Ecosistemi – di Gianluca D’Andrea

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Piuttosto atrofizzato nel mio letto,
qui, cernita di foglie e di riordino,
mentre in altre strade perse nel mondo
si dipanano rughe come file
di lombrichi, nella terra, e il granito
che pare frantumarsi ad uno sputo,
nel profondo, dove nera è la luce.

Dopo aver dato alle stampe due libri di sicuro valore, il bellissimo “Chiusure” (Manni Editore, 2008; cfr. qui per un approfondimento) e la prima parte dell’altrettanto valido e spiazzanteCanzoniere” (L’Arcolaio, 2009), Gianluca D’Andrea ritorna alla sorgente prima della sua ricerca poetica e rimette mano, con l’opera in fieri “Ecosistemi”, ai manufatti incompiuti in attesa nel suo laboratorio di finissimo e irrequieto artigiano della parola. Vi ritorna con una consapevolezza e una luce affatto nuove, con uno sguardo acuito dall’attraversamento di mondi frastagliati, in divenire, apparentemente lontanissimi: gli squarci e le aperture di ordine metafisico calati in un magma linguistico riproducente la carnale materialità del mondo, nella prima opera; e la ricerca di un personalissimo alfabeto esistenziale ed estetico, sub specie amorosa, nella seconda. Qui i frammenti di ieri sembrano acquistare dimensioni inaspettate, sensi altri che non sono il retaggio, o il precipitato, di quanto la pupilla oggi vi riversa, ma il disvelamento completo, negli specchi di rigorosi chiarori razionali, di ciò che quei microcosmi appena abbozzati contenevano già in fatto di echi, risonanze, immagini. Ciò che emerge è sicuramente un’adesione più marcata al reale, alla storia personale e collettiva, agli “ecosistemi” nei quali il dettato poetico si fa voce e volto e ritrova le ragioni di un’assoluta necessità e significazione, ma, nello stesso tempo, la materia immaginale rimane incandescente, poematica, vorticosa, metamorfica, senza quiete, e rimanda non la levigatezza di un disegno pacificato, bensì la ruvida asprezza, l’interminata spigolosità della visione e degli angoli che esplora priva di mappe definite: e ciò si riverbera anche sul piano stilistico, anche nell’inconclusa tensione formale che è uno dei tratti più caratteristici e riconoscibili, la vera cifra aggregante dell’intero percorso.

Presento di seguito, in ordine volutamente casuale e non sistematico, alcuni testi che danno con immediatezza la percezione esatta della molteplicità di direzioni in cui D’Andrea si muove e in cui conduce e riconduce l’ordine del (suo) discorso, ripromettendomi di ritornare con più attenzione su un autore la cui poetica è una delle più autentiche e meno derivative in cui sia dato di imbattersi negli ultimi tempi. (fm)

 

Testi tratti da Ecosistemi (inedito, 2009)

 

Un desiderio di morte attraversa
le scapole dei bimbi rimpinzati,
freddi come un termine e non parola
tecnica o scientifica sottoscriva
le sue predilezioni. Forre di
gameti sulla lingua che s’increspa
e onde sullo stretto o microclima
di gente neutra. Prima vista, grumi
di particelle esplosive nell’odio
scatenato da uno schizzo, frizioni
estreme di coscienze ormai allo stremo,
non più un esempio che sia non conforme.

 

*

 

Ora il vuoto sbriciola
minuzie estive,
senti la polvere di primavera
su pianure esterne.

Oggi non si accettano i miei salti,
la gioia condivisa

nella creazione
sperma sulle spalle
spruzzi e zampilli
escrescenze d’arti e tronchi imbestialiti

una lingua sulla scarpata
l’accesso negato
e il mondo risospinto nell’arcadia
dei rapporti.

 

*

 

Bave animali invertono i suoni
percussioni invasive
il mondo è un altro ordine
evirare la possanza dei monti
una figura somma, delinquere minerali

oggi invento la mia lingua
su scarpate fossili
slanci di pietra

e mi arrocco
vedo le labbra del disgusto – la lebbra –
putredini, ossate maleolenti
sul mio viso

chiuso nella valle
dove chi detiene si appresta
appronta la montatura

striature di nero
nella gloria, fuori alibi
l’ircocervo si spulcia
rilasciando fioriture e detriti.

 

Il mio paese

I mosconi sulle prede,
è un rincorrersi continuo
niente d’infinito è chiaro.

Ho visto le marmaglie,
i pedanti frastornati
le sintesi di periodi scartare
ogni contrario.

– Contrasti non v’erano –
ora sono albe che nereggiano
e in un’azione del lombrico
una mandria si deposita
– gameti spalancati –
divaricazione querula delle membra
come l’idolo delle mosche.

 

FAVOLE

Ancora una volta
al modo di una filastrocca
amai creare mondi al mio stretto controllo,
ma creare da niente e distruggere
è l’unica verifica.

Di uno stesso processo la natura,
nessun altro pensiero e la scrittura
è una paura insensata e reale
dell’avvicinamento dell’estraneità
(soprattutto in storie di febbri
e capriole, girotondi), slanci
per difendere…

 

SENSITUDINE

Ammazzano a più non posso per poco nero,
che poi carne è carne offende
il pudore che la lingua salta
nei video o alle strane fermate
in cui s’inventa una storia d’amore.

Sono allo stremo della decenza stravolta
e ancora una volta l’origine affianca
un valore alla massa
e fa dello slancio un ordine,
per quanto occluso,
un desiderio d’amore.

 

Madrigali

I

Il mento dell’isola

Giù dove sempre la terra si estorce
e il cemento si mescola al rifiuto
isolo la mente scorcio le scorte.

Solo come un pastore senza gregge
mi stendo, pago alla terra il tributo,
al sole friggo che tutto sorregge.

Regge la bestia smangiata il sussulto,
ora della terra, del ferro acceso
dentro di essa, nel nero, il tumulto
di fiamme e vomito, l’oro frainteso.

 

II

Isolamenti

Distrutto sia il pastore da se stesso,
case su case e nuove architetture
sciamano nello scarico del cesso.

Distratto dal rumore del tuo mondo
s’increspa la mia pelle e le storture
di membra che scaracchiano l’immondo.

Amori, fresche acque, dolci storie
romantiche di un tempo, graffi estorti
a un uomo strangolato, alla memoria
di candide violenze, grembi sporchi.

 

[RELIGIO] Preghiera

Solo in distanze pagane – fatti quella vita
non fotti questa vita – trovi la decenza
di un gesto miracoloso,
uno fra i tanti che non sia normale,
perché difficile è la strada,
un solo barlume anche prima della fine
anche senza conoscerne la fine.
Prego me di farmi quella vita
umile e senza speranza;
esige la scrittura
la mia povertà sia dentro
imparata da fuori.

La mia lingua diroccata e costrutta
è i vicoli della mia capitale,
città capitale della mia lingua
in Sicilia.

 

Imbrattamento

Sporcare per dare un ordine al caos
è già paradosso, sgorgare per dare
senso a una vita in comune
non è un dilemma. Sul versante
della dissacrazione l’azione non è riuscita,
più sobria sarebbe la candida
espressione del tutto si muove come l’autore
vuole o toccare altri tasti, da questo
(«questo» all’infinito) l’errore.
La finzione è già del bambino che gioca
e attraversa il suo tempo.

Il fatto poi che un’idea
debba violentare la primigenia carenza
è il modo di fare in modo
che un mondo s’inventi una speranza,
come vivere in comune un’emozione
o l’emozione di essere fuori di sé,
nell’estasi d’adorazione,
splendore che riluce dove oscuro è.

 

Scansione e cavità

Nessun centro, nessun disegno,
libertà di spingersi dentro
nel mio luogo per voi.
Prima di urlare prendo altre strade.

Depredare, arricchire, ammorbare,
non compro lo specchio
ho un foglio di terra.
Non è questa la fuga agognata,
più attenzione e rigore,
più amore per voi,
voi presenti come un calcio in faccia.

 

Cercare la clausura

Odio sentire vibrare gli steli,
chi reca erbe e parole?
un frutto acerbo fui
e forse sarò quest’incompleto
tempo atrofizzato, un rullio
di tempeste fasullo nella plastica
affinata di salvezze.

Ho sempre sentito l’errore
e la voglia lacrimevole di un rimorso,
la potenza malinconica
di ogni redenzione.

Fuori terra riccioli d’erbe,
borri fluidi prima di questa inettitudine.
Ora liberare l’odio,
fenditure slabbrate fruttificano
dove un tempo circolava il ronzio.

 

UNA TECNICA CON GLI STRUMENTI

Non c’è una tecnica
c’è un’idea
qualche idea
che ci soddisfa al momento,
uno stordimento,
la morte luccica ed è neutra
come gli occhi di qualcuno che si espone –
è un taglio/
un quadro che si logora col tempo.
Nessuna scorciatoia
nessun restauro
nessun ostacolo
se non un falsario/
qualche falsario/
impiegato della sua finzione
che ama scuotere il nulla
incidendolo.

Cerca amore dove è solo
convenzione,
si sente l’attrazione
della pura fisicità con dei complessi –

un suono, ritmo, la tecnica
per dare una forma ma basta una scossa
per smuoverci, essere in balia
oscillare – puah! la forza.

Ho sentito inutile ogni costruzione,
dico a te!
come me
subisco il mondo
m’acquatto
aspetto
ci scrivo su
a futura memoria.

 

[Come una croce amare la rovina]

Balbettio, canzone infantile,
ritornare all’infanzia giustifica ogni violenza,
impallidire come un uomo perbene
e arrossire per tutta la mia specie
cui resta solo una speranza:
l’invasione e in ultima istanza
l’auto-invasione.

Una moltitudine barbara
o tranciare una mano in strada,
la vita come scompenso,
la lingua è frantumazione;
slancio dell’origine
a violenza si risponde con violenza.
È veramente l’epoca dello Spirito
in bacheca, nascosto, braccato,
protetto da una superficie boccheggiante,
esterrefatta, sfaldata.
E nonostante l’immane sdegno
ancora amarla questa vita
e non cedere al disgusto
ma adagio senza fughe
lottare per il nido
violenza su violenza.

 

***

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8 pensieri su “Ecosistemi – di Gianluca D’Andrea”

  1. Avevo già avuto modo di apprezzare la poetica di D’andrea e ritrovarlo qui, “accolto” dalle parole di fm (che sento anche mie in quanto pienamente condivise), non può che rendermela ancora più “familiare”.
    “Sensitudine” e “Madrigali” I & II tra le più vicine …

    Sincera stima e ammirazione

    MB

  2. gIANLUCA è PADRONE DI DUE ZONE POETICHE ED ESPRESSIVE: QUELLA EROTICO-SONTUOSA DEL CANZONIERE I E QUESTA, CHE SI RICOLLEGA IN PARTE ALLE PROVE PRECEDENTI. ENTRAMBE LE ZONE FIBRILLANO DI ENERGIA. ANCHE QUI, CON ALTRE INTENZIONI, SI EVOCANO MOLTE PARTI DEL CORPO. IN PIU’ C’E’ L’AZIONE CENTRIFUGA (SCHIZZO, CARNE…) CHE RIAMPLIFICA IL SUONO.
    SONO FELICE DI AVER PUBBLICATO GIANLUCA.

    GIANFRANCO

    UN CARO SALUTO ANCHE A FRANCESCO.

  3. Grazie.

    D’Andrea è destinato a riservare parecchie “sorprese” a coloro che amano la poesia. “La”, non “la loro”.

    fm

  4. grazie per l’attenzione a tutti, francesco sei sempre puntuale, riesci con un’intimità fuori del comune ad interagire con i miei testi, ribadisco la mia stima.
    Gianluca

  5. Grazie a te, Gianluca, riprenderemo il “discorso” più avanti.

    Un caro saluto a te e a tutta la tua “communitas”.

    fm

  6. ecco un ‘altra chicca di francesco: l’unico a credere e a sapere (non so per quale miracolo) l’esistenza di una comunità che mi accompagna e stimola, l’esigenza marginale del contatto come rilancio. Altri hanno sempre frainteso e incapsulato le mie prove nell’autoreferenzialità o nel già detto.
    Grazie,
    Gianluca

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