Per Nico Orengo – di Antonio Scavone

                                Per Nico Orengo

     Inevitabilmente, la scomparsa di Nico Orengo fa pensare a quanta letteratura e a quanti scrittori abbiamo percepito nei luoghi, nelle storie e nelle atmosfere che il Piemonte e la Liguria hanno offerto, proposto o regalato al resto dell’Italia.
     Non possiamo, obiettivamente, dimenticare i letterati “finissimi”, i consulenti editoriali, i cronisti di costume o i giornalisti di sport che hanno dato corpo e vita ad un paradigma cospicuo di scrittori asciutti e immaginifici, a una vera e propria nomenclatura di autori schivi e riservati che si sono sempre più eclissati e nascosti dietro una letteratura “misurata”, anche quando esplodevano in fantasmagorie da scrittori sudamericani.

     Giovanni Arpino, Primo Levi, Italo Calvino, Fruttero & Lucentini, Rosetta Loy – piemontesi di origine o di cooptazione – hanno raccontato come cambiava l’Italia raccontando come “non” cambiava il Piemonte: una contiguità spaziale e temporale che ridefiniva altri spazi e altri tempi. Un autocontrollo diremmo di stirpe, una limpidezza di sguardo occasionalmente strabico e centrifugo, una fredda e accurata distanza con gli oggetti della propria dedizione letteraria: questi i tratti distintivi degli scrittori piemontesi, che si ripetono e si rinnovano genericamente per tutti come tracce o maglie di un DNA fondativo, anche quando ripiegano nel segmento lirico-estetizzante (Pavese) o assertivo-filologico (Eco) o fantastico-surreale (Orengo). Persino De Amicis – col “Cuore” e “Amore e ginnastica” – stipula col reale questa duplice inferenza: il sentimentalismo come viatico e il desiderio come fuga.

     Nico Orengo ha rappresentato esemplarmente ne “L’intagliatore di noccioli di pesca” del 2004 questo conflitto di genere e di scapricciata sublimazione: un tessuto narrativo che si dipana in voci multiple e assordanti, con una morbida captazione della storia o delle storie narrate come se fossero di continuo trasfigurate, afferrate e disperse, avvertite e negate. Questo romanzo – così poco o così tanto romanzesco – ci investe con la malìa descrittiva di Gozzano, con gli spunti malinconici di Arpino, con le manipolazioni diremmo schizoidi di uno scrittore che cerca il cronista, che riscopre l’affabulatore, che seppellisce l’alter ego giacché l’ego originario, dalla catena del DNA ligure-piemontese o “sabaudo”, era già stato da tempo dissacrato e superato (come per Fenoglio).

     L’intagliatore di Orengo – dall’epigrafe di Fruttero & Lucentini – quest’inerme intellettuale di provincia, il professor Scullino, si dibatte tra letteratura e sogni di armonia o tra sogni letterari e coessenza sostenibile con la realtà, che è fatta di mostri, di donne avide di ogni desiderio, di desideri che non trovano sbocchi, di libri che non trovano i lettori giusti e di lettori che non colgono i libri giusti. Che mondo è quello che Nico Orengo non ha mai smesso di rappresentare nei suoi romanzi? Che mondo poteva essere, dopo le tragiche disfatte di Primo Levi, o le memorie fervide e rigorose di Lalla Romano, quella fattispecie di microcosmo convulso che sembra aspettarsi solo frantumazioni e soliloqui, velleità e concretezza? È il mondo che attraversa tutta la letteratura italiana tra i due millenni: l’invenzione tragica che si prefigge di ristrutturare una scorbutica weltanschauung, la vis comica che serve a far decantare il surplus delle mode e degli epigoni, l’irrealtà del quotidiano che non può essere rappresentata se non come se fosse o dovesse essere una pagina bianca da scrivere, un capitolo da intitolare, un argomento da specificare.

     Assillato dalle donne e da critici occasionali, deluso e svilito dai tradimenti, attratto e poi respinto da artisti fin-de-siècle e fin-de-vie, il professor Scullino riconcepisce il suo “pastiche” di rifondazione, riconfigurando senza apprensione quanto “apprende e ansima”, quanto c’è di falso e inventato, di poco e misero nella giostra che gli gira intorno. Ed ecco allora le americanate di scrittori emergenti che rinascono dalle ceneri di passati trionfi mentre dalle ceneri di Gramsci rispuntano pensatori dubbiosi e ascetici, ed ecco allora l’auto-citazione (“Cos’è, Orengo, questo tango alassino?”), prendersi e lasciarsi come uno dei tanti narratori dialoganti, in compagnia di Davico Bonino, di Bollati, di quegli operatori culturali che, lavorando giovanissimi da Einaudi, saranno costretti negli anni avvenire, cioè nei nostri, ad occultare becco e sguardi sotto terra, come l’irripetibile Struzzo. Ritroverà il desiderio, il professor Scullino oppure, sopraffatto dal sesso delle virago di turno, non potrà far altro che svenire e rimandare ad altra occasione nuovi approcci e nuovi piaceri? Bisognerà rileggere il romanzo di Nico Orengo e tra scrittori veri o presunti, giornalisti che pontificano, affaristi che si propongono come salvatori dell’umanità, umanità che si rifiuta di stare dentro le cose, anche noi arriveremo alla conclusione che “la vita è storta”.

***

3 pensieri riguardo “Per Nico Orengo – di Antonio Scavone”

  1. Orengo l’ho sempre sentito poeta, distillatore sopraffino del senso comune, della storia popolare ligure, dei gesti della tradizione che tanto pareva mancargli. il tutto nella consapevolezza che il dramma moderno, oggi, non può che sfiorare il grottesco.

  2. Grazie Antonio e Stefano. Orengo è un autore su cui bisognerà tornare. Magari iniziando a leggerlo (o a rileggerlo).

    fm

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