Il libro dei doni – Capitolo VI, 3 (prima parte)

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Anna Maria FERRAMOSCA   Lorenzo CARLUCCI  
Mauro GERMANI   Giacomo CERRAI   Ida TRAVI  
Cristina ANNINO   Paola ZALLIO   Francesco TOMADA  
Gherardo BORTOLOTTI

 

Il libro dei doni – Capitolo VI, 3 (prima parte)

 

Anna Maria FERRAMOSCA
[da: Il versante vero, 1999]

 

Ninna-Nanna All’incontrario

                Dormi
Ti canto il cielo
Ride
con luci piccole, infinite
come le storie piccole del mondo
Spande per te gocce di latte, avvita trottole
Una s’accende, lanterna serena del tuo giro

                Dormi
Ti canto il sole
Batte
danze di fuoco accordate
al ritmo del tuo petto
Ma è difficile imitare la musica di un’alba
E tu lo vinci
ché troppo forte è il tuo abbraccio alla vita

                Dormi
Ti canto l’uomo
Perdo
le parole. Non so più cantare
Si fa convulso il volo di colombe sul tuo capo
Forse le città troppo scintillano
Troppo alti i fuochi che devastano
Non ricordano di poter scaldare
Si interrompono i ponti. E le parole

                Anche se dormi
canta
Tu solo puoi cantare
dalla regione dell’arcobaleno,
ponte comprensibile
che unisce tutti i nidi di colombe
La tua canzone ferma il dio veloce
che inebetisce sguardi
e spegne i fuochi teneri
delle parole
Tu solo li ravvivi,
tu che non smetti
la cantilena noiosa-grandiosa dei perché
Perché i fuochi incendiano, i ponti crollano,
le parole non parlano, perché?
Tu solo, bambino, puoi rispondere
   
             Anche se dormi
cantami l’uomo che sarai
                    Ti ascolto

 

Istanbul

Se i minareti allungassero l’ombra
dipanassero fili di garofano blu
fin nei capelli
di questi sciuscià disincantati
vuoiscarpecomestellemillelire
si fermerebbe il tempo
all’angolo vergogna
dell’hotel Mercure.
Franerebbe il tempo
con ali stupefatte
sul tappeto
dei pentimenti.

E Beyoglu
risuonerebbe a un tratto
di giochi e grida
correre a rompicollo
sfidando la prua delle navi sul canale
cercare lungo i fossi
canne robuste
verdi da scortecciare
poi via sul ponte a pescare
uva di Smirne in tasca
fino al tramonto.

Vedrebbe il Corno d’Oro
ancora i suoi riflessi
nei capelli vaniglia
nei guizzi all’amo
nei lampi
dell’orgoglio bambino.

A sera affonda
il Gran Bazar dei sogni
in polpa di meduse
sultani smeraldini
come ramarri
dagrandevogliofarecapitanomercantepescatore

Sul cuscino
anice e zafferano.

 

Luce Da Ognuno, A Tutti

Scorgere, dopo una notte docile, imprevista
                                             su Jorge luminoso

luce da ognuno, a tutti
Dopo anni rabdomantici di sete, in ogni voce,
                                             anche minima e oscura

riconoscere fiori e radici d’anima,
il profumo ricurvo di bellezza

Come rischiara l’ascolto del tuo polso
unito al mio, se vola
                   in catena di prolungabili sussulti
a svolgere dal pozzo corde avviluppate
in salita leggera di parole-carrucole,
                                     in carezza di voci
– il fondo genera fango inaspettato, a volte –
La più insensata invidia quella
                            delle parole

Luce da ognuno, a tutti
A scrivere di frutti disponibili, d’ali a librarsi
sono la terra e il cielo, in fondo
Noi, dita di sabbia e nuvole, soltanto
Mentre già corrono
i giorni finiti e la memoria

A librarsi… Sì, su un libro, a volte,
                            si diventa leggeri,
come foglie estreme, consapevoli
                            dell’imminente volo

Vite sottili, in altalena
d’ombre irrisolte
e luci ferme, generose
S’accendono i fogli, a volte,
                           per la luce

 

La Piazza Delle Vinte Tarantole (*)

Abbiamo altre parole questa notte:
un corpo musicale,
a vendicare il tempo
passato senza fuochi
Abbiamo l’alba
che batte su pelli tese in sarabanda,
furore d’argento sugli olivi,
fino al mare – l’eco
ingelosisce le grotte –
Piedi
a scandire colpi d’amore sulla terra
E tuoni
a dissipare tutte le aracnitudini

In piazza l’aria
è disegnata di spade con le braccia
Le ragazze scintillano la terra
dove ballano
Volano i cerchi delle gonne alla luna
S’incendiano i tamburi. Fino a sangue
(A sciogliere i cani ritmici, all’unisono,
si sfianca la paura)

[(*) E’ una piazza del Salento, dove il suono dei tamburellasti coinvolge la popolazione in un ballo liberatorio collettivo per tutta la notte.]

 

Tikal

Sono arrivata fin qui ,
mia disponibile madre,
giungla di lusso e ferocia
come a rifarmi un nuovo corredo
di pelle e respiro

Lenta mi immergo nell’ Eden
– i colori potenti mi avvelenano quasi –
e le essenze mi abbattono
tocco liane sospese
a un tetto di rimorsi

Ecco Tikal – le mura divorate –
giaguari ne difendono i varchi avanzando
col passo antico del dio
Ecco i campi di mais festeggiati
coi colori dell’ anima
splendenti sulle vesti

Ecco il popolo Maia
profili di fango indurito
ancora oggi in silenzio
al pozzo dei sacrifici

Grida sottili mi avvolgono
e sanno di agonia
E un sole-pelota balza in alto
e ricade
roteante destino
di una stirpe avvilita

 

**********

 

Lorenzo CARLUCCI
[da: La comunità assoluta, 2008]

 

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Poesia della mia solitudine
aperta in un ampio giaciglio

Hai rotto l’argine al mondo
– l’androne

Poesia della rima italiana
aperta in un calmo sbadiglio

Ho mani di figlio
per l’ambra
– l’androne

Poesia della mia meraviglia
ridotta: giaciglio

la tua scapola è la mia incudine
vi tendo due mani di figlio

Hai rotto l’argine al mondo

scoperto il suo limite altèro

ripetimi l’anima a bocca

e chiudimi gli occhi al mistero

Poesia della tua solitudine
e delle tue ossa di rosa

smarrisci il mio fiato sul cielo
ripetimi dove si posa

la voce del piccolo uccello
che dorme in un ampio giaciglio

si sveglia al mattino e ti tocca
con mani con bocca di figlio

imboccami con la parola
la lingua ed il canto di mirra

il fiato profuma di sborra
poesia della tua meraviglia

io sono un coniglio in un prato
smeraldo
mi adopero all’ampio giaciglio
tu fammi strisciare tirando
le ciglia con mani di figlio

madonna, estratta alla riffa!
mi senti gridare d’estate?

ho spento la cicca nel ghiaccio
baciato le rime baciate

non ho un’altra via per lasciare
i piedi da soli sul ciglio

riducimi alla betoniera
e baciami gli occhi di figlio

continua a parlare se il senno
riduce la cenere in luce

tradiscimi a qualche crocicchio
e fammi arrivare la voce

ridotto il tuo fiato nel collo
che langue con ali di mirra
ti parlo vicino in un rutto
che ancora profuma di sborra

madonna, legata ad un palo!
i lividi sulla caviglia:
i calci i calci nel culo!
ti voglio vedere inciampare
e torcersi le tue caviglie
cadere cadere e raschiare
col mento l’asfalto
e le ciglia squillare
le ali frullare per terra
ti voglio slegare e scadere
ti voglio mandare alla guerra

madonna, scontata nel piatto!
ti amo, con occhi di figlio
con mani di figlio, coniglio,
nel rogo del mondo colato.

– l’androne

 

*

 

insilenzio3

Ora c’è solo un vento smeraldo, un deserto sopra il tuo viso. Una sera che rade al suolo i tuoi passi. Io vedo il tuo viso su una strada deserta, in una pioggia di cenere. Io vedo i tuoi gesti e sento l’eco che fanno fin dentro il passato. A distanza, mia dolce, io vedo i tuoi gesti vicino a una tenda, che noi dividiamo, in mezzo a un deserto in un vento smeraldo. Ci guarda la notte una volpe. Abbiamo anche un capro espiatorio, legato a un paletto. Io ti ho portata qui Perché è dove non hai bisogno di gioielli. Io ti do un orecchino. Tu mi hai portato qui per far crescere piante, anche nella sabbia. Ora la sera ha solo vento smeraldo, un passato infinito, da dirci. Talvolta i tuoi occhi accarezzano le ossa di qualche sciacallo. Talvolta alle labbra mi sale il segreto di un sorso di vino. Ora i nostri corpi si muovono, nel mondo, come i granelli di sabbia: non vi è né distanza né contiguità non vi è spazio ma vi è movimento. Un movimento rituale, sebbene mai uguale a se stesso, le tue mani che vestono il collo ed il viso di gioielli orecchini corone. Ora la sera ha un vestito, ed un velo, bracciali per le tue caviglie. Io sto inginocchiato e ti abbraccio i ginocchi. Tu mi baci le mani. Ora la sera ci prende il respiro, lo porta a passeggio tra dune distanti, lo strappa lungo incisioni che noi non vediamo. Ora i tuoi piedi così dolcemente raccontano ai figli il destino. La sera ha una voce d’amore.

 

**********

 

Mauro GERMANI
[da: Luce del volto, 2002]

 

L’attesa dell’ombra

I

Da quaggiù, da questa terra lontana, dove l’orizzonte è un pensiero che passa. La luna cade sulle nostre figure, sui sentieri tra l’erba o lungo la riva del lago. Siamo in un tempo fermo e perduto, in un grembo antico. Aspettiamo il vento sopra di noi, la vera storia e l’ultima morte…

 

II

L’acqua trema nel buio. Ci sfiorano i vapori di nuvole basse attorno alle rocce. Cerchiamo tra la polvere e il cielo (e più in là, dove l’universo tace) le immagini di un sogno interrotto.
“C’è una scrittura d’acqua e di pietra”
“L’abita un’anima sconosciuta, orfana e sola. Vive nell’oblio del tempo, nel suo silenzio…”
“E’ qui, in quest’anfiteatro di macerie, di antichi rifugi, di arcate superstiti e templi diroccati…”

 

III

“Guarda, guarda la nostra voce nell’aria, il nostro respiro…”
“Parla di questa notte infinita e perduta, delle foglie galleggianti, dei nostri nomi sepolti dalle rovine e dalla polvere. Cerca il suo abisso, il cuore e la luce lontana dei morti, la veglia dell’erba infelice e degli angeli inesistenti e innamorati. E’ l’addio della terra e del cielo, l’apocalisse che l’anima sogna e racconta…”
“Se non fossimo davvero più, se l’agonia divenisse per sempre la lontananza, la solitudine di un volo sul lago, la libertà di un altro nulla!”
“Ma non è più tempo…”

 

IV

Clandestini e perduti ci incontriamo dove i lumi affogano nella corrente. Non sentiamo più il freddo e accogliamo i segreti richiami del vento. Non conosciamo il nome di questo poema oscuro. La notte viene dal lago, da un centro smarrito, da un sepolcro di stelle. E’ così che preghiamo, è cos’ che la morte si lancia a capofitto nel vuoto, è così che l’impossibile scende adagio sul molo.

 

V

Arrivammo quaggiù in un tempo remoto. Avevamo un destino notturno, una missione troppo segreta. Conoscevamo gli addii della poesia, i suoni e le parole del lago. Morivamo spesso insieme all’acqua e al cielo. Ci confondevamo tra gli ippocastani e le betulle e dentro di noi il fiato dei poveri, il liquore azzurro del sogno, questa fine solitaria e innamorata…

 

VI

Indovinare leggende, vedere dalle balze montane scendere adagio la nebbia, partire per i boschi ancora innevati.
Lassù è possibile incontrare figure defunte (i visi d’erba e di nulla), respirare il loro respiro.
“Ci manca il regno promesso”, sussurrano in coro, “l’oblio della terra… Sappiamo di baci tremanti, è vero, abbiamo sorelle e fratelli dispersi, amiamo ancora… Ma non perdonateci più, non chiedeteci più nulla davvero… Invocate un’altra fede… Noi siamo l’unico futuro mai compiuto, il risveglio del mattino deserto…”

 

VII

La torre diroccata…il nostro rifugio…un cerchio graffiato sulla pietra…
Andiamo spesso ad un altare d’erba selvatica e di legno.
Da lì misuriamo l’altezza dei faggi, ammiriamo i disegni delle nuvole o il giallo della mimosa. Ci sarà stato davvero un primo sguardo? Avrà mai battuto un cuore bianco?
Ma di frequente cerchiamo anche il volo del falco, le avventure dei predatori del bosco, gli occhi sbarrati dei morti, le macchie del loro sangue rappreso. E diventa subito tardi.
“Gli uomini non contano”, pensiamo sulla via del ritorno.

 

VIII

Baluginante fogliame, voce dell’ineluttabile.
C’è un’ombra più grande che sempre ci sfugge, un maestro invisibile e senza discepoli… Obbediremo ancora, saremo ancora queste tracce vagabonde, questa speranza allontanata.
E tutto senza monete, senza città. Dove salta la notte nel fondo del suo specchio.

 

**********

 

Giacomo CERRAI
[da: Inediti, 2008]

 

Aruspici

il cigolio dell’altalena
ossessivo, somiglia
al grido di uccelli che precipitano
nell’azzurro.
Chi siano non so
né importa. Solo
aria stanca, bambini
cittadini e madri
con un carico di fumo leggero
nei polmoni.
Gli uccelli gridano,
metodici. Si dice presèntano
l’atto primo il secondo
d’un dramma
senza intervallo

 

*

 

– conversazione –

     pensavi alla democrazia dei desideri
– o forse delle voglie – :
quel ché di terra terra
che non eleva e ci pone tutti
sugli scaffali ai piani bassi
– tutti più vicini alla polvere – ,
cose che attingono la dimensione degli eroi,
poi deragliano in una semplice ripetizione
di eventi serafici…
     Ma è roba – dico – di tutti i giorni,
la carta straccia dei gesti, l’acquisto
di parcelle significative,
la domestichezza lenitiva del tangibile.
E’ questo, suppongo… aspirando
alla semplicità dell’ora, l’illusione
del tutti uguali, il sogno che si replica.
Ci serve desiderare? essere? quando espira
questo premere sull’acceleratore?
dove il riconoscimento di noi, in noi?
Se tutto scorre più svelto
la vita non si mangia…
     Ti guardi le dita: sembra riflettendo
enumerazione infantile di pochi averi,
il computo di certi nodi…

 

*

 

(di molte scorciatoie che ho preso)

di molte scorciatoie che ho preso
rimangono scie, sentieri che scompaiono
come spazi che la macchia riconquista.
erano agevoli pensieri, accampamenti
di piccoli ozi, refrattari
ad impietose analisi.
erano piaceri, aggiornamenti
d’impegni con se stessi,
agende dimenticate altrove.
con quale ignominiosa ragione
li catalogavo tra le cose da fare.
credevo di essere uno
ma dividevo un destino.
non era facile. nessuna meraviglia
su come è andata.
le scie, le tracce ritornano
come cerchi nell’acqua.
qualche modesto rifiuto
batte alle sponde erbose.
perciò lo dico,
a chiunque possa interessare…

 

*

 

Fine turno

L’amaro in bocca non è neanche fiele
ma la polvere delle carte l’ondeggio
della polvere in un sole che però è fuori
e questo amaro non è neanche un facile
cucchiaio d’argento non è medicina
ma è tempo che cola come filo spinato
l’intollerante tempo ragazzo di quando
c’è il sole fuori e il desiderio è oltre
i vetri doppi          – altrove – …
E’ la realtà quella?
Fuori la realtà forse fuori l’immaginazione
si incontrano in un prato
vero
finché desiderato a lungo,
forse
in una ragazza d’autunno aeroplani di noia
lanciati aspettando il fine turno mentre
la polvere delle carte si posa il bianco
di esse ingiallisce
come il sole di fuori stanco così reale
perché aspettato così a lungo…

 

*

 

(Il coraggio si prende a quattro mani)

Il coraggio si prende a quattro mani,
o non si prende…
una mannaia lucida
appoggiata sul tavolo,
(la sfiori con le dita)
e forza e braccio disteso in alto
in un arco dinamico…
Ma ci vuole coraggio,
l’occhio affilato dell’insonne,
la sete di chi è arrivato in fondo.
Basterebbe un momento.
L’orecchio allenato allo schiocco
delle ossa, che non faccia effetto,
e guardare altrove
(o all’indietro, o
abbassare le palpebre
per guardarsi dentro)
e giù!
un taglio, un taglio netto.
Ma ci vuole coraggio
e non questi moncherini affettivi,
nemmeno la pupilla implorante
della vittima.
E’ che siamo buoni, troppo buoni.
Coltiviamo la viltà del buono
e argini troppo alti,
che non traboccano mai
la nostra infinita educazione.

 

*

 

(la notte è solo un pendio)

la notte è solo un pendìo
sul domani veloce.
Non importa se il vento
sbatte dietro di noi le porte
con un certo dispetto.
Ci si aspetta qualcosa.
Niente d’assoluto, certo,
a parte le cose così care
e vigliacche.
Ego ti cerca, ego
ti vuole e ti desidera.
Ego, forse, ti possiede.
E’ questo il domani
è questo l’oblio di chi danza
sopra l’immenso braciere.
Così le sere diventano
scivoli lucidi
come monete non spese.

 

*

 

(le voci una riduzione)

le voci una riduzione,
il frammentarsi del suono
come una pulizia delle parole,
cellule d’uovo tese alle membrane
e l’aria, aspirata e persa in gole,
semplice vibrazione del pensiero…
arrivano, arrivano e giungono all’orecchio
senza omissioni, occupano
uno spazio concentrico di onde
come palloncini al soffitto,
suoni non invitati a nessuna festa
percuotono una campana sorda,
nati per essere detti o taciuti,
nati morti.
tra esse non c’è quella,
né sillaba né fonema, quella
della risposta o del rifiuto,
che lalli, ammicchi, riconosca
l’idea e il desiderio che c’era.
fuori le gazze ridono.
il grigio l’azzurro
la ruvidezza dei muri
è una realtà diversa.

 

**********

 

Ida TRAVI
[da: La corsa dei fuochi, 2007]

 

(sali sulla piccola altura)

Sali sulla piccola altura, e dimmi chi vedi salire.

Vedo un cuore strisciare sui gomiti, per terra.

Ci sono tre stanze, intorno a un cortile di pietra.
Ma dimmi chi vedi salire.

Vedo il contadino che esce dal suo secolo
e piano fa ruotare il suo mantello,
porta il lume.

Tu fingi di guardare e io ci credo,
voi del mondo siete tutti pazzi, voi del sogno
fate sempre così.

 

*

 

(campana, ascoltami)

Campana, ascoltami, i popoli di sotto vogliono venire su da te,
chiedono di entrare in casa tua

Io non parlo per me, parlo per loro

Loro hanno un messaggio per i morti. E vogliono portarlo
su alla torre. Campana dei morti, campana dei fratelli, rispondete
i popoli di sotto sono tutti esangui

Io non parlo per me, parlo per loro

Campana dei morti, campana dei cugini rispondete!

Come canta, come canta la voce nella sera, la donna è in mezzo
al campo, e chiama, chiama.

 

*

 

(la corsa dei fuochi)

La corsa dei fuochi muove la polvere a ruota

Chi ti ha medicato le ferite?

È il martello del giudice

È il martello del giudice che batte nella notte

Stanno lì – fermi – a discutere

Nella casa il bambino aspetta, aspetta.

 

*

 

(il padre fiume)

Il padre fiume non tornerà mai più alla cima del letto
d’una volta, il padre fiume non tornerà mai più
alle porte dell’inizio

Non imprecare al cielo se il fiume ti ha lasciato

Il padre va dicendo: la legge martella sull’acqua,
la legge martella sull’acqua ogni volta che può
e il fiume è il cimitero, il fiume è il cimitero
dei pesci d’acqua dolce.

 

*

 

(vengono a mangiare)

Vengono a mangiare con la benda nera,
dicono – buono – dicono – cattivo –

I calchi imperatori spalancano la bocca, guai
se portassero la spada

Lei è la padrona della casa

La casa è una reggia governata, chiusa
La casa è una casa chiusa.

 

*

 

(salta all’occhio)

Guarda, salta all’occhio uno schizzo di sangue
tu non puoi lasciare bianco il mondo

Tieni in mano un martello trasparente

Abbassa quel martello trasparente

Tu sei soltanto un fiume senza cuore,
sei solo un corso d’acqua, senza il cuore.

 

*

 

(il sangue azzurro)

Il sangue azzurro della foglia caduta rende la terra umana
Il sangue rosso della fragola in bocca rende la bocca umana

L’albero dice: vivo fin qui

Quelli lasciati soli davanti al ramo rialzano la testa
spalancano le braccia in croce

C’è un’aria mattutina nella notte, un’aria
che sorpassa il nostro calcolo.

 

*

 

(il bambino piange nella culla)

Il bambino piange nella culla, ha un sasso in pugno
per questo ha una ferita nella mano. Io lo vedo e lui lo sa
com’è sporca l’acqua nel bicchiere
com’è dura la neve sulla porta

Il bello mi fa orrore, il brutto mi spaventa

La tempia è il martelletto delle ore
il freddo martelletto delle ore:
porta il bambino al collo, quando te ne vai
tienigli su la testa fino al ramo.

 

**********

 

Cristina ANNINO
[da: Casa d’aquila, 2008]

 

Canti d’aceto

Sosco (*)

Stamani ha piovuto; nel buco non
sentivi il baccano, sono impazziti
alberi. La piccola
foresta ha battuto la finestra con una
cinghia. Che cosa
stupida gli elementi! Questa forza
scempia o vigliaccata sonora, e l’aria
ride sulla terra con sufficienza di
prove. Sosco, creatura con misura
tecnica per non impazzire, i tuoi
piedi in mano nell’aria, risali a
riva. Venendo la tua vita a tagliare
zenzero.

[(*) In criminologia: il soggetto, ancora non identificato di alcuni crimini.]

 

Il Dama

Comincio allora: inforca
le sue ossessioni di dama. Domande come
quaccheri, pinguini, bestie elementari in
altezza e, fin dove lo porta la fantasia, gli
mettono la testa in mano. Nella
casa dell’autobus ricorda, in fondo alla
luce, dov’ha perduto. Chi gli ha dato col
bisturi quella botta: l’ADDIO? “Ho
un cannibale davanti”, scrivo da benedetto
idiota, “è qui, teniamoci almeno vivi”.
Passano i
minuti per bontà, si fanno robusti, si
canta, si può spendere soldi, no? Cavarseli
di tasca. Ma l’ADDIO ha mollato
il tilt, spezzato i ginocchi e via. Ché
appena il suo io esplode, la bottiglia in
mano diventa gomma su per le
narici dell’alba, un qui pro quo. Meglio
oppure una bomba.

 

Geronimo dice:

Crede
nella pena delle pie mosche, nel lutto
dell’erba celeste, ogni filo un cognome, nel
dolore continuo dei campi. Ha su
una croce
tremenda: che
dovranno fotterlo, alla fine, per
bene, col proprio tormento. Il vento
torna sempre su stazzi e letame, piega
le mani in remissione di
peccati e si scava l’inguine. Povero
coglione benedetto da Dio! croce in
mano, alza
il dito marrone più bello della
nidiata. Dice
Quella mente massacra mille
cose, per rimettersi in pace la
coscienza. Ci
mangeranno vivi, alla fine, ci
leveranno la scorza com’al melone.
Tutti,
amici, uno per
volta. E nessuno avrà pace nella nostra
riserva
”.

 

Trinidad

Allora pensò che moriva; così, dall’oggi al
domani, piena da
spaccarsi le tempie “io non ho nulla, non
temo niente, non spero più. Sono
zecche di caldo le mimose, io zero”.
Decifrava
i rebus, le parole incrociate, enigmao, col Koko
registrando tutto, ossia ossa di seppie di
lichene ammaestrato, beone e fuoco
ovunque. Come sparassero da
un mobile in cucina, e lei coprisse
lo sparo con la mano.

 

Rispondere è obbligo

Le pizzerie sono lei, la demenza
luminosa, gli angoli, i crocevia e le
salite. Lei
è il senso terreno che ho, i guizzi
muscolari se spacco le dita al muro.
Ma quanti
amori, che tu sappia durano sulla
terra? Se lo sai. Oppure quanti
assassinii dovremo fare, quanto
leggere, lingua sul terreno, tirandoci il
cucchiaio sulle labbra? Quante
ore ci darai per non finirla così, zampino
nel tegame, a friggere.

 

Corto viaggio

Se si liquida uno, se ne
calcola il peso, struttura fisica e le pasticche
c’ha preso prima. Poi lui ti
guarda a lungo, com’un treno che
arriva. Tre
possibilità: t’inclini troppo al suolo
calamita schiacciandoti i vagoni. Due,
lui t’ama, ma lo stesso
treno viene personalmente (il
panorama, si sa, ha spalle fino al
cielo). Tre: vada come
vada, ti stima l’identità, poi vibra
la corrente.

 

Il segreto di Carmen

Di lei qualcosa
è sul pensiero gru della neve.
Dico
i denti di Carmen, dopo tanto, non li
ricordavo così, come se vivendo se
li fosse morsi, mantenendola quelli. Parla,
e il collo l’ingoia, mangiatore di
fuoco con triste
digestione che s’abbassa la neve
al vento. Ora io,
son le quattro ma è buio, mi
scontro qui proprio con la
Forza. E sembrerebbe il contrario.

C’hanno sfilato
la vita come soldi, Carmen, ce l’hanno
tolta. Odore d’incenso, c’è l’aldilà, c’è
aria in ebollizione, e vedo la fine. Quel
risetto di chicchi che parla è fatica
pura, oddio, fredda calda; non siamo
più
. Io ti
credo, io rendo le tue frasi una
stanza, bevo birra, ma per legge
di gravità ormai dovremo entrambi
cadere dal ramo.

 

Guardi l’acqua

Guardi l’acqua uscire dal
rubinetto, ch’attira i tuoi gatti. Saltano
dalla riva del deserto bevendo. Ecco,
bastano due minuti o tre d’un certo
capire fondo, per indici d’ascolto, per
gravità, per i tuoi
fratellini siamesi che ami. Per peso,
movimento sonoro; si sono loro
infischiati almeno di mezzo mondo.
Allora segui
la cavità d’un pensiero, rotolaci
dentro: quant’è alta la
gabbia? Il terreno, narici, umido,
sabbia. L’aria va di
traverso, trasmettilo in tecnica
pura, poi avanza!

 

Oceano

Con spinta di chiese nel
vento, chi lo capisce? Triste fino
al petto di nubi in mutande; ercole
andante buttando in aria filosofia, con
palato più forte d’un trattato divino.
Non dà
casa agli uomini mai, né speranza. Le
porte persino toglie, strappandosi a morsi
il collare. Tacchi altissimi
sull’atlante e quadratura del che. Ma
chi lo capisce, che l’unica
cosa da dire gl’è uscita di mente e si
liquefà, lasciandosi dietro gli intrugli. Si
scuoia. Muore
così, tra Messico e Stati Uniti, battendosi le
mutande; un ossesso
di vertebre fino alla noia.

 

**********

 

Paola ZALLIO
[da: Lingua acqua, 2002]

 

Nuvola

     Chi parla ora: parla alle nuvole.
     L’aria non dà quiete: sul bianco la dignità si offre come
passaggio a vita nova: e la potenza dell’immagine benedice
le speranze, che sbocciano come fiori.

 

     Come un nuvola sospesa, che non si appoggia: la nudità
concede l’abbandono totale e impone il respiro.

 

     respirami dolce nuvola.
     cadi pioggia al centro di questo vuoto scavato per la
passione di essere aria; per la potenza che risuona nel soffio
di essere: solo lingua

 

     Il vento che sorvola questa lingua vita è il volo radente
sul vuoto: che non è il punto zero – è il luogo dal quale sono
guardata: Eros è attraversato dal vuoto: dentro, cade la parola
che da sola si agita e da sola si calma.
     Dopo la sequenza della lotta, l’uno in due -, si calma:
le parole iniziano a cadere come petali, che germogliano
nella bocca:
                          Bocca di fonte.

 

     La voce non sa della tempesta: per terra riposano le
carte. di carne. Il limite di chi scrive è feroce: l’acqua
guarda la scrittura.
     Chi scrive: scrive alle nuvole, guardandole dall’acqua.

 

     Lingua da adorare: io respiro aria forte.
     Prima, ho amato il vuoto: non mi sono girata dalla parte
dell’ombra, del muro – di notte, come se niente potesse
accadere – : accade.
     Il non senso fugge il limite: il corpo apre i sensi: il testo
– accade – di notte: la privazione della luce scandisce il
suono perfetto della perdita. – getto lontano queste parole:
«io non dovevo scrivere».

 

     Il veleno è stato raccolto, per me – da mani che non sapevano,
o non volevano, accarezzare: accarezzarmi. I fiori
biondi non sono notturni, e l’immagine è multipla pur vivendo
da sola: il fiore, notte dopo notte – piegandosi –
continua a sostenersi fino a toccare l’acqua.
     Il miracolo è la luna dentro questo fiore pallido: «io
guardo la luna». no: Lei guarda me. guardami nuvola.

 

     La cosa toccata dalla parola diventa l’immagine della
ghirlanda: e si apre all’alba. La lingua che si lascia profanare
dalla Bellezza è aspra; cresce, e è cresciuta, silenziosamente.
– Dentro una forma sola, si deforma: in forma di poesia.

 

     Io non mi appoggio: la vita si appoggia – e si fa lentamente
a pezzi: si raggruma dentro un soffio, per la potenza
di affermarsi libera, o solo per credersi libera in questo
flusso: si vuole esprimere con forza, e sparire: come una
nuvola.

 

     L’equilibrio si forma vivendomi addosso, è solamente
un corpo contro un altro corpo: «scrivimi: chiudi il
cerchio», – battiti. Battiti.

 

     Io ti adoro. Segni; nello spazio la forma non è la bocca:
la bocca si scrive; la Lingua si incendia: e è felice.
     Le parole desiderano, e io mi abbandono: sono
semplicemente viva.

 

     Ogni battito di ciglia – gli occhi – diventano la soglia:
e dagli occhi al cuore. iniziano i prodigi.

 

     Nello spazio lasciato aperto la O si preserva umile e
vuota. sorella Povertà si offre in abbondanza: amore è al
centro del cerchio.

 

     Difendo con forza il luogo calpestato di un’infanzia
che non c’era: io vedo delle nebbie – l’isteria -, che
consuma l’altro, ed è il limite – : luogo di donna.

 

**********

 

Francesco TOMADA
[da: L’infanzia vista da qui, 2005]

 

I DISEDIFICI

Double face
(pensiero all’uscita del turno di notte)

Guarda le gru di Marghera altissime
e bianche nel buio come radici
di alberi piantati a rovescio
nella terra

dunque questo non è cielo
ma un cielo capovolto questa non è
vita
ma quello che alla vita viene tolto

 

Su un verso di Antonella Anedda

Anch’io di Sarajevo ricordo l’immagine
di una donna che corre verso il rifugio
proteggendosi la testa
come se piovesse

la pace che viviamo ha la fragilità
delle cose che succedono per caso
essere sorpresi in strada troppo lontani da un riparo
e bagnarsi solamente
oppure morire

 

Auschwitz, 3 marzo
  
                           (a Daniel)

Anch’io ho camminato lungo i binari
dove fermavano i treni dei deportati

volevo capire quel poco che posso
della colpa e del dolore
ma sono un uomo troppo piccolo
e questa pianura è troppo vasta e vuota
è terra distesa a sottolineare ciò che manca
è neve caduta a coprire ciò che resta
così dovrebbe essere il silenzio
qualcosa che si vede si tocca e
congela per sempre un angolo del cuore

ad Auschwitz una volta almeno si dovrebbe
andare tutti, rimanere muti muti muti
scegliere un nome a caso fra i sopravvissuti
io ho scelto Rose che allora era bambina
e poi chiedere scusa di essere arrivati troppo tardi
di esser nati troppo tardi
forse di esser nati

 

I GRANI DI RISO

                             La parola pronunciata
                             sott’acqua
                             sale in superficie
                             divisa in cento bolle
                             d’aria

                             (lo specchio rotto riflette
                             frammenti di realtà
                             individuali)

                             non riesco a ricomporre
                             la mia immagine

Hanno arato i campi stamattina
e nel sole freddo dell’inverno
il dorso delle zolle brilla lucido
come un diamante estratto dal profondo

io credevo che il dentro della terra fosse buio:
non capivo dove i semi prendessero il coraggio
e i crochi
il colore della loro fioritura

 

Oltre Savogna, verso l’Isonzo
  
                           (A Mario Carnelut)

So che tutto deve finire
come le strade quando si fanno sempre più strette
fino a confondersi fra i campi

oggi ho pensato alla morte e vorrei che somigliasse
a perdersi nell’erba come quando
dietro alla casa di mia madre
si camminava fino alla ferrovia
e vedere il treno era già l’idea di un lontano
dove un giorno si sarebbe andati

 

Astronomia privata

Ho cinque nei sul braccio
sinistro e già da bambino
li univo in una forma
di incudine

come una costellazione
in negativo
sul cielo roseo della pelle
che delimita lo spazio alla vista
ma non lo rinchiude

e non sai dove prosegue
l’infinito

se dentro o fuori o semplicemente
ti attraversa

 

Cinque grani dal rosario del bevitore
(ma il conto è incerto)

Un bicchiere di vino duro terragno che tinge le labbra di viola. Potremo guardarci mentre sembriamo truccati a rossetto, e fra maschi si fa solo per riderne e a stento. Allora stentiamo, prendiamo in giro la nostra vergogna come se fossimo tanto adulti da poterla sopportare. Forse dovremmo anche noi sanguinare dagli inguini un giorno, sentirne il disagio per capire quanto è necessario sentirsi desiderati.

Un altro bicchiere.
Il vino rosso non ha pazienza è aspro e nel farsi bere rivela i visceri e spoglia i pensieri. Un giorno vorrei amarti così, a sorsi spietati, per ogni sorso chiudere gli occhi trattenere il respiro e sentire nel gusto che il cuore batte un colpo a vuoto.

Ogni volta che alzo il bicchiere rimane sopra l’acciaio un cerchio di vino. Questi sono i miei orologi senza lancette – basta contare i quadranti che restano impressi sul banco – questo è il mio tempo che posso far ripartire da zero in un colpo di spugna.
Io sono Dio che di ventiquattr’ore ne faccio una sola.

Un altro bicchiere un altro bicchiere un altro.
Come rallentano i gesti adesso, come a dirsi che c’e un corpo fuori dal corpo e non obbedisce. Così deve essere la lentezza necessaria del palombaro in fondo al mare. Risalirà come nuotando nel cielo, come da bambino mi immaginavo facessero gli angeli.

Un altro bicchiere, l’ultimo.
Nostra Signora degli asfalti, proteggi gli ubriachi e i pendolari, perché l’andare a volte chiede coraggio, il ritorno più spesso fatica, e ostinazione.
Amen.

 

LA FAMIGLIA

La famiglia

Mio nonno aveva i gesti
lenti di chi sposta l’aria e
il volto vestito solo con una
limpidezza
di occhi

ma questi capelli che così
presto mi vengono bianchi
sono il segno che dentro
alle vene è rimasto
qualcosa di te? sono gli
stessi capelli che danno
al tuo ricordo il candore
di pane azzimo?

 

A Giordano
(ora posso usare il tuo nome)

Avevi il sole diritto negli occhi
e in te ho riconosciuto
ogni colore che intreccia il cesto
dell’iride

mi sono riempito della tua immagine
era acqua gelata che scende
nella gola e poi
più in basso
al punto esatto sopra il diaframma
dove il respiro si ferma ed esita
prima di tornare indietro

adesso dicano pure
dicano pure
che non mi assomigli

 

Impercezione

Dormi e il tuo corpo si fa sottile
come un quadrifoglio tra le pagine
e non è carta ma stoffa di lenzuola
e non è libro ma tu portaci fortuna
in questa escoriazione fino al vivo
che per paura di essere banali
solo di rado chiamiamo amore

 

**********

 

Gherardo BORTOLOTTI
[da: Tracce, 2008]

 

9. oltre la paura della morte. il vantaggio di una collocazione nell’azienda. seminari internazionali sull’incompletezza della mia preparazione. la propaganda con i fatti della nuova macchina del tuo collega. porzioni del capitale che si spostano, lungo i rami dell’industria internazionale, come fronti geologici sotto la spinta di una zolla continentale. blocco dei salari sul tuo futuro. la periferia, l’hinterland, una specie di deserto psichico attraversato da versioni inesatte della moda. aggiunte all’elenco dei propri sospetti. nonostante tutto continuo ad operare sugli eventi dei miei giorni con tecnologie di scarto, indietro di una o due generazioni sull’avanguardia del software ideologico e cognitivo, come se le mie soste al caffè, o l’uscita dall’ufficio, si situassero in pianure abbandonate da migrazioni antiche, da transumanze oltre le catene dei monti della storia, avendo già misurato che il mio cammino, la portata del mio futuro non raggiunge neppure le pendici dei giorni tragici che mi trovo a vivere, non sfiora l’epoca nodale che, grazie ad una nuova articolazione del capitalismo, ed alla lotta per l’egemonia su risorse energetiche deperibili, questo scorcio di secolo rappresenta. uno stile di apprendimento da salario minimo.

 

10. nelle profondità della settimana lavorativa. non riuscendo più a parlare, come se la sua gaffe avesse sabotato i sistemi simbolici vigenti. utilizzo metodico di sostanze stupefacenti, in occasione di momenti caratteristici della propria vita sociale. civiltà di me stesso durate meno di un pomeriggio, che ho scordato, che ho raccolto in studi dimenticati e scuole di archeologia perse negli avvicendamenti della mia accademia e dei miei miti nazionali. la nostra vita così breve, il nostro amore così inutile. notizie, discontinue, dalla superficie. tornando a casa, mentre la realtà prolifica. mentre l’età ci allontana sempre più dallo spirito dei tempi. mentre guardo la televisione e mi concentro sulle cose che vedo, interi distretti del mio corpo vengono assegnati ad attività fondamentali: il processo della digestione, il respiro, la circolazione sanguigna.

 

11. circuiti di scarto delle informazioni. il gusto mediocre con cui sogni il futuro. una moda, con uno scopo. risvegliandosi tra mobili impiallacciati, accedendo allo stato delle cose. addestrati, da vecchie strategie di marketing, a preferire la versione facile delle cose. elenchi di argomenti che la mia vita va a toccare, eventuali note sull’estensione della trattazione, e sull’apparato critico – quando presente. letteratura degli impubblicabili. la folla dei miei neuroni che si alza di colpo, levando le mani nell’oscurità delle mie lacune sul mondo, e cerca di afferrare l’errore che ho commesso, la deviazione dal senso comune che mi espone alle risa degli altri. tecnico addetto alle superfici dei concetti.

 

12. nel progetto di un freddo perenne. clandestini ai confini del territorio spagnolo, con finte felpe di calvin klein addosso. ere pre-diluviane del mio buon senso. particolari che non tornano nella tua idea di benessere. diverse visioni delle cose, alcune derivate da recenti campagne pubblicitarie. miglioramenti nelle tecniche del vivere. circostanze non così buone per te e per il tuo salario. momenti del tempo libero, come il week-end o le vacanze, per interrompere una storia d’amore, per evitare l’incontro con un ex-amico. pattugliando la propria fede nella proprietà e nella gioia.

 

13. testimoni delle mutazioni climatiche. ordine sintattico che produce ordine termodinamico. rotte commerciali, tracciate nell’unverso dei nomi. le tue stanze, diorami di una civiltà remota. forme generali di sabotaggio. civiltà passate nell’oltrespazio. continui imprevisti, continue umiliazioni. pensando a quando sarò ricco, a quanto poco saprò del dolore, della vita come forma della mancanza. lavorando sulla sensazione di essere fuori luogo, cercando di aumentarla.

 

14. soluzioni della moda alla morte, all’entropia, all’estrazione del plusvalore. sorpassati dalle figure dell’erranza. confuse vicende che ti hanno portato a fumare futura. una naturale sensazione di dolore, che ti accompagna da anni. gettando le basi di errori futuri. mentre la storia, come fa, ti tace. nostalgia delle contraddizioni come indizio di un errore. persone legate a qualche coincidenza. piccoli parcheggi periferici, luoghi d’apparizione delle divinità del vespro.

 

15. cicli di riformulazione dei propri ricordi. generazioni di merci, slogan pubblicitari, trasmissioni televisive che si depositano nei ricordi di chi vive, canonizzandosi in complesse mitologie di immagini e valori. uscendo dall’ufficio, privi di alcune parole per definire la propria condizione. le grandi infrastrutture continentali, gli oleodotti, i gasdotti, i cavi telefonici che attraversano l’atlantico e rimangono nascosti alle tue opinioni. tecnologie ad alto impatto emotivo. vaste strutture sintattiche di slogan pubblicitari che solcano i cieli della mia distrazione. gli amori giovanili, la loro stretta relazione con l’industria dell’intrattenimento. regioni sociali di livello medio basso, governate dalle deduzioni per analogia, dalle frasi generiche, dai pregiudizi più comodi al capitale. implicato, mio malgrado, in qualche strategia di marketing.

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10 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo VI, 3 (prima parte)”

  1. Dono, che è offerta ma, anche, sorpresa, dono dell’inatteso, dono del non conosciuto. Come, in questo caso, per me, le prose – davvero di rara bellezza – di Germani. Grazie dunque a chi le ha concepite ma, anche, a chi ho voluto condividere con altri questi doni di cui oggi come ieri, ma forse più oggi di ieri, avvertiamo la bruciante necessità.

  2. “la magia dell’incontro”

    Francesco, sono felice di trovare questo post, il libro dei doni lo aspetto sempre! (il mio post preferito, quello che mi culla)

    stasera non vedo l’ora di avere il mio silenzio per tornare a leggerlo in santissima pace …

    a dopo.

  3. Francesco, frequentare la tua Dimora significa allargare gli orizzonti, impreziosire i giorni e l’anima di nuovi contenuti, parole da tenere strette, tutte, cibo per il viaggio che si rinnova minuto per minuto.

    E tu, dietro le quinte, il migliore regista che abbia conosciuto.

    Davvero grazie per questi doni, sempre.

    jolanda

  4. Un dono da ognuno e un caro saluto:

    Nei capelli vaniglia
    vi tendo due mani di figlio
    l’apocalisse che l’anima sogna e racconta
    di molte scorciatoie che ho preso.

    Chi ti ha medicato le ferite?
    Nella pena delle pie mosche, nel lutto
    dell’ombra, del muro – di notte, come se niente potesse
    qualcosa che si vede si tocca e
    non raggiunge neppure le pendici dei giorni.

  5. Tante e belle voci in un coro ben assortito.
    Varie sfumature assemblano una sinfonia profonda dove ogni pensiero raggiunge la sua vetta.
    Grazie a tutti e in particolare al direttore d’orchestra Francesco Marotta
    vostro
    vincenzo

  6. sperandodinonoffendere nessuno ho voluto dare per gioco stasera un colore per ognuno così: viola per Annamaria e indaco per Lorenzo, verde per Mauro e azzurro per Giacomo, arancio a Ida e giallo a Cristina, bianco a Paola e nero a Francesco, e in rosso ma non in ultimo Gherardo. merci.
    grazie della serata

  7. Grazie a tutti, ma credo che il direttore d’orchestra c’entri poco: i solisti di valore si accordano naturalmente da soli. E poi la “magia dell’incontro” fa il resto.

    fm

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