Un mezzo rapporto – di Antonio Scavone

[ANTONIO SCAVONE]

fini

 

Quanto vorrei guardarmi in uno specchio, vedermi in faccia, scoprire o rilevare il più piccolo cambiamento – le labbra asciutte e tirate, un sopracciglio arruffato, un colore innaturale per il viso – ma non vedo nulla, non posso rintracciare nel mio volto e nel mio corpo niente che sia davvero plausibile, o che sia davvero mio, personale.

Un mezzo rapporto

     “E allora, Calise, com’è che ti trovavi nell’appartamento dove è stata uccisa la signora Epifani?”
“Ero andato a trovarla.”
“A trovarla? Perché, l’avevi persa?!”
“Sì, stavo per perderla.”
“E l’hai uccisa per questo?”
“Io non l’ho uccisa, Maria!”
“D’accordo, non l’hai uccisa. Sei andato a trovarla e poi?”
“Abbiamo cenato, abbiamo visto un po’ di televisione, abbiamo cominciato a parlare e…”
“E… ?”
“Abbiamo avuto un mezzo rapporto.”
“Mezzo? Neanche uno intero? Non ce l’hai fatta?!”
“Ma perché mi parla con il “tu”? Per chi mi ha preso?!”
L’ispettore-capo che mi sta interrogando è un uomo grassoccio, pelato, con la camicia blu scuro aperta sul colletto, la giacca marrone con toppe di renna ai gomiti, pantaloni jeans flosci come fagotti di carta, scarpe da ragazzo con le fibbie a strappo.
Si dice che puoi capire come sia fatta una persona giudicandola semplicemente dall’abbigliamento, la struttura corporea, l’atteggiamento di sfida che ha nei tuoi confronti: non ci vuole molto, non c’è bisogno di capire, è tutto molto chiaro e scontato. Lo scopo di quest’ispettore-capo è quello di provocarmi, di provocare cioè una confessione spontanea ma non ho nulla da confessare, tanto meno a lui, e nulla da dire più spontaneamente di quello che ho già dichiarato.
Quando Maria è andata nel bagno, lasciandomi sul divano con la patta dei pantaloni aperta e con un desiderio subito esaurito, non c’era altro da fare per me, in quella stanza, in quella villa, se non sparire in silenzio. E difatti mi sono alzato, ho richiuso i pantaloni, ho infilato la giacca, ho ascoltato lo scroscio della doccia nel bagno e sono andato via. Non ho incontrato nessuno al primo piano, nessuno nella foresteria, nessuno per la strada: per la polizia questo significa che non ho un alibi ma chi pensa di procurarsi un alibi se non ha fatto niente? Nessuno si inventa un alibi senz’averne necessità e soprattutto quando non si è incollerito, non ha minacciato, non ha ucciso. Nessuno, eppure io devo essere un nessuno speciale: mi stanno accusando di aver ucciso Maria Epifani perché mi aveva scaricato oppure perché le dovevo dei soldi, o perché il marito ci aveva scoperti, o chissà che altro.
Arriva un commissario, o qualcosa di simile: indossa un abito di confezione, rigato, dal tratto elegante, con camicia bianca, cravatta blu-marè, mocassini di vacchetta neri: è distinto, si vede, ma solo nell’aplomb perché appena apre bocca sciorina sia pure con stile le stesse malizie del suo ispettore-capo.
– Allora, Calise, lei ha dichiarato che si è intrattenuto con la signora Epifani per un rapporto intimo, che sarà durato un bel po’… anzi no, lei sostiene di essersi prodotto in un mezzo rapporto intimo…
Ci giocano, mi prendono di mira, ci girano intorno, devono farmi cadere o disperare, farmi deprimere per quello che ho detto o per quello che non sono riuscito a fare. Non è valso granché dire la verità, che Maria non aveva gradito la mia eccitazione e che, in fondo, non mi voleva lì quella sera ma aver detto la verità mi ha scoperto più di quanto avessi raccontato una menzogna, o avessi inventato una sciocchezza qualsiasi, pur di farmi ritenere estraneo a quanto era successo a casa di Maria, nel suo soggiorno, sul suo divano. Provo a ricordare la successione di quegli attimi intercorsi dal rifiuto di Maria e dalla mia uscita di scena, mogio e deluso come un giovanotto alla sua prima defaillance e tuttavia non riesco a rammentare niente che possa davvero consolarmi o illuminarmi. Resto anch’io attaccato a quel “mezzo rapporto” che mi ha affossato l’altra sera e mi sta affossando adesso, in quest’ufficio pieno di carte e di scrivanie, con due poliziotti che non credono a una sola parola di quello che ho detto finora. Quanto vorrei guardarmi in uno specchio, vedermi in faccia, scoprire o rilevare il più piccolo cambiamento – le labbra asciutte e tirate, un sopracciglio arruffato, un colore innaturale per il viso – ma non vedo nulla, non posso rintracciare nel mio volto e nel mio corpo niente che sia davvero plausibile, o che sia davvero mio, personale. Evidentemente, càpita questo a chi si trova nelle mie condizioni: percepire una sensazione di assenza e di caducità di fronte a responsabilità che non ha assunto e per un ruolo che non ha ricoperto, come un individuo preso a caso tra la folla, come un soggetto più che un uomo. Sono in balìa di me stesso e i due poliziotti se ne accorgono. Stavolta l’ispettore-capo è più disponibile.
– Vuoi un bicchiere d’acqua, Calise?
Come se bastasse un bicchiere d’acqua a sciogliere quel nodo che ti prende alla gola e che non ti fa dire, soprattutto a te stesso, come stanno le cose e se, addirittura, le cose stiano davvero per come si sono manifestate davanti a i tuoi occhi, alle tue mani, ai tuoi pensieri. No, la verità è fatta di tante porzioni di realtà che impastate insieme, come le dosi di una torta o di un timballo, ti dànno alla fine un risultato diverso e sorprendente, giacché non ti saresti mai aspettato che da quegli ingredienti inerti e incompatibili potesse poi realizzarsi qualcosa che avesse una forma, una sostanza, una piacevolezza. So di essere irrispettoso parlando di cucina a proposito di un omicidio, dell’omicidio della donna che ho amato, ma non riesco a capacitarmi della ragione che ha spinto qualcuno a uccidere Maria e del motivo che mi sta assillando da quando i sospetti sono caduti su di me: perché non ho pensato che qualcuno abbia potuto uccidere Maria e mi sono invece stupidamente bloccato sulla fine della nostra relazione? L’essere stato respinto mi è parso dunque più tragico del sapere Maria morta? E i poliziotti capiranno questo mio tormento, reso ancora più angoscioso dal silenzio che opprime e devìa ogni mia voglia di riscatto, di consapevolezza? Per capirlo dovrebbero, anche loro, aver vissuto un distacco, una separazione.
– Calise, lei ha qualche idea su chi poteva volere la morte della signora Epifani?
Ma chi può avere un’idea di questo tipo? Chi può coltivare con un animo sereno un proposito tanto atroce? Solo un uomo deluso, un innamorato abbandonato: cioè uno come me, un Nando Calise qualunque, di quarantacinque anni, separato da tempo, con una figlia che vedo solo una volta al mese, con il lavoro di commesso di libreria che non mi appaga e non mi soddisfa, con un piccolo appartamento che i miei genitori mi hanno lasciato in eredità ma che dovrei ristrutturare, per farlo diventare una residenza e non un rifugio, per trovare finalmente un punto fermo e cominciare da lì a riorganizzare un’esistenza tranquilla, comoda, andante.
E il punto fermo, in realtà, era Maria, è Maria, anche adesso che non c’è più. La conobbi cinque anni fa, in libreria: cercava una buona grammatica d’inglese per la figlia iscritta al primo anno di liceo. Gliene mostrai tre o quattro e le indicai la migliore, quella che usava anche mia figlia: scoprii infatti che le due ragazze erano coetanee e di qui cominciò una serie pressoché infinita di somiglianze, di coincidenze, di risultati scolastici uguali, di tappe e puntate fin troppo simili nella nostra esistenza di genitori. I colleghi della libreria dissero che avevo fatto colpo, che la signora era disponibile, che avrei dovuto approfittarne, che sarei stato un coglione se non avessi coltivato quell’incontro e per la verità feci di tutto per non passare da coglione.
Scoprii che le nostre ragazze erano iscritte alla stessa palestra e fu molto semplice, una sera, farmi trovare ad aspettare che mia figlia uscisse alla fine degli esercizi: anche sua figlia uscì e anche Maria si era fatta trovare nello stesso posto alla stessa ora. Le due ragazze erano diventate amiche, si piacevano e si confidavano, io e Maria non volevamo restare conoscenti né diventare amici, volevamo intenderci, donarci l’un l’altra, amarci.
Per me era più facile, vivere da separato ti permette tutte le libertà che vuoi anche se poi non sai che fartene ma per lei ogni appuntamento, ogni frase, ogni bacio scatenavano l’ansia, le sobillavano la mente di domande senza risposte o di risposte senza alternative. Suo marito, avvocato della specie peggiore, le concedeva tutto a patto, però, che i suoi, i nostri, fossero rimasti episodi senza importanza, che non fossero sfociati come si suol dire in una storia. E Maria temeva proprio questo: che la nostra relazione sarebbe diventata col tempo ingovernabile, che il mio desiderio per lei si sarebbe trasformato in passione costringendola a scegliere, a prendere una decisione, a lasciare suo marito, a lasciare persino sua figlia e a perdersi con me in un’avventura da vivere senza progetti, senza futuro. No, questo Maria non lo voleva, mi chiedeva tempo, mi chiedeva di capire, di essere paziente e che avrebbe avuto, un giorno, il modo e il coraggio di venirsene con me. Ma non è mai venuta a vivere con me, tranne un’estate quando sua figlia si buscò un noiosa bronchite e dovette restare in città, a casa mia, perché il marito aveva fatto ristrutturare la loro villetta in collina. Furono due settimane che ritemprarono la stanchezza che il mio lavoro in libreria mi procurava e l’illusione di aver cominciato una seconda vita con la donna che amavo, a dispetto della sue incertezze. Maria esitava a dividere la sua vita con me perché temeva una ritorsione o un ricatto da parte del marito che, qualche anno prima, aveva salvato il padre da una condanna per estorsione e ricatto, per affari illeciti con i soliti politicanti.
Quando le dicevo che non doveva preoccuparsi eccessivamente, che le sue erano soltanto delle premure esagerate e forse inopportune, mi rispondeva stizzita: “Tu non puoi capire, Nando. Tu non fai parte di questo mondo”.
È vero, non ho mai fatto parte di “questo mondo”, cioè del suo mondo dove gli agi sono il frutto di speculazioni e il sistema di vita contempla solo arbitrii, collusioni e patteggiamenti. E anche se questo mondo di sfolgorante benessere esercita il suo fascino sulle persone modeste e mediocri, io, modesto e mediocre per eccellenza, non ne ho mai subìto le lusinghe. Maria, per me, non era una sirena che mi ammaliava col suo canto falso e beffardo, né una strega, maga o virago che avesse spolpato letteralmente le mie carni per una smania insaziabile di sesso. No, Maria era la donna che non mi sarei mai più aspettato di incontrare, di sentire quel suo profumo inebriante, di toccare la sua pelle candida come il latte, dolce e sinuosa come si vede nelle tele di Leonor Fini.
– Sta pensando, Calise? Deve dirci qualcosa?
– Sì, voglio dirvi quanto l’ho amata.
– Questo s’è capito, ma se l’amava tanto perché l’ha uccisa?
– Lei è un poliziotto…
– E allora?
– Non ho più niente da dire.
E ne avrei invece di cose da raccontare, tutte utili e importanti ma non per l’indagine che riesce solo a svuotarmi e a non farmi trovare una traccia qualsiasi per conoscere la verità, ma per il ricordo di Maria che comincia a svanire come un’illusione. Per esempio, quando sono tornato da lei, dopo un’ora, col proposito di scusarmi per far decantare il disappunto che l’aveva irritata, quando sono arrivato davanti alla sua porta e l’ho trovata aperta e non mi sono chiesto il perché, quando sono entrato in casa e ho visto davanti a me suo marito che se ne stava immobile e guardava a terra un corpo avvolto in un asciugamano di spugna, quando ho visto che quel corpo era Maria distesa sul pavimento, senza vita, con un braccio sulla fronte come chi ha voglia di dormire o chi si difende da un’aggressione, quando ho incrociato lo sguardo del marito, inespressivo come può esserlo quello di un assassino, solo allora ho realizzato che l’avevo persa per sempre e che non sarei stato capace di niente. Ho fatto qualche passo verso di lei ma il marito mi ha bloccato con un gesto e una domanda arida e maligna come quelle che mi fanno i poliziotti: “Era questo quello che volevate?”.
Dopo è successo tutto molto in fretta: l’arrivo della polizia chiamata dal marito, i rilievi scontati della scientifica, le prime contestazioni, le prime dichiarazioni, il primo interrogatorio di due uomini davanti al corpo di una donna sul pavimento con la gola striata da macchie violacee, orme e tracce del delitto che me l’ha portata via.
Se dicessi che il tempo si è fermato, direi una frase fatta, una di quelle che piacciono tanto a chi deve capovolgere la realtà, relegarla negli anfratti più intimi e insinceri del proprio io per sentirsi al di sopra di giudizi, di sospetti, o fiacche insinuazioni. Dopo due giorni non si è fermato niente: né il tempo, che continua a scorrere senza senso per tutto quello che è successo, né i pensieri che non hanno bisogno di tempo per manifestarsi, sgusciano via all’improvviso, senza direzioni, come animali fuorusciti da una gabbia aperta. Si è fermata invece la voglia di esserci ancora, di far parte di un motore, una macchina, un meccanismo che si muoveva da solo, si gestiva da solo. Voglio dire che quando ti viene a mancare il contatto con la realtà, più che con la vita, diventa tutto occasionale e fortuito.  Dovrei temere, per questo, i sospetti che i poliziotti stanno confezionando sul mio alibi, su ciò che non ho detto, su ciò che ho taciuto?
– Lei è il marito della vittima?
– Sì, sono l’avvocato Scandurra.
– Avvocato, lei era a conoscenza di…
– Non perdiamoci in chiacchiere. Mia moglie aveva una relazione extra-coniugale con quel tipo lì.
– E aveva avuto dei contrasti con quel tipo lì, cioè con Nando Calise?
– Qualche scambio di battute, niente di che.
– Calise sostiene che lei tollerava la relazione con sua moglie.
– Ora che è morta, si può sostenere tutto.
– Calise sostiene che, quando ha fatto ritorno nella sua villa, davanti al corpo della povera signora c’era lei, avvocato.
– Per la verità, sono stato io a trovare lui davanti al corpo di mia moglie. La chiave della porta è rimasta ancora nella toppa della serratura.
– Quindi lei ha aperto la porta e ha lasciato la chiave inserita nella toppa quando ha visto, diciamo così, la scena del delitto.
– Non “Diciamo così”, è stato così!
Quando ho sentito le parole di Scandurra non mi sono ribellato: pur provando un brivido lungo la schiena che mi ha scosso e molestato, non sono riuscito tuttavia a replicare, a smentire la versione dell’avvocato. La mia reazione, appena abbozzata nella velleità delle intenzioni, non ha suscitato nessuna attenzione da parte dei poliziotti e dev’essere sembrato un atteggiamento di circostanza, senza peso e sviluppo come una recita prevedibile. Ho cercato allora con lo sguardo, incrociando gli occhi di Scandurra, di scalfire la sua protervia, di insidiare la sua sicurezza, di fargli intendere che seppure fosse stato ed era più facile credere a lui e non a me, ne avrebbe avuto solo un vantaggio momentaneo all’inizio delle indagini, con quella considerazione piatta e patetica che si accorda a un marito tradito quando è già pronto un indiziato di comodo, un tipo come me, che accontenta i poliziotti e soddisfa l’opinione comune. Ma Scandurra non ha retto il mio sguardo, lo ha evitato con naturalezza, non si è immerso in riflessioni, ha mantenuto il suo autocontrollo, non ha permesso che mi muovessi dal posto che mi aveva assegnato: sulla sedia, nell’anticamera in penombra, come chi aspetti di essere chiamato da qualcuno, da chiunque per qualunque cosa.
Non ce l’ho fatta neppure ad alzarmi quando hanno rimosso il corpo di Maria e l’ho visto passare lentamente davanti ai miei occhi bassi e sperduti, incapace persino di tentare un ultimo saluto. Scandurra ha fatto notare con un cenno brevissimo il mio distacco, finché un poliziotto mi ha toccato con la mano sulla spalla per dirmi di alzarmi, di seguirli, di dover essere portato qui in questura, in quest’altra stanza in penombra.
Mi hanno chiesto chi fosse il mio difensore ma non ho fornito risposte, mi hanno chiesto se volessi avvertire qualcuno – mia moglie, mia figlia, parenti, amici – e stavolta sono stato io a chiedere di usare cautela, soprattutto nei confronti di mia figlia. Mi hanno assicurato che non l’avrebbero spaventata, mi hanno fatto passare in un’altra stanza, una stanza con la porta a vetri, mi hanno fatto sedere a un tavolo e mi hanno portato un caffè caldo, in un bicchierino di carta: sono rimasto interdetto, il poliziotto è uscito e ho guardato al di là del vetro finché ho visto altri poliziotti che parlavano, qualcuno ridendo, qualcun altro siglando una firma veloce su dei fogli spiegazzati. Ho bevuto quel caffè con desiderio, bevendo anche il pensiero di essere finito, mio malgrado, in una brutta storia e con l’idea di poterne uscire solo se Scandurra si decide a dire la verità o se i poliziotti riusciranno a fargliela dire, forzando la sua arroganza.
Poi sono scattato in piedi quando, oltre il vetro, è comparsa la figura esile di mia moglie, con i capelli scompigliati, il viso stanco, le mani che roteavano nell’aria alla ricerca di un pretesto, un’idea che giustificasse il mio comportamento e l’accusa che mi è stata fatta ma mi sono limitato a osservarla mentre rispondeva alle domande del poliziotto che dapprima rideva mentre l’altro, quello che firmava, ascoltava le parole di Lisa approvandone casualmente la sincerità. Alla fine hanno indicato la stanza dov’ero, la porta a vetri e quindi me: Lisa si è girata, mi ha guardato con un po’ di pena e si è messa una mano sugli occhi, scuotendo la testa. Ho provato a parlare ma non ho sentito la mia voce: non volevo parlare, avrei voluto ascoltare, avrei voluto essere accanto a lei.
Il vetro della porta è stato occupato dal poliziotto grasso, dall’ispettore-capo: è entrato, ha richiuso la porta alle sue spalle, ha sospirato, ha rinserrato le labbra come per reprimere ipotesi troppo affrettate e alla fine mi ha chiesto semplicemente: “Hai visto tua moglie?”. Ho risposto di sì e che avrei voluto parlarle. “Non si può, Calise, non adesso” e finalmente si è seduto: nell’altra stanza Lisa non c’era più.
– Insomma, Calise, tu non potevi offrire alla signora Epifani la vita che lei era abituata a vivere.
– Lei gliela offre, alla donna che ama?
– Sei velenoso.
– Mi difendo.
– Noi arriveremo alla verità, prima o poi.
– Io ci sono già arrivato.
Ci raggiunge anche il commissario: stesso abito, stessa cravatta, ha cambiato solo la camicia. A turno mi snocciolano le loro congetture, le loro verifiche che sono ancora incomplete ma tali da configurare la pista buona, poi riprendono a spaventarmi, che posseggono prove indubitabili, che hanno contrapposto dichiarazioni e dettagli di dichiarazioni: in pratica brancolano nel buio, come si dice, e non se ne dànno una ragione, non si preoccupano di apparire ridicoli e approssimativi. Chiedo di respirare un po’ d’aria fresca, “Sono le tre del mattino” mi rispondono ed io aggiungo che l’aria fresca non ha orario e che comincio a sentirmi male in questa stanza in penombra. Il commissario fa scorrere una tenda di plastica e apre la finestra e posso annusare finalmente il miasma del traffico che anche a quest’ora di notte sale dalla strada, posso scorgere le luci della città che diventano puntini luminosi sullo sfondo dell’alba che si appresta a scompaginare nuvole nerastre, posso allungare lo sguardo sulla stessa città, sugli stessi luoghi, gli stessi colori che mi erano stati negati da due giorni. Mi dicono, tanto per suggestionarmi ancora, che il mio stato di fermo non potrà essere revocato ma non li ascolto: so che dovranno lasciarmi andare perché nessuna delle prove che assicurano di aver raccolto giustifica la loro ipotesi d’accusa. Non ci sono tracce di liquido seminale perché non c’è stata emissione di liquido seminale, non ci sono impronte dubbie o controverse perché tutti gli oggetti che io e Maria abbiamo toccato erano quelli della cena, delle posate, dei bicchieri, per finire al telecomando del televisore, all’interruttore della lampada sul tavolino, al telefono che è stato maneggiato per una chiamata muta che ci aveva disturbati quando cominciai a baciarla sul divano. Non ci aveva visto nessuno, neanche la figlia che si era coricata presto perché aveva mal di testa, neanche il guardiano che si trattiene nella foresteria per montare gli allarmi ma quella sera era stato autorizzato da Maria ad anticipare la fine del turno perché, di lì a poco, ci avrebbe pensato l’avvocato Scandurra ad attivare i sistemi di sicurezza. Dunque, quali erano queste prove, queste tracce, questi segni?
Il commissario mi chiede se ho voglia di vedere mia figlia, nell’altra stanza. Anche questo è un trucco, si capisce: vogliono esasperarmi, farmi esplodere ma non mi esaspero e non esplodo, domando piuttosto se siano stati gentili con Rosa, mi dicono che la ragazza è molto intelligente, che ha capito ed è molto legata a me… un cagnolino è intelligente, capisce ed è molto legato al suo padroncino. I due poliziotti non hanno più nulla da sparare, gettano sassi in uno stagno e guardano i cerchi che si formano a raggiera, aspettando che da quelle acque lente appaia per incanto… che cosa?
– Non potete trattenermi senza una ragione.
– Questo lo dice lei, Calise.
– E allora perché non formalizza le sue deduzioni?
– Perché dobbiamo perfezionarle.
– Mentre voi le perfezionate, io me ne vado.
– Ci sta prendendo in giro.
E abbozzano un sorriso che per loro dev’essere liberatorio e poi ricominciano a rifarmi le stesse domande di sempre: perché, come, dov’ero, i miei interessi per Maria, lo scontro con Scandurra, la sensazione di inferiorità che provavo nei suoi confronti, il mezzo rapporto che Maria non mi aveva dato il tempo di concludere. Potrei risollevarli, aiutarli, dicendo che forse il racconto di Scandurra è verosimile, è compatibile con tutto il resto ma nel racconto di Scandurra, e nell’idea astrusa che si sono fatti i poliziotti di me, non ci sarebbe spazio per i miei sentimenti, per l’amore che avevo e ho tuttora per Maria, per il progetto di vita che stavo iniziando ad assemblare, ristrutturando la casa dei miei genitori, soppesando le dosi della mia torta o del mio timballo, applicandomi con responsabilità alla vita che avevo deciso di intraprendere con Maria, lasciandole intatto il suo mondo e avvicinandole accattivante il mio, le sue incertezze, le mie aspettative.
– D’accordo, Calise, lei è libero.
Mi ha sorpreso, il commissario, mi ha spiazzato. Per non cadere nella sua trappola, resto ancora a guardare il panorama che si intravede da quassù, da una finestra della questura, fino allo sfavillìo delle luci che sale dal mare, dal molo angioino, di una colossale nave da crociera che irradia nel porto la sua stazza di fanali, bandiere, antenne… che significa che sono libero?
– Posso andar via?
– Sì. Resterà comunque a disposizione.
– Quindi l’indagine è finita?
– Le indagini finiscono quando si scopre il colpevole e noi l’abbiamo scoperto. Ci manca solo qualche prova decisiva.
Adesso mi sono girato a guardarli e ritrovo sui loro volti le stesse espressioni di sospetto e diffidenza che avevano quando hanno cominciato a interrogarmi: l’ispettore-capo quasi mi deride con la sua faccia paffuta che non ammicca a nessuna delle mie dichiarazioni mentre il commissario, ligio al suo ruolo, si aspetta da me parole definitive e non lascia trasparire nessuna emozione.
“Allora, io…” ma non finisco la frase perché vengo meno, cadendo su me stesso, aggrappandomi al tavolo e poi sulla sedia e infine sul pavimento con un tonfo: prima di perdere i sensi mi accorgo che nessuno dei due si è mosso, hanno provato a sorreggermi ma quando ero già piegato in due e poi in tre, racchiuso su un fianco, in una postura di difesa, come chi venga aggredito all’improvviso e senza scampo.
Mi risveglio in una saletta d’infermeria, su un lettino sanitario, circondato da un uomo in camice bianco che mi sta misurando la pressione, dall’ispettore-capo, dal commissario, da mia moglie, persino da mia figlia. Lisa indica all’infermiere qualcosa alla mia tempia sinistra, è un piccolo rivolo di sangue, “Ha battuto la testa cadendo” rassicura l’infermiere e tampona con un batuffolo di cotone, poi sentenzia che non c’è da preoccuparsi, lo sbalzo pressorio si è stabilizzato. Mi guardano tutti come un sopravvissuto per pura fatalità, che giudicheranno ingiusta e immeritata, presumo. Non riesco a parlare, ho lo stomaco vuoto, un saliscendi acidulo che fa la spola tra il ventre e la lingua, l’avvisaglia di un malessere che non riesco a comunicare: sto male.
L’infermiere mi stringe il braccio con un laccio e m’infilza un ago in vena, sopraggiunge un medico, mi dà un’occhiata e fa capire che è stato un breve collasso, che basterà un po’ di riposo. L’unica che si commuove a vedermi così è mia figlia ma sono lacrime sottili e sparse, come le gocce di pioggia che scivolano lente e isolate sui vetri delle finestre e non ti fanno capire quant’acqua stia cadendo intorno a te, alla tua casa.
– Che è successo?
– Sarebbe ora che ce lo dicesse, Calise.
– Sto male e non ho molto da dire.
L’ispettore-capo si avvicina, mi tampona delicatamente la ferita alla tempia e mi racconta come si sono svolti i fatti: dopo la cena e dopo aver guardato un po’ la tivvù, ho cominciato a baciarla, a toccarla, a spogliarla ma lei si ritraeva a scatti, non ne aveva voglia, mi respingeva, mi rifiutava, ne aveva abbastanza di quella storia senza sbocchi, di quegli incontri furtivi, di un uomo che era innamorato forse solo del desiderio di avere una donna come lei e non anche, come avrebbe voluto, di amarla semplicemente, anche a costo di perderla.
– Giusto fin qui?
– Può darsi.
Maria mi avrebbe chiesto di porre fine alla nostra relazione, mi avrebbe pregato, per il bene di tutti, di lasciar perdere la nostra storia che era durata anche troppo e mi avrebbe confessato che, in fondo, non mi aveva mai amato: mi disse questo con quella ovvietà con la quale le persone inespressive sono solite troncare ogni legame sentimentale.  Provai a farla ragionare, spiegandole che niente tra due persone che si amano, come ci amavamo noi, è lineare o comodo, che bisogna sempre partire daccapo per ogni volta, ricucire e intendersi, ricomporre e proiettarsi ma le mie erano solo belle parole, che Maria non apprezzava, non voleva. La supplicai, la scongiurai di darmi fiducia, di avere il coraggio di credere in me, di non sprecare tutto quello che c’era stato tra di noi ma non ottenni nulla, neanche quando, preso dalla collera, minacciai di rovinarla: mi stordì con uno schiaffo e si chiuse nel bagno per la doccia.
– Calise, lei restò in villa, giusto?
Aspettai che finisse di farsi la doccia, che fosse uscita dal bagno, che mi chiedesse perché fossi ancora lì: le chiesi quando ci saremmo rivisti ma non le diedi il tempo di rispondere, l’afferrai alla gola e strinsi le mani sul suo collo fino a soffocarla. Mi cadde addosso, sul divano, e tentai per l’ultima volta di possederla, le divaricai le gambe, mi sbottonai i pantaloni e stavo per penetrarla ma lei già non si muoveva più. Mi rialzai, la sollevai, volevo portarla sul letto ma non ci riuscii: l’adagiai sul pavimento e la ricoprii per metà con l’asciugamano di spugna.
– Calise, vuoi dirci cos’hai fatto?
– Non posso dirvi sempre tutto.
Le lacrime di mia figlia non rigano più le sue guance, mia moglie fissa il vuoto che il silenzio della stanza dilata ancora di più e l’infermiere mi asciuga per l’ultima volta il rivolo di sangue: la ferita si è chiusa.

***

9 pensieri riguardo “Un mezzo rapporto – di Antonio Scavone”

  1. Circoscrivere questo racconto nella serie de giallo-poliziesco, mi sembra alquanto riduttivo. E’ pur vero che è stato commesso un omicidio, che la polizia indaga, chiede spiegazioni a quello che sembra essere l’unico indiziato, Calise, ed è pur vero che qualcuno debba essere il colpevole della morte di Maria, ma il tutto si svolge in un’atmosfera particolare, senza scossoni di rilievo se non le virate dello scrittore durante la narrazione, per dire al lettore di fare attenzione perchè non sempre la realtà che si osserva coincide con la verità.
    E il lettore, abituato di solito, in casi come questo, all’azione, al movimento, alla frenesia che conduce a una soluzione, si trova alquanto spiazzato, sin dall’inizio, dalla lentezza che trasuda nelle pagine e nella mente di Calise, protagonista, suo malgrado, di un episodio sgradevolissimo che lo porterà a fare luce in tutta calma, la calma di chi si autoconvince della “sua” verità per non ripiombare nel cerchio buio e senza sbocco di una solitudine che non potrebbe e saprebbe più sopportare.
    E sono proprio le sue riflessioni, il suo rievocare dentro di sè fatti e sentimenti che credeva fossero un punto fermo nella sua vita e che, invece, scopre alla fine essere stati solo un surrogato della stessa, a dare al lettore, forse, un’ulteriore chiave di lettura.
    Un mezzo rapporto non è da intendere solo da un punto di vista strettamente sessuale ma, a mio aviso, si configura piuttosto come privazione di quella metà di esistenza, per riprendere il discorso culinario di Scavone, diciamo così ” andata a male ” e quindi non più riutilizzabile.
    Infondo Calise, con tutte le sue fredde disamine personali, rappresenta la mediocrità dell’uomo che non si rassegna ad accettare e vivere una realtà al di fuori dal riparo di una relazione.
    E quando la ferita si chiude, tutto ormai è concluso, e la storia narrata, e quella verità che alberga in ciascuno di noi e che, spesso, stentiamo a riconoscere.

    Inutile dirti, Antonio, che lo stile, la conduzione sono magistrali.
    Per fortuna Francesco, con questi tuoi racconti, ci ha abituati a una lettura di altissimo livello.

    Vi abbraccio entrambi
    jolanda

  2. Scrivere non è mai facile, scrivere bene poi può essere faticoso, doloroso, impervio, per certi versi inutile ma non è mai inutile scrivere scegliendosi un punto di vista completamente opposto a quella che è la moda o la consuetudine del racconto giallo (come notano giustamente Marco e Jolanda). Restare sconvolti, Natàlia, è più che un complimento, è quasi un attestato, il riconoscimento di un percorso narrativo che diventa “letterario” solo quando lo scrittore e il lettore contribuiscono a reggere le loro parti: codificare e decodificare; se non ci fosse un enigma da sciogliere, forse non ci sarebbe neppure l’incanto della narrazione. Ma l’enigma, nel caso di questo racconto, è capovolto, è tessuto e sfilacciato dal colpevole che appare, giustamente all’inizio, come la vittima di un mal riposto sentimento, di un mal realizzato desiderio sessuale. Calise si accorgerà che mentire a se stesso, nascondere a se stesso la verità di un delitto era forse più accettabile che dire la verità, a se stesso, su un amore finito o mai cominciato o, come rileva acutamente Jolanda, paragonato alla preparazione di una torta o di un timballo. Calise aveva scelto gli ingredienti, le dosi, la successione delle azioni ma aveva dimenticato un fattore importante, una ineludibile realtà nella confezione della sua torta: che la mediocrità non regge a lungo, non crea altro che “mezzi rapporti”, velleità spesso maligne, desideri astratti. Eppure la ferita si chiude, dice sommessamente Calise a se stesso, ma sa benissimo che da quella ferita non è uscito tutto il sangue guasto che c’era e che resterà probabilmente a segnarlo per sempre. Queste implicazioni esistenziali spuntano ai lati della vicenda, nel sotto-traccia del protagonista e dei personaggi e rinfocolano una tenue speranza, un breve e sordo disincanto.

    Grazie a Natàlia, a Marco e a Jolanda per l’attenzione che hanno dedicato a questo racconto e per la complessa esplorazione di una vicenda come quella di un personaggio che non riesce a guardare oltre le sue patetiche e penose attese.

    Antonio

  3. L’unico modo per (r)esistere oggi, e non solo nel campo delle lettere, è proprio quello di scegliere “un punto di vista completamente opposto” agli sguardi (e alle immagini) dominanti.

    fm

  4. questo racconto, non so se dà la stessaimpressione ai più, mi appare come un copione per un film o telefilm poliziesco; mi verrebbe da aggiungere come sottotitolo “Gli ingredienti di una verità”: molto azzeccata l’immagine che si forma nella mente del protagonista, di una verità formata da tante porzioni di realtà che prese per sè stesse sembrano amorfe ma che poi mescolate nella giust dose formano una torta o un timballo ecioè un qualcosa che ha un senso, una sua ragione d’essere.
    Calise è il rappresentante tipico dell’uomo medio, con un lavoro che non lo soddisfa e che almeno spera di realizzarsi tramite una nuova relazione con una donna già sposata; per lui è più semplice la gestione del rapporto, visto che è già separato, ma per Maria, la vittima dell’omicidio, la situazione è più complicata: sono presenti qui tutte le mediocrità ed il carattere fortuito di un rapporto vissuto nell’ombra; Calise non può sostenere il tenore di vita cui è abituta Maria col marito avvocato e lei non ha il coraggio di dare un taglio netto alla vita preconfezionata che le regala Scandurra.
    Le parti migliori, per me, sono quelle in cui si avverte lo spiazzamento di un uomo che durante l’interrogatorio avverte quel senso di estraneità e d’impotenza nel difendersi perchè sà già in cuor suo quanto sia colpevole; ma in fondo in questo mondo i cui ingredienti principali sono il cinismo, l’arroganza e la mancanza di rispetto per gli altri siamo tutti colpevoli in modo più o meno evidente.
    Se non si riesce a concludere granchè della nostra vita è soprattutto imputabile alle nostre inerzie ma anche a un contesto di raggelante disumanizzazione del nostro essere che affossa le nostre qualità migliori per fare emergere la parte oscura e pericolosa dell”Io

    Complimenti ancora Antonio ed un abbraccio

  5. In “Psycho” di Alfred Hitchcock, lo schizoide Norman Bates (interpretato superbamente da Anthony Perkins) affronta l’interrogatorio della polizia con calma e distacco: ha separato se stesso dall’altro-da-sé e si preoccupa solo di avere un atteggiamento controllato e senza smanie, di non scacciare neppure una mosca che gli dà fastidio. Nando Calise, il protagonista di “Un mezzo rapprto” è un uomo a metà ed ha tutto a metà ma anche lui prova a distinguere i suoi momenti o le sue due metà: quando insegue un sogno, una chimera, e quando racconta quello che è successo. È un uomo mediocre, come tanti, e come tanti aveva accarezzato l’idea di poter completare la sua esistenza semplicemente “avendo” una storia d’amore (illusoria, superiore alle sue possibilità) e non invece “vivendo” quella storia o tutte le altre della sua vita. Il delitto, sembra strano, lo tira fuori dalla scelta ma poiché non gliela fa compiere, lo illude ancora una volta. Per Calise, come per tanti, un mezzo rapporto non è un rapporto a metà, è un rapporto interrotto con tutti gli avvenimenti e le persone che completano la nostra limitatezza. Norman Bates è staccato da se stesso, Nando Calise dalla realtà e prova a riviverla come sarebbe dovuta essere, come non è stato capace di viverla.

    Ti abbraccio

    Antonio

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