Una nell’impronta dell’altro – Antonella Bukovaz

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Mi sono fermata qui per assisterti
come una compagna fedele il compagno
nel momento più dimenticato
aspettando mi resti tra le mani
la forma più essenziale
ciò che resta togliendo tutto
quando anche lo scorrere è abbandonato.

“In questo testo si compone verso dopo verso la suggestione della sparizione come passaggio. È il mio canto stanziale che si fa parola nomade e apre, ingloba, sputa e riaccoglie al proprio interno. Il paesaggio si sradica e trasloca per spalancarsi altrove. Con il neon Mario Mertz, artista multiforme esponente della corrente dell’arte povera, scrisse “Se la forma scompare, la sua radice è eterna”. Seguendo questa traccia ho cercato un sistema capace di rappresentare il processo a spirale del divenire della natura. La salvezza insita nella sua saggezza. Mi rivolgo e parlo direttamente a lui: al paesaggio. Invoco la sua forza, l’essenza fisiologica della vita, perché operi un risanamento. È un’invocazione ma è anche una lotta, un’imprecazione, un sacrificio affinché tutto sparisca e rinasca a nuova vita. Ciò che scompare infatti contiene, annuncia, indica, rivela un luogo più interno, più profondo per farsi seme…”                                                             (Antonella Bukovaz)

 

Antonella Bukovaz – Storia di una donna che guarda al dissolversi di un paesaggio.

 

 

Terra, non è questo quel che tu vuoi, invisibile risorgere in noi?
(R.M.Rilke, nona elegia)

 

Ho deciso di stare dove posso comprenderti tutto
dove puoi stare davanti a me e io lasciarti andare
dove se allungo la mano ti entro e tu mi coli intorno
se mi accarezzo le tue pieghe
andiamo una nell’impronta dell’altro
io lungo i tuoi sentieri incolti
tu nello scorrere dei miei umori.

Ho trovato un posto dove stare seduta tranquilla
e alzarmi ogni tanto nell’attesa
espirare piano tutta l’aria del corpo
restare vuota ad aspettare che anche tu sia vuoto
e neanche vuoto sarà abbastanza.

Mi sono fermata qui per assisterti
come una compagna fedele il compagno
nel momento più dimenticato
aspettando mi resti tra le mani
la forma più essenziale
ciò che resta togliendo tutto
quando anche lo scorrere è abbandonato.

Posso stare qui tutto il tempo necessario
a un trasloco a lungo rimandato
nello spazio di passaggio tra un angolo e l’altro
quando resti senza altro luogo
semplicemente non hai dove mettere le cose
e rimane quel desiderio di fuga portato come una coda
percorrendo da sempre le stesse tue strade.

Tutto ciò che muove sale
come sapienza lungo vie esplorate dai santi
che salamandre e caprioli conoscono molto bene
da molto più tempo
e che le cose praticano nel silenzio della loro natura e mai per caso.
Qui le cose tendono a ciò che è bene per loro
obbedienti
come frecce scagliate verso il bersaglio
e non starò a dire chi è l’arciere.

 

Accade qui perché qui
si vuole conoscere la verità senza amarla
questo non può che rendere folli
che desiderare un nuovo inizio
scendere tutti alla prima stazione di una terra desolata.
Così proprio questa terra mette moto alla propria origine
e io mi inchino alla scomparsa
come davanti alla nascita di un sovrano.

Ciò che scompare infatti contiene un luogo più interno
più profondo per farsi seme.

Così resto seduta e sono
nel volo della poiana seguo
il prato con gli occhi fino
a sparire frusciando nel bosco
e il bosco soffiando nel ruscello e ogni cosa
insinuandosi nella cosa confinante
e i confini tra le cose ingoiano se stessi
sibilando un rumore veloce e chiaro.
Che sia chiaro! Tutto alla scomparsa
si infila nel proprio suono!

Ciò che scompare infatti annuncia un luogo più interno
più profondo per farsi seme.

Fu quando tagliai la corda del ponte
l’altra sponda sparì a qualsiasi intenzione
e vidi scorrere finalmente cadavere
il tempo passato e i suoi luoghi
fu questo gesto e questa visione a ingravidarmi
nell’incontro con un respiro largo
e alla fine del respiro – nel tempo trattenuto
risale l’idea di un luogo che non è stato
di un paesaggio che ora è – promessa.

 

Ogni cosa che scompare è una promessa
(Ravisson)

 

Resto qui con te a imparare il guardare
proprio ora che scompari
come fosse il tuo tempo migliore
certo il mio miglior tempo.

Dov’e quel tetto di coppi e lamiera
e il muretto – gonfiato d’abbandono
il tornante     la sorgente     il sentiero
i gesti dei campi     le corse in salita     il cielo
gonfio di navi ancorate?
Tutto si alza in volute come da un bollitore
svanendo a spirale tutto torna
alla fonte sonora originale
per prendere forma memorabile.

Al di là della siepe svapòra la parola
che è stata terra ed è stata guerra
ho dato la mia prima vita a lei
lingua involata – dissolvendo
ogni cosa s’imprime e nell’aria rilascia
l’impronta del suono che è stata.

Come una valle mi preparo alla vibrazione dell’eco
pronta alla sua scomparsa.
Ciò che scompare infatti indica un luogo più interno
più profondo per farsi seme.
E il cielo resta cielo nell’attesa
mentre dai deboli moti casuali dell’aria
componi memoria nuova
immolando luoghi stremati dai nomi.

Sei cresciuto pensandoti tempo intorno a un abisso
hai costruito pareti parola su parola
e parola su parola
sono cibo per il tuo vuoto assorbente
ma non temere
ho carne in abbondanza
la coltivo nel mio letto
la lancio alla tua ferocia d’assente
e pago questo amore sconfinato
con la fragilità di ogni mio respiro.

 

Se la forma scompare la sua radice è eterna
(scritta neon di Mario Mertz – 1982)

 

Lasciati andare – srotola adesso
i santuari della tua perenne identità
scoperchia i tesori armati
allenta i cavi tesi tra i boschi
annuncia il vuoto dei sagrati.
Faccio due passi nello svanimento
e ciò che è davanti è da anni dietro ai miei occhi orientali.
E intanto di infinite sparizioni la somma
genera nel vuoto movimento

che scuote e scende nel suono
e non è radicamento ma tempo sconosciuto
come – nel moto ascensionale degli addendi
l’arrivo della prossima raffica di vento.

Sottratto a ciò che vedo sei davanti a me
specchiato nel tuo doppio celeste
parlo alla tua fine mentre sono ancora prato
perdo e riposiziono testarda lo sguardo.
Travolti dal vento verticale:
gli inquisitori     le case     le opinioni virtuose
gli sperduti     le chiese     le verità ricomposte
gli amici di tutti     le menti mostruose
i fienili vuoti     gli animali inutili
i ceri accesi     le spente spose.

Spazzati: lo spreco di storia
il baratto di miseria
per miserie il tanto difeso dire
rimane la grazia dello scheletro invisibile e sonoro.

Ciò che scompare infatti rivela un luogo più interno
più profondo per farsi séme.

Sparisci! – passami dentro!
il paese sfinito
le meschinità altere l’odore di chiuso
il metro di terra minato
i nomi che non trovo     il fiato
dei corpi sbarrati – io però
cerco un’altra materia a sostenere la geografia
che porto tatuata sotto la pianta dei piedi.

 

…né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

(E. Montale)

 

Ti aspetto dunque all’imbarco – vieni
con radici intrecciate in chiara trama
mappa di mappe sovrapposte.
Nell’abbandono! cresce al movimento il gesto
sospensione e stupore e fede
per esistere senza essere visto
come una messa – che è
in ciò che non si vede.
Tra le attese di sempre
ci siamo rotolati fino a sconfinare
e con-fonderci a spazi interminati
dove s’innalza al cielo il tuo rilievo
allarga e anche me allaga
e diventiamo insieme uno
e non c’è più nessuno.
Affacciata alla scomparsa
gioco con i miei capelli di sempre
arrotolo tra le dita ricordi nuovi.
Voglio il nostro corpo a corpo non si estingua mai.

Siedo da anni nell’ansa
dove curvano i pensieri
si congiungono e riavviano
mi infilo nello spazio tra uno e l’altro
allargo le gambe – divarico il tempo
tra la fine e il principio
della pausa prendo l’impronta.

 

E nel vuoto divino
sbalzata dal proprio incavo
salvata dal presente confino
scorre inesauribile la stessa parola
si spalanca in mille parole volte altrove.
       Ospita il mio corpo
       non m’interessa cosa ne fai
       voglio vedere il tuo gesto
       né cosa mi prendi
       né cosa mi dai
       fammi vedere come dondoli
       come ti spinge
       il suono che sei.

 

Labbra umane
che più non hanno da dire
conservano la forma dell’ultima parola pronunciata.

(O.Mandel’stam, Mosca 1923)

 

Distesa lungo l’ultimo sentiero
sono la tua forma senza inganno
traccia di scomparsa
che appare se mi volto dentro
in assenza di percezione.

Dispiego le ali
a versarti il presente

rimuovo me da me

tempo

annullato

si adagi il fiato
su pareti sottili
ci si accucci nell’imo
si nomini il passaggio

paesaggio in corso                 natura liquida                 ……………

 


(Antonella Bukovaz: testo e voce; Leonardo Gervasi: immagini; Teho Teardi: musiche)

 

______________________________
Note biobibliografiche

Antonella Bukovaz (Cividale del Friuli, 13 giugno 1963) è originaria di Topolò-Topolove, borgo sul confine italo-sloveno, nelle valli del Natisone. Lì ha cresciuto le sue figlie, e scritto poesie che sono confluite in un libro, “Tatuaggi”, edito da Lietocolle (2006). Dal 1995 ha partecipato a diverse rassegne di arte contemporanea in Italia e in Slovenia; dal 2005 si dedica prevalentemente alla poesia e alle interazioni tra parola, suono e immagine in forma di lettura, videopoesia e video-audioinstallazione. Ha realizzato i suoi lavori collaborando con i musicisti Sandro Carta, Marco Mossutto, Hanna Preuss, Antonio Della Marina. Nel 2008 ha scritto “Storia di una donna che guarda al dissolversi di un paesaggio” con le musiche di Teho Teardo e le immagini video di Leonardo Gervasi (premio A. Delfini 2009). Collabora alla realizzazione di Stazione di Topolò/Postaja Topolove. Insegna, in lingua slovena, nella scuola bilingue di San Pietro al Natisone. Vive a Cividale del Friuli.

Leonardo Gervasi, milanese, come videomaker collabora nei primi ’80 al programma Mister Fantasy, di Carlo Massarini. Fino alla fine degli anni ’90 è regista di gran parte dei video realizzati dalla Virgin Music Italy. E’ stato regista delle trasmissioni RAI “Vento del Nord” e “L’elmo di Scipio” con Enrico Deaglio. Ha realizzato numerosi documentari e video ed è docente del corso per documentaristi all’Istituto Vigorelli di Milano. Vive a Milano.

Teho Teardo è musicista, compositore e sound designer. Ha composto le colonne sonore di alcuni tra i più interessanti film italiani degli ultimi anni (per le regie di Sorrentino, Salvatores, Chiesa, Manni, Molesani). Ha collaborato con artisti di diverse discipline: da Lidia Lunch a Erich Friedlander ai Motus. Oltre alla creazione di nuove colonne sonore e a ricerche sui suoni ambientali, attualmente lavora al progetto Modern Institute. Vive a Roma. Per la colonna sonora de “Il divo” gli è stato conferito il premio Ennio Morricone 2008.

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Videopoesia e performance:

2006 Eversione poetica – Longiano (Rm) a cura di I. Bordoni
2006 Postaja Topolove – Topolò (Ud) a cura di M.Miorelli
2006 Orchestrazione – Portogruaro (Ve)
2006 Spina – Comacchio (Fe)
2007 Qui, altrove – Gorizia
2007 Rdeče zore – Ljubljana (Slo)
2007 A sud di nessun nord – Asti
2007 A corto di donne – Pozzuoli (Na)
2007 Festival Parmapoesia – Parma
2007 Festa di poesia – Pordenone a cura di G.M. Villalta
2007 In transito – Stasjon Hval di Honefoss (Norvegia)
2007 Non c’è verso – Gorizia a cura di G. Fierro
2007 Postaja Topolove – Topolò (Ud) a cura di M.Miorelli
2008 Absolute poetry – Monfalcone (Ts) a cura di Lello Voce
2008 Postaja Topolove – Topolò (Ud) a cura di M.Miorelli
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10 pensieri riguardo “Una nell’impronta dell’altro – Antonella Bukovaz”

  1. “Lasciati andare – srotola adesso
    i santuari della tua perenne identità
    scoperchia i tesori armati
    allenta i cavi tesi tra i boschi
    annuncia il vuoto dei sagrati.”

    Un piacere rileggerti in un nuovo post Antonella.
    Lavoro notevole come pochi.

  2. Caro Francesco ti ringrazio di tutta questa ospitalità e ne approfitto per raccontare della terra nella quale vivo e su cui scrivo. La mia poesia, e soprattutto questa, nasce da lei. I suoi frammenti sono le armi di Gladio nascoste nei sagrati delle chiese, la malattia dei castagni arrivata dal cielo, precipitata dagli aerei americani durante la guerra, sono un fascismo fondamentalista e anacronistico che incita una difesa eterna che lascia senz’aria, un presente girato al passato… È terra di confine. Fine del mondo latino, da difendere, e inizio del mondo slavo, da cui difendersi. Questo confine è uno dei peggiori precipizi di quel senso d’onnipotenza di cui solo la mediocrità umana è capace. Qui le manovre di annientamento, perpetrate soprattutto dopo la seconda guerra mondiale hanno avuto grande successo: paesi abbandonati, montagne inselvatichite, schizofrenia culturale, problemi d’identità….. Essere cresciuta su un confine così massacrato dalla storia e all’interno di una minoranza linguistica (quella slovena) sempre impegnata a difendere i propri diritti, e viverci ancora oggi è per me fonte inesauribile di sentimenti contrapposti. Con la mia lingua madre per esempio ho una relazione complessa. Isolata per secoli da montagne arrotondate dal tempo, meticciata con il friulano e il tedesco, addolcita con sovrabbondanza di vocali dall’uso familiare e dai canti, l’ho recuperata che avevo già 20 anni. Ne ho una padronanza
    parziale, troppo poco per farne lingua del corpo. Così scrivo in italiano con un lieve peso sui bordi. Dalle mie parti la trattano come un tempio ma io la penso come erranza e dimora insieme.
    “Appartenere “ a una minoranza significa risolvere la propria ricerca di senso, rimuovendo le tensioni interne alla comunità per riferirle a un oggetto esterno percepito solitamente come persecutore o comunque peggiore di noi. Si sprangano le porte, ci si chiude a difesa, non si diviene mai dei curiosi. La tradizione viene intesa solo nell’atto di conservazione e trasmissione senza quella componente che prevede un tradimento e permette crescita al mondo. Situazioni così complesse formano però un bacino di energie potenti sempre in movimento, capitale per una possibile e reale cultura della diversità, elemento corroborante per chiunque viva o voglia passare da queste parti. Andrea Zanzotto, sul Piccolo di Trieste tempo fa scriveva: “La memoria è minacciata non solo dalle spinte globali, per cui si fanno sparire migliaia di piante e migliaia di lingue minori o dialetti, ma anche dalla falsa difesa delle radici, dell’identità basata sul fraintendimento e dall’ignoranza che generano per contrapposizione i fondamentalismi localistici.” E questa è proprio la mia attenzione e se qualcuno mi chiede della mia identità dirò che mi identifico con il mio corpo e basta. L’identità è un’invenzione della modernità per ottenere un controllo politico e dividere gli individui, non voglio far parte di questo gioco. E in ogni caso sono d’accordo con chi diceva che è il mondo lo spazio in cui giochiamo la nostra identità.
    abuk

  3. Vi ringrazio, e ringrazio Antonella non solo di essere qui, ma anche del commento, che aggiunge un’altra preziosa pagina al libro della “Dimora”.

    Per quanto riguarda il “poemetto”, posso dire che erano anni che non avvertivo in un testo, in modo così tangibile e pregnante, e a livelli altissimi, lo “spirito” e la “sapienza poetica” della grande Patrizia Vicinelli.
    Credo che questo testo, fatta salva la sua specificità tanto autoriale che di contenuto e stile, si appartenga naturalmente, per grazia/profondità/potenza espressiva, ai “Fondamenti dell’essere”. Un vero gioiello.

    fm

  4. oggi le cose vere le fanno quelli che vivono il margine. dal margine non si può avere contatto con iil centro ma con altri margini.
    antonella ha risorse immense e nei prossimi annise ne accorgeranno tutti.

  5. Un lavoro magnifico questo, proprio come tu francesco avevi preannunciato. È un osservare il dissolversi delle cose in altre, il loro rinascere altre in altre, il loro assumere nel centro la concretezza del loro essere per poi sconfinare, pendere nei bordi, come dice Antonella, attraverso il piano del tempo in una lingua che del tempo ha l’andamento circolare e infinito. Non le si salva quelle cose ma, nella parola che nasce da questo sguardo, si lascia che esse siano.

    brava.
    lisa

  6. Poesia bella e intensa, sapiente e poematica, da leggere ed ascoltare. Poesia che rimanda a maestri essenziali. “E’ il mondo lo spazio in cui giochiamo la nostra identità”. Per “desiderare un nuovo inizio”. Grazie, Antonella.
    Marco

  7. E’ sul margine che fioriscono i maestri essenziali: ed è proprio del libro dei margini che i testi di Antonella sono pagine preziose.

    fm

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