Non oltre. Taccuini da Voronez (III) – di Marco Ercolani

[MARCO ERCOLANI]

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Non oltre (III)

Taccuini da Voronez di Osip Mandel’stam, ritrovati in un barattolo di latta sotterrato nella fossa comune del lager di transito di Vtoraja Recka, Vladivostok (1938 circa).

 

Terzo quaderno:
Nuovo discorso su Dante.

           Cari signori, eminenti letterati,
     Tra questa orrenda e tristissima copia/ correan genti nude e spaventate/ senza sperar pertugio o elitropia. Dante, in Russia, è un temporale nel cranio di un sordo. La poesia dantesca non è fabbrica di immagini ma fucina di mezzi poetici. Immaginate qualcosa che venga compreso, afferrato, strappato alle tenebre in un lampo e, come lampo, ritorni nella scrittura. La poesia dantesca è questo stato di trance in cui i segnali delle parole appaiono, sono registrati e dileguano, come il disegno di un encefalogramma tracciato con inchiostro simpatico da un ago folle. E’ un tappeto intessuto di trame, liquido ma resistentissimo, dove i colori non si mescolano e il disegno non si forma. Nettezza e metamorfosi. Insaziabilità e rigore. Le strofe, nei poemi medioevali, hanno il valore ornamentale di arabeschi e decorazioni. Dante non è niente di tutto questo. Voi lo vedete. La sua plasticità è fuori discussione. Dante è instabile, mai lapidario. Proprio non riesce a far dimenticare la parola vivente, quella che si forma nella bocca, con un suo speciale e sensuale e italiano desiderio di rime e di accordi. Nella bocca viva le labbra si schiudono, la lingua tocca il palato, il verso è sorriso. Sono mesi che non sorrido a nessuno. Da anni sogno un sorriso universale. E’ bello quando il volto scintilla e l’arte di parlare spezza l’impassibilità della maschera. Ma i giorni di Voronez sono coniati su qualche scoglio sconcio ed erto: sono tristi silenzi di esuli, accartocciati nel rancore dei prigionieri.
     Mi salvo leggendo. Leggo la Commedia nella lingua di Dante. Mi nutro dei suoi passi e dei suoi gesti. Il poeta non fa che camminare e vedere. Viaggia nell’inferno. Prima di guardare, cammina, cade, si sporge, fissa le cose. Anche se è immobile, nella sua sosta si addensano movimenti, andature, espressioni, passi ritmati, saturi di pensiero.
Io sono al terzo cerchio, della piova/ etterna, maladetta, fredda e greve;/ regola e qualità mai non l’è nova./ Grandine grossa, acqua tinta, e neve/ per l’aere tenebroso si riversa;/ pute la terra che questo riceve.
     Puzza, Voronez. Forse sono salvo. Voronez è una visione di Dante. Che sollievo! È tutto un incubo e io vi parlo da una tana gremita di fantasie. Il tavolo affonda nel putridume – ma non la penna, non la voce. Leggo la Commedia, ma la Commedia si può leggere? Le si gettano uncini addosso, con occhi orecchie palato, ci si attacca alla materia dei versi, all’odore della merda e ai lampi del cristallo, e si scopre che il poema batte ovunque, sembra una cosa compiuta e invece muta a ogni sguardo. Nessuna creazione, come la Commedia, ci fa pensare a quanto sia fortuito l’atto creativo, e quanto questo caso possa trovare cristalli di diamante o granelli di sabbia per essere visto in tutta la sua casuale e immaginosa potenza. Se anche non fosse accaduto niente di scritto, se il poema non avesse suscitato echi nella storia della letteratura, la Commedia sarebbe esistita come incubo e come destino, genesi dell’altissimo canto,/ che sopra li altri com’aquila vola, inno dove gli esseri si gorgoglian nella strozza/ che dir nol posson con parola integra.
     Accidioso fummo e belletta negra, Voronez è il nostro inferno di improbabili clowns che continuano, ignudi, con sembiante offeso, a sospirare dannati sospiri. Levatemi dal viso i duri veli,/ sì ch’io sfoghi’l dolor che’l cor m’impregna,/ un poco, pria che il pianto si raggeli. Nessuno, a Voronez, toglie ghiaccio dai volti. Addirittura, i volti sono inconsapevoli di essere maschere gelate. In questo paese-vescica, in questo imbuto-confino, tutto è avvenuto da un tempo immemorabile. Nessuna tormenta può essere placata, perché il furore della neve è già un reperto del passato, un’iniquità storica, e nessuno ne ricorda l’origine. Non ci sono più malattie: solo anamnesi di morenti. E vidimi davante/ e sotto i piedi un lago, che per gelo/ avea di vetro e non d’acqua sembiante. Finché i piedi toccano la distesa gelata, finché il ghiaccio esplode in un gracidare di suoni che accidentano il canto e rendono la lingua un incidente increscioso fra denti e labbra, siamo ancora fortunati. E’ quando il freddo non si distingue più dalla forma del viso e dall’andatura dei corpi, è quando il gelo non ricorda più il calore di nessun sole perduto, che la selva è fonda per sempre e dalla città dolente non si ritorna vivi.
     Breve pertugio dentro dalla muda,/ la qual per me ha il titol della fame,/ e’n che conviene ancor ch’altri si chiuda,/ m’avea mostrato per lo suo forame/ più lune già, quand’io feci’l mal sonno/ che del futuro mi squarciò il velame.
     Il mal sonno è il diario dei miei giorni. Non c’è futuro da squarciare: solo presente da subire. Ma Ugolino è ancora consolante. Il sogno che racconta, il dolore di cui può far parola, sono la ballata, l’aria, l’aneddoto, la fiaba gotica, il largo di violoncello che Schubert avrebbe potuto musicare. La voce salita dalla muda, bassa e profonda nella cassa armonica del carcere, è il timbro oscuro che fraternizza con le ripide pareti della prigione. La voce narrante, la parola che dice con gravi e suadenti eufonie la tragedia: ecco un poco di raggio nel carcere doloroso, un raggio che a noi non è concesso, strozzati negli alambicchi del potere, nei miasmi della delazione, negli scantinati della letteratura.
     La letteratura contemporanea si divide in opere autorizzate e non autorizzate. Le prime sono schifezza, le seconde aria rubata. Io faccio aria rubata. Sapendo che mi strapperebbero i fogli, scrivo a memoria. Mute addestrate di cani fiutano ogni mia frase per trasformare l’esilio coatto di Voronez in girone infernale di Malebolge. L’orrore si acquatta in una tessera del pane. La faccia di Farinata è la sagoma cupa di un menscevico. E di Bonifazio VIII, il montanaro del Cremlino, le dita grosse come vermi, i baffi da scarafaggio, la faccia affondata nel suolo, vedo solo i calcagni scorticati dai diavoli.
     Così della scheggia rotta usciva inseme/ parole e sangue… Accade lo stesso ai reclusi di Voronez. Sanguinano, parlando. E sanguinano tacendo. Dante lo sa. Chiama le palpebre labbra degli occhi. E quando le labbra stillano sangue? Di che urlo ci stanno parlando, di quale vita spezzata, lesa, perduta? Cioè come la morte mia fu cruda/ udirai e saprai s’e’ m’ha offeso.
     Non è possibile leggere Dante che come proiettile ad futurum: sasso scagliato lontano, lingua che si impasta nella bocca degli amici futuri. Ma quale lingua? Non il dadaismo da cocktail-champagne di Sersenevic, non la paroletta-zaum’ del piccolo-borghese Krucenych. La lingua di cui parlo sa del sangue che circola nel sistema cardiovascolare, conosce il salino degli oceani, l’odore del sudore e del legno, il lume della luna, i musi delle fiere, la vergogna delle tirannie, il folle volo di quelli che seguir virtute e canoscenza; non ha il difetto di essere troppo veloce o visibile o astratta; si snoda nell’intimo della sintassi e si piega nel guizzo della frase, come il fuoco si plasma all’interno della fiamma. E’ il corpo etico della poesia, la fisica dei visceri, la logica degli organi interni. Così vorrei che i miei versi avessero la stessa eco di un digrignare di denti: che fossero all’altezza del tempo che mi strazia la bocca. Qualcuno si avvicini alla mia poesia, un giorno, come alla Commedia di un demente e con il martelletto del geologo identifichi la sua struttura minerale: è un’unica, ininterrotta venatura, un pertugio, una fessura in una ripa secca, presso una lorda pozza, da cui sgorgano arcaiche parole di terrore…
     Se Dante, come credo, è un copista che scrive sotto dettatura, un amanuense che sbircia nel codice miniato di un monaco furibondo, allora dovete accettare che la Commedia è stata scritta come una lunga seduta ipnotica, in stato di trance, tutta un valzer di parole nello spazio, stereometria incandescente e cristallogenesi di forme. Ma sfogliando la Commedia ecco il sospetto: i versi mi entrano nel sangue e mi nutrono il cervello, ma se fossero usati dai miei nemici proprio per calmarmi il sangue e sedarmi il cervello? se la loro abbagliante bellezza fosse l’acrostico perverso che maschera i messaggi delle spie, i biglietti dei delatori, le facce dei bari? La Commedia non è mai neutrale. Chiunque, in questa sporca Russia, potrebbe rimasticare terzine poetiche: lindi burocratucci, ispettori-porci, assassini prezzolati, tutti lì a limare endecasillabi. E io, povera ciliegia dimenticata sul tram lanciato a folle corsa, io, in balìa di tutte le bocche, qual è il mio destino? Dante è un vortice di gioia e leggendolo io sono uomo fra gli uomini, uomo di Firenze, nobile e chiaro, non gobbo sotterrato, non fragola corrotta da bocche che ruminano salive ma frutto che oscilla profumato sull’albero gonfio e chiaro, frutto che la lingua può succhiare fino alla polpa… Ma basterà tutto questo? La lingua è forcuta ed empia. Ci sono sempre prospettive in cui dire dante o alberi o sole assume l’arrogante autorità del potere costituito.
     Ellera abbarbicata mai non fue/ ad alber sì, come l’orribil fera/ per l’altrui membra avviticchiò le sue./ Poi s’appiccar, come di calda cera/ fossero stati, e mischiar lor colore,/ né l’un né l’altro già parea quel ch’era;/ Come procede innanzi dall’ardore,/ per lo papiro suso un color bruno/ che non è nero ancora, e’l bianco more.
     Benché materia oscillante fra bianco e nero, bianco muto del foglio e nero-parola che allaga la carta con segni d’inchiostro, si può leggere Dante con la camicia immacolata, appena stirata dalla mogliettina prudente e devota? Se uno di voi, impiegatelli della Casa dei Letterati, intonasse con voce solenne e composta Nel mezzo del cammin di nostra vita, io vedrei veramente quella selva oscura, dove vivo infoiato in un’incerta metamorfosi, o non sentirei forse un pomposo susseguirsi di immagini fredde, di funeree allegorie, un lugubre bollettino di anime morte? Letta da me e non da voi, la Commedia è journal di una resistenza, è strategia di tensione e sinfonia di guerra. Dire la bocca mi baciò tutto tremante, balbettato dalla voce giusta, può dare scandalo, come ogni atto d’amore; declamato con autorevole aridità, può essere il resoconto di un amorazzo banale. La Commedia distorta dalle bocche dei torturatori, la Commedia semplificata a poema medioevale e resoconto storico dove i temi sono reliquie orfane della lingua e del corpo, è degna solo della mia pietà, è un universo infermo, debole, popolato di simboli ermetici e lambiccate similitudini. Invece la Commedia è scandalo di una voce che parla a Dante dal luogo di un tormento individuale consegnando a noi, ascoltatori, il senso di una vita perduta, che erompe dal passato per suscitare l’orrore del presente, il puro orrore del corpo, l’allarme della materia vivente. Insigni filologi hanno analizzato il poema come anatomisti scrupolosi il cadavere di un annegato sul tavolo autoptico. Il sogno della ragione si è consumato in una descrizione ossessiva ma esatta dei particolari. Così l’arte diventa un insetto di cui pinzare le elitre, da attaccare in qualche bacheca-biblioteca, chiuso in un tomo asettico e gigantesco, commentato da topi eruditi, da non aprire mai più. Una Commedia-cadavere da cui tutti i timbri sono stati rubati; una sinfonia elusiva a cui hanno frantumato le ossa; un corpo a cui hanno tolto le viscere; una lingua a cui hanno strappato la parola-memoria per lasciarne il linguaggio-cadavere.
     Da miele e rame, nel canto dantesco, si arriva a latrato e ghiaccio. La forma è sempre spremuta dal concetto. S’ io avessi le rime aspre e chiocce, / come si converrebbe al tristo buco / sopra il qual pontan tutte l’altre rocce, / io premerei di mio concetto il suco / più pienamente… Ma si può spremere solo un panno bagnato fino al midollo del tessuto, qualcosa che abbia un contenuto da cui succhiare e che in sé possieda già l’unità organica del vivente. Ogni strofa deve essere il rombo delle api nelle arnie, suono in metamorfosi, fisiologia del volo vivente, della parola pungente, della sintassi acuta. Ogni verso sibila, freme, si addensa in forme giovani e inquiete, che domani si apriranno, spargendo i loro semi. E’ il lavoro dell’ape che oggi succhia e costruisce, che domani volerà. Non si può mai essere certi se non delle nostre cellule: i più piccoli atomi di scrittura, le minime tracce di parole, sono unità-base di fuoco e di sangue da cui formare vortici-cristalli. Ogni cristallo nasce da un informe dolore della parola, da una storpiatura della lingua, che si torce a dire quello che deve dire, e resta fissata nell’espressione come un volto deformato dal movimento della bocca.
     Boccaccio ha paragonato la Commedia al corpo del pavone sognato dalla madre di Dante: ma cos’era, in realtà, quel corpo? bambino precipitato dall’alloro, scrittura sacra, poema omerico, viaggio agli inferi, terrore trasformato in uccello? Ucciso dalla balestra del marinaio, avrebbe pietrificato la nave in un mare azzurro e stregato? oppure, annaspando sul ponte, albatro gigantesco e goffo, sarebbe stato irriso dai marinai, trascinando le sue ali fitte di occhi, ampie, vive, pulsanti, lucenti, ma mozzate del potere del volo, sul ponte della nave?
     Io pago per avere volato. Per aver voluto essere vivo. Notte e giorno, leggendo la Commedia, sfogliando l’Inferno, vivendo gli inferni, in mezzo a un’aura grossa e scura, in un luogo di pietra e di color ferrigno, nel dritto mezzo del campo maligno, parlo, immerso nel crogiuolo delle parole, finché la mia voce sarà troppo stridula e sgradita a voi, che avete finto di ascoltarmi. Fra qualche istante, con motti ironici e caustiche battute, mi impalerete al suono delle illustri terzine del poeta fiorentino. Irriso dal mio oggetto d’amore, le orecchie carezzate da una lingua soave stravolta in zuccheroso ordigno di tortura dentro la membrana timpanica, allora io respirerò, per qualche fragile e beffardo secondo, appena il tempo di capire la natura dello scempio, e poi, senza folle volo, senza nuova terra o turbine o montagna, strappandomi dal cuore il ritmo di valzer di quella strepitosa orchestra chimica che è il timbro polifonico della Commedia, morrò sotto il coperchio duro del mare, il capo di merda lordo, morto per sempre. Ma chissà che il mio corpo sotterrato, come dissi un giorno, non risuoni nelle vene della terra, non pulsi come ultima arma e alla fine, con chiara violenza, albatro risorto, pavone da bruciare e da mangiare, carne della vostra carne, spirito delle vostre anime, più vivo di quando era vivo, vi accusi come polvere che serba ancora un lampo segreto di piume…

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Qui e qui la prima e la seconda parte di Taccuini da Voronez.
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Tratto da: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, “I Libri dell’Arca”, 2008.
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13 pensieri su “Non oltre. Taccuini da Voronez (III) – di Marco Ercolani”

  1. Grazie, Francesco, anche per la bellissima illustrazione infernale. Il “mio” Mandels’tam ne sarebbe felice. L’immagine è tratta da qualche codice miniato? Un abbraccio, Marco

  2. “Sapendo che mi strapperebbero i fogli, scrivo a memoria. Mute addestrate di cani fiutano ogni mia frase per trasformare l’esilio coatto di Voronez in girone infernale di Malebolge.”

    Grazie Marco, come sempre un grande lavoro.

    Un caro saluto a te e a Francesco

  3. Sono onorato che l’Hortus deliciarum appartenga a un’enciclopedia scritta da una donna e ringrazio chi l’ha copiata e ha permesso a una simile opera di non essere distrutta dalle fiamme di un incendio. Le vie della salvezza sono oblique. M.

  4. «Qualcuno si avvicini alla mia poesia …» … Mi avvicinai alla poesia di Marco Ercolani per caso anni fa, leggendo i testi pubblicati su Nuova Corrente (n. 88, 1982), rimanendo abbacinato da “La rupe”, che tentai di mimare più volte, riscrivendola, emendandola, detournandola, facendola diventare una palestra di scrittura, anch’io cercando, con voluttà, di fare «aria rubata» … Ora che ne ho l’occasione, con «le mani trasparenti e stanche», scrivo il mio applauso …

    ng

  5. Ciao Nadia, “un grande lavoro”, sì, come al solito, come sempre…

    Un saluto a Nevio, che vedo qui con grande piacere. Benvenuto.

    fm

  6. Ringrazio gli amici, vecchi e nuovi. Ciao, Franco, e a presto. Un caro saluto a Nevio (sono entrato nel tuo bellissimo sito, ti scriverò direttamente), e alla “madeleine” che evochi de “La rupe”, lontana nel tempo ma presente nel mio cuore. Ho scritto poche poesie ma a quella tengo in modo particolare perché delinea il mio paesaggio preferito: un viaggio immobile, una speranza impossibile, una necessità di esistere e resistere, oltre qualsiasi censura, oltre ogni limite. Bello che, a distanza di tanto tempo, ci sia ancora memoria di questo. “Il libro della sparizione” è anche il “libro della riapparizione”. Un abbraccio. Marco

  7. “Letta da me e non da voi, la Commedia é journal di una resistenza, è strategia di tensione e sinfonia di guerra.”
    La Commedia continua ad essere flusso incandescente. Ne è prova anche la mole enorme di traduzioni (molte sono tentate), che contrariamente a quanto si possa pensare non mirano esclusivamente a ricreare Dante nel suo contesto storico, ma diventano anche sguardo sul presente, “resistenza e strategia di tensione”. Mi riferisco ad esempio all’Inferno di Ciaran Carson, tradotto dal poeta irlandese a Belfast mentre i rumori della guerra vengono a coincidere con quelli dei gironi danteschi, le lotte tra i Guelfi e i Ghibellini trovano un corrispondente nel conflitto tra cattolici e protestanti, e le ballate della tradizione inglese si fanno humus per le assonanze e le rime di Dante.
    Veramente un bel testo, grazie all’autore e a Francesco.

  8. E’ un’alluvione di corporalità in parola questo tuo Mandel’stam, caro Marco. Una visione che fa esplodere la galassia della poesia negli atomi che la compongono e la ri-scrivono ogni volta che viene letta.
    Un testo bellissimo, che imprime in scrittura il segno dell’amore per la voce poetica.

    Ciao. A presto.
    Giorgio Bonacini

  9. E’ proprio ciò che volevo, Giorgio. La galassia della poesia vissuta nella mineralità degli atomi che la compongono come un’esplsione sempre imminente e sempre rinnovata. E nessuno, come Mandel’stam, mi fa sentire queste vibrazioni, benché io non conosca la lingua russa. E’ evidente che il corpo della parola si fa sentire anche attraverso lingue diverse, come un medium fluido dove tutto si addensa e si dipana. Grazie e ciao. Marco

  10. Grazie ad Abele Longo. L’inferno è uno sguardo sempre obliquo e sempre presente, che traversa i tempi. Io ho, di proposito, forzato la voce di Mandel’stam perché lui viveva nell’inferno storico della sua vita e la Commedia per lui non poteva essere che resistenza, tensione, voce di liberazione contro gli oppressori. Le “forzature”, le esagerazioni, gli apocrifi, servono a tenere salda la voce del poeta contro il mondo che lo annienta. M.

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