Una riflessione su Dino Campana – di Elio Grasso

Canti Orfici

Ogni anno questa storia, direbbe Camillo Sbarbaro, ripensando alla nuova stagione che si ripete, ripensando alla poesia e a quel “ragazzaccio” che risponde al nome di Dino Campana. Lui addirittura più giovane del poeta di Marradi, lui nato a Santa Margherita nel 1888, mentre Dino vide i suoi natali tre anni prima. Più giovane, certo, non so se più saggio o di mente più limpida, certo più tranquillo negli spostamenti e negli interessi amorosi. Ma chissà… Montale, tanto per nominare un terzo incomodo, definì Sbarbaro “estroso fanciullo”, in una famosa poesia sempre citata con ragione o meno, quando si tratta dei poeti genovesi di quegli anni. Ma questa è un’altra storia, anche di rapimenti letterari, se vogliamo, dato che il nostro ligure premio Nobel e gran fuggitivo di questa Riviera orientale, non fu avaro di scopiazzature condotte con rigore filologico sui versi del collega della Riviera di Ponente. Lasciamo stare.

E’ Sbarbaro che conosce Dino Campana, a Firenze nel 1914, al rinomato caffè Paszkowski: là ricevette l’unico libro (e unico lo fu per sempre) di Dino, i Canti orfici, donati soltanto a chi se lo meritava, e già questo la dice lunga sul caratterino di questo toscanaccio che probabilmente cominciò a scribacchiare versi “eterni” fin da ragazzo, specie di Rimbaud nostrano: “Robetta da fiera” li chiamava, dimostrando la stessa verve del collega francese. Sbarbaro lo ricorda in uno dei suoi Taccuini intitolati Trucioli, e lo ricorda così bene tanto da scrivere che “… sghignazzava; moveva le membra disordinatamente. Un disagio nasceva intorno a lui come potesse di punto in bianco, sventatamente, cavar di tasca qualche cosa d’insanguinato.” In realtà dalla tasca uscì la prima edizione dei Canti orfici, stampata nel luglio di quell’anno dalla Tipografia Ravagli di Marradi, a spese proprie e non priva di errori e refusi. Dopo questo primo incontro avvenne che Campana cercò l’amico sette anni dopo, a Genova nel 1921, e la parola “amico” forse è esagerata perché questa volta nemmeno dà la mano a Sbarbaro, dimostrando una reticenza non distante dalla timidezza. Sempre nel diario dei Trucioli il ricordo è preciso: Dino arriva in Piazza Sarzano, l’antica piazza dei tornei a cui salgono molte strade e il sentore del mare. Seduti a un tavolo d’osteria rivolge all’ospite questa frase: “Tu eri Sbarbaro… E ora chi sei?” Al silenzio di quest’ultimo ribatte fischiettando: dopo una frase tanto geniale non poteva che richiudersi nella propria timidezza, nel suo essere “selvatico”, diremmo noi genovesi, naturalmente in dialetto. Campana a Genova fu un osservato speciale, la polizia lo teneva d’occhio, poco convinta della ragione diciamo così “ufficiale” di quella visita, e cioè seguire le lezioni di chimica all’università, e anche trovar giovamento dall’aria del mare. Dalla famiglia Sbarbaro stette non più di tre giorni, mal sopportato per via dei pidocchi, ma lui pure stufo d’esser ospitato: “… lo guardai allontanarsi col suo passo di giramondo verso i carrugi di Sottoripa”. In tasca aveva Le foglie d’erba di Walt Whitman. Proprio di quest’ultimo poeta egli aveva messo in epigrafe ai suoi Canti questo verso, che, tradotto dice: “Essi erano tutti stracciati e coperti con il sangue del fanciullo.” Contro il fanciullo, tutti si scatenarono, a cominciare dai coniugi Campana, che prima internarono il loro ragazzo in manicomio e poi lo spedirono in Sudamerica con in tasca un biglietto di sola andata. Una specie di estradizione, insomma. Ma il ragazzo era tosto, ritornò entrambe le volte. Gli abitanti di Marradi lo derisero e perseguitarono come il matto di turno. I letterati di quegli anni, poi… lo trattarono con sufficienza, forse ebbero paura della sua opera, di quello che a stento riuscivano a raggiungere con mezzi propri, in poesia. Non parliamo degli psichiatri, che usarono su Dino i primi esperimenti con l’elettricità, ancor prima del famigerato elettroshock. I due dunque bevvero vino, parlarono di poesia, con che tono possiamo solo immaginarlo. Lì vicino, poco più in basso, c’è un altro luogo da ascrivere alla mitologia campaniana, quel “Caffè degli specchi”, ancora oggi operante e quasi del tutto intatto al piano terreno, definito “grotta di porcellana”, per via delle piastrelle lucide e gialline. E’ nella terza strofa della poesia Genova, dove il nostro poeta e “matto per forza” scrive: “Sorbendo caffè / Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce / Tra le venditrici uguali a statue, porgenti / Frutti di mare con rauche grida…” Dino era passato da Genova già nel 1910 e nel 1913 fu perfino ospite del carcere di Marassi. Oggi la folla continua a salire e scendere, le donne di pescheria si sono trasferite altrove o sono tutte morte. Così come le “troie dagli occhi ferrigni” cantate in un’altra celebre poesia, e parte della collezione per niente povera o “reticente” di ritratti femminili che si possono leggere nei Canti orfici. Unica Opera di Dino Campana, unico libro che ha trovato e provato di tutto nella sua escursione lungo il secolo (il ‘900), e ancor prima che venisse stampato in una tipografia: famigerata la scomparsa del primo manoscritto dei Canti, allora intitolati Il più lungo giorno. Scomparsa? Papini e Soffici semplicemente lo dimenticarono in un armadio, e fu infatti ritrovato per caso sessant’anni dopo. Di tutto, così come nella sua vita il nostro poeta ha sperimentato, e non certo per follia – se mai fu la sifilide a corrodergli il sistema nervoso. Negli ultimi anni, di Campana si è voluto ricordare soprattutto l’amore contrastato, ma molto meno di quanto ce ne raccontano le cronache più o meno sceneggiate, con Sibilla Aleramo. Lo si legge nel carteggio fra i due e recentemente lo si vede in un film di successo: si incontrano d’estate, nel 1916, fra le montagne del Mugello, dopo essersi scritti. Ma è l’inizio, gli incontri e gli scontri si ripeteranno, certo la poetessa non è donna di facile appagamento, diventerà poi simbolo di liberazione femminile, ma intanto fu costretta a curarsi sia dalle botte che dall’infezione portata dall’amante. Sistemò, dicono, in bella copia l’epistolario, per riguardo verso i posteri, ma probabilmente cercò di rendere più sostanzioso il riguardo per se stessa. Ma sono gli anni in cui Dino è a tutti gli effetti “matto” ed assunto in manicomio, dove resterà fino alla morte, avvenuta nel 1932. Certo, come ha detto più volte Carmelo Bene, gli anni del manicomio furono ben di più: se ci ripensiamo durarono l’intera vita. Ma non esiste niente di simile ai Canti orfici, nella poesia italiana del ‘900: di questo possiamo esserne ben sicuri. Le edizioni si succedono di continuo, tanto per ripagare l’indigenza iniziale, e la stitichezza dei letterati che dettavano legge in quegli anni d’inizio secolo. C’è un canto che conquista, forse soprattutto il lettore giovane, che sente l’ardore adolescenziale finire in un’esperienza senza ritorno, ma che intanto ha tutta la realtà del viaggio, delle donne, delle aspirazioni alla fama. Se di popolare possiamo dire, o di pop secondo una terminologia a noi più vicina, allora l’incanto dei Canti, e scusate il bisticcio, mi sembra perfetto: non a caso Carmelo Bene ne fece uno dei suoi cavalli di battaglia. L’energia che vi trae è la stessa che rese Dino Campana una specie di freak in anticipo sui tempi, ma senza il bagaglio superficiale e anche un po’ tecnologico che accompagna lo sbandato moderno. Essere “fuori”, “out” fu la sua epopea: mentre Rimbaud rinnegò tutto, andando in Africa a tentare il commercio delle armi (dove scrisse lettere alla madre e alla sorella che definire pietistiche è un complimento), Dino ha dato gas al proprio motore, fino all’ultimo, fino a scoppiare, e tenendo sempre ben stretto il proprio Libro. Ma, ricordiamolo bene, non fu matto per davvero: fu solo malato e inchiodato all’etichetta che quei signori decisero di regalargli. Per comodità, per inerzia, per paura, per scemenza.

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Testi

Dai Notturni

La Chimera

Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina O Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

L’invetriata

La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? c’è]
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è,
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente.

Il canto della tenebra

La luce del crepuscolo si attenua:
Inquieti spiriti sia dolce la tenebra
Al cuore che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
Sorgenti, sorgenti che sanno
Sorgenti che sanno che spiriti stanno
Che spiriti stanno a ascoltare…
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
Ascolta: ti ha vinto la Sorte:
Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:
Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte
Più Più Più
Intendi chi ancora ti culla:
Intendi la dolce fanciulla
Che dice all’orecchio: Più Più
Ed ecco si leva e scompare
Il vento: ecco torna dal mare
Ed ecco sentiamo ansimare
Il cuore che ci amò di più!
Guardiamo: di già il paesaggio
Degli alberi e l’acque è notturno
Il fiume va via taciturno…
Pùm! Mamma quell’omo lassù!”

La petite promenade du poète

Me ne vado per le strade
Strette oscure e misteriose:
Vedo dietro le vetrate
Affacciarsi Gemme e Rose.
Dalle scale misteriose
C’è chi scende brancolando:
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando.
……….
La stradina è solitaria:
Non c’è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti:
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Nella notte fantasiosa,
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa. Via dal tanfo
Via dal tanfo e per le strade
E cammina e via cammina,
Già le case son più rade.
Trovo l’erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane.

Viaggio a Montevideo

Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D’ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola…
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare: …
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la ceste sera varcaron gli uccelli d’oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l’ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un’isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell’equatore: finché
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l’inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento!
ed ecco: selvaggia
a la fine di un giorno che apparve]
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune…

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I testi sono tratti da: Dino Campana, Canti Orfici, cura, introduzione e commento di Fiorenza Ceragioli, Firenze, Vallecchi Editore, 1985.
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15 pensieri riguardo “Una riflessione su Dino Campana – di Elio Grasso”

  1. Di riflessioni tanto sobrie e affettuose su questo “talentaccio” c’è n’è bisogno come dell’aria. Ed è un coraggio raro quello di staccarsi dalla fuorviante idea del legame di causa/effetto tra malattia e produzione poetica.

  2. Grazie, Elio, ancora per la tua poesia così profonda e per l’amore che nutri, da sempre, con attenzione estrema e partecipe, per ogni forma d’arte. Campana rimane, per tutti noi, un faro nella notte di un mondo, questo sì, folle e malato ma – speriamo, grazie anche a queste voci – capace di incantarci ancora con nuove inimmaginabili sorprese.

  3. Campana viveva la poesia come scintilla, scossa. La sua cultura era funzionale alla sua poesia, in un rapporto immediato e viscerale. Da qui la forza eversiva dei suoi versi ancora intatta nella freschezza delle immagini e dei giochi verbali.
    Ritratto sentito ed ispirato, poesie tra le piu belle di Campana.

  4. Grazie a tutti per i commenti. E grazie ad Elio per essere qui.

    fm

    p.s.

    Ho scelto i testi di Campana ai quali, da sempre, sono più legato. C’è anche un valore memoriale ed affettivo dietro questa piccola selezione: “Chimera” cambiò, quando avevo diciotto anni, il mio modo di intendere la poesia.

  5. Elio, non possiamo nemmeno prendercela con qualcuno: ci siamo, semplicemente, rovinati con le nostre mani (e i nostri occhi)…

    ;)

    fm

  6. Bisognerebbe sapere che tipo di “tesina” stai facendo, e a quale livello di conoscenze letterarie (non solo italiane), tra Ottocento e Novecento, puoi attingere e fare riferimento.

    Tieni presente, comunque, che:

    – è impossibile organizzare un discorso su questo testo (che, secondo molti critici, inaugura la stagione della lirica novecentesca in Italia) senza connetterlo al disegno complessivo di poetica di cui la scrittura di Campana si fa portatrice;

    – la sua lontananza rispetto ai modelli “contrapposti” di Pascoli, da una parte, e D’Annunzio dall’altra;

    – i suoi legami con analoghe tendenze presenti nella poesia europea, soprattutto di matrice francese (un nome su tutti: Apollinaire).

    Campana utilizza la sintassi in modo particolare: la scompone e decompone e ricompone in funzione del lessico, in modo che ogni termine utilizzato ne esca arricchito e si disponga all’interno di una fitta rete di rapporti semantici e fonetici nuovi. Il tessuto linguistico prodotto da questa operazione, ha la capacità di ridisegnare non solo il mondo (riportato alla purezza originaria), ma anche lo sguardo dell’uomo su una realtà che assume i contorni e le fattezze di un universo appena creato: in una dimensione dove spazio e tempo non hanno né principio né fine.

    Metti in relazione quanto sopra col titolo stesso dell’opera: l’aggettivo “orfico” non rimanda ad alcuna volontà esoterica o alchemica o di natura trascendente: sta solo ad indicare che l’autore vuole riportare la materia dei “canti” (la poesia) alla sua matrice primitiva, originaria: farne l’atto di una nuova nominazione, di un nuovo inizio.

    La materia del “viaggio” del testo in questione è ricchissima di echi e rimandi di ogni genere. Rendertene conto, anche in parte, potrebbe rivelarsi un lavoro fine a se stesso. Ti do, invece, una accettabile parafrasi, in modo che tu stessa, confrontandola con i versi di Campana, possa metterla in relazione, in primo luogo coi suoi intendimenti, e poi, perché no?, con la tua autonoma ricezione della poesia.

    …….

    vv. 1-5

    Dal ponte della nave io vidi svanire i colli di Spagna, dentro il crepuscolo d’oro, mentre la bruna terra celava nel verde quasi (come) una melodia.

    vv. 6-9

    Terra (fanciulla) solitaria di un ignoto paesaggio, mentre ancora (si udiva) tremare una viola [lo strumento musicale] sulla riva dei colli, quasi una melodia blu.

    vv. 10-17

    (Mentre) la sera celeste illanguidiva sul mare, anche gli uccelli, dorati dal crepuscolo, di tanto in tanto varcavano silenziosamente e lentamente lo spazio nella luce della sera, che da celeste s’incupiva in azzurro (in un azzurreggiare): gli uccelli (l’ale), che varcavano la nave già cieca con i nostri naufraghi cuori, battendo la tenebra, battendo la tenebra celeste sul mare.

    vv. 18-21

    [Interrompe la descrizione del viaggio]

    Ma un giorno salirono sulla nave le austere matrone di Spagna, coi loro occhi torbidi e dolci, coi loro seni gravidi di vertigine (dà il senso di una ancestrale, primordiale attrazione, non solo fisica, generata dall’elemento femminile).

    vv. 21-31

    Finché (quando) [riprende la descrizione del viaggio] in una baia profonda di un’isola equatoriale [probabilmente Capoverde], in una baia tranquilla e profonda più del cielo notturno, vedemmo sorgere con lo spuntare dell’alba (nella luce incantata) una bianca città addormentata ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti, nell’atmosfera torbida [è in relazione con gli occhi torbidi delle matrone spagnole] dell’equatore. Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto [è in relazione con la ignota scena del v. 6], dopo il lavoro e i rumori delle operazioni che precedono la partenza, lasciammo la città equatoriale e ci immettemmo nell’inquieto mare [è in contrapposizione a baia tranquilla] notturno.

    vv. 32-36

    [Il corsivo vuole rendere l’idea della lunghezza e della monotonia del viaggio.]

    Navigavamo e navigavamo, per giorni e giorni; ci incrociavano lentamente le navi (provenienti dall’America Latina), con le loro pesanti vele sospinte da caldi venti (equatoriali): (passavano) così vicine a noi che era possibile scorgere sulla coperta la bronzea figura di una fanciulla indigena (della razza nuova), con i suoi occhi splendenti e le vesti al vento.

    vv. 37-49

    Ed eccola apparire selvaggia, sul finire del giorno, la riva selvaggia sull’orizzonte della sconfinata marina: e vidi, quasi cavalle vertiginose, le dune che si scioglievano verso la prateria senza fine, deserta, senza case né abitanti. E non appena la nave virò, lasciandosi alle spalle le dune [la nave si sta dirigendo verso l’estuario del Rio de la Plata], apparve, su un mare limaccioso (giallo) per la portentosa portata del fiume, la capitale marina del continente nuovo. Limpida e fresca era la luce della sera, e da laggiù, dal mare del pirata, le case alte [tieni presente che Montevideo sorge su un’altura] della città che la nave aveva lasciato alle sue spalle, tra le acque limacciose e le dune, sembravano deserte…

    …………

    fm

  7. Campana é uno dei poeti che più mi hanno colpito tra quelli che ho avuto occasione di conoscere. Affascinanti le lettere di lui all’Aleramo, in particolare le più corte.

    Mi resta difficile fare un’analisi un tantino approfondita sull’Invetriata. Forse perché della poesia di Campana amo soprattutto il primo impatto che essa trasmette.

  8. Anche “Invetriata”, se la (ri)leggi con calma, può lasciare il segno al “primo impatto”. Basta seguire, all’interno della fitta trama “simbolista” che sorregge e organizza il testo, il filo principale rappresentato dal parallelismo “sera” – “poeta”: il senso è tutto nell’indefinibile “ferita” (la “piaga rossa”) di cui entrambi sono portatori: un “chiarore d’altrove” che la prima trasmette al secondo, come un “suggello”, una soglia sconosciuta da varcare.

    fm

  9. Caro Elio, ti segnalo una svista al tuo bel testo:

    Dopo questo primo incontro avvenne che Campana cercò l’amico sette anni dopo, a Genova nel 1921, e la parola “amico” forse è esagerata perché questa volta nemmeno dà la mano a Sbarbaro, dimostrando una reticenza non distante dalla timidezza.

    Nel 1921 Dino era a Castel Pulci.

    Saluti

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