Nel fulgore improvviso delle cose – Roberto Cogo

iocane[1]

non è dato sapere cosa in fondo resta / come procede di soppiatto lo sfarfallio o il barbaglio / se fuoriesce da una porta sempre semichiusa / nell’oscurità che tutto medita e raccoglie —

ma tu perdona ogni nostra stolta debolezza / e continua a distrarci da ogni spiraglio d’ombra / col tuo incanto e il tuo spavento così / senza trucco e senza meta — tu riflesso di vita

(Qui altri testi di Roberto Cogo)

Roberto Cogo, Io Cane, prefazione di Fabio Franzin, Forlì, Casa Editrice L’Arcolaio, “I Codici del Novecento”, 2009.

Habitat

Dovunque uno inciampi (per andare in qualunque luogo)
almeno una via ci sarà, per così dire, nel momento in cui sceglierà
questa o quella direzione — per cui Dio lo benedica.
Nella misura in cui queste poesie sono questi luoghi,
sono sempre state la cosa in cui si inciampa.

(Robert Creeley)

la realtà è quanto incontra ogni giorno la mente
nel fulgore improvviso delle cose
l’orrore e lo schianto di un riverbero prolungato

la realtà è questo sole che pende dai rami del tiglio
sulla punta muta e perfetta del cipresso
l’accavallarsi delle doline fin dentro il granito dei monti

quanto ci passa dietro e dentro e davanti
insieme alla bestemmia del faggio malato
rivolta al mondo stravolto dalla nostra insolente apatia

la realtà è questa sete che spegne o annega gli sforzi
il disperato che dorme sulla panchina

*

è il tempo che varia e passa in fretta
le altre vite oscuratesi nel vortice degli eventi
la pianta che scruta perplessa dal suo trono di nebbie
tutto questo lento virare di visioni

lo sguardo s’invola con le foglie al cuore della questione
senza ansia o fretta oltre l’orizzonte
delle nostre occluse paure
si ricompone nello strascico di un mondo a venire

*

come muta il cielo di continuo
mentre pensiamo ad altro
esposti al suo influsso
e non ci sembra importare…

non ce ne accorgiamo ma stiamo mutando insieme
in un riflesso d’onda contro onda —

se poi si sfibrano le nubi come ovatta
o se s’ammucchiano in enorme spumiglia
ecco la luce che incalza le forme
trascendendole con ferma passione…

vi è un ritmo anteriore al cirro che s’espande
tra onde di magma e affetto
o nel successivo incanto del cumulonembo
che pervade ancora il cosmo —

della tecnologia come di noi se ne fotte
e così sia

*

viene quando vuole
quando l’attesa è un vuoto d’intenzione

si libra nell’aria al di sopra di ogni pretesa

è libera nell’indugio
felice di posporre il proprio peso —

si riflette nella distanza dalle cose
che solo sembrano appartenerci

parte integrante in un continuo confronto
è esigenza di studio e deserto

è parola-mondo

*

l’entusiasmo che insacra ogni essere nuovo
ingravidandolo di libertà e ribellione
è nella pioggia e nel sollievo degli alberi
estenuati dal bagliore dell’estate

così il solletico dell’erba è nello spruzzo notturno
di clorofilla che la stessa pioggia stimola e appaga —

fin dal suo rigonfio ciondolare per il cielo
o dentro le folli spinte del vento
è alimento per le rogge e i fiumi e i laghi
e si scaglia fulmineo con la gioia di un puledro…

in gemma o germoglio tutto dentro e tutto contro
eccolo il cucciolo animale umano

*

zia pia

il tramonto qui avviene presto
pesci guizzanti tornano allo scoperto —

nel fragore umano in luogo di natura
mi aggrappo al mio taccuino

… … … … …

alla gelida sorgente del monte novegno
a mosche e mitologiche vespe
dalla testa verde
di sogno

*

rondini in fuga contro il cielo grigio
di anno in anno
quando la pioggia fa a strisce l’aria
stampandola contro il nero del sottotetto

porte e finestre stupefatte
rimaste per mesi e mesi spalancate agli eventi
al brusio di episodi e fatti

migratori in cerca di luce e calore
fino alla fine del luogo oltre il risucchio del buio
diretti all’ultimo lembo di terra
a distese d’acqua e sottili increspature

a perdita d’occhio oltre il confine delle cose

*

one step backward taken…
an instant of resistance to time…
a momentary stay against confusion…

(R. Frost)

passati alla ricerca della fonte — dell’acqua
che potesse ripulirci
fare piazza pulita

oblio a ogni peso ed errore
aspettando nel buio di mostrarne agli occhi
il fantasma

della fonte d’acqua pura che sussurra immersione
cosa resta da fare?

stare nel suono ritmato della sospensione?
ammettere che quell’acqua non esiste?
fare di quella fonte un sogno?

per ora volgiamoci al nulla che in poesia resiste

*

quando tutto è ancora possibile
ecco il momento di fermarsi

cercare l’erba ancora verde
su cui stendersi a sognare

occhi volanti nell’azzurro
di rimbalzo sulle nubi bianche

nel fruscio armonioso del mondo
sotto la schiena

respirare la foglia che cresce
cade e solletica la terra

*

bettina

cosa posso più dirti ora che il summano
pare ammutolito contro il cielo azzurro?
cosa in questo rigurgito d’estate tra gli spari
incarogniti contro gli ultimi pennuti —

il trascinarsi nella penombra di un silenzio
che pare non essere di questo mondo
l’attraversarlo soltanto come un’ombra
radente allungata sul muro

con l’impressione e la paura a definire lo scherzo
in un raggio di sole esitante al centro
oltre il profilo alto e frastagliato delle colline
e lo schizzo dei monti calati alle spalle —

non di questo mondo ma di un mondo in cui
l’attimo dura come chiazza lucente
sporgendo dal bordo di una quiete estesa
a scorgere le terse pleiadi senza mai incrociare gli occhi…

cosa posso più dirti ora per non indugiare sotto
questo cono di solitudine e silenzio?

*

senza inganno — questo lo pretendo

nessuna esitazione nello sbocciare dell’istante
ogni atto e gesto sorto da radice naturale

la spinta verso l’aria e la luce compressa nel rizoma
nel tutto che rigenera se stesso

poi dormire sognando il bello delle cose compiute
o solo abbozzate

nel segreto di quella stessa spinta senza nome
oltre il vento opaco e al di là di ogni tremore

senza inganno — adesso lo pretendo

*

la sequoia dirompente
con la punta spennacchiata dalle intemperie
nell’aria fina di novembre

i tigli tutti intorno spogli di un umore consueto
adesso riemerso dall’intrico nero dei rami
stampati contro l’azzurro

ma non è ancora autunno intanto
per quei platani persi dentro le isteriche cadute
delle enormi foglie piatte

come a centellinare conforti
tu sembri avvolgere ogni cosa
nel segreto sonnolento della tua esperienza

resta un piatto brusio nella città intorno
un frusciare indistinto di uccelli tra le foglie
l’esserci sempre tra qui e adesso

come un fischio disperato dentro il corpo delle cose

*

saper dire quanto di sbagliato rimedita il silenzio
l’ovvio della sorpresa o la fame del desiderio

le nostre stanze piene di frammenti di storia
una tazza sbrecciata che c’inghiotte le labbra

ogni cosa si dirige al suo passo diretta al folto
prende posizione e vibra nella sua scelta

è un dire che si muove tra ombre di rami e foglie
seminascosto fra tronchi di alberi mai visti prima

così scorticati da un lungo abbraccio — si è vivi

*

è la più ispida miseria che giustifica una presenza

come stare nel tempo e nello spazio
immobili sul nucleo fondante del continuo movimento

nella presenza nuda e inerme piantata nel fango
del suo accresciuto presente

il suo mostrarsi in corpo friabile
talmente compreso in uno spazio illimitato e aperto

nel rimbalzo della luce che risalta sia uno spazio
che un’ ulteriore mancanza

ti rimando al fantasma di una forma più completa

***

______________________________

Prefazione di Fabio Franzin
“Da Vicenza a Salgareda da Salgareda a Schio”

Seguo il configurarsi dell’opera poetica di Roberto Cogo da diverso tempo ormai, con passione e concordanza, e più registro il sommarsi dei suoi versi, più mi sembra che io e lui, anche se con voce e numero di scarpe diverso, andiamo calpestandoci vicendevolmente le nostre stesse orme, orme che andiamo imprimendo lungo il soffice erboso di argini e prati, nel terriccio di radure e boschine, accompagnate da uno sguardo mai stanco di captare segni naturali da mutare in segni di una grammatica straniata da questa epoca, quasi cercassimo di appartarci, di nasconderci per non essere inghiottiti dal nodo scorsoio(1) di un progresso sempre più cieco e ostile.

*

Ci sono dei versi che, come scoperte scientifiche (tale è la mia convinzione che la poesia sia, in sé, una scienza capace di coniugare segno e forma, anima e cosmo), aprono nuove brecce di conoscenza, si spingono, avventurosamente, oltre il già accertato e, allo stesso tempo, fanno riaffiorare entità spesso accantonate con troppa superficialità.
Così sento di dover partire da un verso, da uno in particolare nella raccolta, questo mio breve discorso intorno a “Io cane” di Roberto Cogo (anche il titolo: questo suonare di bestemmia solo sfiorata in qualcosa che è invece amore assoluto alle specie tutte di questo nostro pianeta/realtà offese, la bestemmia del faggio malato / rivolta al mondo stravolto dalla nostra insolente apatia, che di intere potrebbe ormai cavarcene fuori dalla lingua a cornucopie, mi sembra già un programma, un’intenzione; è, la sfiorata imprecazione in questione, la bestemmia più “gettonata” nel nord-est, non così a caso, per chi sa la natura di certe connessioni: è la risposta rabbiosa a un tradimento, al tradimento del darsi quando cade in destino avverso, l’ingiuria verso questo mona di mondo(2), e il cane è l’animale fedele per antonomasia, uno degli animali più cari all’uomo, anche in poesia veneta: si pensi alla compagnia che se ne fa fare Ernesto Calzavara nella sua opera); devo partire da un verso, dicevo, un verso stupendo e misterioso: la pianta che scruta perplessa dal suo trono di nebbie. Ma prima di analizzarlo, mi si conceda una ulteriore digressione perché – e già anche solo per questo verso potrei ringraziare Roberto per avermi dato da leggere la sua raccolta – mi riporta alla memoria la bellezza di un libretto di narrazioni di Goffredo Parise dal titolo: “Veneto barbaro di muschi e nebbie”(3); in questa sua opera Parise racconta, fra l’altro, anche il suo primo impatto con la casa di Salgareda, lungo la golena del Piave, luogo da cui, successivamente, scrisse i “Sillabari”(4), e vale la pena citarne qui qualche passo perché mi pare appropriato e in sintonia con natali e poetica di Cogo: “Due uomini si avviavano verso il greto (…) fino ad inoltrarsi prima in un piccolo bosco di pioppi, poi in una minuscola radura sopraelevata e strana. Avvolto in un ampio verde disordinato (…) c’era un relitto di casa, una sorta di fienile quasi invisibile, coperto da un grosso gelso storto che gli stava di fronte. L’atmosfera, per quanto di pochi metri quadri, era strana e felice: un piccolo Eden profumato di sambuco, dove il vento leggero e già fresco volteggiava insieme ai molti uccelli: merli, passeri e improvvisamente un cuculo e un picchio. (…) L’altro uomo ero io e già avevo deciso che avrei comprato quel fienile”. Ricordo che Parise scrisse i “Sillabari” negli anni ’70, quando l’occidente, dall’allunaggio in poi, era infervorato, esaltato dalle continue innovazioni tecnologiche, e intravedeva un futuro radioso per le opportunità, gli sgravi di fatica che sembrava fosse in grado di recare; e proprio in quel periodo di cieca fiducia, nel furioso vortice delle avanguardie, Parise decise di appartarsi in riva a un fiume, restaurare un vecchio fienile per risillabare i sentimenti, avvitandoli a una sua naturalità anche formale, testuale, perché sentiva, avvertiva il rischio anche di una tecnologizzazione dell’anima. Ora che sappiamo come è miseramente svanita l’illusione di quel supposto “miracolo umano”: (della tecnologia come di noi se ne fotte / e così sia, dice Cogo legandosi così all’enunciato di Parise), la casa di Salgareda, e non solo per la letteratura italiana, diventa il logos, l’habitat di un’idea di vita e di poetica più orientale che occidentale.
Così, come dice Robert Creeley nell’epigrafe posta da Cogo in appendice alla prima sezione della raccolta, intitolata proprio Habitat: “Nella misura in cui queste poesie sono questi luoghi, / sono sempre state la cosa in cui si inciampa”. Così, quasi per caso Parise è inciampato nella casa di Salgareda, e fra quell’anfiteatro naturale a due passi dall’acqua che a volte tracima e lo visita, ha trovato il luogo del respiro e della poesia.
Parise, dunque, situa i suoi sillabari, con tutto ciò che hanno e continuano a significare, in un particolare snodo epocale, in quel passaggio/paesaggio veneto fra abbandono della terra e industrializzazione, dal microcosmo contadino al “miracolo imprenditoriale planetario del nord-est”, fra miseria e rapidissimo arricchimento. Dal suo “eremo” fra l’acqua e gli alberi registra che qualcosa sta mutando, che un certo “mondo” rischia l’estinzione, ne certifica l’accadere contrapponendo i suoi racconti/poesie come per cercare disperatamente di trattenere qui qualcosa che è già oltre, che è già aldilà di ogni possibile intervento; al contempo però riconduce sulla carta la bellezza, la naturale verità dei sentimenti umani.

*

Ma riprendiamo per mano quel verso succitato: chi, o cosa va scrutando perplessa la pianta in questione? Essa scruta, cioè indaga, emergendo, stupenda dea o sfinge o regina vegetale, dal suo trono di nebbie. Non è annoiata, o richiusa in un’algida, altezzosa indifferenza; la sua partecipe, enigmatica, perplessità sembra rivolta a noi, penetrare docile la colpa che ognuno di noi ha deposto, accantonato in sé, l’antica colpa della presunzione sulle altre specie, l’accampato diritto di fare e disfare, di annientare e modificare le leggi sovrumane in nome di quel progresso scorsoio di quel cappio cosmico in cui tutti abbiamo, indifferenti, infilato la testa. E qui mi soccorre un passo di Pavese dai suoi “Dialoghi con Leucò”(5): “La sorte dell’uomo, è mutata. Ci sono dei mostri. Un limite è posto a voi uomini. L’acqua, il vento, la rupe e la nuvola non son più cosa vostra, non potete più stringerli a voi generando e vivendo. Altre mani ormai tengono il mondo”. Quel limite è stato travalicato, perché questo è il tempo dell’abiura al creato, lo snodo ora è fra noi e la natura, fra noi ed essa la frattura; perduto irrimediabilmente l’aggancio col divino, senza le angeliche presenze o divine (Cogo), altre mani ormai tengono il mondo, mani che per avidità non allentano la presa, e rischiamo di essere scacciati anche dall’Eden terreno, peggio ancora, di lasciare alle generazioni future deserti e macerie. Così, quella pianta che emerge dal trono di nebbie con la sua corona di foglie, non può far altro che scrutarci perplessa, e nel suo sguardo ammonirci per la nostra assurda presunzione, così Cogo – perché è lui quella pianta, la sua anima ne ha percorso le radici, condiviso con la linfa i rami e le foglie – viene a sillabare per noi un canto di lutto e di strazio: quando tutto sarà buio silenzio ricordarsi soltanto / di questo spazio verde di sogno e di suono / nella lingua pacata dei tronchi / con la pazienza dei rami e delle foglie.

*

La lingua di Cogo è, proprio come dice il verso succitato, pacata e precisa, contemplativa; una lingua precisa, da scienziato, quando scrive e descrive le specie, sia animali che vegetali, pacata e contemplativa quando le fa correre, volare o stormire nel foglio; è, “Io cane”, di una mimesis cosmica assoluta: quando Cogo è cane, e lo è col muso accucciato per terra, chi legge ha le orecchie schiacciate, sente la polvere; quando è uccello, vola con lui, con lui nuota nella scia dei pesci e avverte il lieve peso dell’uccello posato, se è ramo; è anche un osservatore attento e innamorato (non trovo altro termine per definirlo), se nel tronco malato del faggio, come bestemmia al mondo di cui sopra, sa scorgervi una mappa di stelle e di pianeti, straziante tentativo di riagganciare le altissime entità che possono ancora consolarci, e salvarci.

*

Cogo, che è anche un ottimo traduttore dall’inglese (Deane, Murray…), ha ben appreso, da tali maestri, ad orchestrare e governare la lingua, a farla aderire a un dettato che mai sfugge verso apici che sennò risulterebbero avulsi, plastificati; e in questa lingua fedele ai suoi intenti, noi udiamo echi di Hölderlin e di Bashõ, dei lirici cinesi e di Pennati, ci troviamo di fronte a un poeta appartato e particolare che non alza mai la voce, che sa cantare sommesso come le foglie che chiama a noi.

*

Parise ha lasciato Vicenza per scrivere il suo capolavoro, fra gli alberi e le acque di Salgareda è stato baciato dalla musa. Poi, alla lettera S del suo sillabario la poesia lo ha abbandonato perché, come disse: ”la poesia va e viene quando vuole lei, un po’ come la vita, soprattutto come l’amore”.
Voglio pensare che la musa staccatasi per dispetto da Parise, abbia poi preso, pentita, ad errare fra quelle siepi e quelle golene, fiutandone le tracce come un cane che cerca il padrone scomparso, e di traccia in traccia, sia giunta, stanca e affamata a Schio, fuori dalla casa di Roberto, abbia preso le sembianze di una pianta che emerge con la sua chioma verde fra le nebbie, e abbia atteso il suo sguardo.

Note

(1) cfr. Andrea Zanzotto, Mario Breda “In questo progresso scorsoio”, Milano, Garzanti, 2009.
(2) cfr. Andrea Zanzotto, “Gli Sguardi i Fatti e Senhal”, Pieve di Soligo, Tip. Bernardi, 1969.
(3) cfr. Goffredo Parise, “Veneto barbaro di muschi e nebbie”, Bologna, Nuova Alfa, 1987.
(4) cfr. Goffredo Parise, “Sillabario n. 1”, Torino, Einaudi, 1972; “Sillabario n. 2”, Milano, Mondadori, 1982
(5) cfr. Cesare Pavese, “Dialoghi con Leucò”, Torino, Einaudi, 1947

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27 pensieri riguardo “Nel fulgore improvviso delle cose – Roberto Cogo”

  1. è una realtà che accetta ma che al contempo costruisce, una realtà negoziabile, che cade o cede al sogno solo quando questo è ‘cercare l’erba’, il reale su cui ‘stendersi a sognare’. il sogno non dell’ingenuo o dell’illuso bensì del realista. del divenire corpo: ‘dentro il corpo delle cose’.
    bella la lingua e il suo ritmo. notevole poesia. così mi pare.

    un abbraccio

  2. Chiedo scusa se intervengo in calce a questo post, ma chi vuol leggere leggerà. Possibile che in tutti i blog poetici e in facebook nessuno, dico nessuno, abbia avuto modo di ricordare con una parola il poeta Alberto Cappi, mancato nella notte fra sabato e domenica? Eppure, per qualunque cazzata i poeti sono sempre pronti a far girare le news personali…
    Ieri nel primo pomeriggio ho inserito su FB un breve ricordo, ebbene in serata le partecipazioni ammontavano a tre (tutte di giovani), nonostante che FB sia frequentatissimo da poeti e scrittori… tutti collegati e intenti a spargersi di cenere il capo per M. Jackson.
    Scusate ma sono arrabbiatissimo.
    Elio Grasso

  3. SONO MOLTO MOLTO COLPITO DALLA MORTE DI ALBERTO CAPPI! NON LO SAPEVO E MI DISPIACE MOLTO. GRANDE COME POETA, GRANDE COME CRITICO, PERSONA AMABILE E SENZA PELI SULLA LINGUA…AVEVAMO AVUTO QUALCHE INCONTRO, QUALCHE SCAMBIO, QUALCHE LETTURA INSIEME…è NELLA LISTA DELLE PERSONE AMICHE A CUI INTENDEVO SPEDIRE IL LIBRO, COME GLI ALTRI MIEI CHE HA LETTO E RECENSITO SEMPRE CON ATTENZIONE…NON SO CHE DIRE, SOLO MI DISPIACE…UN GRAZIE A ELIO GRASSO. LA TUA INCAZZATURA è GIUSTA…
    ROBERTO COGO

  4. Notevole. Tutte le poesie, ma la prima la sento con tutte le fibre del corpo e dell’anima:
    “l’orrore e lo schianto di un riverbero prolungato”.
    Franzin poi è attento a cogliere ogni sfumatura dei versi e poi quel titolo da viaggiatore tra i luoghi (e gli autori) è davvero intrigante.

    Che la morte di Alberto Cappi sia passata in sordina non mi meraviglia più di tanto, è triste, ma la società è questa. Jackson era Jackson, i poeti hanno altro destino. Di non essere riconosciuti in vita e tantomeno in morte, pure da chi dovrebbe. per passione e per condivisione, ricordarli come persone che hanno lasciato qualcosa che continuerà a parlare (ma solo e sempre a pochi)
    liliana

  5. ringrazio alessandro per l’apprezzamento e per la bella interpretazione-riflessione sulla relazione io-mondo in cui mi riconosco; liliana per l’interesse e la condivisione poetica, e per la riflessione sul destino di chi, come alberto cappi, ha imperniato la propria esistenza sulla poesia con grande efficacia. grazie ancora a tutti
    roberto

  6. Belle… queste poesie mi sono sembrate quasi preghiere antiche, ancestrali, alla natura. Mi è venuto in mente il romanzo “Al Dio sconosciuto” di Steinbeck, il suo misticismo “pagano”…
    Complimenti sinceri all’Autore, e un saluto al padrone di casa.
    stefania

  7. Ringrazio quanti hanno letto e commentato questi testi. Un grazie particolare a Roberto e Fabio, autore e prefatore di uno splendido libro.

    p.s.

    Mi unisco al cordoglio per la scomparsa di Alberto Cappi, che ebbi modo di conoscere e apprezzare anche come persona. Purtroppo non ne sapevo niente, e l’amara riflessione di Liliana non può che essere anche la mia.

    fm

  8. Morì Bonaviri, silenzio assoluto. E’ morta Pina Bausch, è appena morto Riviello…insomma: il ricordo, il cordoglio e, aggiungerei, la lettura, sono diventati compiti ddifficili. Vanno reimparati. Per primo tocca ai poeti. Pochi lo fanno, come pochi leggono. Faacebook è solo una vetrina narcisistica, un gioco che non pendo per nulla sul serio; specchia solo il narcisismo imperante. Forse, in rivista, se si fa in tempo, uscirà un ricordo di Cappi. Spero di leggere il libro di Roberto. Non amo leggere i testi sulla rete, mi affatico e mi distraggo e questo è uno dei motivi per cui non commento. Ciao, Seb

  9. D’accordo sul reimparare, non solo la lettura ma tante e tante altre cose.

    Su facebook non so che dire, non mi pronuncio, per il semplicissimo motivo che non mi interessa per niente.

    Considera però, per quanto riguarda il resto, che senza la “piccola vetrina” della rete di tanti buoni libri (e autori) ignoreremmo per sempre l’esistenza. Se Cogo o D’Andrea, tanto per fare il nome degli ultimi due ospiti, fossero presenti sugli scaffali delle librerie, molto probabilmente l’Italia non sarebbe la m…. che è diventata. E fino a quando nei “luoghi deputati” saranno visibili solo i soliti quattro noti, tronfiamente funzionali agli “apparati”, o gli scrittori da classifica e da fiera, ben venga allora anche leggere qualcosa sullo schermo, se ci costringe poi a cercare, magari, l’opera cartacea.

    Ciao.

    fm

  10. certo. concordo, non lo metto minimamente in dubbio. del resto bisogna anche dire che pochissimi sono gli spazi in rete che svolgono un ruolo serio. e c’è anche da dire che mica gli stessi poeti si rendono sempre conto del lavoro che si fa. basta vedere quanto pochissimo sia letto, ad esempio land, malgrado due pezzi a settimana. non credo che durerà. ciao, seb

  11. Sebastiano, io Land lo leggo, da sempre, con grande interesse. Ciò non toglie che, anche se per ragioni “diverse”, pure la dimora non durerà ancora a lungo. Quando pubblicherò l’ultimo post, spiegherò il perché…

    Sul fatto che *non tutti* i poeti si rendano conto del lavoro che si fa (per loro) sono perfettamente d’accordo con te. Preferisco fermarmi qui… è meglio.

    fm

  12. Cazzo. Credo ch sia un momento di stanchezza per tutti. Stanchezza umana, che viene prima di ogni cosa. C’è in giro l’incapacità di cogliere i doni.Ma forse servirà a riflettere. Un abbraccio. Seb

    1. concordo con voi cari francesco e sebastiano, vi sono grato del vostro impegno, della vostra attenzione e delle vostre proposte e commenti…non sono, come noto, un grande frequentatore di blog, siti, ecc., non riesco a leggere molto facilmente dallo schermo e le troppe proposte tendono a confodermi e a mettermi a disagio. mi baso allora sulle indicazioni di pochi amici fidati e magari mi faccio vivo solo quando qualcuno si interessa di me, una schifezza, lo so…pur sempre un piccolo passo avanti rispetto al mio rifiuto totale di qualche tempo fa. ora capisco (ho la capa un po’ dura…) che non è solo “tempo perso e chiacchiericcio (auto)celebrativo fine a se stesso…”. mi scuso con chi ha colto da tempo le opportunità e l’importanza degli spazi in rete di cui parlavate sopra. un (autocritico) abbraccio
      roberto

  13. per quel che conta, dirò la mia: facebook è una vetrina narcisistica, anche, ma (a mio avviso) dà soprattutto la misura di quanto la gente sia sola e come cerchi contatti seppur fuggevoli, virtuali. Perchè la comunicazione vera non esiste
    più. E non esiste la verità, quel porsi senza sovrastrutture, senza maschere, di fronte all’altro. Lo schermo facilita, forse.

    Pochi i blog che svolgono un lavoro serio, è vero, e dovrebbero rimanere, anche se mi rendo conto che è fatica dura. In questo caso non sono così pessimista sull’ingratitudine degli autori e dei lettori, solo uno sciocco non si renderebbe conto del lavoro e dell’opportunità offerta.
    Poi la rete è dispersiva, bisogna selezionare, che il tempo corre e non basta.
    Personalmente ho scoperto in rete autori interessanti, ma naturalmente il libro è insostituibile.

    ciao
    liliana

  14. la rete è importante perché è la “rete”, per la prima volta (se escludiamo isolate situazioni di mutuo aiuto ecc.) che l’essere umano non vive (o parzialmente vive) in una situazione non piramidale. e non è poco, siamo solo all’era paleolitica di internet, ma già sta cambiando qualcosa. Obama che parla via internet e poi viene eletto in quella cloca che si chiama USA, un paio di grillini vengono eletti alle europee senza passare per le televisioni. vedo in alto che è uscito un libro della grandissima Patrizia, vivo a Madrid come avrei fatto a saperlo? piccole cose, piccolissime cose forse, però il Cogo non lo conosco non lo avrei mai letto, non avrei mai comprato il libro, se dovessi comprare i libri di tutti non mi basterebbero 3 stipendi! e invece me lo sono gustato, me lo stampo, poi magari ci torno, ora so che esiste, che è un poeta, e scusate se internet mi aiuta a conoscere un poeta, beh che dirvi… grazie a internet e a Francesco.
    scusate queste veloci e incerte affermazioni.

    un abbraccio

  15. d’accordissimo con l’ultimo commento di Alessandro Ghignoli…
    la struttura piramidale in vero però esiste anche in rete, ma è by-passabile
    poi ci sono “posti” come la dimora che guidano, indirizzano, suggeriscono senza imporre … e se non si è ciechi si impara anche a “studiare”
    chi non comprende gli sforzi non sa che scrivere per offrire, studiare per “porgere”, “promuovere” per “dar voce” è uno sforzo che si fa con cuore e ore d’insonnia e stanchezza, sacrificando tanti altre cose …
    ed è un peccato, solo per chi non capisce.

    Tanto per citare un post… sapevate tutti che Pirandello era anche ottimo poeta? sicuramente lo sapevate tutti, ma io l’ho imparato qui, pur conoscendo tanto di Pirandello e mi sono emozionata nello scoprire la sua poetica.

    Non fosse stato per RebStein non conoscerei poeti come D’Andrea, Amadei, Tomada, Crico, S. Aglieco, Marina Pizzi, e tanti altri che se entri in libreria non trovi in bella vista sugli scaffali che proprinano l’ultimo parto di Vespa (o cacatina di mosca) … ma qui li conosci e poi li crchi e poi li ami.

    tutto qui…

    ***

    e non avrei mai letto questa:

    viene quando vuole
    quando l’attesa è un vuoto d’intenzione

    si libra nell’aria al di sopra di ogni pretesa

    è libera nell’indugio
    felice di posporre il proprio peso —

    si riflette nella distanza dalle cose
    che solo sembrano appartenerci

    parte integrante in un continuo confronto
    è esigenza di studio e deserto

    è parola-mondo
    ***

    …. esigenza di studio (oltre il) e deserto, appunto.

    complimenti a Cogo.

  16. Due cose distinte.

    La prima su Roberto, che ho avuto la fortuna di conoscere quest’anno e, prima di tutto, è una persona di una gentilezza rara (cosa per me non trascurabile, al di là del discorso poetico). Ho letto i suoi primi lavori e, anche se non ho ancora in mano quest’ultimo libro, ne ho ascoltati diversi brani. Mi sembra che la sua poetica si sia definita molto più di prima, si sia anche asciugata non tanto dal punto di vista formale, quanto come piano generale, tematiche, atmosfere. Sono convinto che il libro intero possa confermare questa crescita che Roberto si è conquistato con il tempo, e dunque è ancora più piena e importante.

    Sulla rete: è vero che la rete è dispersiva, ma offre possibilità che altrimenti non ci sarebbero. I blog, pur con i loro limiti, ed il primo è il sovraffollamento, operano di fatto il lavoro che dovrebbe essere delle case editirici, di selezione, divulgazione, critica. La Dimora in questo campo è secondo me un esempio per tutti grazie a Francesco, e quando non ci sarà più ne sentirò la mancanza dal punto di vista personale e culturale.

    Sulla gratitudine non so che dire, invece. Non è che chi scrive sia necessariamente meglio delle altre persone, anzi, e la riconoscenza è merce rara ovunque. Sarebbero necessarie un po’ meno di competitività e un po’ più di disponibilità all’ascolto, ognuno secondo i suoi mezzi, magari piccoli mezzi.

    francesco t.

  17. un grazie di cuore a francesco t. per il tempo che sta dedicando al mio lavoro. a natalia che ha scelto una delle poesie che riflettono e cercano di chiarire (anche a me stesso) gli sviluppi di una poetica, quella a cui accenna francesco. bene, come dicono alessandro e natalia, che la rete e il blog ci abbia fatti mettere in contatto e/o conoscere meglio, ma i libri e il contatto diretto rimangono sempre al top. un caro saluto a francesco m. per lucidità, gentilezza, ospitalità. roberto

  18. E’ grazie alle sollecitazioni di Fabio Franzin che ho incontrato la poesia di Roberto Cogo. A questi faccio i miei complimenti per la forza dei versi e la loro chiarezza espositiva. Colpisce molto, e convince, in un autore anagraficamente giovane, la particolare osservazione del paesaggio. Molto spesso le vie laterali o periferiche offrono linfa vitale alla parola, restituendole verità e originalità.

    p.s. concordo anch’io con le argomentazioni di Alessandro Ghignoli. In un tempo di crisi e di recessione, quale quello che viviamo, internet si rivela l’ossigeno necessario ad alimentare la trasmissione dei saperi e gli scambi (si spera non mercantilisti) culturali. grazie dunque all’opera di Maurizio Marotta (e di altri) se possiamo leggere, conoscere, comprendere. E, fatto non da meno, potremo pure non sentirci in colpa per la deforestazione globale in atto. manuel cohen

  19. accolgo volentieri i tuoi complimenti e le tue osservazioni caro manuel. sono contento che una persona, che ammiro molto e a cui sono legato da vera amicizia, come fabio, mi abbia dato l’opportunità di entrare in contatto con te. so che fabio ti ammira e ti stima e questo mi basta, per il momento. un caro saluto ad entrambi, e a francesco che ci ospita. roberto

  20. Davvero una buona poetica quella di Roberto. Personale e diversa.
    Quasi distesa, a volte, seppur piena di messaggi e significati.
    La consapevolezza, che l’uomo, ha fallito la sua missione, porta Roberto
    a considerazioni di tradimento verso la natura e verso se stesso.
    La poesia, salverà il mondo si diceva e il primo passo è proprio questo
    prendere atto della sconfitta. Ripartiamo da qui, con le poche persone, con i pochi mezzi, la rete è uno di questi, che si riesce ad utilizzare.
    Spesso nelle discussioni, si dimentica che sono le persone che usano i mezzi e le ideologie, non viceversa. Questo per dire che luoghi come questo e persone come Franceso Marotta sono importanti a prescindere del mezzo che si adoperi.
    un abbraccio a tutti,
    vincenzo celli

  21. grazie caro vincenzo, le tue mi sembrano ottime considerazioni. l’unica vera ‘missione’ a cui riesco però a pensare per l’uomo è forse quella di prendere atto della sua posizione all’interno della natura, superando le proprie idee rapaci di superiorità e di dominio. le ideologie, le religioni e le politiche del mondo occidentale purtroppo vanno ancora tendenzialmente nella direzione opposta. non voglio smettere di pensare che gradualmente possa prevalere una consapevole e tenace idea di interrelazione e di rispetto per qualsiasi forma vivente (o non ancora considerata tale…) presente sul nostro piccolo pianeta. processo di evoluzione lungo e snervante lo so. ma a ognuno di noi, ognuno nel proprio specifico campo di interesse, può dare il proprio piccolo fondamentale contributo: l’arte e la poesia possono e devono fare molto. un saluto a tutti da roberto cogo.

  22. Un saluto a tutti e un grazie a Roberto per la sua presenza costante nel thread.

    Manuel, non preoccuparti: non potrei volertene nemmeno volendo.

    fm

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