L’unico paradiso possibile (II) – Livio Borriello

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l’io è il residuo del mondo, è quella cosa separata dal mondo che lo istituisce. così è l’essere umano. l’uomo è una frontiera, un fronte di separazione. è quella cosa che distanzia a 100 metri il celeste tenue – inconcepibile – del palazzo di fronte, è il misterioso dispensatore d’azzurro di cielo, e dei filamenti strinati, del cotone delle nuvole. ma anche di questo spazio che le perfora, di questa galleria dove schizza e con un tonfo soffice o uno schianto si va a perdere, fino all’acqua morta, alla pozza inerte di questa parola

Selezione di testi da: Livio Borriello, Micame, Napoli, Edizioni OrientexPress, 2008.

 

[…]

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29-1

vorrei che io e te fossimo, quando facciamo l’amore, due antichi cinesi di due antiche stampe cinesi
vorrei fare tutte le posizioni, esaurire le tabelle, e uscire dal libro
poi io e te (così) faremmo
un figlio

cerco la salvezza nelle ulteriori sensibilità che mi leggeranno, nella loro fievole passione

bisogna ragionare col proprio alone

dio ci dispera, per fare la parte della via di scampo

ascoltare dio è ascoltarsi fino in fondo, fino a sentire il proprio corpo. il corpo ha qualcosa da dire, proprio perché rappresenta la nostra consistenza minima e essenziale

tutto quello che accadrà accadrà a partire da te e a finire in te, e sarà sospeso fra te e te

io sono una catastrofe quieta, nata da un’esplosione terrificante e restata soffocata nel mio contorno. il mio corpo, la presenza del mio corpo nel mondo, è questa esplosione stabile. i getti e le protuberanze fiammeggianti scagliate dal mio esistere nell’esistenza, sono contenuti e stabilizzati dalle leggi del mondo, e il risultato è questo silenzio, questa immobilità. ma basta pensarci un attimo, basta scrostare un attimo l’abitudine a sentirsi esistere, e si vede che io sono un evento impossibile

forse l’universo è proprio questo, cani e barattoli di pomodori, con un lieve alone intorno che siamo noi e l’infinito. noi non abbiamo infatti idea delle sue proporzioni. ce ne rendiamo conto soprattutto in questi momenti di smottamento, di caduta non traumatica e inesorabile in una vertigine

la passione ci squarcia, e ci lascia esposti a qualcosa di non psichico, di non linguistico. nella passione noi pulsiamo di un battito ignoto, ci sincronizziamo a quel battito ( patiamo, appunto…)
del mio corpo, resta la bellezza, ovvero la ritmicità di quei battiti.

le falde grasse – come cariche di elementi complessi – delle nuvole, non emulsionate nel liscio del cielo

le nuvole, umidità sfibrate, vaganti del cielo. il fatto che siano bianche, e il cielo azzurro, dimostra che il mondo esiste. questo azzurro sembra un filtrato della sostanza più grassa e pesante del mondo, un filtrato senza scorie, un suo siero

le cose nel mondo, scollate dall’aria intorno. una ragazza sospesa sulla poltiglia visiva del marciapiede, volteggia nello spazio del gres. vola, per così dire, e carica di materia ora un volume di spazio, ora il successivo. altri sempre nel mondo sono sugli scalini, ed è come se lo fossero. non ha resistenza il mio sguardo. il cielo, come filtrato, è omogeneo, vetroso

che è la carne per me… l’altro… quei due nei e quella schiena… quella vita… il corpo vivo, animato, tiepido, debolmente pulsante… gli occhi

in questo libro non parlo mai di politica, forse perché la politica non mi sembra una cosa seria. una cosa di politica che mi viene da dire, è che oggi mi sono commosso pensando ad uno che ieri mi ha venduto del miele. questo tizio aveva fatto il miele, credo, nella sua comunità del grossetano (non gli ho chiesto niente, non lo so, gli ho solo chiesto il prezzo), fondata credo dopo il ‘68 con gli amici. era alto, asciutto, aveva la barba brizzolata e i gesti misurati e composti. siccome aveva una faccia seria, parlare di lui mi sembra parlare di politica in modo serio. io mi sono commosso semplicemente pensando alla sua faccia seria, e questo mi sembra l’unico modo serio in cui si può parlare di politica

 

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ragioni per suicidarsi:
per eleganza
perché la vita non è essenzialmente possibile
ragioni per non suicidarsi:
per non darla vinta a nessuno
per non creare fastidi forse a 2, 3 persone
per educazione, perché morire non sta bene, per non sporcare per terra
per scrupolo
perché comunque, in qualche modo, questo pezzo di piombo in mezzo alla carne non è una cosa naturale

nell’occhio del fruttivendolo che mi ha guardato, io sono diventato sempre più grande, fino alla distanza di contrattazione. io sono un acquirente di pomodori non meno che la complessa figura psichica in cui mi riconosco. ma fra l’acquirente e quell’io, qual è la causalità, qual è la continuità che autorizza a identificarli?

io sono un volume colmo di carne, ma un volume colmo di carne non sono io

il punto di vaniloquio del discorso. esiste sempre un punto in cui il discorso rivela la propria inconsistenza, il vuoto sui cui si sorregge

nel momento in cui io sorgo, e sconvolgo l’obiettività delle cose, la loro sincronia e adiacenza, in quel momento il punto che mi contiene non mi contiene più

perché io, che ho un desiderio di non essere quello che sono, lo sono

l’io è il residuo del mondo, è quella cosa separata dal mondo che lo istituisce. così è l’essere umano. l’uomo è una frontiera, un fronte di separazione. è quella cosa che distanzia a 100 metri il celeste tenue – inconcepibile – del palazzo di fronte, è il misterioso dispensatore d’azzurro di cielo, e dei filamenti strinati, del cotone delle nuvole. ma anche di questo spazio che le perfora, di questa galleria dove schizza e con un tonfo soffice o uno schianto si va a perdere, fino all’acqua morta, alla pozza inerte di questa parola

persone che litigano nel palazzo di fronte. arrivare alle radici di quell’urlo, alla sua sacralità
(crepare, fratturare la bolla sonora, sconfinare dal territorio acustico, sporgere, rigurgitare dal corpo)

cos’è l’azzuro, che pervade i granuli omogeneizzati di cielo, intrisi dalla luce? cosa c’è dentro quell’azzurro? non avverto altro che un prurito, un prurito nelle pareti del pensiero e della lingua, un prurito incomprensibile e intollerabile – ma questa prodigiosa volontà di salute, disperata e in sé felice

quando siamo nudi, quando siamo ridotti alla nostra consistenza essenziale, noi possiamo provare un bisogno di danzare, di sbattere e permutare il nostro corpo

alla fine guardiamo fissi nel vuoto

intanto gli altri possono guardare i nostri occhi e supporre un omuncolo in noi.

io esisto solo col corpo, e ciò che di me non è corpo è appena una pressione, un prurito

il cielo è inumano, il fiore è inumano – fin tanto che spicca con la propria tinta netta e acuminata, con la propria irrappresentabilità, dal linguaggio
quel che non è umano, non sappiamo come chiamarlo. esso preme, pulsa debolmente fuori dall’umano

tutti vivono su quella estremità delle cose che sono i segni – l’umano

nel buio, io solo, inglobo in me l’immenso respirare, pulsare, delle cose – tutto comincia da me e ritorna in me. io ho questa immensa responsabilità, la schiacciante e meravigliosa irresponsabilità della mia solitudine

 

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il principio della democrazia è che se 2 che hanno torto si mettono insieme, insieme hanno ragione

nei corpi…cosa troviamo nei corpi… in queste paste bianche, levigate, tiepide e leggermente elastiche, animate, convulse da un fremito di nubi elettroniche, questa materia che si sposta, che sovverte l’immobilità. dagli occhi vediamo sgorgare un flusso, nei genitali sentiamo erompere e urtare il mondo una forza generatrice, una propulsione a rinnovare il ciclo.
ricostruiamo da questi reperti vividi una psiche, una figura linguistica

quale forma assoluta ho aggiunto al mondo? eppure ogni uomo che pensa il mondo è quel mondo, ed è responsabile di tutto il mondo. un gesto pieno e definitivo, questo dovrei compiere. non più meschini calcoli di superflua sopravvivenza, ma una vita che emani luce, forza, bellezza come una fiamma

siamo 6 milardi, contro 6000 tigri, e tanti insetti ma piccolissimi
preti e politici, nella loro consueta postura a testa bassa, continuano a spronarci all’avido dominio del mondo, a moltiplicarci, a iperemizzarci

la donna elegante in una mattina di sole
voglio essere un uccello, voglio ritornare un uccello.
voglio che il mio corpo si piumi, si chiomi, si vesta di luci tessili e inneggi a sé nella festa del sole.
voglio rovesciarmi nei colori, voglio pervadere e saturare le retine del mondo. voglio volare nello spazio cromatico e depositare nel mondo la mia immagine lussureggiante e fatua, prima che il dio mi abbandoni

16-5
ci vorrebbe una donna che non pretende nulla, una che non si crede nulla.
che aziona la sua carne floscia, abulica, fiduciosa, solo per adagiarla nella mia mano

io scrivendo vorrei rendere qualcuno più come me

più il mondo esiste, e più mi sento lacerato, ferito, senza poter guarire, perché non c’è un male da cui guarire, ma una salute, una pienezza

quel che ci interessa è soprattutto l’oggetto che è l’altro – la sua consistenza essenziale e elementare – la sua struttura plastica, il volume che colma, le iridescenze opache dei suoi tessuti irrorati, quelle nerastre e umide dell’occhio (dell’anima).
(l’anima, come una specie di tessuto destrutturato nella vastità percettiva, carico di cose in sospensione)

che significa sentirsi vicini all’anima di un altro?
noi siamo sempre vicini e compenetrati a ogni altra anima, quando ci baciamo o quando siamo imbarazzati dal salumiere

io faccio quello in cui davvero credo, così che quando passo la gente dice: ah, quello è uno buono, che fa quello in cui davvero crede

7.3
il fatto è che dio non esiste ma come è possibile che dio non esiste se c’è questa scritta Banco di Napoli?

l’animale a cui sembra
l’uomo è l’animale che pensa, oppure, meno presuntuosamente, l’animale a cui sembra. la bestia che, per quanto impersonalmente tenti di pensare, non può scalzarsi dalla propria visione soggettiva e individuale. l’animale a cui sembra di pensare, o l’animale che travisa, che travede

abbiamo adibito la materia e il corpo alla vita, quell’ammasso di materia pastosa e inerte che è il cervello all’io, alla coscienza. il problema, è contrastare il ritorno di queste cose alla loro natura originaria, il dramma è che è impossibile

potrei essere altro da esistente, potrei essere desistente, una cosa che smotta e scade continuamente da sé, o fosforescente, una cosa che esce un po’ dall’essere quella cosa, e va in questo spazio fosforico e indeterminato, o meglio ancora un oggetto deiscente, sempre sul punto di scapsularsi da sé, e che esiste solo nell’incessante proliferazione di sé – come la fiamma o l’ossigeno nascente

vivere, è afferrare continuamente il bandolo che siamo della matassa, e sorreggere col corpo questo punto per non precipitare

purtroppo il cristianesimo nasce da un’idea comica, che dio abbia un figlio

solo il futuro ci appartiene. il futuro che può ancora accadere. e sul futuro si regge la vita di ciascuno. ma il problema è che, questo futuro, accadrà?

oggi sono invaso da un amore strano ma smisurato per la vita, per la vita sporca del mondo

in effetti non esiste un’idea di infinito in noi, solo la paura e la vertigine di un finito lunghissimo. un-lunghissimo-finito-in-noi

a un certo punto ho deciso che il mio corpo ero io. prima ero una successione di cose, una collezione di cose. la lingua che sono, se c’era, migrava da una cosa all’altra, da un punto all’altro del mondo. poi questo altruismo indifferenziato si è rivelato forse instabile. ma è restata la passione, la nostalgia delle cose che sono stato

l’io come un’increspatura dell’esistente, del mare uniforme causa-effetto

potremmo essere meccanismi addestrati a eseguire un io

io scrivo in definitiva solo per produrre un corpo, o la rappresentazione grafica di un corpo, meno approssimativo e inaffidabile

se fossi stata una bella donna perfetta, forse non avrei scritto una riga, ma mi sarei fatta fischiare per strada

quel che pensiamo che ci accada, non ci accade davvero. quel che resta della cosa nel nostro pensiero, è solo un residuo di ciò che è accaduto. o forse, è esattamente quel che non ci è accaduto, e la prova che non ci è accaduto è proprio che lo abbiamo pensato. noi siamo proprio quel punto di interruzione delle cose in cui esse non sono. quell’albero, non c’è. quella nuvola, non accade. è il pensare, che non accade, è il pensarle che accade al loro posto, ma noi esistiamo solo in questo pensare. e la nostalgia di quel che a nostra insaputa accade, che portiamo per sempre in noi, è ciò che chiamiamo il senso del sacro

nell’angoscia a volte incontri te come in un luogo, e capisci che allora, se sei lì, non sei tu. e allora, quali occhi stanno guardando? e cos’è quell’estraneo che sei? in quale casuale meccanismo di carni e atti hai riposto la tua vita? ecco perchè cerchi subito di perderti di vista

hai voglia di femminismo, le donne sono animali, e quelle che non sono animali non sono donne, o sono virilizzate in misura di quanto sono meno animali. certo, siamo tutti, animali, ma i maschi sono capaci di essere un po’ meno animali, perché sono capaci di essere un po’ meno se stessi. le donne sono sempre in loro, coincidono sempre con quel che sono, esattamente e spesso magnificamente, ma questa irrazionale esattezza è un limite (è quella dei bambini e dei gatti), perché preclude un riconoscimento reale del non sé, del mondo.

noi vogliamo essere riconosciuti per quel che siamo, ma riconosciamo gli altri per quel che appaiono.
né può essere altrimenti, perché l’altro è inaccessibile, e sarebbe accessibile solo se fosse possibile una sorta di trasfusione corporea totale

 

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adattato da frate indovino
se sto morendo di fame, ho diritto a mangiare la tua mela, perché il danno che subirei non mangiando la mela è maggiore di quello che subisci tu se la mangio

il mondo non è ineccepibile come un calzino di piero angela

se esiste questo lampione, perché non ci baciamo?

arie di circostanza
che aria dobbiamo avere nella circostanza di esistere?

il bagliore incerto e fosforico del mio corpo nella città, perduto fra le deboli pulsazioni delle altre esistenze

questo coso che sono, gettato alla rinfusa con la sua carne, le sue cortecce, le sue minute meccaniche molli assemblate – fra le cose; sloggiandosi dalle sedi di minuti, metri e altre determinazioni incessantemente; in ammollo perenne in questo plasma     coso incomprensibile, ignaro, debolmente pulsante e come attaccato al mondo

di un Crocefisso senza arte né parte ce ne saremmo fregati, noi amiamo il Crocefisso perché sappiamo che ha vinto (che si è schiodato)
(siamo un po’ tutti come quelle segretarie a cui piace consolare il manager nei momenti di tristezza)

è l’idea stessa di un messia, di un cristo, che è un prodotto, anzi un’aberrazione culturale. che ragione avrebbe infatti un dio, che fosse l’unico e il solo, di farsi adorare, e di inviare un messia per convincere gli uomini a farlo?
gli unici a guadagnarci dall’esistenza di un messia, sono gli uomini che parteggiano per lui (dagli apostoli, alla chiesa, fino al ” gott mitt uns” sui cinturoni dei nazisti o all’”in god we trust” sul dollaro)

esistono effettivamente molti dei: quello desunto (cioè pensato), quello amato, quello temuto ecc.
(il mio dio è un orlo della carne?)

una nuova rivelazione che annunci: state lontani da me e non vi fate mai più vedere, né da vivi, né da morti

dio ci ha fatto a sua immagine e somiglianza, tranne i contorni

dio aveva anche un altro figlio, un oligofrenico della bassa galilea che fra gli uomini non ebbe la stessa fortuna del fratello

se dio esistesse, adoreremmo un altro

è come se nel mondo, in un ciclo della storia, possano esistere solo 3,4 istanti che producono la scintilla, la nascita di cristo o lo sguardo fra due adolescenti in un villaggio indonesiano.
come se tutto l’immane volume dell’universo che possiamo immaginare, si regga su questi 3, 4 istanti

si può impazzire a ricordare e a desiderare, a pensare al fatto che siamo stati o che saremo

se dico cane, dico il cane (se dico il cane, dico una materia di cane, un pelame animato dentro e abbaiante, una storia canina ecc.); se dico dio, è già qualcos’altro

parlare di dio è sempre un’attività losca

io nomino spesso dio, ma ovviamente sono certo, anzi il mio sistema pensante è certo, che non esiste nessun dio. esiste un’immane pericolosità dell’esistere, questo continuo schioccare e sventolare di ogni punto immobile del mondo

 

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il mio corpo ora tocca carne
carne di un altro corpo
i contatti fra di esse, generano una turbolenza, delle collisioni
dalle cavità delle carni dell’altra, provengono suoni che si propagano fino alle mie
(calcando o configurando certi assetti ormonali, punte dei fasci che attraversano i corpi)

la coscienza come effetto di un’irritazione, di un attrito fra i neuroni e il mondo – come uno sfregamento delle loro sostanze

basta al mio corpo l’oscillazione di una foglia, o la bellezza di una linea o la consistenza di una carne, perché avverta l’impossibilità, perché si emozioni

e la mucosa esposta produce le parole, lo sfrido acustico

il mio corpo non riesce a parlare. o parla solo trasposto nella mescola solidificata dell’inchiostro, che proveniva da altri minerali, da altri corpi. o parla a volte con degli abiti, o con degli inciampi. ma le corde vocali, non emettono mai i suoni suoi, i composti di queste parole che sono i suoni suoi, diretta ripercussione del corpo.
questo forse è un po’ di tutti, o di molti.
parlano forse per noi alcuni libri, alcuni gemiti, e forse il mondo che abbiamo costruito, che è strano e violento

lo scopo della nostra vita è perdere la parola, arrestare quella perdita che è la parola – arrivare a quel punto in cui non c’è più una parola da dire

le donne esistono in modo imparaticcio

esiste dio, ovvero una privatezza psichica?

visto che non sono un’entità compiuta e perfetta, una foglia, un giovane atleta, una tempesta, o un angelo, visto che sono questo che sono, mi conviene saperlo, o che mi conviene sapere di essere?

lo scopo della nostra vita è essere importanti. noi consistiamo nell’effetto che portiamo al mondo.
(uccidere o amare è essere importanti. non ci basta importare agli oggetti. vogliamo importare ad altre vite)

io sono sempre come scritto nella vita. racchiuso in un contorno

dio appare solo negli strappi, negli aloni, nelle turbolenze del linguaggio
dio è un effetto linguistico
ma quel linguaggio è ancora dio

primo tepore, prima angoscia del mio io caldo
mia nevrosi, mia sporcizia. melmetta e ossessioni

io ora mi sono sentito nel mondo come un pazzo che ha fatto esplodere il manicomio
(guardando la rosa)

la giustificazione scientifica della fisiognomica, è nel fatto che nell’uomo, animale linguistico e comunicativo, l’espressività ha un fondamentale valore adattivo – quella della mimica facciale, che esprime le emozioni immediate, come quella della struttura somatica, che esprime caratteri psichici più stabili.

 

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io sono questo sedimento di passato, io sono il lungo, interminabile deposito di tutti questi atti, di tutti questi istanti che furono pieni, e che mi riempirono e costituirono. io sono questa sovrapposizione inconoscibile, di tutto ciò che è accaduto, e non solo a me, e non solo qui. io sono questa massa incalcolabile, spaventosa. e io sono la perdita, ma poi la trasformazione di tutto ciò in me, la solidificazione del tempo in carne ed atti e volizioni. io sono questo punto che si perde in se stesso, e che non ha controllo, cognizione e sentimento di sé, essendo troppo vasto, illimitato e insondabile

io non credo in dio, ma in suo fratello, dino

natica e occhi, sono in qualche modo elementi polari. uno è la punta anteriore, l’altro quella posteriore del corpo. l’occhio è il fronte dell’io, il punto di tangenza col mondo, l’organo attraverso cui lo controlliamo e possediamo; la sua funzione, lo sguardo, è l’atto che compie l’io nei confronti del mondo. la natica è invece una massa inerme, molle, cieca, sguarnita, rassegnata, totalmente disponibile e passiva. come l’occhio è appuntito e si insinua nel mondo, la natica è fatto solo per subirlo – scudisciate o palpate amorose – per sottomettersi e soggiacervi. la natica prende atto del mondo, non agisce, lo verbalizza, ne è promulgato. è una pellicola in cui il mondo si va a imprimere, sotto forma d’accettazione o di rifiuto. l’atto della natica è la presenza, la persistenza. simboleggia forse la nostra esposizione all’altro. è la materia indubbia, solida, persistente, come l’occhio è l’offuscamento della coscienza.

io sono pascolo di zanzare
io sono supermarket di zanzare
queste zanzare che un po’ lo sono
specie dopo che certo me si è trasfuso in certo loro
zanzare me, volanti me-serali e notturne
che un po’ mi continuano, me librati, me decollati
come vorrei che fosse di me il mondo

il problema serio, è che noi ce ne stiamo andando, e che quell’altro che verrà, fra un istante, al nostro posto, è un altro, è un estraneo, è un impostore

col mio corpo, col mio nome, si spaccerà per me.
ma che sarà, ma chi sarà costui?

chi è il fantasma, l’ectoplasma fibrato della sostanza inesistente del futuro, che, su questo stesso tavolo dove siedo, e mi smaterializzo istante per istante, mi succederà, mi sostituirà?
chi è che spietatamente disintegrerà la mia allucinazione ontologica, chi è questo sicario del possibile?
è uno che non vive nell’istante, uno che non ha secondi nel proprio sangue

se considero la sostanza di cui sono fatto, e come può mancare, quello che mi fa più paura è il passato

tu che a 20 anni eri un corpo che attraversava il mondo
e sei esistita, successivamente, fino a essere ora, quest’altra cosa

ora hai incrociato me, ignoto personaggio, altra carne semovente e esfoliazione del tempo, e questo è accaduto

 

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in armariolo e in antisma
l’interiorità è l’irrealizzato e l’irrealizzabile socialmente, il deposito, la provvista, la quota inespressa, l’intenzione e la registrazione (il desiderio e la nostalgia) del nostro essere sociale. è una vescicola del linguaggio, in questo consiste infine ciò che chiamiamo l’io interiore

il mestruo è la ferita della donna disamata.
l’ossessione estetica della donna è insieme strategia difensiva e mascheramento della ferita

lo scrittore, scrivendo bene, vuole in fondo dimostrare di essere più normale degli altri.

il lungo processo di identificazione al nome. bambino, subisco l’imposizione di quei pochi suoni; poi gradualmente me ne intrido, me ne compenetro. e tuttavia, io già nel momento in cui concepisco questo rapporto, in cui sono linguisticamente disponibile, io mi sgancio da me – io lingua sgancio io cosa.
né ci posso far nulla. io so che il mio posto è nel pezzo caduto, nello stadio lasciato cadere, ma che non posso essere altrimenti.
la vita è stata ed è questo distacco progressivo, e la fine della vita sarà il momento in cui resterà solo il nome, e i pezzi ossei e le cose organiche sparse e smontate non significheranno più nulla. il nome le avrà inghiottite definitivamente e, carico di tutta la mia vita, sarà finalmente adempiuto, sarà interamente diventato la cosa che nominava

io faccio questa specie di urlo, che diviene questa specie di fiore di cristallo nero
dal fondo del mondo, dal fondo dell’abisso del mio corpo, dal fondo del deposito di segni che è l’io che è nel mio corpo, si leva questo filo flebile, e che però mi rappresenta tutto
io scaglio l’urlo con tutta la violenza che posso, ma non proferisco suono

la bellezza è un’esitazione del tempo – il tempo che non sa bene che vuole fare

6-4, h. 8
nel “sogno”, barbaglio di luce interna che si plasma nella caverna del corpo chiuso, con le palpebre serrate, blindato dal cranio – la mimosa, soffice, tremula, pallida e organica, che induce l’altrettanto strana sostanza della felicità, stato di detensione, fluidità, scorrevolezza, congruità e complanarietà, di ben essere, di pien essere

il piccolo sfrantume di piombo, intromettendosi nella mia carne, interrompendo dei circuiti, dei flussi, dei processi dinamici, agendo improvvisamente, nell’istante astratto dello sparo, prima che il corpo possa integrarlo come un molle e lento fagiolo – ristabilirebbe l’equilibrio fra le cose del corpo e le cose fuori, riporterebbe la mimosa proliferante, incontrollabile, ipertrofica, gassata del sogno alla sua natura di cosa inerte, indipendente dalla mia immaginazione, ricollimerebbe la mimosa vera sulla mimosa falsa, la mimosa duratura e reale sulla sognata e istantanea

23-4, già le 11

la scoperta dell’ora, lo stupore nel guardare l’orologio, il già le 11, è la percezione dello scarto fra tempo reale, esistito da noi, vissuto, circolante in noi, e tempo meccanico, puro allineamento di moti e percussioni di materie metalliche o atomiche, non-tempo in definitiva. il tempo reale avanza a sobbalzi, è formato dal nostro corpo e come quello è elastico, molle, sfrangiato, cavo o spanciato, aritmico, quello meccanico è invece un semplice accadere di moti, che solo statisticamente risulta oggettivo, seppur molto oggettivo. il nostro arrancare dietro questo tempo, o il nostro riagguantarlo con l’attenzione e riaggiustarci ad esso, il nostro infilarci e forzarci continuamente nel tempo meccanico, è forse la prima, o una delle più radicali deformazioni che subiamo vivendo, e ancor prima esistendo

il corpo, fa spuma. vuoti d’aria, pneumi, bolle fra i filamenti, fra le bave sonore che protende, gonfiori, riflussi nelle posture, aloni e luminescenze delle carni che trasporta, fanno di noi corpi con un nome, un senso, un’identità
altri corpi, che vedo, ne sono irrimediabilmente privi, e perciò li amo

18-5
il corpo che prega, è il corpo che non può più prendere il mondo
è il corpo senza presa, il corpo che non afferra
le palme congiunte, le palpebre serrate, il busto rannicchiato, questa carne in circuito, questa carne arrotolata e chiusa, che non è più nulla cui si possa appartenere, che non agisce, diventa un corpo in sé, e in quanto tale, rende gloria al mondo

19-5
che esiste del mondo, sfasciato dalla luce di questo primo pomeriggio di dicembre? io confido che esista questa mia percezione eccitata, emozionata della materia, in cui essa si fa ierofanica, vibrante, aurata
così, la bambina sull’altalena che ora si staglia sul biancore crudo delle nuvole, non è più conchiusa, compressa, sacrificata in uno spazio e in un tempo, ma sfolgora e alona dalla sua oscillazione, sventola come se fosse vessillo di qualcosa

in questo mondo in cui tutto è impossibile, proprio perché è accaduto, e come avrebbe potuto?

cavalcavia che racchiude un sole decombente – io sono stato questo, più di quanto sia stato la strada, prima e dopo

l’io si differisce e si scalza a ogni istante – è sempre un presagio e una traccia

l’io aderisce ora al lavandino, lo colonizza – ora si avventa sul passante sotto casa

fra l’occhio e il passante, dove sono? io non sarei io, senza quell’io che non sono – senza quella sostanza (alfabetica, sonora, neurale) – che mi costituisce

tutto è esattamente contenuto nei suoi contorni, nelle sue dimensioni, nelle sue disposizioni.
tutto, però, fa leggermente pressione fuori di sé.

 

***

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14 pensieri su “L’unico paradiso possibile (II) – Livio Borriello”

  1. è una lettura bellissima, peccato io debba ora scappare per tutto il giorno.
    tornerò stanotte a leggerlo ancora tutto e meglio.
    complimenti a Livio e grazie a Reb Stein.
    L.

  2. Tra le dita il peso della carta, nella mente il suono del pensiero che riprende a dialogare con la vita…

    Anche far conoscere buoni libri, quelli che l’industria culturale dominante confina nell’invisibilità e nell’oblio, è una forma di resistenza.

    fm

  3. onoratissimo di essere apprezzato dal peggio del peggio sulla piazza, come si conviene al pessimo che vorrei essere… dopo lucifero, abbiamo addirittura una meretrix ribadita come baldraque, caso mai qualcuno col primo termine l’avesse scambiata per una supposta o un detersivo

  4. E fai bene, Livio: io, pur di essere apprezzato da L. e M.B., diventerei anche più peggiore di quello che già sono…
    Ah, avèrcene di lettori/lettrici così!

    fm

  5. questa dimora stupisce per le scelte sempre altissime come questa di borriello :grandissima veramente forte impregnante che lascia segni bellissimi
    e poi qui si resiste e con grande coraggio
    grande scelta
    grande marotta
    grandissima rsistenza
    c.

  6. Liviobo, non ho ben capito se sfotteva o elogiava, sa… io son proprio contento d’essere “fuori piazza” se la piazza mi propina una minestra riscaldata.
    Senza dunque approfondire la sua originale uscita, le ribadisco il mio apprezzamento non sulla persona – che non ho il piacere “infimo” (in quanto io infimo) di conoscere – ma sul testo appena riletto.
    resistenza significa anche fare il salmone…
    chissà, potrebbe essere un altro pseudonimo da usare altrove.

    buona serata.

    Lucifero

    (fm … grazie.)

  7. mma GRAZIE! in effetti ho voluto ribadire il concetto proprio per fungere da “reale” supposta … non dimentichiamo che la letteratura ci propone anche la “casta meretrix” e non sia mai mi si confonda con ELLA!

    lusingata che la mia infimità l’aggradi … sempre ai suoi servigi!

    un saluto al padrone di casa

    nb Lucì non mi tentare che tra salmoni e supposte …

  8. lucifero, se ti firmi così… che vuoi che ti dica chi ti vuole fare un complimento, che sei un angioletto buono? così come ha ben inteso la meretrix, a cui, proprio perchè voglio attestarle il mio apprezzamento, ribadisco che deve essere proprio una gran bagascia…
    centrale questa idea della resistenza introdotta da vitale, e illustrata da lucifero con la bella immagine del salmone… sì, il mio è un vero libro salmone, non tanto per la’ndare controcorrente, ma perchè cerca di risalire alle sorgenti, all’acqua pura… e io mi sento proprio un resistente, un cospiratore del bello…

  9. Far conoscere libri come questi, ricerche letterarie non ortodosse e mai soddisfatte, significa ribadire la necessità di un “sapere” che è soprattutto voglia di sentire il “sapore” delle cose letterarie che possono ancora intrigare e stupire.
    Grazie a Livio e Francesco.
    Marco

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