraversati, e letti, procedendosi – un po’ alla maniera di un Pulcinella danzante – per passi paralleli.
Avvicinarvisi e accennarne è possibile e giusto, perciò, più che su di un asse diacronico, in chiave di relazionale contestualità organicamente sincronica, eventualmente dispiegata ed espressa nel capitolato appena cominciato, di cui a-cronie è il nome del comma in corso di svolgimento.
Si aggiunga a corollario, valendo per Cardamone il principio di una a-cronica ricusazione del tempo calendarico di moto uniforme, che cadrebbe in errore chi prendesse alla lettera il titolo ultimo, con cui questo libro vede la luce, e inferisse da alcuni giri di versi che si tratta semplicemente di opera in e de senectute. […]
(Marcello Carlino, Ciò che resta della consumazione del rogo)

______________________________

 

***

Annunci

2 pensieri su “Della consumazione del rogo – di Alfonso Cardamone”

  1. A tratti, forse, un po’ troppo mentale, rischiando di perdere immediatezza, respiro, in qualche testo questa poesia; ma pure, in altri, ricca di immagini folgoranti, profonde, di lampo che annienta l’oscurità e illumina, rivela:

    “questa terra così dura calpestata
    questa terra d’acqua cielo e di caverne
    lei che nella luce non è mai la stessa…”

  2. Caro Ivan, Alfonso è un poeta che ha prodotto, nel corso degli anni, un canzoniere che, per chi ama la poesia, è una vera grande miniera tutta da esplorare.

    fm

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...