Paulu Piulu – di Giorgio Morale

[GIORGIO MORALE]

Paulu Piulu copertinaA distanza di qualche mese dall’uscita di Acasadidio (qui), l’editore Manni ripubblica in formato e-book (scaricabile gratuitamente qui) il romanzo di esordio di Giorgio Morale, Paulu Piulu. Nel salutare questa meritoria iniziativa che rende disponibili opere non sempre facilmente accessibili, colgo l’occasione per ripubblicare qualche pagina di questo splendido libro. Morale riesce a trasformare il ricordo dell’infanzia siciliana in un racconto di valenza e portata universale, non solo per quanto attiene alla dimensione visibilmente simbolica del testo. Operando una sorta di mimesi regressiva, egli porta la voce narrante all’altezza dello sguardo del bambino, restituendoci il disegno complessivo di una visione che, immagine dopo immagine, si fa racconto, vicenda che contiene, in un abbraccio affascinante e inestricabile, la genesi di una coscienza e il mondo che essa ricrea attraverso le suggestioni di una parola poetica strappata al sonno profondo di un’oralità dismessa e dimenticata.

Giorgio Morale – Paulu Piulu

La storia delle mie verità – ecco l’infanzia
(M. Cvetaeva, Natal’ja Concarova)

Il padre

b_88-8176-615-9Il padre apparve dopo, annunciato da un odore acido, aspro, pungente, tutt’il contrario dell’odore della madre. A volte capitava stesse a casa: bracciante agricolo, veniva chiamato “alla giornata”. Allora la sua voce metteva i brividi, il suo volto era una fortezza. Non c’era modo di sfuggire al suo sguardo e rifugiarsi sotto l’ala della madre. La casa era sottosopra: c’era sempre qualcosa da spostare, angoli da pulire, pareti da scoprire, mobili da ammucchiare. Per Paolo c’era una sedia, un’isola circondata da pavimenti bagnati e attrezzi insidiosi; oppure lo scalino di casa, il sottile confine fra dentro e fuori, terra franca dove la legge marziale della casa aveva una tregua.

A volte c’erano grandi litigi. Al culmine, il padre inforcava la bicicletta e andava via.
“Va’, va’ a cercare tua madre e tua sorella” diceva la madre.
“Chissà cosa gli diranno contro di me” faceva poi.
Al ritorno del padre erano mutismi, sguardi che si evitavano e che Paolo rincorreva, spiando il primo accenno di distensione; quando arrivava, era accolto da uno scoppio di risa immotivate, incontenibili, che trascinavano anche il padre.

Un giorno la madre, seduta sullo sgabello davanti alla specchiera, raccoglieva i trucchi, che facevano un bell’apparire sul ripiano del mobile.
“Perché?” domandò Paolo, desolato di quel vuoto.
“Perché papà non vuole”.

Il nonno paterno morì prima che Paolo compisse due anni, di un brutto male, dissero. Quando Paolo andava a trovarlo con la madre, il nonno era sempre a letto. L’odore della malattia si faceva a ogni visita più acuto.
“Abbracciatevelo” gli diceva la madre. “E’ vostro nipote! Porta il vostro nome!”.
A Paolo piaceva rotolare nel letto, ma al nonno dava fastidio, ordinava che portassero via il bambino.
Quando Paolo fu più grande, gli raccontarono che il nonno era stato un brigante e aveva posseduto tanti soldi, che aveva sperperato giocando a carte e frequentando donne. Per molti anni Paolo pensò a lui con orgoglio.

La nonna paterna aveva una drogheria e lo rincorreva quando Paola, andando in negozio, afferrava tutto. C’erano certe bottigliette con zucchero e acqua colorata. Nella fuga, Paolo violava le camere che la nonna teneva serrate e, una volta raggiunto, piuttosto che mollare il bottino, preferiva spargerlo per le stanze o spingerlo sotto i mobili. Contava di recuperarlo in un secondo tempo.

Quando la nonna morì, andarono all’ospedale. Non fecero entrare Paolo nella camera mortuaria. Paolo si figurava tutto un mattino in un lungo corridoio, invece l’attesa fu breve. Quando i parenti uscirono dalla visita, una smorfia di dolore era stampata sulla faccia di suo padre: il labbro inferiore si piegava, mentre lui nascondeva il viso. Fra i mormorii, Paolo sentì la zia Dina che andava ripetendo:
“Che puzza! Che puzza!”.
E agitava le mani, a far intendere quanta. A casa, la madre di Paolo disse al padre:
“Tua madre era lì, fredda, su un tavolo di marmo, e tu sei stato l’unico ad abbracciarla e baciarla”.
“Per forza” disse lui. “Era mia madre”.

Case

b_88-8176-615-9Paolo ha una bussola per la memoria dell’infanzia: sono gli spazi in cui ha vissuto, le case e le strade; ognuno reca impressa una data. Una porta, una finestra, una lampadina su cui si sono posati lungamente i suoi sguardi sono segnavia – e quegli occhi gli permettono di vedere ancora. Quasi quella primissima infanzia giacesse in fondo a un oceano, in essa agevolmente Paolo s’immerge, come un palombaro, per trarne fuori inattesi reperti.

Paolo nacque in un cortile. Alla sua nascita, spiritello mobile, svolazzava nei cieli della stanza, sfiorando le pareti, scendendo a sorvolare il letto grande, la culla dove c’era il corpo piccolo protetto da un velo, i mobili con i confetti offerti ai visitatori. Nacque alle undici di mattina: silenzio, voci, fruscii, frastuoni, la penombra del velo che, nei giorni seguenti, volentieri avrebbe strappato. Altre volte avrebbe voluto alzarsi in volo, ma non c’è più riuscito.

Paolo ricorda la calma raccolta del cortile, i passi strascicati, i soliti passanti, un pieno di sole. Ricorda il caldo della prima estate: toglieva il respiro e il sonno. Invano la madre sbarrava la porta al sole, invano giungeva la sera: buio e afa riuscivano ancora più soffocanti.

Il momento più bello era il pasto mattutino. La madre imboccava Paolo sul marciapiede davanti casa. Il clima era gentile e finestre e fiori si mostravano in tutto il loro splendore: le finestre, verdi; i fiori, rossi. Con essi Paolo aveva un solo fuggevole appuntamento giornaliero, che aspettava come una salvezza. Il loro fascino era accresciuto dall’elezione della madre, che li offriva in premio alla sua carezza, una volta consumato il pasto. Dopo, se anche più volte Paolo le faceva cenno di condurlo dai fiori rossi, lei era inflessibile e i fiori, seppure a pochi passi, restavano lontani un giorno.

Zia Sara e le figlie custodiscono il ricordo della seconda casa. Alla loro vicinanza erano dovute brevi assenze della madre. Era un giorno d’estate – perché sempre d’estate? Forse perché l’estate illumina meglio i ricordi? Si era appena conclusa la delizia del bagno. La madre lo aveva lavato, profumato e vestito; lo aveva pettinato; aveva commentato con voce ridente:
“Adesso ci diamo il borotalco… Adesso ci mettiamo il vestitino nuovo”.
Paolo aveva nuotato e sollevato spruzzi nella bagnarola metallica che aveva trasformato in un mare in tempesta. Aveva tenuto la spugna, l’aveva inzuppata e l’aveva strizzata, facendo la pioggia. Era andato sott’acqua. Adesso l’avventura era finita ed era tornata l’estate. La madre aveva accostato la porta contro l’invasione delle mosche. C’era solo una fessura. Vittorioso, un raggio affilato fendeva la penombra e s’immergeva nella bagnarola, di nuovo piena di acqua limpida e fresca. Com’era sensibile l’acqua e come rispondeva al dito di Paolo che le faceva il solletico! I cerchi s’allargavano, raggiungevano i bordi del recipiente e venivano a chiamare Paolo, a invitarlo. E se Paolo s’avvicinava, anche il fondo s’alzava, a fargli coraggio. Come sarebbe stata contenta la madre, se da solo fosse entrato nella vasca e si fosse lavato di nuovo! Sarebbe stato più pulito. Gli avrebbe detto: “Bravo!”. Vincendo l’altezza, Paolo scavalcò e fu dentro. Non aveva pensato ai vestiti. L’acqua fuoriuscì. Apparve la madre.

La casa del quartiere Stazione dava la visuale su una via lunga come il richiamo del venditore ambulante:
“Bomboloni! Bomboloni!”.
Accentato sulla prima “o”, per attirare subito l’attenzione, e strascicato sulla terza, per prolungarla, mentre sorvolava sulla seconda, in un precipitato d’ansia. L’uomo passava a metà mattina, con un’immensità di bomboloni nel canestro di vimini. Dal giorno in cui gli lanciò due bomboloni, dietro i quali, complimentoso, arrivò pure lui, per aiutarlo a scartarli, per Paolo non ci fu richiamo più gradito. Paolo ricorda la carta che s’appiccicava alle dita, i bomboloni che gli riempivano la bocca, la saliva che scendeva a sporcarlo.

Allo specchio

b_88-8176-615-9I traslochi sono rimasti nella memoria come viaggi da una città a un’altra. Ogni volta ripartivano da stanze vuote e mal illuminate, bagagli a mucchi, pranzi improvvisati. Ogni volta, giochi d’ombre sconosciuti alle pareti.

Abolendo l’orientamento, il buio confondeva gli spazi e ingannava i sensi. Paolo non capiva se un rumore provenisse da destra o da sinistra, dall’alto o dal basso; turbinava, finché Paolo s’inabissava in fondo al gorgo, o levitava a mezz’aria, costretto a capriole senza fine dall’ingovernabile altalena delle immagini. Come un’ancora, Paolo invocava la mano che la madre tendeva da un letto all’altro. Paolo l’afferrava, facendo passare la sua attraverso le assicelle che formavano la sponda del lettino, incerto confine con il mare aperto, come il parapetto di una nave.

Così anche Paolo ebbe una lampada della notte. La sua luce, più che rischiarare lo spazio circostante, era appena sufficiente a segnalarne la presenza; era solo una stella perduta nel firmamento. Bastava comunque a non farlo sentire abbandonato in quella notte senza luna.

Certi giorni la madre usciva presto, si recava dalla signora di una sartoria che le dava lavoro per casa. La sera prima recitava le istruzioni; Paolo annuiva e la rassicurava, già pregustando la gioia di sentirsi più grande, più solo. Quando il giorno lo svegliava, Paolo si alzava e andava a sedersi davanti alla porta a vetri, dalla quale poteva guardare ed essere guardato. In quei mattini, tutta la strada passava davanti alla sua porta e diventava sua amica. Una frotta di bambini veniva a giocare sul marciapiede, in un semicerchio di cui Paolo era il centro.

Una volta Paolo si svegliò prima del solito. La strada appena destata s’avviava lentamente nel nuovo giorno. Erano radi i passanti e i bambini non erano ancora usciti a giocare: li aspettava Paolo, li aspettavano i marciapiedi accoglienti, che non meritavano tanta solitudine. Nessuno s’accorgeva di lui e persino i muri della casa di fronte assorbivano i suoi sguardi senza rimandarli. Paolo si drizzò in piedi sulla sedia e si trovò a consulto con la sua immagine, riflessa dallo specchio a muro. Quello specchio era una sorta di casetta variopinta; dalle foto, come da tante finestrelle, guardavano visi noti e meno noti; sui ripiani, come piante sui balconi, fiorivano i trucchi della madre. Paolo era sempre stato incuriosito da quegli oggetti in confezioni lucide, a cui la madre teneva tanto. Adesso erano lì, disponibili. Allungò la mano e cominciò a studiarli. Aprì un rossetto, tracciò qualche linea sul viso e trovò che faceva un bell’effetto. Più si pitturava, più si esaltava, fino a quando non ebbe più spazio libero. Ci ripassò sopra del bianco, più volte, per evitare che bianco e rosso si confondessero, e finì con una rosea spruzzata di cipria. Si girò verso la strada e la vide finalmente animarsi. Bambini s’avvicinavano, lo segnavano a dito, richiamavano coetanei e adulti. Le donne s’avvicinavano anch’esse, ridendo e commentando. S’era appena formata una piccola ressa, quando arrivò la madre. Divertita anche lei, non picchiò Paolo: si limitò a sgridarlo e a ordinargli di pulirsi, mentre in Paolo nasceva una domanda:
“Se mi pulisco, quando potrò pitturarmi di nuovo?”.

***

11 pensieri riguardo “Paulu Piulu – di Giorgio Morale”

  1. La storia delle mie verità, ecco “Paulu Piulu”: perciò, Francesco, non ti ringrazierò mai abbastanza delle tue splendide parole su questo libro.

    Un abbraccio, e una buona domenica.

  2. Ho iniziato da poco a leggere Paulu Piulu, forse ho aspettato di poterlo leggere fin da quando il titolo mi ha incuriosita in modo particolare.
    Sono ancora alle prime pagine, quelle che contano per fermarsi o andare avanti. Io andrò avanti con la ferma convinzione di non rimanere delusa.
    come dire, tra me e il libro, amore a prima vista.

    Un forte abbraccio a Giorgio e Francesco e un plauso all’editore Manni.
    jolanda

  3. Un abbraccio anche da parte mia, Jolanda, e spero che tu non rimanga delusa.

    Sì, l’immagine della copertina è un disegno della carissima amica Chandra Livia Candiani. Ormai nella mia mente sia “Paulu Piulu” sia “Acasadidio” sono collegati all’immagine che Chandra ha disegnato per loro.

  4. Sì, evviva! Con un’immagine Chandra ha colto l’anima del libro. Che scriva, parli o disegni, Chandra va all’anima delle cose.

  5. No, non sono rimasta delusa, anzi!

    Probabilmente le mie parole non avranno una sequenza logica, tanto il libro mi ha rapita che vorrei dire tante cose nello stesso momento, ma non si può.
    Ciò che più mi ha colpito è la distanza che l’autore mette tra sè e l’io narrante. Come se, sbobinando una registrazione, lo scrittore trascriva fedelmente un racconto per troppo tempo rimasto dentro un contenitore.
    Chi parla,infatti è il piccolo Paolo, sua la voce, suoi i pensieri, suoi i dubbi, suo il dolore, il timore, i pensieri vaganti attraverso le stagioni descritte con l’incanto e il disincanto degli anni, sue le pennellate di colori all’interno di una Sicilia d’altri tempi ma ancora così vicina, sua la voce tremula delle domande, sua la delusione e la paura della morte, sue le scorribande su un pezzo di terra incolta e poi bonificata, suo il sapore di un erba dal fiore giallo succhiata con stupore. Suoi gli occhi che ci introducono in uno scenario di famiglia con tutte le disavventure del caso, la coralità che la circonda, a volte benevola, altre pettegola e distante. Sue le domande spesso senza risposta, il disagio di un mondo che non può comprendere appieno, e sempre suoi gli occhi che abbracciano e ci fanno abbracciare una natura selvaggia e lussureggiante nello stesso tempo. Sue le orecchie che si tendono al goggiolare della pioggia o al rumore del mare. Suoi i silenzi di dolore per la partenza del padre o per la malattia della madre.
    L’autore trascrive ma non partecipa se non con l’arte della scrittura e la grande e raccolta sensibilità che rende questo libro gradevolissimo, un libro, il racconto di un bimbo che ci precipita, che lo vogliamo o no, anche nel nostro passato che, se diverso per contenuti, non lo è certo per tutto ciò che l’incanto della prima infanzia lascia sulla nostra pelle, un ‘impronta importante e di grande spessore che ci accompagnerà per tutta la vita.

    Giorgio, grazie davvero.
    A te e a Francesco un abbraccio d’infanzia.
    jolanda

  6. Cara Jolanda, non sai quanto mi faccia piacere questa tua lettura di “Paulu Piulu”. Ho scritto un paio di altre cose, ma “Paulu Pilu” è rimasto nel mio cuore, come accade sempre con tutto ciò che ha a che fare con l’infanzia. E le tue parole mi riportano ambienti colori odori familiari, forse perché in esse circola un’aria molto vicina all’aria di casa. Per fortuna la scrittura ci dà la possibilità di essere a casa.

    Grazie, e grazie a Francesco che con la sua ospitalità ha reso possibile questo. E un abbraccio a entrambi.

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