Johannes Bobrowski nella traduzione di Adelmina Albini

[STEFANIE GOLISCH]

Johannes-Bobrowski4

Ciò che vive ancora
nelle sabbie mobili
sotto le pinne alate
dei grossi pesci, evanescente
verde, alghe, muschio marino
che ricopre la luna,
al mattino quando annega,

è come una parola non detta,
è nella cavità della bocca,
nel pulsare di tempie,
nei capelli. Con mani livide
spingiamo a riva l’amore,
bianco.

 

Stefanie Golisch – L’ultimo verso.
Ad memoriam Johannes Bobrowski

Andiamo lontano.
Ma non arriveremo molto vicino.
Andiamo all’est. All’est di Berlino. A Friedrichshagen, un quartiere, o meglio una cittadina, sul Müggelsee dove, all’inizio del Novecento, scrittori e poeti di tutta la Germania avevano formato un circolo letterario, il Friedrichshagener Dichterkreis, che rese famoso questa piccola località con le sue belle ville costruite da ricchi villeggianti berlinesi.
Dal 1938 fino alla sua morte visse qui Johannes Bobrowski (1917-1965), una delle voci poetiche più originali della letteratura tedesca del Dopoguerra. Bobrowski era nato e cresciuto a Tilsit, una città agli estremi confini della Prussia orientale, che nel 1945 passò all’ unione sovietica, e che oggi appartiene alla Russia.
I tempi cambiano, i confini si spostano – ma i paesaggi di un poeta di solito rimangono immutabilmente quelli della propria infanzia. Nel caso di Bobrowski è un paesaggio nordico, solitario, segreto, alle volte perfino ostile all’uomo e alla sua eterna nostalgia di bellezza.

Bowrowski non ha più visto Tilsit da quando si era trasferito nel 1937 con i suoi genitori a Berlino. In ogni caso non l’avrebbe più ritrovata perché dopo i bombardamenti degli alleati e le devastazioni finali dell’armata rossa, Tilsit, nel maggio del 1945, era una città morta, quasi completamente distrutta. E’ la consapevolezza della terra perduta che ricopre la sua poesia di un velo di melanconia. Il poeta, pur non negando mai le colpe della sua nazione – sente il bisogno di rievocare un mondo, che come tanti altri mondi ai margini, dopo la seconda guerra mondiale è scomparso irrevocabilmente. Per molti critici, perciò Bobrowski è la più autentica voce di questo est, lontano, misterioso e ormai inafferrabile.

I tempi cambiano, i confini si spostano.
Friedrichshagen, dove il poeta trascorse tutta la sua vita adulta, apparteneva prima della riunificazione, alla Germania democratica, dove Bobrowski, che non fu membro del partito comunista, veniva visto con sospetto. Non fu facile per lui trovare un editore e così – per quanto incredibile possa sembrare oggi – il suo primo volume di poesie Das Land Sarmatien , apparve proprio nel 1961 – l’anno della costruzione del muro – a Stoccarda, nella Repubblica federale.
Bobrowski danzante.
Bobrowski sulla soglia.
Spesso, soprattutto nei suoi racconti, leggiamo di ballerini o artisti di circo che, danzando o esibendosi in acrobazie, riescono a spezzare il tempo volgare, estrapolando dalla continuità temporale piccole epifanie.
Non cambiano, questi attimi, il mondo, ma in quanto rivelazioni di un’altra verità, sono tempo sacro. Ierofanie si potrebbe dire con un termine che ha introdotto il filosofo delle religioni Mircea Eliade.

Tempo che scorre e tempo che si ferma.
Anche nello studio di Johannes Bobrowski sembra che il tempo si sia fermato. I figli hanno conservato la stanza del loro padre esattamente come il padre l’ ha lasciata più di quarantt’anni fa. Entrando in quella casa nella Ahornallee dove la famiglia Bobrowski vive tutt’ora, l’ospite si trova improvvisamente in un mondo, in cui passato e presente confluiscono nell’intensità e nel dolore di un ricordo.
Justus Bobrowski, il figlio maggiore di Johannes, aveva otto anni quando suo padre morì e lo ricorda molto bene. Racconta di essere da sempre stato affascinato dal padre e dal suo lavoro che non comprendeva, ma che proprio per il suo carattere misterioso lo attirava in modo irresistibile.
Sembra che la perdita del padre ha segnato e condizionato la vita del figlio a tal punto che, custodendo la sua eredita con dedizione totale, questi abbia dimenticato il progetto della propria vita. Per Justus Bobrowski, il tempo si è fermato in quegli anni in cui ascoltava da dietro la porta le conversazioni degli adulti.. Anni, in cui Bobrowski ebbe la fortuna di poter finalmente godere il riconoscimento e la stima di quella parte del mondo intellettuale alla quale si sentiva appartenere. Proprio negli anni sessanta, gli anni più bui per le relazioni politiche fra le due Germanie, casa Bobrowski fu un vivacissimo punto d’incontro per scrittori e artisti dell’Est e dell’Ovest : una delle rarissime occasioni di scambio e di confronto. Furono ospiti illustri personaggi come Ingeborg Bachmann e Uwe Johnson. Ma anche Günther Grass, Christoph Meckel e Michael Hamburger.
In questo periodo, dice Justus Bowrowski, suo padre cambiò fisicamente. Diventò più robusto, la sua calligrafia più grande e libera. Evidentemente in quel uomo chiuso e taciturno abitava un altro, socievole e scherzoso che amava la solitudine quanto la compagnia di pochi amici scelti.
Di cosa si discuteva allora in casa Bobrowski ?
Certo di letteratura. Ma sicuramente anche di politica. Probabilmente non di religione, nonostante Bobrowski fosse credente, essendo cresciuto in una famiglia che professava la fede protestante.

Lontani sono gli anni sessanta e i grandi temi dell’epoca.
Anche se Justus Bobrowski racconta dei tempi passati con grande coinvolgimento personale, non è facile immaginare in questo pomeriggio di febbraio assai grigio, Uwe Johnson e Ingeborg Bachmann, seduti su quel divano color gialloverde, giovani, ancora lontano dalla loro finale disperazione umana ed artistica.
Coloro che qui hanno lavorato, discusso, bevuto e forse amato, sono quasi tutti morti. Le loro teorie artistiche e politiche sono state risolte – o meno – dal tempo banale e spietato.
Bobrowski e i suoi amici ormai sono storia. Fantasmi i cui libri tormentano – se mai – studenti universitari. Chi conosce ancora oggi il poeta Johannes Bobrowski? Tre libri ha venduto la sua casa editrice negli ultimi sei mesi, racconta suo figlio, incredulo. Per lui il padre, morto da più di quarantt’anni, è tutt’ora il centro della sua vita. Fa fatica realizzare che nel mondo odierno quasi nessuno conosce più il suo nome.

Che cosa rimane di un poeta?
Forse sei poesie, come sosteneva Gottfried Benn? O forse solo qualche verso che è inciso nella memoria di uno sconosciuto, colpito in quel momento magico e feroce in cui poesia e vita confluiscono in un unico, indicibile significato?
Der Schlaf, ein Geflüster, legt sich zu uns è un tale verso : una porta che si apre silenziosamente per fare entrare colui che non teme di precipitare nell’ abisso che è ogni forma di bellezza.
In questo senso Bobrowski è più che degno della corona d’alloro che l’amico Uwe Johnson portò alla famiglia poco prima di morire egli stesso.
Qualche anno fa, Justus Bobrowski l’ha appesa dietro la vecchia scrivania di suo padre. Anche se ormai ingiallita e piena di polvere, l’omaggio all’amico poeta non è andato perso. E’ lì come un specie di memento vivere: Anch’io ho vissuto. Anch’io ho sofferto. Anch’io ci sono stato – come dicono i celebri versi di Walt Whitman.
Ma forse non basta una teoria della vita a consolare il figlio.
Forse non è sufficiente leggere poesia e forse non è neanche sufficiente saperla par cœur. Forse bisogna viverla nel proprio corpo e nel proprio sangue, forse è necessario sacrificare la propria vita, diventando l’ultimo verso di un padre tanto adorato per comprendere il prezzo spaventoso da pagare per quell’attimo di perfezione, in cui poesia succede.

 

Johannes Bobrowski Sei poesie
(Traduzione di Adelmina Albini)

Fischerhafen

Abends
ehe die Boote fort
treiben, eins um das andre,
da lieb ich dich.

Bis an den Morgen
lieb ich dich mit dem Stroh in der Kammer,
mit dem Landwind über dem Dach,
mit der Hecke vor deinem Haus,
mit dem Hundegebell
ehe es hell wird.

Das Gesicht voll Fischdunst, im Tau
werd ich kommen : einer,
der seiner Hände
Wärme vertut an die Silbergestalt
Nacht. Salzigen Munds
Kommt er. Jetzt
springt er ins letzte Boot.

 

Porto di pescatori

La sera
prima che le barche escano,
una dopo l’altra,
ti amerò.

Sino al mattino
ti amerò, la paglia nella stanza,
il vento di terra sul tetto,
la siepe davanti alla tua casa,
i cani che abbaiano
prima che torni giorno.

Col volto odoroso di mare,
verrò nella rugiada: come colui
che spreca il calore
delle sue mani
alla notte d’argento. Viene
con la bocca salata. Ora
balza sull’ultima barca.

 

*

 

Seeufer

Was noch lebt
im Treibsand
unter der groβen Fische
Flossenflügel, schwindendes
Grün, Algen, ein Seemoos,
das den Mond bewächst,
morgens, wenn er ertrinkt,

ist wie ein Wort, ungesagt,
gehört in der Höhlung des Mundes,
im Beben der Schläfe,
im Haar. Wir treiben ans Ufer,
mit bläulichen Händen Liebe,
weiβ.

Komm,
es ist kalt, hören
wird uns das Stroh, die Decke
über dem Seufzer, die knisternde
Holzwand. Der Schlaf, ein Geflüster,
legt sich zu uns.

 

Riva del lago

Ciò che vive ancora
nelle sabbie mobili
sotto le pinne alate
dei grossi pesci, evanescente
verde, alghe, muschio marino
che ricopre la luna,
al mattino quando annega,

è come una parola non detta,
è nella cavità della bocca,
nel pulsare di tempie,
nei capelli. Con mani livide
spingiamo a riva l’amore,
bianco.

Vieni,
fa freddo.
Ci sentirà la paglia,
la coperta sopra il respiro,
la parete di legno scricchiolante.
Il sonno, un bisbiglio,
si adagerà tra noi.

 

*

 

Ebene

See.
Der See.
Versunken
die Ufer. Unter der Wolke
der Kranich. Weiβ, aufleuchtend
der Hirtenvölker
Jahrtausende. Mit dem Wind

kam ich herauf den Berg.
Hier werd ich leben. Ein Jäger
war ich, einfing mich
aber das Gras.

Lehr mich reden, Gras,
lehr mich tot sein und hören,
lange, und reden, Stein,
lehr du mich bleiben, Wasser,
frag mir, und Wind, nicht nach.

 

Pianura

Lago.
Il lago.
Le sponde sprofondate.
La gru sotto la nube. Bianca,
rischiara
millenni
di popoli pastori. Con il vento

son salito sul monte
e qui vivrò. Fui cacciatore
ma solo l’erba
mi avrà.

Insegnami a parlare, erba,
insegnami a esser morto e sentire
a lungo, e a parlare, pietra,
insegnami a sostare, acqua,
non domandare di me, e del vento.

 

*

 

Ungesagt

Schwer,
ich wachse hinab,
Wurzeln
breite ich in den Grund,
die Wasser der Erde
finden mich, steigen,
Bitternis schmeck ich – du
bist ohne Erde,
ein Vogel den Lüften, leichter
immer im Licht,
nur meine Angst noch
hält dich
im irdischen Wind.

 

Non detto

Arduo,
cresco all’ingiù,
affondo radici
nel terreno,
le acque della terra
salendo mi troveranno.
Assaggerò l’amaro – tu non hai terra,
sei un uccello lasciato alle correnti,
sempre più leggero nella luce,
nient’altro che la mia paura
ti trattiene
nel vento di terra.

 

*

 

Holunderblüte

Es kommt
Babel, Isaak.
Er sagt: Bei dem Pogrom,
als ich ein Kind war,
meiner Taube
riβ man den Kopf ab.

Häuser in hölzerner Straβe,
mit Zäunen, darüber Holunder.
Weiβ gescheuert die Schwelle,
die kleine Treppe hinab –
Damals, weißt du,
die Blutspur.

Leute, ihr redet: Vergessen –
Es kommen die jungen Menschen,
ihr Lachen wie Büsche Holunders.
Leute, es möcht der Holunder
sterben
an eurer Vergeβlichkeit.

 

Fior di sambuco

Arriva
Babel Isaak.
Dice: quando ero piccolo
nel pogrom
staccarono la testa
alla mia colomba.

Case nella strada di legno,
steccati, sopra il sambuco.
La soglia tirata a lucido,
la scaletta che scende –
Allora, ricordi,
la scia di sangue.

Gente, voi dite di dimenticare –
Ecco arrivano i giovani,
ridenti come siepi di sambuco.
Gente, vuol morire
il sambuco
del vostro oblio.

 

*

 

Ikone

Türme, gebogen, verzäunt
von Kreuzen, rot. Finster
atmet der Himmel. Joann
steht auf dem Hügel, die Stadt
gegen den Fluβ. Er sieht
kommen das Meer mit Balken,
Rudern, räudigen
Fischen, der Wald
wirft sich herab in den Sand.
Her vor dem Wind
geht der Fürst, er schwenkt
Fackeln in beiden Händen, er streut
lautlose Feuer
über die Ebenen aus.

 

Icona

Torri piegate, circondate
da croci, rosse. Respira
tenebra il cielo, Giovanni
è sul colle, la città
contro il fiume. Vede
il mare portare travi,
remi, pesci
rognosi. Il bosco
si getta nella sabbia.
Precede il vento
il principe, due
fiaccole in mano, sparge
silenti fuochi
sulle pianure.

 

[Le poesie qui proposte si trovano nel volume: Das Land Sarmatien, München, 1966. In Italia le opere di Johannes Bobrowski apparvero nella traduzione di Roberto Fertonani in un volume della Mondadori nel 1969.]

 

***

Annunci

13 pensieri riguardo “Johannes Bobrowski nella traduzione di Adelmina Albini”

  1. Grazie, Grazie, Grazie!
    Nell’anniversario (25 giugno 1926) della nascita di Ingeborg Bachmann un gran bel dono queste traduzioni da Johannes Bobrowski.
    Conservo tra i libri più cari: “Tutti i racconti” di Johannes Bobrowski, Pratiche editrice, Parma-Lucca 1977, a cura di Giorgio Cusatelli, traduzione di Teresina Zamella, pp. 153, Lire 3.800.
    Lessi la recensione su “la Repubblica” di Italo Alighiero Chiusano: “L’uomo che amava Dio, Marx, i fiumi” e corsi a comprare il volumetto, vivevo a Roma, oltre trent’anni fa…
    Che sorpresa, caro Francesco Marotta, cara Adelmina Albini…
    Sono emozionato e felice…
    Solo da queste parti trovo poesia utile, necessaria…
    Ancora GRAZIE!

  2. Quante menti elette il mondo dimentica. Una foglia ingiustamente caduta dalla corona dei grandi poeti tedeschi del novecento – Bobrovski – una foglia argentea e silenziosa che oggi qualcuno raccoglie per noi e che noi, da adesso, custodiremo per sempre nel libro delle cose care, necessarie. Vere.

  3. “Che cosa rimane di un poeta? Forse sei poesie, come sosteneva Gottfried Benn” mi sembra una verità, una delle tante, di Benn; e se l’equazione è giusta, queste sei poesie di Bobrowski bastano, e avanzano, per dirci che fu un poeta immenso, con le mani affondate nel fango della terra, le dita perse fra i fili dell’erba, il cuore in volo fra le algide correnti del vento, dell’epoca. Ed ora io vorrei poterne leggere ancora di sue poesie, vorrei vedere la sua opera tradotta qui in Italia, perdermi fra i suoi paesaggi perduti, arcaici, interiorizzati.
    E ringrazio, di cuore, Stefanie Golish per averle proposte, Adelmina Albini per averle tradotte e Francesco Marotta per averle ospitate.
    Fabio Franzin

  4. Forse la percezione della grandezza di un poeta prende corpo e sostanza proprio in quell’attimo: quando, anche di fronte a pochi testi, la lettura ti lascia intuire, o semplicemente ti svela, l’esistenza, tra i versi, oltre i versi, di territori interminati tutti da esplorare e da scoprire.
    E’ il caso di questo poeta, capace di incantare tutti coloro che si imbattono nelle sue poesie.

    In italiano c’è poco o niente, sia in prosa che in versi: praticamente introvabili le poesie tradotte da Fertonani e i “Racconti” richiamati da Giorgio.

    Magari Adelmina e Stefanie ci regalano qualcosa alla prima occasione…

    Un grazie a tutti per gli interventi.

    fm

    p.s.

    Io il volume delle “Poesie” dell’edizione Mondadori “dovrei” averlo. Se riesco a recuperarlo…

  5. meravigliosi questi versi, e meravigliosa Adelmina che ce li ha proposti in una traduzione conserva intatto l’incanto. Quanta malinconia però in questo figlio che per tutta la vita ha lottato contro il tempo vorace e ottuso per custodire la bellezza del padre. E come mi fa arrabbiare la cieca politica editoriale di chi, incurante dello splendore unico e irripetibile di certi versi, li condanna all’oblio, pur potendo salvarli. Mi viene in mente quello che dicono della foresta amazzonica: ogni giorno, ettaro per ettaro, sparisce per sempre una specie preziosa, unica al mondo.
    Far “morire” questa poesia è come negare l’acqua agli assetati, il pane agli affamati…
    Scusate, oggi sono di umore tetro.
    roberta b.

  6. Avete già detto su questi testi, mi limito a dire che dalla prima lettura, un nodo mi ha stretto la gola e solo adesso riesco a scrivere per ringraziare Francesco e quanti si sono adoperati per riportare alla luce una poesia che è luce.

    Spero di poter leggere altro di questo autore.
    jolanda

  7. Rileggo Bobrowsky, che ho tanto amato nella giovinezza, soprattutto nelle sue brevi prose. Ancora grazie agli amici e a queste occasioni di rilettura che mi fanno pensare che nel mondo pulsano ancora anime di poeti che risvegliano i preziosi poeti sommersi, quelli che non vedremo più nelle librerie, perché le librerie, con i libri che contano e conteranno, sono sprofondate da diverso tempo, e non solo nei nostri ricordi, ma nel tempo storico. Onore a chi, come Francesco, mostra ogni giorno quello che leggemmo allora e che da allora ci colpì per sempre. Aspetto sempre nuove sorprese.
    Marco.

  8. Mi ha fatto molto piacere il sincero interesse vostro…

    Volevo aggiungere questo:

    Il cosidetto Bobrowski-Zimmer, così come Adelmina Albini e io abbiamo potuto visitare nel febbraio del 2007, ora non esiste più. La città di Berlino non l’ha ritenuto abbastanza importante da essere mantenuto come testimonianza di un tempo che non c’è più…. La biblioteca di Bobrowski è stato donato ad una biblioteca – il resto – in alle Winde verweht…

    Avevo , all’epoca, scritto un haiku per Justus Bobrowski, il figlio e custode del padre.

    Lo riporto qui, in onore del figlio tragico di un grande padre:

    Für Justus Bobrowski

    Hier leb’ ich meines
    Vaters allerletzten Vers:
    mich selbst verschwendend.

  9. Grazie Stefanie, alla prossima. Con un’altra “goccia di splendore, di umanità, di verità” da “consegnare alla morte”.

    fm

  10. Sto leggendo proprio ora (in tedesco) alcuni racconti e poesie di Bobrowski, autore che mi ha sempre affascinato per la sua lirica semplice e complessa al tempo stesso. Semplice per la sua capacità di avvicinare il lettore a stati d’animo lontani dal caos della nostre vita “moderna” e per la sua capacità di “creare poesia”, ma complessa dal punto di vista linguistico per chi come me “si sforza” di leggerlo in originale. Grazie per queste traduzioni.

  11. Nella sporcizia di oggi, di un tempo che drammaticamente scompare
    nel limo di un lago disadorno e opaco, come riuscire a salvare una luce sopravvissuta, splendente di purezza e di umanità ? Non è pane per i denti del political-correct la poesia di Bobrowski, è cosa migliore che rimanga celata, protetta da una nichia di silenzio e di pace. Solo un figlio devoto e grande può restarle vicino, e noi qualche volta, quando ci sentiamo più umani. Elettra Bianchi 18-2-2014

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.