Quando la carne diventa ombra – di Sebastiano Aglieco

1977
(Luigi Mainolfi, Brano, 1977)

Nell’ora del vespro e del tramonto
la carne diventa ombra
le ferite si sottraggono alla voce
ogni canzone proclama la sua umile vittoria.

(Tratto da: AliRivista quadrimestrale d’arte, letteratura e idee…, Anno I, Numero 1, Autunno 2008, Lugo di Romagna (RA), Edizioni del Bradipo.)

Sebastiano Aglieco, Distanza netta
(quando la carne diventa ombra)

Via, da questa masnada di arrivati!
Gli occhi sono premuti a dovere
gli occhi, come un piccolo cielo stinto
a dovere ci si arriva
alla prima fermata di un treno.

Voglio che le parole siano come un taglio
una certa ferita che non ci misura.

*

Scrivo alla stazione
tra le voci in singulto nel loro mancare
sono ciò che vediamo e siamo.
E attendo i ragazzi, ferito
nelle loro semplici sequele
specchiati contro il viso del mondo.

Scrivo nella fretta delle ultime parole
perché il sonno non dimentichi
la terra, perché sia contatto
voce contro viso, viandanti
nei colombi attesi delle nostre sere.

*

Non: ricorderemo.
Saremo: sempre
nell’istante fermato di una volta
nel gesto chiarito della luce del mattino.
Rinascere è dimenticare questo compito
scordare le parole dette nell’inganno
le nuove parole per ferire gli occhi.

Voglio rimanere in questa superficie
chiudere le porte dell’oscuro angiporto
il bacio di quel dio che
vuole in cambio tutto il mondo.

*

Rientro nel mondo
– le carte, i tuoi capelli
nel disordine, le mie inutili
cerimonie per gli umiliati.
E’ vera la pazienza nell’amore
vero è il disonore degli occhi
queste parole su un quaderno difficile
i miei occhi sospesi tra un
dentro e un fuori.
Forse hai ragione tu
il mondo non vuole servi
vuole la sua morte, in pace
il perdono, lo stupro quotidiano.
Il mondo senza di te dimenticalo
atterralo con le parole più
semplici del potere
con le parole di ciò che resta degli anni.
Descriverò la luce che
non ha tempo nei visi
ricorderò di me, appena passato
dove un albero si piega e
il bambino piange
– questo perdono, ogni tanto
me lo ricordo.

Avevi un soffio sui capelli
un presagio di vento nelle vene.

*

E vi vedo in questo passaggio della terra
visi dei fratelli e dei nemici.
Tutti.
Non divisi ma uniti, feriti.
Nascondete il male di Caino
sotterratelo nel gelo della terra antelucana!

Perché, mio Dio, tutte queste poesie
trame degli arrivederci
lenzuola tagliate nella notte?
Fuggi via, lascia la casa vuota
alle pochissime parole ricordate:
onore, pazienza, perdono
quasi mi vergogno a pronunciarle.
Rinuncio a questo altissimo pianto
lo sguardo si chiude alla visione
di una scena antica
sottratta ancora a ogni svelamento.

*

Guarda l’amore che resta
l’amore senza ricordo di me
negli occhi del mondo.
Questo sarà l’amore giudicato
l’amore cantato dai fratelli, in coro.
Ma questo perdono, questo perdono tra
le nostre case, giustizia e fratelli
giustizia e fratelli – questo
compito chiedevo!
Accogli nella casa la moltitudine
o signora degli umiliati
signora delle nostre bende
nessuno parlerà, chiederà
ogni nome sarà benedetto nel suo respiro
ogni cosa ritornerà alla sua stessa idea.

*

Credo alla richiesta di un nome
affisso sui muri come un vessillo
una spada che ferisce il tempo della
consunzione, tre sillabe pronunciate
all’altezza del petto
aperte come i figli quando muoiono.

Credo alla sentenza del fiore
succhiato dalle bocche
al grido dell’Occidente nelle Leggi.

Credo a una piccola luce custodita nelle cose
alla litania degli umiliati
contro le porte della Storia.

Credo alle parole che conservano il proprio senso
alla nostra piccola morte quotidiana
prima della grande morte.
Morire in questo tempo, umili, nemici
con le mani in faccia prima del bacio
con la morte eretta senza disonore.

Credo a un quaderno
a un maestro che mostra la gola
al sangue delle parole senza battesimo
qui, nell’ora mesta
nell’ora silenziosa della rinascita.

Guarda, da questa altezza
la terra spaccata
gli uomini come piccole bocche
che vangano la terra
guarda come piangono i mostri
come i fiori si sono sottratti alle corolle
guarda come i bambini retrocedono
nelle tue braccia.

Nell’ora del vespro e del tramonto
la carne diventa ombra
le ferite si sottraggono alla voce
ogni canzone proclama la sua umile vittoria.

***

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15 pensieri su “Quando la carne diventa ombra – di Sebastiano Aglieco”

  1. Versi magnifici, di una durezza terapeutica rara; ecco l’onestà spietata, la feroce intransigenza, di cui ha bisogno forse oggi la poesia, per significare davvero qualcosa, per diventare voce profonda, ineludibile, di una schietta “oracolarità” popolare, di cui non sono ancora recise le radici.
    Grazie, Sebastiano.
    Grazie, Francesco.

  2. Prima di partire pr una breve vacanza un saluto a Francesco De Girolamo (troppo buono), a Giorgio e a Francesco naturalmente.
    Seb

  3. Sembrano sovrapporsi due diversi livelli, quello d’esperienza intima e personale e quello più vasto dell’individuo incastonato nel vivere sociale, in un altalenarsi di rimandi e ritorni: occhi, stazioni, attese, ricordi, parole, inganni … essere presente gravido di passato nei rintocchi del tempo e delle parole che sono state ferita e che in impeto di rabbia e foga esplodono con forza primitiva come un urlo che origina dalle radici della terra, dall’humus dell’anima, per poi scemare in un singulto che denuda tutta la fragile inconsistenza umana.
    “…
    Forse hai ragione tu
    il mondo non vuole servi
    vuole la sua morte, in pace
    il perdono, lo stupro quotidiano.
    Il mondo senza di te dimenticalo
    atterralo con le parole più
    semplici del potere
    con le parole di ciò che resta degli anni.
    Descriverò la luce che
    non ha tempo nei visi
    ricorderò di me, appena passato
    dove un albero si piega e
    il bambino piange
    – questo perdono, ogni tanto
    me lo ricordo.

    Avevi un soffio sui capelli
    un presagio di vento nelle vene.”

    Una ferita lacerante quel senso d’impotenza per non poter fermare la corsa delle cose e della vita che scivola via per destino o volontà contro la quale ogni sforzo ed ogni lotta sembra soccombere rabbioso alle regole incomprensibili, fredde e ciniche del mondo e della sua realtà sociale; da contraltare il placido corso naturale delle cose semplici come un albero che può solo fare da scenario e spettatore al crescere di un bambino che uomo si rivede sempre lì al suo fianco ma senza più sogni, solo ricordi e presagi che un tempo apparivano come sogni di speranza tra i capelli.

    “Nell’ora del vespro e del tramonto
    la carne diventa ombra
    le ferite si sottraggono alla voce
    ogni canzone proclama la sua umile vittoria.”

    Preghiere pregne di carne e sangue, intrecci di budella, vene ed arterie alla terra palcoscenico delle mille infamie dell’uomo, nell’invocare un Dio senza risposte ed una Signora lontana spettatrice che sia ancora custode dei rimasugli d’amore all’ombra del perdono.

    “Nell’ora del vespro e del tramonto
    la carne diventa ombra
    le ferite si sottraggono alla voce
    ogni canzone proclama la sua umile vittoria.”

    Se esiste una poetica del corpo e dell’anima questa ne è maestra e fiume in piena.

    Bellissime, ne ho respirato il respiro e raccolto il pianto ribelle e composto.

  4. In questi momenti così sconfortanti, di crisi profonda del nostro paese, ascoltare parole che volano così alte, parole piene di senso e bellezza, non può che spronarci a credere ancora, con ancora maggior forza e convinzione, nella possibilità dell’arte di farci intravvedere altri orizzonti. Grazie.

  5. “Se esiste una poetica del corpo e dell’anima questa ne è maestra e fiume in piena.”

    Sì, con Sebastiano Aglieco siamo di fronte a un poeta la cui scrittura non ha bisogno di aggettivi: semplicemente, uno specchio in cui, prima o poi, si finisce per specchiarsi (se si ama davvero la poesia).

    Grazie, sono commenti come i vostri a dare *senso*, nella più piena accezione del termine, al lavoro di un blog.

    fm

  6. “il bacio di quel dio che / vuole in cambio tutto il mondo” è un verso non da poco, direi! c’è il nostro destino, dentro.

    sempre affascinante e precisa, la poesia di Aglieco. un’intelligenza poetica naturale e forte.

    liliana

  7. Un saluto a Liliana e Red.

    Red, credo proprio che la produzione poetica di Sebastiano sia di quelle che vanno “cerchiate” in toto.

    fm

  8. Concordo con i complimenti a Sebastiano e aggiungo se mi è possibile,
    una osservazione sulla capacità di “incollare” al testo. Una voce questa di Sebastiano, che penetra ed allarga le ferite che ognuno porta, quasi di nascosto, per paura che gli altri se ne accorgano.
    Grazie a Francesco, per questa proposta e per questo luogo.
    vincenzo celli

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