Note su Alexandre Hollan e Marcel Dupertuis – di Rosa Pierno

Rosa Pierno – Note critiche su Alexandre Hollan e Marcel Dupertuis.

“Un arbre sans fin” opere di Alexandre Hollan
con testo critico di Yves Bonnefoy, edizione Pagine d’Arte, 2009


(Alexandre Hollan, Le Chêne Volant)

Un albero è senza fine perché è la ricerca sulla sua rappresentazione a non averne. Tale ricerca si può anche narrare come una storia – essendo nelle possibilità della lingua quella di concatenare eventi, inanellando cause ed effetti.
Una linea incerta, vagabonda, guidata dal caso, rabdomantica, scorre o inciampa sul foglio, tentenna o scivola, delineando masse forate, che si sovrappongono pur già cariche o che si diradano, lasciando intravedere attraverso le lacune un’asola di cielo o un abbagliante raggio di sole.
Potere della grafite, la quale, percorrendo la quasi totalità del foglio, vi dispiega struttura e tessuto connettivo, rami e fogliame. Così, per mezzo dell’intrico che il polso instancabilmente ha tracciato, l’albero appare già formato sulla carta, trapassato dal vento che ne scuote le pesanti foglie. Lì, dove il fogliame prendesse il sopravvento sulla ramificazione e come massa compatta, appena scolorita ai bordi per effetto di un azzurro luminosissimo aere, si precipitasse dal dritto al rovescio, nelle pieghe di un opposto mondo, allora essa sarebbe ombra, non più massa. E rami sarebbero, pertanto, una trama di ciò di cui non si ha certezza, sarebbe ciò che si percepisce appena. E così, cambiando strumenti, scegliendo una carta avente una filigrana più evidente e una mina dal diametro più grande, e ripetendo i segni che significano albero, trovare che la connessione tra l’albero e le linee sulla carta appare di colpo solo perché la si pone. Questo reticolo, ragnatela, filamentoso srotolamento, sfiancamento di mina, sfregamento di polveri è un albero, anche se nulla su questo foglio dovrebbe ricordarlo: non rintracciandosi né tronco né ramo né foglia.
Certo, albero potrebbe essere individuato non solo da questi elementi, ma anche dal solo contorno frastagliato, irregolarmente curvo, e dall’immancabile compatta campitura che impedisce al sole di filtrare tra il denso fogliame. Né a rendere più visibile la somiglianza si otterrebbe una maggiore determinazione di tali segni come inequivocabilmente indicanti un albero, anche se ora la massa frondosa ha un fremito continuo a causa di squassanti raffiche.
Solo profili che non si concludono, linee spezzate che forano i contorni come fiumi i confini delle nazioni. L’albero appare per il solo fatto di averlo dichiarato all’inizio?
Se pioggia sferzasse la chioma, rendendo difficoltosa persino la percezione della sua forma, si avrebbe ciò che si vede in questo foglio: polvere di grafite che lo riga, scorrendo via con l’acqua.
E, poiché, qui, è di una storia che si sta tracciando lo svolgimento, l’evento riprenderebbe da dove si era bruscamente interrotto a causa dell’acquazzone e cioè dalle riverberanti foglie all’estrema punta dei rami, lì dove la luce filtrante dalle nubi le fa rilucere donando loro maggiore vivezza e consistenza, quasi come se avessero maggiore peso.
Si resta in osservazione a lungo, man mano che l’albero si carica di vivida luce in ogni suo punto, ma è una luce nera, poiché l’albero è in ombra. E’ ancora possibile immaginare il retro dell’albero e disegnarlo senza muoversi dalla propria postazione. E poi saggiarne la profondità, proiettandosi tra l’impasto di luci e ombre, nel nero dotato di pochissime stente gradazioni: quasi assoluta neritudine. Tale nero è concetto che si può alleggerire solo allontanando l’immagine nella profondità dello spazio, spingendolo in lontananza. Quasi nulla, ora, meno di un’ombra.

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“Una linea continua” opere di Marcel Dupertuis
con testo critico di Olivier Delavallande, edizioni Pagine d’Arte

Dupertuis
(Marcel Dupertuis)

Dotare la linea continua di un peso, di una materia, donarle un volume e conseguentemente poter lavorare sulla superficie, insistendo sulla sua scabrosità, discontinuità, irregolarità è la metamorfosi che Dupertuis vuole infliggere allo spazio attraverso le sue opere scultoree, evidenziando l’ ambiguità di passaggio tra superficie e volume. Una superficie che intrappoli avallamenti, bolle, sommovimenti, escrescenze non è più una superficie. Ora su questi stessi nastri che si avvoltolano, su questi occhielli o asole che rendono discontinuo l’esistente, effettuando una cesura tra spazio racchiuso dalla linea continua e quello ad esso esterno, si gioca anche l’altro importante effetto di discontinuità che l’artista offre alla nostra percezione. Lo scarto, infatti, fra ciò che concettualmente si pone (spazio, linea, continuità, separazione) e ciò che si esperisce attraverso la materia, il colore, la forma – ciò che sperimentiamo attraverso i nostri sensi – viene in collusione con le definizioni statiche dei relativi concetti associabili. In questa faglia –che Dupertuis mette in evidenza con le sue opere – si producono nuove esperienze, si arricchisce la nostra conoscenza, soprattutto si esperisce che i concetti sono materiale culturale continuamente elaborabile e non dato una volta per tutte. E che anzi proprio nel dialogo tra ideale e concreto, tra astratto e sensibile è la chiave di volta dell’esperienza artistica. Ecco, allora, che una linea continua riportata nello spazio è un vettore di movimento giacché lo fora, lo incatena, lo muove, lo rende entità individuata e mobile e, non ultimo effetto, produce un’ombra che come un’eco ricorda la linea depositata sul foglio.
Il materiale dotato di asperità, quasi tubo incrostato da microrganismi marini o appena fuoriusciti da un conglomerato cementizio, oppone la sua superficie a tale reincarnato spazio, costringendo il fruitore a uno stazionamento sulla materia, a una ponderata sosta su ogni escrescenza o mancamento della sua corrosa presenza, come fosse opera di orefice.

Le sculture, appoggiate come una scala alla parete, introducono una sorta di cerniera tra le diverse dimensioni dello spazio, mentre colore marca come una zavorra la materia. Che tali forme siano sbilenche, inusuali, o facenti parte delle figure familiari accanto a quelle più canoniche della geometria, ci pone il problema di un ampliamento delle forme a cui non è estranea la geometria non-euclidea.
Dalla linea, Marcel Dupertuis, passa alla superficie, iniettandole materia a essa pur refrattaria. Materia è, infatti, irriducibile alla definizione astratta. Eppure, a essa riconducibile, se l’artista può con tali superfici, forate e accidentate, costruire un solido nello spazio che si può ricondurre a ideale figura. Opere in equilibrio su un mobile paradosso.
Una ulteriore verifica viene attuata dall’artista attraverso anelli di una catena o profili di un indefinito oggetto, i quali vengono reiterati su dittici con leggere differenze: che cosa accade se varia il colore del fondo, se una delle due parti che compongono il dittico presenta non un anello ma una forma piena, oppure se i due anelli non combaciando interrompono la lettura della continuità? Tutti esercizi da cui apprendere l’esistenza del problema e l’impossibilità della sua soluzione. Non dandosi la continuità mai altrimenti che come una chimera.

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