Roberta Borsani – Nota a Fabrica di Fabio Franzin

Ruggiero Spadaro, Fabrica, 2004

http://www.piziarte.net/spadaro.htmFabio Franzin, Fabrica, Borgomanero (NO), Edizioni Atelier, Collana “Macadamia”, Aprile 2009.

Varda chii operai, varda
come che i se perde via
fra i só pensieri intant che
i se fuma ‘na cica sentàdhi
contro ‘l muro dea fabrica

vàrdii, stràchi e spàzhi,
co’ i gins che ‘na volta
i ièra quei boni, e ‘dess
i ‘é sol un pèr de bràghe
màssa curte e taconàdhe

                             Guarda quegli operai, nota
                             come sono assorti
                             fra i loro pensieri mentre si
                             concedono una sigaretta seduti
                             contro il muro della fabbrica

                             guardali, stanchi e sporchi,
                             con i jeans che un tempo
                             erano alla moda, ed ora
                             sono solo un paio di brache
                             troppo corte e rattoppate

C’è una bellezza nell’ultima opera di Fabio Franzin, Fabrica, che toglie il fiato. Esce dall’ombra, inaspettata come un miracolo: irrompe all’improvviso, dove la normalità – la prosa, la quotidianità- distendeva la sua mano scialba.
Eppure è sempre stata là, solo che i più non la vedevano. Troppo impegnati a guardare da un’altra parte: verso le porte che si aprono soltanto di domenica e da cui si dice entri la poesia.
Fabrica è invece la poesia di tutti i giorni. Quella che si tributa a una musa un po’ spettinata, col grembiule e le mani arrossate. Di una bellezza scontrosa forse, ma fiera e senza trucco.
E’ la poesia che cede la voce a chi di solito non ne ha.
Agli operai, cussì, ridìcoi / e maincònici come i comici / del cinema mut, e muti i ‘é /anca lori parché ‘a fadhìga / ghe ‘à portà via ‘a paròea ( così, ridicoli/e malinconici come i comici/del cinema muto, e muti sono/anche loro perché la fatica/gli ha estirpato la parola).
Agli operai, quelli a cui il padrone compra il tempo, svuotandolo di vita e trasformandolo brutalmente in dó schèi (due soldi).
Agli operai, maedhéti drento aa busta (maledetti del salario), cui Fabio presta l’antico discorso dell’epica, animato dai toni virili di una protesta civile che nulla ha di vuotamente retorico.
Ne nasce un’epica triste, dei giorni nostri, in cui troppi sogni sono ‘ndati in ‘séo (andati in aceto).
Per una simile epica si ricorre, com’è giusto, a una lingua fascinosa, con un che di arcano e di remoto: il dialetto dell’Opitergino-Mottense (la zona compresa tra i fiumi Livenza e Monticano, nel Trevigiano sud-orientale), di cui il sapiente runoia rivela e sfrutta le infinite possibilità evocative, le magiche risonanze fonetiche.
Una cascata di allitterazioni, paronomasie, assonanze e consonanze, ci sorprende e ci costringe a tornare più volte sui versi per assaporarne e assimilarne fino in fondo il suono, in cui sedimenta una consapevolezza dolorosa, masticata e rimasticata, messa in circolo, assimilata, fino a farla diventare compassione: amore per l’uomo. E non l’uomo semplicemente, non l’uomo in astratto. Ma il compagno, l’amico, il vicino: Roberto, Sergio, Luisa, Marta (la sfortunata che da venticinque anni leviga cornici: tuta ‘na vita / persa a gratàr, a gratarse / via dal corpo ‘a beézha – tutta una vita persa a grattare, a fregarsi via dal corpo la bellezza) … gente che la fabbrica ha consumato piano piano, separandola dal sogno e dalla bellezza, come cose estranee al mondo degli operai.

Proponiamo qui una scelta di versi, avvertendo: individuare i più suggestivi, quelli che con più efficacia graffiano dentro, non è stato per nulla facile.

 

Testi

‘A te struca ‘a fabrica,
‘a te castra via ‘l sorìso.
Sol che fiàca ‘a te ‘àssa
pa’a sera e neri pensieri
de èsser sol che numeri

                             o de èsser un nissùn nisà
                             da bociàzha e suìto frugà,
                             ‘na stràzha strinzhàdha
                             fin l’ultima józha de sudhór,
                             ‘na crose storta dai doeóri

cussì i se sinte ‘i operai
òni dì, intànt che i prova
a far tàser tuti i só sogni
‘ndati in ‘séo, intànt che
i se conta chii dó schèi

                             maedhéti drento aa busta,
                             intànt che basta ghe zhiga
                             ‘na vose tel zhervèl, basta
                             co’sta vita desgrazhiàdha,
                             ingatiàdha co’a noia, co’a

nausea dea sirena che sóna,
i turni, ‘e ore che no’ passa
mai, ‘a not che ‘a passa massa
sguèlta e ‘na svejia che ciama
un che ‘l voràe èsser ‘n’antro.

                             Fabrica. Tiatro ‘ndo’
                             che pòri atóri, tanti
                             o pochi, i recita, fra
                             mìe rumori, un copión
                             sempre conpàgno:

‘na comèdia inbastìdha
co’ dó sèsti e tre bestéme,
co’ calcùn che ‘l se ‘à
‘caparà ‘a part del parón
e cheàltri che ghe ‘à restà

                             sol che quea de Arlechìn,
                             de Coeonbìna, de chi che
                             ‘à da dir sempre: servo suo,
                             comandi! Palcossènico
                             nassù pa’a produzhión

dee ròbe che se vende,
l’é deventà un posto
‘ndo’ che se costruìsse,
soratùt, persone che
se svende, che deventa

                             ròbe, e buratìni. Tanti
                             Pinòchi in serie che no’
                             i rièsse a far su un sol
                             Gepéto in carne e ossi,
                             invidàghe un fià de cuòr

 

Ti spreme la fabbrica,
ti evira il sorriso.
Solo inedia ti lascia
per la sera e neri pensieri
di essere solo un numero

                             o di essere un nessuno avviato alla fatica
                             da ragazzo e già sfruttato,
                             uno straccio strizzato
                             sino all’ultima goccia di sudore,
                             una croce storta dai dolori

così si sentono gli operai
ogni giorno, mentre tentano
di tacciare tutti i loro sogni
andati in aceto, mentre
contano i due soldi

                             maledetti del salario,
                             mentre basta gli urla
                             una voce nella mente, basta
                             con questa vita disgraziata,
                             invischiata alla noia, alla

nausea della sirena che suona,
ai turni, alle ore che non passano
mai, alla notte che passa troppo
presto e a una sveglia che chiama
uno che vorrebbe essere qualcun altro

                             Fabbrica. Teatro dove
                             poveri attori, tanti
                             o pochi, recitano, fra
                             mille rumori, sempre
                             lo stesso copione:

una commedia imbastita
con due gesti e tre bestemmie,
con qualcuno che si è
accaparrata la parte del padrone
e gli altri cui è rimasta

                             solo quella di Arlecchino,
                             di Colombina, di colui cui
                             tocchi dire sempre: servo suo,
                             comandi! Palcoscenico
                             nato per la produzione

di oggetti da vendere,
è divenuto un luogo
dove si producono,
soprattutto, persone che
si svendono, che diventano

                             cose, e burattini. Tanti
                             Pinocchi in serie che non
                             riescono a costruire un solo
                             Geppetto in carne ed ossa,
                             avvitargli un pezzo di cuore

 

***

 

Chissà se ghe sarà mai
perdono pa‘e bestéme
che ghe sbrissa fòra
daa boca ai operai, se
Dio no’l sarà anca lu

                             là, in pie, a ‘spetàrli
                             co’e man strente drio
                             ‘a schena, el vistito scuro,
                             i ociài de oro che slusa;
                             come ‘n’antro parόn

pronto a darghe ‘a carne,
a ‘contarghe pa’a mièsima
volta ‘a fàvoea de chi che
l’à creà un mondo da sol,
senza riposàr mai, nianca

                             el sètimo zorno. Chissà
                             se inmanco lu ‘l capirà
                             che porchidhàr vièn cussì
                             naturàe drento ‘na fabrica,
                             che anca al pì sant casca

tee man un dio, ‘na madhόna
òni tant, casca chel nome
sacro in mèdho aa pressa
e al sudhόr, al doeόr de no’
‘ver pase, aa crose dee ore.

                             Blè e griso i ’é i coeóri
                             dei operai. El blè dei só
                             gins vèci, dee só tute,
                             quel dea só mainconìa;
                             el griso dei capanóni

e dee oficìne, del fun
che vièn fòra alt dae
ciminière o quel, bass,
dae só ciche, quel ont
de ojàzh dee machine

                             o ‘l griso che se inpéta
                             tea só ànema, tel sorìso,
                             zorno dopo zorno, àno
                             dopo àno. Blè e griso,
                             come un biancoenero

missià co’l cel, ‘a piòva,
come un film de tanti àni
fa, o quel che i cata co’
i staca, aa sera. Griso
e blè: tinte de un destìn

                             che sèra fòra dai cancèi
                             tuti cheàltri coeóri, che
                             àssa fòra i fiori, el ross
                             de un cuòr, el verde bèl
                             de l’erba, dea speranza.

 

Chissà se ci sarà mai
perdono per le bestemmie
che sgusciano fuori
dalle labbra agli operai, se
Dio non sarà anche lui

                             lì, in piedi, ad attenderli
                             con le braccia strette dietro
                             la schiena, il vestito scuro,
                             gli occhiali dorati che luccicano;
                             come un altro padrone

pronto a mostrargli il danno,
a raccontargli per l’ennesima
volta la favola di chi
ha creato un mondo tutto da sé,
senza riposare mai, neanche

                             la domenica. Chissà
                             se almeno lui comprenderà
                             che bestemmiare viene così
                             naturale dentro una fabbrica,
                             che anche al più santo cade

nelle mani un dio, una madonna
ogni tanto, cade quel nome
sacro fra la pressa (la premura)
e il sudore, il dolore di non
trovar requie, la croce del tempo.

                             Blu e grigio sono i colori
                             degli operai. Il blu dei loro
                             jeans consunti, delle loro tute,
                             quello della loro malinconia;
                             il grigio dei capannoni

e delle officine, del fumo
che fuoriesce alto dalle
ciminiere o quello, basso,
delle loro sigarette, quello lercio
di oliaccio dei macchinari

                             o il grigio che si addensa
                             fra i loro pensieri, nel sorriso,
                             giorno dopo giorno, anno
                             dopo anno. Blu e grigio,
                             come un biancoenero

miscelato col cielo, la pioggia,
come un vecchio film,
o quello che trovano quando
staccano, alla sera. Grigio
e blu: tinte di un destino

                             che chiude fuori dai cancelli
                             tutti gli altri colori, che
                             lascia fuori i fiori, il rosso
                             di un cuore, il verde carico
                             dell’erba, della speranza.

 

***

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30 pensieri su “Roberta Borsani – Nota a Fabrica di Fabio Franzin”

  1. Ammetto che ho sempre invidiato, ma a volte anche guardato con un po’ di diffidenza, gli autori capaci di una scrittura che può essere definita civile. Un po’ di diffidenza perchè in alcuni casi (non sempre, sia chiaro) rivolgere il proprio sguardo verso l’esterno mi sembra una scorciatoia per non rivolgerlo verso se stessi.
    Fabio è altro. E’ un grande uomo e dunque un grande scrittore; dunque parte dall’esperienza e ne parla con una sincerità tale da renderla partimonio comune, e da conferirgli un valore sociale, se vogliamo anche politico. Lui fa nella poesia il percorso che ogni uomo dovrebbe fare dentro.

    Francesco t.

  2. Grazie del commento, Francesco.

    “Fabrica” è un libro splendido, di quello “splendore dolente” a cui pochi poeti italiani, oggi, saprebbero dar voce senza scadere nella retorica dell’inautentico o del “santino” consolatorio. Qui siamo nel magma di una lingua vivissima, naturale, il cui alfabeto è fatto non di lettere ma di frammenti di carne e anima pescati, verso dopo verso, dal reliquiario di un’esperienza e di una condizione umana irriducibile, mai dismessa, e assolutamente refrattaria a ogni compromesso (fosse anche soltanto di natura estetica). Il mondo del lavoro, coi suoi valori e le sue storie, si dispiega come un microcosmo di memorie mai inerti, incapaci di quiete, sostanza seminale di un agire che, concretamente, cerca spazio e respiro, si fa argine all’oblio e alla cancellazione: un mondo che conserva e riplasma tutto ciò che le logiche dello sfruttamento, dell’omologazione artificiale e della rimozione di senso tendono a consegnare alla reificazione e al silenzio.

    L’opera è all’altezza del precedente “Mus.cio e roe”, che rimane, per me, uno dei libri di poesia più belli e “importanti” pubblicati in Italia negli ultimi anni. Ne è parte integrante, indissolubile, anche l’appendice (“Traduzioni operaie”), dove Franzin “rivisita” testi di Di Ruscio, Fabiano Alborghetti, Alberto Bellocchio, Riccardo Olivieri, Attilio Zanichelli, Antonio Gamoneda, dimostrando, e non solo per affinità di temi e di “scrittura”, che la poesia, quando è veramente tale, parla con gli stessi accenti in ogni lingua, perché ogni lingua, al di là del tempo e dello spazio, è solo una nota nel coro universale degli uomini degni di chiamarsi ancora tali.

    fm

  3. Sono qui, commosso, a ringraziare, di cuore, i due cari Franceschi.
    A tomada dico che, lungi dal considerarmi un grande uomo, cerco comunque, dall’esempio di un padre amato, scomparso ma sempre presente in me, di essere, perlomeno, un uomo onesto, anche se so di esserne solo una sua pallida eco. Poi che non ho mai diffidato della poesia cosiddetta civile, così come di altre tipologie di indagine poetica; ma ho sempre diffidato della poesia che è solo un bel gioco di parole, che chiede troppo al lettore, quella che non dice, che non dà “a ogni cosa il suo nome” vero, che spesso è autoautoreferenziale. Ma queste sono cose che ci siamo già detti.
    A Marotta dico un grazie immenso per la sua lettura di “Fabrica”, per avermi commosso con il suo intervento denso e palpitante, intenso e appassionato; per aver parlato così bene di “Mus.cio e roe”, un libro a cui ho lavorato per quindici anni, e fa star bene sentirlo ancora citato.
    Lo ringrazio, di cuore, col cuore.
    Qui dico grazie anche a Roberta Borsani per le sue splendide note, per aver amato “Fabrica” da subito, ed aver sottratto del tempo ai suoi impegni professionali per scriverle: è un “gesto” che mi ha commosso profondamente, e che resterà in me come un grande dono.

    Grazie, tante, piene, con affetto. Fabio Franzin

  4. Franzin sta alla poesia civile come un pesce all’acqua, mai una sbavatura, sempre originale e coinvolgente. Ho letto Mus.cio e roe e davvero è un gran libro.
    Ma debbo dissentire da Fabio per quel che afferma sulla poesia che chiede troppo al lettore, quella che “non dice”, che non dà a ogni cosa il suo nome vero (esiste un nome “vero”?)L’oscurità in poesia, in un certo modo di fare poesia, è necessaria, per andare oltre, per scavare la parola e rendere nuove immagini e smuovere nuove percezioni.
    Altri la pensano come Fabio; un giorno un poeta mi disse che coloro che scrivono senza “farsi capire” sono presuntuosi, l’ho presa come un’esagerazione affatto condivisibile. Quanti poeti bravi dovremmo gettare nel cestino, seguendo queste convinzioni?

    Complimenti e auguri per Fabrica, ciao
    liliana

  5. Un passaggio veloce per dire anche il mio apprezzamento alla bella presentazione che fa Roberta Borsani all’ultima intensa fatica di Fabio.

    Ci sono libri che sanno arrivare diritti al lettore, per la loro semplicità, per la chiarezza, riuscendo comunque a esplorare quella zona d’ombra e mistero che rimane spesso intraducibile. E’ senz’altro il caso di Fabio.

    Ma mi trovo comunque in accordo con Liliana. A volte gli strumenti che si hanno a disposizione non sembrano bastare, e il bisogno di toccare quel nucleo buio e sconosciuto, spinge l’artista a usare segnali non ancora codificati.

    Un saluto a tutti.

    iole

  6. Ringrazio Liliana per gli apprezzamenti, lei sa che sono condivisi. A Iole il solo grazie non basta più. Ma voglio rispondervi, perché credo di essere stato un po’ frainteso (e non fatemi sentire Berlusconi, per favore, che deve sempre correre ai ripari, rettificare…): io mi sono cibato di tutta quella poesia cosiddetta oscura o ardua (se bastano Celan, Zanzotto, la Cvetaeva, la Plath, la Rosselli, ecc…) ed è una poesia che amo, capace di cortocircuiti lessicali arditi, di ascese in vette di gelo e ombra, di lacrime e luce… sono e sono stati poeti immensi, che avevano molto da dire e da dare, incisi dentro la storia della poesia coi loro corpi, le loro carni. La poesia a cui mi riferivo, invece, è quella, e ce n’è, ce n’è stata, che, povera di pensiero e di esperienza, risulta, alla fine, un arduo gioco con le parole, dove, all’indubbia maestria del giocoliere, risponde lo sbadiglio e a volte la perplessità del lettore. Tutto qui.
    La ricerca, poi, è un altro discorso, ci mancherebbe, e ognuno rincorre la sua voce con gli strumenti di cui dispone, siano il tornio a controllo numerico o solo la raspa.

    Un grande abbraccio, Fabio F.

  7. Sì, Fabio, mi sembra che abbiamo detto la stessa cosa soltanto in modo differente. Io diffido di alcuna poesia che vuole essere civile a tutti i costi, non di quella che lo è davvero: anche l’impegno sociale va conquistato, come il diritto a parlare di tutte le cose. Agli autori ed ai libri che riescono in questo (Fabrica fra questi) va la mia riconoscenza.

    Un caro saluto.
    Francesco t.

  8. È che non è neanche più questione
    di come o di cosa uno si accontenti
    la miseria è sempre iena e la dignità
    il moncone che nessuno può esporre
    al mondo ormai senza vergogna. La
    matassa, il reticolato irto e grigio là
    calcato sopra le ansie e le preghiere
    di mia madre: Testanera è una bella
    pubblicità che promette di ricoprire
    a lungo la ricrescita. “Sì, mi balla
    la dentiera, altro che parrucchiera”
    dice, “mi fanno male le gengive”,
    è solo il male a far rima con sociale,
    oggi, per chi si ostini a continuare
    a vivere oltre l’età contributiva.

    F. Franzin

    ho conosciuto da poco la poesia di F.F. grazie ad un progetto che sta per vedere finalmente luce, mi sono perso nei versi che ho qui incollato e torno a perdermi in questi qui da Francesco proposti nella bella lettura della Borsani.

    Oggi, forse più di ieri, la poesia deve essere impegno, deve dire, deve essere voce per i milioni di voci che non hanno più voce o che non sanno parlare e deve saper arrivare alle orecchie ed al cuore, coinvolgere, far pensare, risvegliare l’umanità assopita … , diversamente si riduce ad essere “mero gioco di nicchia” senza alcun altro scopo se non quello d’un narcisistico riflesso privo di riflessione … e non abbiamo più tempo per specchiarci al fiume.

    grazie. Lucifero

  9. L’arte, se è viva, come la vita ha mille diverse forme di manifestarsi. Ci dev’essere, nel fondo, però una spinta sincera a farla, a prendere in mano un pennello o una penna o un plettro per dire qualcosa. Anche se, spesso, non si sa nemmeno cosa si vuol dire quando si sente il bisogno di dire a noi, agli altri qualcosa. Ricordiamo Saba e la sua “poesia onesta”. Ricordiamo anche, però, che l’autore può essere anche, come persona, tutto al’infuori di una persona onesta e sincera. Ma l’emozione che nasce dal profondo e vuol prendere forma quella dev’essere vera. Al di là dei pregi o dei difetti dell’autore. Franzin è anche, oltre ad essere un bravo poeta, una brava persona. Godiamo di questo doppio dono che la vita, a volte, ci fa.

  10. sono sempre felice quando si parla di fabio e del suo scrivere, così inscindibli del resto…sto centellinando la lettura di fabrica per poi scriverne con calma. concordo con francesco per quanto riguarda mus.cio, libro splendido e sottolineo come siano sempre curate attente e rilevanti le traduzioni in lingua di fabio che sanno essere altro senza perdere contatto con l’originale. un caro saluto a tutti. roberto

  11. Quando qualche anno fa lessi “Pòri operai” su ilprimoamore rimasi molto colpito e da allora penso anch’io le cose che qui sono state dette della poesia di Fabio Franzin.

    Complimenti a Fabio e grazie a Roberta e a Francesco per la proposta.

  12. Non me ne voglia Fabio se non aggiungo nulla, per ora, a quanto ho già scritto su ‘Fabrica’. Quello che qui oggi mi piace rimarcare è che ho letto commenti partecipi e acuti, e sicuramente sinceri, da parte di altri ‘facitori’ di versi, come Tomada e Marotta, ma anche tutti gli altri, che non posso non condividere e accogliere come miei. A volte, anche se sempre più raramente si ha ancora la percezione che esista, magari potenzialmente, una comunità di intenti e di pensieri. Molto giusto il richiamo di un altro validissimo, Ivan Crico, alla ‘poesia onesta’ di Saba… anche in quella direzione si muove idealmente,e non pedissequamente, il lavoro di Fabio, fabbricante naturale e naturalmente civile. Manuel Cohen.

  13. Sì, Fabio, in questo sono pienamente d’accordo con te: la poesia quando non ha niente di “vero” da dire, è povera e spesso diventa solo un’alchimia di suoni e giochi di vocaboli.
    La poesia risiede nella realtà della vita, e solo attraverso la presenza nella vita si può davvero comunicare poesia.

    Un saluto a tutti, in particolare a francesco marotta che ringrazio da qui per la sua costante presenza partecipe e comunicativa.

    iole

  14. Ringrazio tutti, con un saluto particolare a Manuel che mi sembra di leggere qui per la prima volta.

    “A volte, anche se sempre più raramente, si ha ancora la percezione che esista, magari potenzialmente, una comunità di intenti e di pensieri.”

    E’ quello che qui tentiamo di realizzare (almeno: vorremmo): iniziando magari a gioire, più che nel caso ne fossimo noi gli autori, quando un ospite ci porta in dono versi che ci chiamano al “dialogo”, testi che ci parlano.

    fm

  15. Ringrazio anch’io, con un po’ di ritardo, causa impegni, nell’ordine:
    te, caro Francesco, nella tua dimora ci sono entrato per la prima volta, e sarà triste, uscirne, come quando si esce da un cinema, dopo aver visto un grande film; ho trovato in te un padrone di casa accogliente e appassionato, so di aver trovato un caro amico, e non è poco.
    Poi Roberta, perché senza le sue note, scritte, volute, strappate al tempo, io ora non sarei qui. Manuel Cohen, Iole Toini, Roberto Cogo e Ivan Crico: cari e grandi amici; le vostre parole d’affetto mi hanno commosso, nel profondo. Ringrazio infine Lucifero e Giorgio (non vi conosco, di persona, ma è stato bello sapere che seguite il mio sotterraneo fare).

    Un grande, immenso grazie. Fabio F.

  16. @Marotta: ciao Francesco, grazie alla ‘complicità’ di F.F. ho scoperto il tuo bellissimo blog. dunque, ogni tanto verrò a visitarti… ti ho spesso seguito attraverso altri siti, e ti faccio i miei complimenti per l’ostinazione e la generosità. Hai il mio in.e-mail, quando vuoi, puoi contattarmi. abbracci marchisciani :-)

  17. Natàlia, cosa ti succede?

    E cosa ci fai con quella “peste” di Lucifero? :-))

    Non sai che, frequentando certe compagnie, dopo un po’ lo *scotto* si paga, magari sotto forma di mancanza di commenti? ;)

    fm

    p.s.

    Mi sono accorto che metto gli emoticon… E non so, davvero non so, se sto migliorando o peggiorando.

  18. La trasparenza, come Lucifero insegna, non è mai un vizio: se uno/a ce l’ha, vale tenersela stretta, senza lasciarsi condizionare, mai.

    Me lo disse una volta proprio Reb Stein, che in questo campo la sapeva lunga: trasparente com’era, preferì farsi seppellire ancora vivo, piuttosto che cedere anche solo un’oncia della sua “luce”. O di quella che lui credeva tale. Ma che importa? Tanto, tale era. Per lui. Per me.

    fm

  19. Cribbio!!! Natàlia, meno male che ho aperto la pagina dello spam prima di azionare il pulsante dello smaltimento rifiuti!

    Ti ho salvato un commento (e un invito) appena in tempo: e solo ora capisco il senso del tuo precedente… :-))))

    Ma come sei finita lì?
    Vuol dire che d’ora in poi, darò un’occhiata, prima di schiacciare il pulsante. Prima lo facevo sempre, ma ultimamente, tra vibratori/viagra/cialis/minacce nazistoidi/inviti clitoridei/spazzatura varia, schiacciavo senza nemmeno guardare la mercanzia.

    Che dire? Come ad Aberdeen, aièm veri dèsolat…

    fm

  20. Ciao Fabio! Dopo aver ricevuto dalle tue mani “Fabrica” è nato in me, da subito, il bisogno di leggere i tuoi versi. Ho letteralmente divorato il tuo libro, saltando, all’interno della stessa poesia, dal dialetto all’italiano e viceversa. Forse non è questo il modo migliore per seguire il filo dei tuoi pensieri, ma è successo così, in modo del tutto naturale. Che dire? Non voglio toglierti la sorpresa del mio giudizio, che provvederò a inserire nella recensione promessa. Intanto, ti dico che per me sei una conferma in positivo di quanto di meglio esiste nella poesia italiana contemporanea. Sperando di reincontrarti al più presto, per altre discussioni letterarie e non, ti abbraccio. Lorella.

  21. Cara Lorella, ti ringrazio per la tua lettura appassionata, innanzitutto; sono molto colpito, commosso, dai riscontri che “Fabrica” sta raccogliendo, sia dagli “addetti ai lavori”, anche da chi non avrei mai immaginato, sia dai lettori comuni (per me anche più preziosi). E poi delle tue parole di stima (fanno sempre bene). E’ stato un grande piacere ritrovarti, parlare con te, di poesia, della vita. Come ti ringrazio per omaggiarmi di una tua recensione, che non vedo l’ora di leggere. Spero anch’io, e davvero, che ci siano altre occasioni di incontro; ti sento persona generosa e cara.

    Un abbraccio, col cuore. Fabio Franzin

  22. …e des che i pori operai no i à gnanca pì el griso dea fabrica, e quatro besteme n’tel turno de not? ‘Des che i e a casa licenziadi, butadi via come ‘na strassa onta, frugada, des cosa che ghe disen a ‘sta zent? cosa che ghe dise ‘sti operai ai so tosatei?
    Bravo Fabio:te à ‘na marcia in pì! Giuseppina

  23. Ciao Fabio, ti ho ascoltato mentre leggevi le tue poesie in piazza ad Andreis l’estate scorsa, non ricordo di preciso quando. Di quel pomeriggio mi ricordo invece che tra il pubblico c’era un uomo con una strana fissità nello sguardo, che si muoveva a fatica. Mi hanno poi detto che era Federico Tavan.
    Le tue poesie ci hanno incantato (parlo sia per me sia per la mia fidanzata pordenonese), siamo poi passati alla ricerca dei tuoi libri, che definire ardua è poco… Pensa, con tanta roba inutile sugli scaffali a disposizione in migliaia di copie! Qualcosa ci accomuna: non scrivo poesie ma anch’io sono stato disoccupato per molto tempo e so cosa vuol dire lavorare in un ambiente che si percepisce come estraneo, e soffrire a causa della propria sensibilità. Aggiungi, poi, che sono nato e vissuto in Piemonte ma i miei nonni paterni erano dell’entroterra veneziano, e il tuo dialetto è stato il secondo che le mie orecchie di bambino hanno captato; eravamo al mare in Brussa tento tempo fa, quando avevo solo tre anni! Una stretta di mano, vai avanti così a scrivere versi belli e commoventi, e spero di poterti rivedere e risentire dalle tue parti, o anche dalle mie, chissà?
    Franco L.

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