Segnacoli di mendicità – di Marina Pizzi

Marina in marrone

essere in vita è un criterio sperduto
un alunno senza lavagna né voce
di maestro. in tanta precaria
esistenza si stenda un velo di lutto
un sillabario bianco. in bilico sul cipresso
la casa delle serpi. una dubbio da dentro
la nuca innocente arrovella. tu dove sei
bandito gentiluomo prestato al palmo?
qui nella minestra degli abiti sbilenchi
resta una donna in chiodo di dovere
di non esser madre. la natura sperpera
chi nasce. è scienza o mito
farsi pallottolieri nell’abaco del baratro?

Il tempo di questa poesia è un calco consumato, tenuto in piedi da una resina dove si incollano i respiri ed i limiti, tutte le cose che creano questo mondo intensamente sconvolto, dalla prigionia, dalla morte dei sentimenti, dall’assenza di questo interlocutore che c’è e manca, dal mantenimento di queste penombre che continuano a scendere tra davanzali anneriti e tempi passati. (Anila Resuli)

 

Marina Pizzi, Segnacoli di mendicità, 2009 (inedito)

 

4.

me ne andrò a spingere la barca
in acqua, con dignitosa peripezia
voglio illudermi di un ludo
più felice. non voglio più guardare
la luce fioca o la carica del vento
anarchica baldoria. qui nel pasto
di storie andate a male resta la stanza
con le credule vacanze. invece è scempio
il mondo della forca e incanutito il frutto
dell’inguine benevolo. oggi è matura
l’arida facciata. con le rive di gemma
ho chiuso il bello.

 

9.

ho una culla che mi fa da gran sasso
così per protezione dormo molto
in mano alle staffette delle ceneri.
è una morte leggera, fannullona
redatta dentro un gelo finimondo
senza bestemmia senza preghiera.
in mano alla rondine del boia
l’ordine è chiudere le palpebre
con la brevità dell’orto senza ringhiera.

 

12.

in uno stato di sobbalzo ho visto
l’angelo. era il muretto afono d’arsura
era la regìa d’abaco del pianto.

il musico e il colosso stanno alle lacrime
gemelli. in vita descrivimi la notte
questa stoccata d’eremo questo calare
contro la fronte un’edera scortese.
impigliami le mani così che voglia
sprigionarmi dal giogo della mina
che salta in aria per brandelli d’asce.
sfiniscimi nel tuono delle fionde
nelle sorelle che sperdono le gerle.

e parla l’almanacco una lingua vieta
scovata sotto i panici del verbo.

 

18.

in una spalliera di rondine ho visto nascere
l’indagine del solco di starti a guardare
datario di festa stato di bambino
che attenda ai riti dietro la tenda
nel bazar della mente. qui è loquace
il rantolo della bestemmia d’angolo
il grido di mettersi a dormire
per esilio. il rito delle trombe ha
abbreviato da anni le fanciullezze
d’oceano. ora è un cadere a ciocchi
come alberi segati per morte. tu ridi
l’indice che ti porto in visione:
non è tuo il dolore. vai in giro con
una superstrada offensiva, vanesia e forte
e forte sfollagente.
le conchiglie mi servono per le collane
del bello, le buco appena e sono infilate
per il paradiso della nuca marina.

 

21.

spauracchio di nodi ho letto l’indice
che mi diceva di gareggiare appieno
nonostante! in stalla con gli animali
condannati ho preso a pregare
negli occhi della cavalla. la consolazione
è stata franca ma non la voglia di vivere
con il basto alla nuca e alle caviglie.
la vigliaccata dell’ombra è stata tutta
per lo stornello del sole per le comete
ingenue. nudo corra l’atleta del miracolo
quando la genia della colpa sia sparita
dalle tempie dalle rughe della fronte.

 

25.

nomea del buio stare con le pietre
per spaesarsi dentro le chimere
di regole del dubbio. meno che meno
è vita le macedonie delle bestemmie
in dolo in atto in perno di nomea.
eppure le doglie delle creature
vendemmiano cipressi neonati
per le lenti botaniche del bello
per le nature di fati che non stempiano.
le grandi emergenze delle favole
sono al gerundio di capire il mondo.

 

26.

sono tracolli gli angoli della sera
queste nomee di pianto delle ombre
queste previste aureole del coma.
in nome alla resina che piange
resta la melma della resistenza
questa sentenza in bilico nel pane vieto.
in ernia con le giostre del pacifico
piange la rana che cigola se stessa
con la cometa inane col natale.
il crollo delle dita è avvertito ovunque
se il corrimano rantola se stesso.

 

28.

gioca che ti rigioca è finito l’asso
il messaggero alato dello sguardo
quando vederti era un generare
sogni ad occhi aperti da toccare.
oggi il diamante del tuo passaggio
è ricco di pece, il girotondo una mitraglia
contro nemici plurimi al dolore.
con te non vengo a generar le stelle
né gli alambicchi per i profumi mitici
dato che oggi mi chiamo senza casa
né moda con il vanto delle lucciole.
da adesso piango con la faccenda in tana
dove la bestia mi depone. l’allerta
dell’agonia m’è imposta stazza.

 

30.

appello d’oltre strazio
poter vincere
la rena ad incudine di sguardo.
amami con una vena di disciplina
con una fuga in meno
con un ventaglio di miti.
strappami il petto con un bacio
di rispetto con un inno di pace.
disponi aureole mettimi in giostra
con il sangue che sorride.
sii l’amante comico del pane
l’attento giorno di farmi restare
dentro la gerla della litania.
il corso giaccia pargolo alla gola
altare di ricami seduttori.

 

35.

dammi un otre di stallo
una pace che sappia d’oltremare
tra le maree che piangono le stelle
che si allontanano. intruglio d’erba
spoglia questo cipresso prestato
per legarti la barba tremolante
del tuo pianto. in pace il mito
della rotta non fiaccola più niente.
le masserie d’accanto ti ledono
la fossa. una manciata di pece
il sudario con la cascata accanto.

 

45.

ho reso già tutto e la stagione è vuota
in un silenzio di giostre che vanno
al cigolio del parto senza nascita.
qui s’incollano il destino e la fortezza
l’agiata gente che saprà morire
incudine e fardello in un sorriso.
la tara della gola darà il rantolo
l’accesso della venia finalmente
dentro le vene che del lamento strillano.
in pace con la rendita d’eclisse
sta la disputa della resistenza
la zona d’ombra fata di fandonia.
le vene che tramontano sul genio
hanno svezzato il fanciullo arcano
la voglia di poter vivere la gioia.

 

47.

invano sollevo il velo del nunzio
muto senza invito nel crollo che
sono. tu sei il beneficiario della stanza
senza pareti di preghiere, sei libero
sollievo senza morte né speranza.
senza trucco senza voltarmi indietro
sono la vedova del senso. tu laggiù
mi chiami in un fardello di ortiche
che screziano la libertà dell’attimo.
nei banchi di scuola incisi dalla noia
anche il poeta è schiavo. scenda a valle
l’altura della paura questa minaccia
che ciarla con la ruggine e i chiodi
delle girandole cattive. v’è raduno
d’angeli sotto il portone serratissimo.

 

52.

ti saluto col bavero di pece
con le roventi storie della notte
con la gola di vetriolo.
in vetta all’ecumene del silenzio
giace la ronda del pozzo
la pozzanghera del cielo che ne muore.
in un tratto di polvere ho visto
il compasso che spezza il cerchio.
venia di sasso voglio la mia bara
baraonda per il gioco del sorriso.

 

54.

muoiono di me il sillabario e l’abaco
la brace minima che mi resse sopra
la madre dell’apolide che sono.
in gerla di martirio il fiumiciattolo
del pianerottolo in indice di scala.
dov’è mattino non so più leggere
le albe invise le betulle nane
dentro le mani logiche dell’arbitro.
sono stata abbandonata dalla chiosa
che fa bello il giorno e la nomea
di nascita è una zattera di ascia.
vada la scia dell’ultimo predone
dove è rispetto il pianto.

 

55.

amo le reliquie delle stanze postume
le giovani polveri che studiano notizie
da archiviare. gli eremi degli angoli
che curano viatici di cibi imperiali.
poi passa il falco con la vista buona
e tutto si redime in un cristallo
di pece. l’arcobaleno in ciotola
incoraggia il dondolio dell’angelo.

 

58.

è rimasto l’affresco del sangue rappreso
il grido chiuso di comete scarne
nel brivido dell’erta che racchiude
demolizioni e moti di protesta.
la forza di sapere le voragini
inceda appena si saprà che girano
le comiche del ventre di risacca.
la foggia della casa è un aquilone
a presto con il guinzaglio di tornare
dove la storia è nata per natura
d’eco. il piglio del commercio è
l’eclisse servita sopra un giogo
di sassi e lapidi. in palio la fortuna
della scommessa d’ombra o la bravura
d’arnese senza il fato della ruggine.

 

***

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4 pensieri riguardo “Segnacoli di mendicità – di Marina Pizzi”

  1. Leggo sempre con interesse le poesie che Marina Pizzi propone. Devo ammetterlo, si discostano dalla mia posizione, ma ciò non m’impedisce di apprezzarne la fedeltà ad un percorso poetico che le rende “voce” riconoscibile di un fare poesia senza intercessioni o ammiccamenti. In queste, che suppongo far parte di una nuova raccolta, questo distacco, per me ammirevole, appare più netto ma anche impreziosito da una morbida lucidità di uno sguardo che va dritto sul mondo.
    buon lavoro

    grazie
    lisa

  2. la poesia di Marina Pizzi continua il suo alto volo, e questo è forse la miglior notizia per la poesia. notevole la lingua (come sempre).
    acuta introduzione.

    un abbraccio

  3. Concordo: la migliore notizia per la poesia è che Marina Pizzi scriva.
    Chi cerca la “vispateresa” si accomodi altrove: la rete è piena di gentil farfallette in libera uscita per i prati…

    Ciao Lisa, ciao Alessandro.

    fm

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