Il pezzullo di db (XVI) – Dalle memorie di un valdese

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DALLE MEMORIE DI UN VALDESE

Negli anni 60 agli ordinari l’università di massa non gli entrava proprio nella testolina, era considerata uno svigliaccamento. Poi però, di tirar su una plebe di clientes a un certo punto gli piacque, purché rimanesse stretto il numero. Certo dipendeva dalle università. Io sono stato otto anni a Messina ed era veramente una fogna. Quando i pagamenti avvenivano in denaro era una cosa pulita, mi spiego? Sono piovuto in una cosiddetta Facoltà di Magistero, composta da tre persone tre. Uno era il preside, un filosofo spiritualista ammiratore di Gabriel Marcel. Quando arrivai lì gli dissi che entrando in porto avevo visto la statua della Madonna della Lettera, quella con la scritta “vos et ipsam civitatem benedicimus”. Lo spiritualista disse che forse non era vero che la Madonna avesse mandato una lettera. Forse! Quando uno studente voleva la tesi, andava a bussare all’uscio, ma non lo poteva trovare perché lui stava pensando. Lo riceveva la moglie, che era una donna grande, orribile, sporca, sciamannata, che gli spiegava quanto era difficile allevare una famiglia, perché costava tanto l’olio, il capretto; lo studente siciliano capiva, andava via e tornava con l’olio e il capretto. Allora era ammesso alla presenza del pensatore. Il numero due invece, professore abruzzese di latino, si chiamava don Luigi Illuminati. Aveva il fisico delle caricature anticlericali del prete mascalzone: panzone, nasaccio bitorzoluto, guance rosse, grasso, laido, sporco e aveva come assistente, per tanto che era pagato, un altro pretaccio, questa volta calabrese, don Polimeno. Una volta ero sul traghetto che mi riportava al continente e don Polimeno frugò nelle ampie tasche della sottana clericale per trovare il fazzoletto, ma sbagliò e tirò fuori la pistola. Perché era un prete ma era anche un mafioso, girava armato e non era vero che fosse assistente. Quest’altro prete era il provveditore di carne femminile per il padrone, quindi quando una povera ragazza prendeva un buon voto rimaneva molto imbarazzata. Il terzo membro della Facoltà era comunista, naturalmente. Era stato prima fascistone, conte Galvano della Volpe, bolognese, che quindi aveva un profondo disprezzo per questa canaglia meridionale. Il conte era stato anzi filonazista, aveva scritto un saggio sull’estetica del carro armato. Il 25 aprile si era svegliato comunista ed era diventato una grande autorità perché era tra i migliori interpreti di Marx in Italia. Bene, aveva un’assistente che era la figlia dell’albergatore dove stava. L’aveva nominata assistente e in compenso viveva gratis in albergo. Che comunista! Come a uno mancava un braccio, a lui mancava la decenza. I pranzi che facevano alle spalle dei laureandi, fuori ad aspettare, questo gusto di mangiare, una cosa da rabbrividire. Non in tutte le facoltà c’era un simile triumvirato di mascalzoni. Però lì l’ho visto, lì c’era, si poteva arrivare fino a perversioni di questo genere. Fino alla vendita delle lauree!
                                                                                                        G. S.

***

2 pensieri riguardo “Il pezzullo di db (XVI) – Dalle memorie di un valdese”

  1. Tutte queste cose accadono ancora, purtroppo. Un famoso critico è fuggito da un’università del sud – così ci raccontava – dopo aver scoperto che un docente, apertamente legato alla mafia, si faceva accompagnare alle riunioni da una guardia del corpo che lo seguiva ovunque. Una mia fidanzata mi raccontò anche questo episodio. Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bari. Entra con gli altri allievi in classe ed il docente, alzando pigramente lo sguardo dal giornale, comincia a lamentarsi che l’aula è troppo piccola e non è possibile continuare la lezione. Poi invita tutti a casa sua, al pomeriggio, dove ha un grande studio. E ritorna a leggere il giornale senza dire più nulla. Le lezioni a casa sua, ovviamente, erano a pagamento. E, ovviamente, chi non le seguiva veniva regolarmente bocciato. Per mia fortuna ho incontrato anche insegnanti straordinari, a dir poco, persone che adoro; ma, se devo esprimere un giudizio spassionato, almeno il settanta per cento dei miei insegnanti secondo me non erano per niente adatti a ricoprire un ruolo così importante. Da ragazzo volevano convincermi che ero io il ribelle, quello che sbagliava: da adulto, quando li ho incontrati, ho capito che, molto più semplicemente, erano solo dei poveri idioti, persone senza niente dentro che abusavano vilmente del loro potere.

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