PostEretico – di Antonio Scavone

[ANTONIO SCAVONE]

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           Antonio SCAVONE – Post eretico

Lorem ipsum ignotum
ad facturum defectum est…

…arcigni, delusi, anche brutti nei tratti del volto sciupato, emaciati come onnivori pentiti, di altri tempi eredi e ora poveri in canna, confusi, alieni di buon grado al proprio Sé, vestono male, come gli càpita, come diogeni nella botte e se donne chiome sciolte abbandonate, suggestionano i sodali che non amano, disdegnano i mezzani che non contrastano, fuggono i migliori, temono i simili, tollerano i servili, parlano come si scriveva una volta, scrivono come nessuno parla più, alternano meriti e competenze a puntigli e stroncature, nei sentimenti obliqui, scettici nel desiderio, cinici quanto basta per non dare a intendere, propensi al distacco, ai distacchi, esclusivi, monotematici, malinconici nelle velleità, fondamentalisti, elitari, se accade snob, visibili nel riverbero del curriculum vitae e cursus honorum, autori incompiuti non di altri ma di se stessi, sacerdoti monocratici di sarcofaghi, vestali di fuochi sacri ormai spenti, covo famiglia club privé, ti cufféano per gelosia, ti sfruculéano per invidia, ti pazzéano per smania, arrivati troppo tardi contro i fascisti alla Centrale, picchiati non ricambiano, si dannano perché con la iùbris sopita lesto svicola il disappunto, rinasce il solum ipsum screziato, malanimo antico, mangiano e quando mangiano parece que están solos, vibrano di luce diretta disorientata, ciurlano nel manico, maneggiano ciàcole, vivono del lavoro al momento giusto raggiunto con merito senz’altro, per altro sottaciuto come traccia delebile del vivere quieto ma compatibile, con la foga creativa all by myself on the road the last exit to Brooklyn, per indi poi noblesse oblige, apostoli provvidi o privi di ecclesia, m’illumino d’incenso, mammutones di stanza o al più di cortile, la Vecchia del Carnevale, Cicchignacco nella bottiglia, belìn, baùscia, bischeri, prometei guariti filottèti liberati sìsifi a ridosso, ticket to ride per valli pensose nebbiose schiumose di morti ammazzati Marzabotto Bologna Italicus Val di Sambro, le bierre del pescatore, congrui resoconti di testimonianze dirette un po’ vigliacche, di libri mai letti comprati e intonsi, alla buona ventura si lascia il campo, l’ottimismo è da reduci sopravvissuti, si cerca si media ci si inchina, parva sed apta mihi, parole di là da venire, Godot non più atteso, soluzioni intuizioni percezioni semantiche del dover essere quasi uguali a chi non c’è più perché se ci fosse ancora sarebbe improponibile l’autostima e l’autodafé, rara avis, rari nantes, quodlibet, amano senz’amare, odiano senza memoria, non si ficcano più le dita nel naso perché deboli di capillari, masticano mestizie come carrube, come cavalli olim vincenti con lo scroto reciso sulla linea del traguardo, photofinish replay surplace, purosangue esangui esanimi, alla veglia di Finnegan buttati fuori, respinti da Albertine e M.elle Blanche, Almayer alle Maldive coi suoi accoliti d’occasione, piangono senza lacrime giacché le lacrime fanno piangere, ieratici si cooptano da sé a numi da tutelare, a nomi passati su treni puntualmente perduti, minori e minoritari but untouchables, avatar in 3d, facebook di rinforzo, netlog di speranza, ambaradan di ritorno, inciarmo più che inciucio, cupio dissolvi, il loro orizzonte è senza equatore, flebili respirano fievoli ansimano, in India o sul Tibet inspirano affranti, ispirano annuendo, Aurobindo lontano ma Hesse vicino, breviario fittissimo per farci un film epocale a basso costo, moleskine da diporto, Hemingway all’Auchan, Chatwin su eBay, l’altra faccia di un’esposizione ripudiata e lusingante, critici di una critica che non colga il capolavoro come al bar, propensi al fraseggio fuori porta, liricamente equidistanti dal kammerspiel, giochi di silenzio, paventando diligentemente un cancro indebito, horror vacui, l’amour fou, je voudrais savoir, I don’t like that, doppiano doppioni di se medesimi senza colonna sonora, colonna portante però d’una immodificabile statuizione o revanche, o que sera que sera di Chico, surrettizi avventizi fittizi… kitsch, putsch, calembour, grammelot ubiquo ed eccitante, la vostra salma andava sì inumata ma seppellita nella spazzatura, tassonomia da asporto come la quattro stagioni, come i pollici, opponibili nel tatto e nel gioco di prestigio e tuttavia non si oppongono, prestigio altro da sé, reflusso oro-esofageo-ipogeo, opus incertum Dei, vis roboris robori, i nuovi dandy non chiedono nulla al niente che sta passando al niente che verrà.

                 I Bloganti

***

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22 pensieri su “PostEretico – di Antonio Scavone”

  1. “minkia” … perdonami!

    è grandioso e mi sto sbellicando…. un po’ allo specchio! :-) ahahahah

    w la satira e speriamo in un pizzico di sana autoironia che ogni tanto ci aiuti a vedere dentro lo specchio … oltre le forme!!!

    bello bello bello!

  2. Strabiliante, Antonio, davvero strabiliante.
    Onomatopeico quanto basta per udire i tamburi, le trombe, i tromboni e persino i violini o s-violini di questo nuovo esercito in marcia con la ferma determinazione di giungere al traguardo agognato, ma quale traguardo?, con armi ormai esangui e vituperate, a volte virulente, autoimmuni e quindi devastanti.

    Ottima foto di gruppo, questo tuo post eretico in quanto contrapposto a un fenomeno che dilaga e impazza sempre più.

    E certo non ti manderemo al rogo per questo, però, suvvia, clemenza….clemenza….visto che un dubbio mi attanaglia e si accende una luce improvvisa che mette a fuoco tra quell’esercito molti sosia di noi stessi…. ma è la verità….è solo una farsa…o dobbiamo preoccuparci?:-)

    un abbraccio a te, un altro a Francesco

    jolanda

  3. L’autoironia quand’è sana, come tu giustamente puntualizzi, Natàlia, scopre quel paradigma (personale, stilistico, esistenziale) che tutti noi “che parliamo” (sul blog o al bar) ci portiamo sulle spalle ritenendolo perfetto perché sofferto o schierato o, come si diceva una volta, di tendenza. Non ci accorgiamo invece che il nostro retroterra culturale e ideologico, talvolta, non ci aiuta abbastanza, non ci proietta dalla retroguardia all’avanguardia, che per me resta sempre possibile e salvifica. L’autoironia può essere anche malata – come qui e là si accenna in questo post eretico – ma anche qui manifesta una sofferenza che viene dall’indignazione, non dallo scoramento. Ho letto il post sullo stesso tema di Antonella Foderaro e trovo che tutto ciò sia perfettamente normale per delle coscienze e delle competenze che stanno ancora in gioco e sanno stare al gioco. Quanto alla clemenza, Jolanda, non c’è problema: il problema, semmai, è quello che riguarda il viaggio intrapreso da tutti: dai nostri sosia, da altri io in fac-simile o, più precisamente, da quei compagni di viaggio che all’improvviso abbiamo visto, durante il viaggio, su altri treni o altri autobus, su taxi o aerei. Non ci eravamo accorti che avevano optato per altri mezzi e altre destinazioni. Non ci preoccuperemo per questo: come Cervantes potremmo esordire dicendo: “Lettore beato, che non hai nulla da fare…” e quel che segue.

    Grazie a Natàlia e a Jolanda per i loro commenti. E grazie a Francesco che pubblica un post eretico un po’ velenoso, che dissemina rimandi e riferimenti nel segno di quell’eclettismo corsaro che in Italia non usa più.

    Antonio

  4. Antonio, tu definisci questo post un po’ velenoso.
    Io credo sia abbastanza veritiero. E, se pure un po’ di veleno si fosse insinuato tra l’ironia del dettato, esistono veleni che a piccole dosi possono diventare medicamenti.

    riabbracci
    jolanda

  5. Tra aforisma ed epigramma: c’è solo l’imbarazzo della scelta: anche dell’angolo (e dell’incidenza) dell’osservazione.

    Istantanee che fermano, raggelandoli, frammenti vaganti di nulla: e, nello stesso tempo, del “nulla ritratto” fanno specchio e appiglio (per possibili evasioni: verso più respirabil aere).

    *visibili nel riverbero del curriculum vitae*

    *autori incompiuti non di altri ma di se stessi*

    *il solum ipsum screziato*

    *vibrano di luce diretta disorientata*

    *cavalli olim vincenti con lo scroto reciso sulla linea del traguardo*

    *si cooptano da sé a numi da tutelare*

    etc. etc…

    Da Totò a Hubert Selby Jr, dalla Bibbia alla Settimana Enigmistica, da Proust alla scuola Holden (sic!), da Eric Carmen a Carmen Villani, dagli Inti Illimani alla sagra del pisello alla brace, da Carmelo Bene al Bagaglino… e via rovistando (e arrostendo) nel(la) piaga con un coltello arroventato…

    Apotropaico, psicotropo (e antiepilettico) quanto basta, irridente e nutriente: salutare: a very healing page!!!

    fm

    p.s.

    Si aspetta il seguito…

  6. Concordo pienamente con Natàlia e Jolanda sulla duplice valenza di quello che ho chiamato veleno: ferisce e cura, maltratta e risana. Trovo sempre più stimolante ri-conoscere la pienezza delle risorse che hanno formato “quelli come noi che sono tanti” ed espandere poi quelle ricchezze che non, invece, rimeditarle all’infinito, mummificandole. Un seguito al post eretico, suggerisce Francesco? E’ un’idea, una tentazione. All’impronta: trent’anni e più anni fa, lavoravo come esattore Einaudi a Salerno e il mio capo (oggi si direbbe “advisor consultant marketing”) diceva che con i libri e la cultura in genere bisognava essere pazienti ma svelti (ossimoro di funzionalità commerciale). Un giorno, dopo il giro delle rate mensili, consegno l’incasso al capo quando entra in agenzia Edoardo Sanguineti, che allora insegnava al Magistero di Salerno. Il capo lo scambia per un cliente qualsiasi e gli si para innanzi cerimonioso: Sanguineti chiese se fosse o no pervenuto un tal saggio con una nota di Enrico Filippini. Il capo, per levarselo di torno, disse che lo aspettavamo: Sanguineti scomparve nella sua nuvola di fumo. “Quello è uno che si dà le arie da intellettuale!” bofonchia il capo, gli rispondo che quello era Sanguineti, lo scrittore-saggista-autore Einaudi. “Quello? Così brutto? Rincorrilo, fermalo, chiedigli scusa e portagli un libro qualsiasi! Presto, muoviti! Con la cultura bisogna essere veloci! Vedrai che quello adesso pubblica con Feltrinelli!”. Rincorsi ma non trovai Sanguineti. A modo suo, pur senza capire nulla, il capo diceva una verità: con la cultura bisogna andare al sodo. E’ da un pezzo che l’abbiamo assodato e, nel frattempo, Einaudi ha un padrone.

  7. Io il prossimo lo inizierei proprio così:

    … sanguinanti sanguineti a rate, evaporati in una nuvola di fumo che non era il loro…

    (c’è anche De André… sarà il richiamo della “lanterna”?)

    fm

  8. Ho notato che, ad ogni nuovo commento, wordpress cancella mille visite dal computo totale: che sia una strategia di market(t)ing anche questa?

    Con questo dubbio atroce (sic!!!) e pensando che tra un mese, di questo passo, *nessuno* avrà mai letto questo blog, me ne ando a dormire.

    Buona notte.

    fm

  9. Ironia ed autoironia dal ritmo galoppante ed incalzante, quasi tu non volessi, Antonio, con la punteggiatura lasciare spazi a comodi alibi mentali autoassolutori…
    E l’ironia che si fa più veritiera, è può arrogarsi il lusso della spietatezza, quando si specchia nell’autoironia…
    Un epigrammatica parola per tutte le aporie, per tutte le contraddizioni ipocrisie smemoratezze velleità e quant’altro sono la cifra del nostro popolato tempo…
    Uno sguardo impietoso, graffiante e salutare su noi e sugli altri…
    Letto tutto di un fiato toglie il fiato e lascia traccia che ti porta a rileggere e poi rileggere ancora e ad ogni rilettura trovare un pezzetto di te , un pezzetto di altri…
    Ma il graffiante veleno non è un veleno che faccia troppo male…forse brucia un po’, senz’altro ti fa esclamare “touché”! ma è uno strano veleno…non uccide con te il tuo pensare, anzi, au contraire, ti induce ad una sosta sul ciglio della lettura, per pensare…

  10. Ogni commento disvela quell’alone criptico che un testo come questo deve necessariamente avere e non per crogiolarsi in un divertissement, ma per proporre con sfrontatezza una linea di orizzonte (più che dell’ombra conradiana): grazie, Belfagor, per aver trovato pezzetti di tutti noi, di tutti noi che purtroppo spesso dimentichiamo di essere e dover essere semplicemente realistici.

  11. Probabilmente i tempi ci richiedono di essere realistici e impietosi, verso noi stessi in primis, e poi anche verso gli altri…perché se siamo giunti a queste soglie, nessuno se può sentire assolto…

    Almeno per me è così…per cui dopo l’ultima lettura del tuo brano, Antonio, su una brezza liberatoria ho pensato..”finalmente!” finalmente si sono messi insieme, in uno stesso paesaggio composto dalla pagina, tutti i termini che possono comporre e ricomporre l’attuale paesaggio umano…quasi un punto, da cui ricomincare la ri-partenza…

    Ciao Francesco, per me è sempre un piacere reincontrarti…

  12. Ironia, sarcasmo, graffi, punture di zanzara tigre, fioretto di punta e scimitarre; ma ben vengano! YOU ARE WELCOME, ANTONIO.
    Mi hai fatto venire in mente Brecht che in fuga dalla Germania nazista scriveva: <>. Gli scrittori hanno il dovere di raccontare dei primi e degli ULTIMI, quelli che hanno le labbra spaccate dal freddo e quelli che non possono prendere un mutuo, i giovani precari, i soldati in missione di pace armata, e the ordinary people con i tavor o le sbronze solitarie. Le donne sole che si illudono di cancellare le rughe con una crema da duecentoeuro e quelle che le esibiscono come trofei perchè fanno tantosofferte, quelle che cominciano a diventare pasionarie animaliste perchè non leguardapiùneancheuncane e quelle-i che se ne fregano dei cani spiaccicati sull’asfalto, anche se viaggiavano in posizione eretta, sifaperdire.
    Scrittori come Antonio che sono ironici narratori della morte e degli scherzi spesso brutali della vita, raccontano come la competizione non deve mai essere tra scrittori ma contro l’ oblio delle storie che contano, che tutti dovremmo sottrarre ad un possibile oblìo.
    Mi hai fatto ridere e riflettere. Piangere e rileggere. Ma sopra tutto mi hai fatto sperare….GRAZIE ! Marlene

  13. Grazie a te, Marlene, se questo PostEretico ti ha fatto sperare: la speranza, di solito, è già sinonimo di buona disposizione, è un’avvisaglia benefica di determinazione. La competizione tra scrittori si fa strada quando le strade sono diverse, quando gli scrittori si distinguono e si dividono tra espressivi-coraggiosi-testardi-talentuosi e bizantini-ridondanti-autoreferenziali. Quanto ai “Mammuthones di stanza” (mostri che sappiamo di allevare in casa) forse sarebbe il caso di compiere una bonifica e, per restare in ambito sardo e nella cultura d’Ichnusa, sarebbe opportuno fare uscire dalle “Domus de Janas” le fate che potrebbero darci una mano per scacciare spiriti maligni e maligne circostanze.

    Ti saluto, Marlene.

    Antonio

  14. Antonio, ti assicuro che Marlene conosce la formula che chiama le fate dalle Domus de Janas: è la formula di chi ha radici in una “terra” che non potrebbe abbandonare mai, perché fa tutt’uno col proprio sangue e la propria carne.

    E forse questo, oggi, è l’unico/l’ultimo esorcismo che ci è rimasto.

    fm

  15. Ne sono più che sicuro, Francesco, e non solo per Marlene ma per tutti coloro che hanno sempre storicizzato il proprio essere-nel-mondo con piccole o grandi parole, con lievi o pesanti bagagli di esperienze. Del resto, chi si esprime inevitabilmente si espone.

    La formula di Marlene farà bene a chiunque.

    Antonio

  16. Grazie Antonio, sei UN GRANDE come Francesco. E se te lo dice una riottosa “BRUSCIA DE SARDIGNA” ci puoi credere perchè la mia sincerità è oltre la spietata crudeltà dei Mammuthones e anche de gli ISSOCADORES che prendono al laccio…gli idioti.
    Ma io sono una CODARDA che combatte in silenzio le sue GUERRE senza armi altre, che la Musica e la Poesia. VOI mi state aiutando ad uscire dalla conchiglia nella quale mi rifugio. E l’ odore del vostro mare è infinitamente più profumato.Non questo mare di naufragi, con cadaveri annunciati, che mai più vorremmo vedere!!! Un abbraccio a voi ed anche a Gino Strada.
    A Teresa, un’ onda lieve. Marlene

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