Il libro dei doni – Capitolo VI, 3 (seconda parte)

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Stefano LOREFICE   Enrico CERQUIGLINI
Paola LORETO   Paola RENZETTI   Paolo RUFFILLI
Luigi DI RUSCIO   Antonella PIZZO   Francesca GENTI

 

Il libro dei doni – Capitolo VI, 3 (seconda parte)

 


Stefano LOREFICE
[da: L’esperienza della pioggia, 2006]

 

Dovremmo sedere attorno alle cose
Alla loro vera posizione
Come dei messaggeri su un vecchio sentiero
Che riposano
Come gente che conosce ciò che è scritto
Senza la finzione che muove la voce
Dovremmo ristabilire la gravità che porta al centro
Non questo fracasso di strade
Che barcolla, con ancore il mattino incastrato fra i denti
E si raccoglie agli angoli, attende l’agguato
Mentre il rumore di passi esita
Intuisce l’errore
E la difesa ci costringe ad arretrare
Che stiamo qui, adesso
Che c’è poco spazio
E i corpi stanchi sfregano
Consumano
Dimenticano

 

*

 

È delle rocce scoperte che ti parlo
Di un certo capire che non ha riparo
Che precede
Al limite del dire
Consapevole che il non detto è rispetto
Come un lago minore
Dove tutto sta rannicchiato
Compreso
Senza attese
Perché si fa presto da una parte all’altra
Senza il bisogno di voltarsi
L’occhio riesce a con-prendere tutto
Abituato com’è al piccolo orizzonte dei piedi

 

*

 

Quel mio pensiero ch’è più vicino a una lotta
Che ogni tanto sbanda
E morde l’amore
E ci si attacca
Per necessità
Per rientrare stretto ad ogni curva
Come una vecchia giacca
Impigliata
Che non vuole saperne di andare

 

*

 

Ci rende simili il restare
in questo freddo da Alpi
il dare per nuovo ciò che abbiamo avuto
e chiamato a denti stretti rimanenza del cuore
la successione regolare
di ogni mia difficoltà da uomo ciclico
di ogni tuo restringimento
ch’è minimo, impercettibile
ch’è un tempo di mani sotto la giacca
coperte
e allora, ogni tanto, ti avvicini alla finestra
con un sorriso veramente tuo
e mi accorgo che siamo indifesi
senza una strada ferrata
senza il suggerimento giusto
per salire
ma nella nostra chimica non c’è definizione
o formula che separi.

 

*

 

Ho bisogno di trattenere nell’acqua
La memoria dei passi
E la sete
Viaggiare è conoscere al contrario
Partire dal cuore, dove la gola non pensa

 

*

 

Adesso la stanza ha tutte queste fatiche
Per me, tutti questi buchi
E me ne rendo conto
Che l’esistere non è semplice essere
È stare nel puro atto
È il resto delle stoviglie, di là
Ammassate, che sembrano gli ultimi giorni
Come un istante di teatro
Nel pieno

 

*

 

è nella mano che sta il mio confine
fra le unghie morsicate, mangiate
perché almeno qualcosa ricada dentro
è nel loro crescere che ricopre la pelle esposta;
fra le dita, che tornano a battere il tempo
che ci sono ancora molte parole
nella parola poesia
non le rime, le furbizie
c’è altro, la tua sigaretta ed io che la prendo per fumare
senza cominciare
e fingo la pazienza di chi resiste
nonostante l’ingorgo
c’è, se guardi bene, quel nostro stare composti
nei luoghi affollati
nel rumore che non ci appartiene
quel nostro misurare le distanze, ed avvicinare i piedi
dove ogni strada ha il suo nome
ed io mi ritaglio un po’ di spazio
in questa parola poesia
io che non riesco di più
come una macchia che non trattiene il suo limite

 

**********

 


Enrico CERQUIGLINI
[da: Fine attività (Damnatio memoriae), 2008]

 

Lavori in corso

Essere nato da mille e più anni non mi mette al riparo
dalla giovinezza. Ho efelidi e acne e strane pulsioni. Le barche
tirate a riva hanno uno stantio sentore di pesce e beccheggiano
contro rami di olmo. Li sento tutti e mille gli anni, nelle articolazioni
del pensiero: dev’essere il mercurio o l’arsenico che danza
nell’aria o nanoparticelle di idiozia insinuate nell’ipotalamo
o l’odore del tuo sesso o l’aria insalubre di questa garçonnière:
ho dolori alla schiena, nessun chiropratico riesce a ristabilire
la verticale posizione: scomposte composizioni babeliche
evidenziano radiografie d’autore. Non digerisco più il sole:
due spicchi e resto immobile per giorni. Eppure la giovinezza,
scimmia che gioca col vento, ha quel sapore di liquirizia
che sollecita il cuore a un pluslavoro senza plusvalore
e partite doppie e saggio di profitto. Corsi e ricorsi, corse
e rincorse per cogliere al volo un’idea, spesso infetta,
che si mostra nella sua oscena nudità, ancheggiando
in smorfiette angeliche con satanico retrogusto, e la prendi
l’idea, la penetri fino a vederla in trasparenza,
senza nessuna attrazione, scompigliata, abusata, oscurata.
Non c’è riposo: m’invecchiano intorno le case e cadono,
come beccacce il dì dell’apertura, ulivi secolari, ramoscelli
e figli di fattori obesi ed io, millenne e satiro, ingravido
la luce che filtra dalle feritorie, priapico e bolso ricercatore
di senso, aduso all’inganno, bordellatore da novanta,
ed io millenario fanciullo, non Dorian Gray, serbo nel volto
sguardi da serpente e un plastico gesto da discobolo
bolscevico abbeverato nel trogolo con barolo e passito
di Pantelleria. Ma la grazia e la potenza dell’eretta
ebbrezza che non si sazia in diuturni amplessi
mi fanno semidio e menestrello di coturnati stronzi.

*

Sono – ora ne ho certezza – lontano da ogni fonte di vita
e continuo, con mani volutamente tozze, a scavare pozzi
e a pitturarmi il volto con fango di petrolio e lamine di argento.
“Sei anima gentile e sorridente visione” – continuo a pensare,
diviso nella mente tra liste di proscrizione e constatazioni
amichevoli dello smacco in corso – servirebbe, da parte mia,
un più deciso distacco, magari approfittando del vento d’autunno
o del deciso abbassamento delle temperature. Resta, se vuoi,
la curiosità ultima del giardiniere che guarda i fiori morire
e pèr un attimo spera in improvvisa rinascita – impossibile
rinascita di sanmartini prolungati e albicoccati. Ecco: tutto è qui,
nella diuturna angoscia, nel vuoto che lasciano gli oggetti
spostati, nel vuoto non riempito d’aria o d’altro gas
più o meno nobile, nel vuoto non nobilitato da dèi o deicidi,
da cristalli o vagheggiamenti adolescenziali. Non è più tempo
di sogni! Non vedi cadere ad uno ad uno i punti che segnano
il senso? Nell’animo scartavetrato non ritrovi venature
stonanti che lo segano in due? Negli occhi che guardi
non vedi quella luce assassina che distingue il vincitore
dal vinto? E nei passi quando rallenta la corsa non vedi
in quali liquami restiamo invischiati? Non avverti l’odore
marcio dell’acqua che batte la palude? Non senti note
senza strumenti, note affilate che serializzano la notte
e la morte del buio? Non vedi le luci che smorzano altre luci?
Potrei continuare a parlare di Husserl o Kierkegaard
e recitare versi col trasporto dell’attore di mestiere
occhieggiante al suono della voce e ammiccante alle dame
della prima fila, ma questo sarebbe il vero silenzio
che tacita ogni murmure, che desolato porta la desolazione
inconsapevole, in un tripudio di tre gradi di giudizio.
Ora – ne ho sempre più coscienza – so di non riuscire
più a parlare! Lo so da segni inconfondibili del cielo,
da nuvole sempre più dense che formano in gola
ostruzioni e patine di silenzio e buio, e lampi…

 

Viaggi imperfetti

Dei silenzi conosco la ricchezza, gli stilemi delle cose perdute,
degli sguardi che disegnano aritmie di colori, dei gesti ampi e decisi,
e conservo memoria di linguaggi appresi in disfide di letterarie
esistenze, di suicidi col gas, di omicidi al ricino, di vendicati onori.
So dire basta – ingrata saggezza – alle ingrate pressioni del tempo
andato, alle nostalgie claudicanti di anni che solo nella mente
brillano di luce propria. Ho sradicato le piantine della speranza
col sorriso di chi non ha altre attese, di chi attende il viaggio
sgranocchiando arachidi e grani di rosario, distratto solo dal volo
smarrito di un pettirosso tra arcate liberty e malate. Il viaggiatore
è sempre solo: ha mille inquadrature che lo aspettano in vite
non vissute. Il viaggiatore è rassegnato incursore che viola
ogni segreto del nemico e sa svelare imbrogli di fiori e di cannoni.
Viaggiatore che rinuncia al pasto e ripone nel taschino ritagli
di giornale e piume di anatra prima di scendere alla stazione
deserta a dissetarsi alla fontana eterna. Viaggiatore che bestemmia
sorridendo accennando un saluto al cloruro di sodio al barista
accaldato e devastato dal sonno arretrato. Guarda a lungo
l’erba tra i binari e in quell’odore di ferro e acqua di scarico
legge il destino di chi sta. Si stampano strisce di sole sul muro,
sempre più esili e in alto, prima di svanire nella stazione serale.

 

Miscele

(…)
Mi hanno ricordato, lemuri ebbri, che ho combattuto trenta
o trentadue guerre perdendole tutte – un paio ai punti –
senza aver lasciato sul campo che ricordi malati e pietruzze
portafortuna. Non è un bel rendicontare, lo ammetto,
e l’aver lasciato mille figli in ventri infertili non consola.
Vidi un giorno guizzare tra petali di cemento uno sguardo
di timida volpe… Lo vidi riverberato in altri animali
ed ogni volta ho udito parole nuove che mascheravano
il silenzio. Annaspavo, respiravo a fatica – ora ho smesso
di respirare – e chiedevo con lampi d’inferno la grazia
della morte. Ricevevo in risposta stimmate, talismani
e raccomandazioni sul cibo da consumare. Avevo molti
più anni di ora: ero quasi vecchio, a cominciare dagli occhi,
e collezionavo consigli. Volevo raggiungere i mille
per poi venderli come sagge sentenze. Ne mancavano
cinque o sei quando il vento di Levante mi aprì il ventre
portandosi via risme di saggezza e due globuli rossi su tre.
Ebbi compagni i rumori del cantiere dove carpentieri
e tossici duellavano con spade di varia lunghezza
alternandosi in turni sindacalmente impropri. Raccoglievo
di notte i frutti del lampione e leccavo le ferite
dei cani intabarrati prima di chiudere nel letargo
quel che restava della notte. Mi destava la caduta
di piccoli operai messicani che si aprivano
toccando il suolo come marci cocomeri, schizzando
in ogni dove rubino nauseante. In uno di quei giorni
mi diedero la notizia del mio decesso, “per arresto cardio
non so cosa”. Questo mi liberò dal peso eccessivo…

 

**********

 


Paola LORETO
[da: Quaderno di primavera, 2008, inedito]

 

L’odore del tempo

È odore di materia
nel primo profumo
di febbraio. E d’uomo –
forse le labbra
che s’annusano.

 

Nulla si perde

Cambia perfino il suono.
Quando cambia la luce.
Non la cerchiamo, quella
differenza nell’aria
che s’affina e ci chiama.
Tiratardi, la sera.
Conduce ogni odore e rumore
che avevamo dimenticato.
Non ci lascia riposare.
Non possiamo più pensare
a altro che non sia la stagione
e le sue conseguenze.
Tutto torna. Smetto di fare.
Si spalanca la visuale.

 

Primi sintomi

Son cominciate le nausee della stagione:
nasce la primavera. È il primo caldo che le causa.
Ho paura di non farcela a passarla. Ho paura
della luce aperta, del suo vasto orizzonte.

 

Il pensiero della vita

Il primo vero è la stagione più folle.
Non c’è forma, né misura, nell’assalto
dei fiori, delle foglie. Sopraggiungono
da ogni lato, ti sorprendono di tinte,
ti accerchiano di odore dell’aria.
Non vuoi aver scampo al giallo, agli amenti,
alla doppia magnolia. Vuoi essere
trovata in ogni anfratto che imbocchi
per restare sola, per essere,
per riposare dai sensi nei pensieri.

 

(da: La memoria del corpo, 2007)

Disincanto

Non mi manchi tu: mi manca un bacio.
Il gesto di una mano intenta a dire
le cose, le sue dita intirizzite, dritte.
Una voce sonora, che riempie
la stanza dov’è e quella accanto.
Una mano fresca sulla pancia,
qualcuno che mi afferri il grembo
e me lo tenga stretto.
Due labbra sulla tempia,
un fiato caldo sulla palpebra,
un ragno che corre
per la schiena, tra le scapole
e lungo la spina dorsale.

 

Vicino al cielo

Provo a sentire il sapore
di una fetta di mela cotta
con la buccia sulla torta
soffice di Lyn, al mattino,
quando il sole si alza labile
oltre il Picco del Bisonte
e mi tocca tangibile
sul ponte di legno del rifugio
della Valle degli Indugi.
Il senso repentino
del non cedere di un film
che serra la polpa sfatta
profuma di cannella.
Mi scotto col caffé appena
fatto (Dave ha detto di
andarne fiero) con regolare
affetto. Si sgretola friabile
sotto la mela il morso perché
è nato così: per darmi gioia
finendo di esistere perfetto.
Una voce mi salta nel cuore,
poi un’altra. È quasi giorno.

 

**********

 


Paola RENZETTI
[da: Inediti, 2008]

 

Dall’Africa

Ragazzo hai fatto
della strada un tavolo.
Seduto con quel cibo
tra le gambe, sulla tua fame
oggi, quasi s’inciampava.
Il tempo di una pizza e tu
re dell’asfalto, ti prendi
Milano a Primavera!
Prima che si passasse noi
ombre di pensieri, su quel sole.

 

Ori nel tramonto

La giravolta insensata,
cantilena di bambina
e ti sei detta che eri tu.
Dalle pietre ori nel tramonto,
si staccava in mille voli
il germe della solitudine.
Vaso incrinato nella luce,
godevi di una fragile coesione
e sorridevi di quel primo
senso dell’essere che sei.

 

Un bel balcone

Monolocali con affitti cari,
macchine in sosta e Kebab.
Tra vecchie case collassate,
nemmeno vedi più il cortile.
Sono restati un ballatoio
e piante discendenti
sulla corona di gradini
stretta, saliamo per la scala.
Del grigio di Milano resta
sopravvissuto, un bel balcone.

 

Senza un braccio

L’avevano portato le sue gambe,
fino a fermarsi sui nostri gradini.
Alzava la forchetta ad occhi bassi,
o beveva un goccio dal bicchiere.
“Perché non l’hai fatto entrare?”
Ti vedevo vagabondo nei fienili.

 

Un vecchio balbuziente

Con la faccia all’aria del mattino,
sulla soglia slegava le sue sillabe.
Liberava la lingua dall’incanto
e vuotava di minuti la scodella.
Nei singhiozzi si libravano alte,
più agili e forti le sue note strane.

 

Incertezza felice

I monti sono incoronati
di pesi leggeri:
Nuvole o neve?
Incertezza felice la senti,
nel finire del giorno,
di questi delicati rosa
in sfumature d’arancio.
Per l’azzurro è un silenzio
trionfale, ma nulla se guardi
la terra coi suoi verdi
e i suoi scuri, i suoi gemiti
fiori, ancora per poco rinchiusi.

 

Vedo rigare fiumi

Chi mi darà il verso dei caprioli?
Sparsi nel bosco rado si lanciano
richiami, tra il roteare dei bombi.
Svegliati al primo sole
primi sulla scarpata,
a macchie di colore
avanzano gialli e viole.
Sento la terra morbida
sciogliersi in rive d’acqua,
e le radici nel vigore
sorridere alla pasta.
Neonati vedo rigare fiumi
e correre alla strada, discendere
al canale, largo di cascatelle.
Un muso si affaccia scuro
e beve sorsi dal cielo.

 

**********

 


Paolo RUFFILLI
[da: Le stanze del cielo, 2008]

 

Ordine

Grate e cancelli da ogni
parte, intorno, tetri cortili
dalle altissime mura.
Ovunque regna
un ordine di cose
che qui è del tutto inusuale,
spazzato e ripulito
eppure in abbandono,
insieme ligio e duro.
L’odore di una gabbia
contro il muro:
muffa e colla, dentro,
umido e sudore.

 

Detenuto scelto

L’effetto è che
mi sento addosso
la fiacca del malato
e sono incerto
e lento, le giunture
piene di piombo,
stento pure a fare
da spettatore, qua,
dentro la gabbia.
Un detenuto scelto
(la sua condotta buona
è, spesso, la facciata
da marionetta
di chi nasconde
la sua disperazione)
occhi di vetro e
mani che si allungano
a caso da una parte
e dall’altra
a riordinare carte
di una improbabile
cercata verità,
nell’attesa che
le cose scritte
diventino realtà.

 

Prigione

Il tavolo e la sedia,
il piccolo scaffale
con pochi libri addosso
e la finestra sul cortile
dove è in corso
già la passeggiata
d’aria regolamentare:
pochi per volta
in marcia collettiva
di mezz’ora.
…che tu respiri
e mordi, inghiotti
e digerisci,
per sopravvivere
a te stesso
sordo e muto
a tutto il resto,
allo stato attuale
delle cose,
confuso e arreso
chiuso qua dentro
rifattoti animale

 

Evasione

Che sogno è questo
di fare un buco
tanto largo che, se vuoi,
ci puoi passare
calarti giù
da venti metri
usando corde
sottratte chissà dove
poco alla volta…
Da qui vedo una casa
là di fronte
sulla curva del paese
e un albero fiorito
che spicca per colore
sulla facciata in ombra.
Quel pesco in fiore
e il suo tornante rifiorire
che non avevo
mai considerato
mentre ero fuori
è il simbolo
di quello che mi manca
e che ho perduto.

 

Vita tagliata

Non fu curiosità
e non fu noia
la cosa che mi spinse
e mi ha smarrito…
fu anzi la coscienza
minuziosa
di me e del mondo
a muovere e guidare
i passi ignoti
del mio precipitare.
Il mondo ed io,
corrispondenze esatte:
pietra senza labbro
e labbra senza verbo,
per quanto inseguo
e cerco.
Più che fuggire
gli sono andato
incontro,
ma niente ho mai
subito o abbandonato.
Ho sempre scelto,
e ho attaccato,
per ultimo me stesso…
né rinunciato affatto.
Ho scelto e amato,
sbagliando, sì,
e avendola aggredita,
ho guardato in faccia,
tagliata, la mia vita.

 

Fuga

Ma non perché
incompreso
e non amato,
debole forse
non vittima però,
estraneo a tutto
e di sicuro fuggitivo,
uno che sente
l’ebbrezza di scappare
verso il vuoto,
tra le braccia
del suo niente.
Per vivere da solo,
per vivere di lei
lasciando dietro a sé
il deserto,
l’anima in cambio
della sua luce
intermittente
in campo aperto.
Pallido evanescente
come uno spettro,
il buio negli occhi
e il suono del silenzio
dentro la mente.

 

Notte

O notte mia diversa
da tutte le altre
notti al mondo,
notte eternamente
luminosa
nella sua chiusa
fulminante assenza,
canto e armonia
che alita dentro
il tuo silenzio,
respiro che si tende
e gonfia all’infinito:
l’essere intero
non più diminuito,
l’abisso inabissato
riempito dal suo crollo.

 

**********

 


Luigi DI RUSCIO
[da: Le streghe s’arrotano le dentiere, 1966]

 

Per la gatta in calore
le cavalcate dei gatti sopra i tetti
e l’allegria cancella le crepe delle case
la luna è insieme ai canti dei galli
il fischiare è questo voler ammutire i cani
che abbaiano e si agitano come volessero addentare
il vento di questa notte che porta l’odore della cagna
la luna passa tra le nubi e dà la luce a occhiate
e cosa dovrei decidere in quest’ora di notte
che non giunge mai al suo termine
i pensieri s’attaccano ai muri e alle pietre
le streghe s’arrotano le dentiere sopra i tetti.

 

*

 

La costruzione sale
contando le centinaia di caldarelle
montate sulla mia spalla
ogni mattone ha raspato sulle mie mani
ogni mattone ha raspato le dita del muratore
che sputa tra le pietre
che fuma senza posare la cicca lavorando
e bruciarsi le labbra
con acqua amara per arrestare sudore
ogni palmo di mura ha una bestemmia
ogni palmo di scialbo ha la schiena di mio padre
l’acqua che ci ha bagnato è sudore umano
sudore umano tutte le mura che vedi.

 

*

 

Dicono che per empire le fondazioni
prima del bitume occorre metterci un’anima
al posto del gatto ci metterebbero
quello che ha la voce da donna
e si lagna perché la moglie non s’ingravida
e alzare la pala piena gli spezza le braccia
e parlare per lui è uno sforzo troppo forte
le parole le finisce con un gesto monco
o con un giro degli occhi
se parla chi lo ascolta ride
trova sottintesi ridicoli alle parole storpiate
solo se si ubriaca parla spedito con la voce da donna
e protesta con un giro di frasi che rifanno in falsetto
quando gli rinfacciano che è stato riformato
e chi non è buono per il re
non è buono neppure per la regina.

 

*

 

Si dice che per conoscere il futuro
occorre far patti con gli angeli o col diavolo
e lui che ha avuto la paralisi infantile alla parte destra
e la faccia porta storta
deve aver fatto il patto col diavolo
e nel palazzo degli sfrattati dove abita
fora le biciclette stacca i fili della luce
e quasi nessuno va più a trovarlo per farsi leggere le linee della mano
così per vivere porta l’acqua in un cantiere del governo
nei primi giorni per leggere le mani
raccontava storie del maligno che l’assale
e delle forze che lo proteggono
cosi è stato tentato come tentarono Cristo
-fai empire le fondazioni da loro
dicci come si fa a vendere l’anima –
e non parla più di magìa
parla della vita che lo ha massacrato
e si lagna quando cammina sfiancato con i brocchetti dell’acqua
nella strada che nasce tra i granturchi.

 

*

 

Ha un numero di anni che non si contano
perché per il cantiere non si può passare i sessanta anni
e lui deve aver falsificato le carte
ha fatto la guerra mondiale d’ardito
e racconta la vita degli assalti
come prendere le donne o i fiaschi di vino
lasciando sui tavoli al posto dei soldi le bombe a mano
e l’Africa ha avuto la sua fatica e la sua guerra
e tutto racconta del sole e del vento
e per ogni cosa dà la sua sentenza
parla con calma e il vino comincia a lasciarlo da parte
perché dice che vuol fare la nuova guerra
e non prende pensione perché in guerra non si
mettono marchette
e per rimanere invalido occorre avere fortuna
trovare un proiettile savio che spacchi qualche osso
ma non è una fortuna che capiti a tutti
e la fortuna l’ha persa tutta nascendo.

 

*

 

Il suo lavoro è l’offerta necessaria di ogni giorno
a un Dio incomprensibile e insaziabile
la sua vita è tutta in questa offerta e forse ne gode
e ne godrà sino all’ultimo giorno della stanchezza
per lui il contadino ha piantato la vigna
ogni anno per lui fermenta nuovo vino
cosi ogni giorno riceve l’offerta migliore
ed eccolo tutto nel dondolio delle case
in leggerezza nuova che esplode in ira o in gioia
terra fatta da questi uomini che aspettano l’ultimo incontro
l’ultimo sacramento l’ultima offerta sopra l’offerta di tutta la vita
il mattone la rena la breccia tutto caricato sulla sua spalla
per la costruzione delle case picene dai colori teneri
disseminate sui colli che danno basso vino
o sui piani che danno letto a brevi fiumi
tutte le ore della sua vita ammucchiate inesorabili
come la breccia che il fiume ammucchia alla foce
e il mare e gli uomini lambiscono in un gioco instancabile.

 

*

 

La neve ha ricoperto le putrefazioni dell’autunno
lucida appare al sole la terra
il sole che faticosamente arranca
ogni giorno in giri più alti
dall’orizzonte vaga il gelido vento del nord
e ride tra le fronde degli abeti
questo inverno dovrebbe essere più lungo
prepararci ancora agli splendori della primavera
il contadino armato delle lunghe forbici
ha già tagliato i rami inutili
s’aprono i semi nella terra.

 

*

 

Il suo ventre aspetta solo di rimanere pieno
i seni di gonfiarsi di latte
sente la pena della terra colpita dall’arsura
la pena delle piante vive colpite dal gelo
e s’incanta quando vede i fuochi delle feste rompere il cielo
e seria cammina nella piazza col fidanzato
che vorrebbe troppo spendere nell’unica festa di un anno
la sua vita è sazia in questo giro di terre e d’animali
provenienze e spiegazioni stanno già scritte tutte nel suo cielo
e con onore vive la sua vita
che tiene come quando porta ad abbeverare le bestie
tenendole ben salde con la corda del morso
che rinserra la narice nera.

 

*

 

In questa strada ho cercato le prime parole
visto l’elmetto tedesco e gli scoppi delle bombe
case sventrate e notti sommerse nella paura
le immagini delle madonne trafitte
e cristi spaventosi gessi macchiati di sangue
le dure popolari di mio padre e brillava la marca rossa
l’affanno che colpiva la mia gola la stretta nausea
sono cresciuto tra queste mura che s’alzano murate con la terra
coll’erba murana che s’arrampica sulle screpolature
con i cardi sui cigli delle strade
dove camminava una morte tedesca o alleata
e non vi era neppure il tempo per piangerli i morti
e l’oscura fede che si faceva materiale
al fischio clandestino di bandiera rossa.

 

*

 

Qua mai un uomo ha incontrato un altro uomo tutto è murato in un unico gesto]
muti oggetti che ricompaiono per riscomparire di nuovo
ogni parola è la stessa parola
ogni figura è la condanna dell’altra
quale cottimista ossesso continua a fabbricarvi
quale delirio crea la ripetizione della stessa figura
da dove sono usciti uguali sino allo spasimo
come sarà scelto chi sarà il perduto chi sarà il salvato
quale sottilissimo potrà dividervi
e guardarvi come fosse possibile trovare nei vostri passi
qualcosa che riecheggi lontane scoperte
girare in questo mondo dove ogni sputata deve avere l’approvazione
imparare a ricercare nei tram il posto più lontano
da quello che dovrebbe essere il mio prossimo
ho imparato a murare la bocca come una ferita
a spiare sulle fessure delle vostre facce.

 

**********

 


Antonella PIZZO
[da: Inediti, 2008]

 

Anoressia

Il lavoro del becchino è necessario e anche quello del poeta
non è male, il cuoco affetta la fronte, inarca la schiena
dà il colpo finale e gira la poltiglia
la pentola bolle. Lasciatemi alzare le ali dico
lasciatemi volare, prego, se voglio, che questo peso
inutilmente mi trattiene
e tiene alle mammelle gonfie che mi disgusta
il latte saporoso e i baci, la bocca chiudo
schiudo il ventre stretto, stretta la via
dite la vostra
amoressia la mia
che rara malattia
è scritto sulla cartella clinica
ricordo bene che fu l’infermiera grassa
con la coda vaccina e il sanguinaccio
che mise un’altra gamba, fece un treppiedi
storto, un barbecue dove arrostì le costolette
e l’anca.

 

Alle sette in punto la sirena

Alle sette in punto la sirena
trilla strilla il suono sale
sussultano le guance, i cuori in gola, in gioia
le mascelle strette a sanguinare
si rilassano, si chiudono le presse

oh dolce amore mio fumo di paglia
cosa ti piglia, ho questa voglia
umida sulla schiena e una poltiglia
di desiderio folle fra le gambe

nella rivoluzione industriale i bambini
sono strappati presto
dal seno delle madri
cosa sono queste urla, questi pianti
questi discorsi di caramelle al latte
qui si svitano bulloni, si riavvitano le viti
in movimenti senza fine e con impegno
è l’ingegno che l’oro cola
è l’olio che i meccanismi unge e regge
questo tempo battuto, queste ore impilate
questo dire strozzato di capomastro
che soffia con voce di piffero
sulla nuca, sull’orecchio
fatti toccare bella, fatti palpare
alza le gonne accogli il novecento.

 

Nella mia casa vecchia, nella mia stanza

Nella mia casa vecchia, nella mia stanza
antica scrivo forse di me
scrivo nella tastiera uso due dita
il terzo dito e l’occhio dentro
lo svolto e lo rivolgo al mondo
alle previsioni del tempo, di un tempo
unico, il mio assieme a quello
che agli altri appartiene
in questo secolo tutto tondo
che iniziò con molti zero
e poi finì quando l’uno
mi si appiccicò davanti e mi cambiò
Tempo di torri e di sciacquette
tempo di Macerie di miss italia
di sbarchi e missili
di muri e pianti
spazi ristretti fra muro e muro
quando i vicini fecero la strage
quando ammaniti scrisse del comando
quando il commando fece l’irruzione
e si divisero le ossa del maiale.

La mitraglietta sputa e sangue
spande e mi riprende il verso
lì dove ieri lo lasciai a marcire

 

Di questa danza il passo rosso

Di questa danza il passo rosso
è doppio il petto e sangue languido
d’una memoria antica
dell’argentina voce che mescola e rimpasta
il corpo i muscoli i polpacci
di questo passo doppio ho visto in alito di specchio
il corso del fiume che gorgoglia
in patagonia e nella pampas
dove puledri e giovani anelanti
s’allacciano in un tango
peccaminoso e al fango
impronte ed orme lasciano
di quel passaggio
e poi un assaggio di baci e di ricordi
ed una stanza bianca
le tende trasparenti si muovono davanti ad un balcone
un pavimento a quadri rosso e nero
un fiore fra i capelli ed il corpetto stretto
ampia la gonna a ruota gira e gira
le nacchere sul tavolo
di mani battito che scrivono le note
dell’incoscienza per un fattore ignoto
per l’oste matto che a Barcellona
serviva vino e miele agli ospiti stranieri

 

*

 

Regina madre che al castello sgravasti
Cuore di tortora e leone
Beati i poveri di spirito
beati quelli che non hanno visto il pozzo
e l’oro ricoprire gli abiti e delle donne bionde
truccatissime coi trampoli nelle passerelle
non hanno raccolto il passo
in minimal style valentino
che non hanno leccato le nuche sottili ed il profumo
dal traslucido non hanno bevuto
miscuglio micidiale che arriva in gola e strozza
il pensiero di una terra a zolle e di una semina
di sudori sparsi e di occhi di pernice spessi

 

*

 

Si ni putìssimu sciògghiri lu rassu
livàrini l’ossa ro custatu
i luonghi, i curti, chiddi ri la manu
la crozza, u fèmuri, a carina
n’arristassi un senzu
ciù ranni da ranizza
ca s’allarga supra ogni cosa
ca sùpira ogni forma
e va oltri ogni misura.

[Se potessimo scioglierci il grasso
toglierci le ossa del costato
le lunghe, le corte, quelle della mano
il cranio, il femore, la schiena
ci resterebbe un senso
più grande della grandezza
che si allarga sopra ogni cosa
che supera ogni forma
e va oltre ogni misura.
]

 

29 marzo 2008

Ecco
ci siamo lasciati dietro un ghiaccio
ed una luce aperta al bianco
che ci impediva di sognare
cosa non fosse assente e cosa
invece c’era
per i racconti in litania
seppur presente in testa la sera quando
nessuno strazio ai piedi e tira
la fune al pozzo
uno sguardo a quell’ora
potrebbe essere fatale
grimilde grida la vendetta
dirsi non cambierà il destino
quando l’edera si avvinghia
a strozzarci la vita
così quel Tenco che si sparò le note e le parole
in testa confessò che non conviene
ora che sono fioriti i glicini
e le margherite spandono i petali al cielo.

 

**********

 


Francesca GENTI
[da: Inediti, 2008]

 

SE GLI INSETTI SI RIBELLANO ALLE PIANTE

e le piante si ribellano alle case
poi le case si ribellano alle stanze
e le stanze si ribellano a mia madre.
e se mischio il sole e il tuorlo d’uovo
e il pompelmo e li bevo alla mattina
cresco bella come una mimosa
gialla e grandissima come la Cina.
poi se imparo davvero a riordinare
dati e abiti negli armadi e nel cervello
penso nulla mi potrà mai più frenare
a capire cosa è vita e cosa è bello.
allora l’amore crescerà da solo
come un timido geco ipocondriaco
o un diamante talmente plateale
da sconfiggere persino lo zodiaco.

 

SPERO DI MORIRE IN PRIMAVERA

con un sole che ferisce e che fa male
spero di essere giovane e vitale
e morire con un gesto plateale.
di uno schianto pazzesco in kawasaky.
spero che quel giorno dello schianto
tu mi abbia detto delle cose amare
senza avere il tempo di farmi le tue scuse.
spero che tu viva nel rimpianto.
spero che l’azzurro di quel cielo
sia per te qualcosa di bestiale
un azzurro del tutto insostenibile
ancora peggio di venire al funerale:
quell’azzurro-cielo deve rimanere
un colore senza niente di colore
che il nero in confronto è come il sole
che riverbera sopra il sangue e le lamiere.

 

IO, OGGI, CON LA MIA DISPERAZIONE

sto qui. completamente costernata.
l’hai fatta grossa in questa situazione:
hai fatto veramente la cazzata.
parlo così, io:
alla mia tigre
alla mia maleducazione
alla malora di questa mia giornata.
vorrei passare un brutto quarto d’ora:
io e la mia tigre
essere sbranata.
vorrei andarmene dritta giù. in prigione.
sto qui. completamente frastornata.
a dire alla mia tigre cosa non deve fare
a dire alla mia tigre di comportarsi bene
io alla mia tigre a cui voglio tanto bene
ma che non riesco ad addomesticare.

 

CIAO, NON SONO UN PANDA

non vivo allo zoo dentro una gabbia
non ho bisogno della tua protezione
non voglio che mi nutri coi germogli
che mi consideri una specie da salvare.
preferisco che mi baci e che mi spogli
pattinare con te per la via lattea
pitturare color luna le pareti
delle stanze del mio bunker personale:
questo è quello che vogliamo noi poeti.

 

STAI PARLANDO CON UNA

che oggi ha modellato cento funghi con il das.

che ha passato un pomeriggio a scrivere una poesia con la pastina al farro]
su una tela dipinta di azzurro chiaro.

che una volta era così felice di avere passato indenne un capodanno
che si è messa a ballare per la stanza
è scivolata e si è rotta un piede
e la sua felicità -anche al pronto soccorso- non è scemata minimamente.]

che tiene una lavagna sotto il letto
dove scrive tutte le bugie che dice
a chi le dice e la data
e ogni mattina si ripassa lo schema generale.

che cerca di salvare i cuccioli di scarafaggio.

che mantiene sempre il patto narrativo
e così non può guardare i film dell’orrore
e neanche andare al luna park nel castello della paura.

che si è colorata un paio di paperine con lo spray argento
poi le ha indossate ed è uscita
e la sera a casa aveva i piedi completamente luccicanti
due stelle brillanti nella via lattea
e la notte non ha dormito
per paura di morire intossicata dalla vernice.

che (molto tempo fa) ha ucciso alcuni pulcini stringendoli troppo forte]
e ha fatto saltare la dentiera a sua nonna materna
con un “bacio con rincorsa”.

che se le racconti qualcosa di vagamente ripugnante
o se sente un odore troppo forte
è capace di vomitare all’istante.

che -grappa&vinci grappa&vinci grappa&vinci-
da sempre le piace ubriacarsi
e farsi invitare a cena
da chiunque
ad ogni latitudine
in qualsiasi tipo di ristorante.

che la cosa di cui ha più bisogno
è l’abbraccio
la comprensione
il “sì” del mondo.

quindi, perfavore:
sciacquati la bocca prima di parlare.
e fammi volare. se ci riesci.

 

HO PARLATO CON IL GLICINE

mi ha detto
le dieci cose che non devo fare:

1. fidanzarmi coi picasso
2. chiacchierare con le fate
3. spendere tutto in regali di natale.
4. mendicare affetto al brico center.
5. attaccare menzogne sopra i muri.
6. sognare la clausura in un convento.
7. farmi limonare a tradimento.
8. sfasciare soprammobili e credenze.
9. credere a chi ti giura che ti ama
(e che per te muterà temperamento).
10. sanguinare sulla metropolitana.

 

**********

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3 pensieri su “Il libro dei doni – Capitolo VI, 3 (seconda parte)”

  1. Grazie Francesco per questo meraviglioso dono! E per questa compagnia così preziosa che non vorrei mai lasciare! :-)
    Un abbraccio.

  2. E sempre grazie per questi doni. I primi cinque capitoli già rilegati pronti per essere sfogliati e riletti nei giorni a venire.

    Un caro saluto a tutti i poeti presenti in questo capitolo e a te, Francesco, il mio forte abbraccio.
    jolanda

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