Non sempre ricordano – Patrizia Vicinelli

“Roberto a Casablanca è stato il primo a morire,
è santo morire se si stava cercando qualcosa
“la vita vale giusto questo”,
ridono divertiti i rivenditori
e sanno di poter chiedere di più”

801nonsempre Dopo Vittorio Reta e Corrado Costa, fuoriformato prosegue la sua “restituzione” dei poeti di una generazione perduta, quella che non attraversò indenne il versante tra anni Settanta e Ottanta. Patrizia Vicinelli ne fu l’anima più combattiva e autodistruttiva: un vero kamikaze dell’esperienza – tossicodipendenza, carcere, lunghi anni di latitanza, «miraggi pieni di luce», tragica morte per aids – prima che della scrittura.
801nonsempreE infatti gran parte del suo lascito, prima che nei pochi testi giunti alle stampe, consiste nell’incredibile presenza scenica di questa performer definitiva. Verbigeratrice vulnerante, Patrizia Vicinelli era in primo luogo un’icona corporale. Cecilia Bello Minciacchi ne ha ricostruito lo svolgimento tormentato e tumultuoso, rinvenendo una quantità di testi inediti e dispersi (fra i quali il devastante “romanzo” Messmer e una scelta di saggi) nonché ricostruendo il tortuoso svolgimento della pièce de résistance «epica», Non sempre ricordano, atroce psicomachia sull’esistere e il ricordare nel quale Vicinelli si rappresenta, quasi vindice erinni tarantiniana avanti lettera, come «samuray» con la «splendente fiammeggiante / scimitarra alla mano».

(Dalle note di presentazione del volume.)

Patrizia Vicinelli, Non sempre ricordano. Poesia Prosa Performance, a cura e con un saggio di Cecilia Minciacchi Bello, introduzione di Niva Lorenzini, con illustrazioni in b/n, antologia multimediale in dvd a cura di Daniela Rossi e con la partecipazione straordinaria di Paolo Fresu, Firenze, Le Lettere, Collana “Fuori Formato”, 2009.

***

In attesa di poter leggere il libro (e sperando che in tanti /ri/scoprano una delle voci più grandi della poesia italiana dell’ultimo mezzo secolo), penso di fare cosa gradita pubblicando questi due autentici reperti storici.

Da: Patrizia Vicinelli, Non sempre ricordano, Ælia Lælia Edizioni, Reggio Emilia, 1985.

Parte sesta

“C’era una volta in Marocco”
ovvero, “Morocco made”

Fra le liturgie di Domodossola
passiamo
le frontiere
e certe volte,
caro trecento,
ci beccano
su e giù
dune
fra bandiere eterogenee,
il principato
ce lo riserviamo. Tornare lì,
come per riposarsi,
e spostare il tempo (retro marcia)
già accaduto
c’era una volta in Tangier
tangerine dream
Morocco nord ‘Afrique made
elmà, l’acqua
due mari
due lingue
“era una questione di radici”
una lezione trasversale
spanish french et arabie
e così se la dimentica
tornando
quella fatica della resistenza
che è già valsa
lo spazio
della giovinezza
elementi indesiderati
laggiù nel pozzo profondo
in cui andò
in cui si calò
a profusione
color drugs
forse good vibrations.
La luna cerchiata nel tono
specchio d’acqua con tutte le
sue fasi simmetriche
spezzava la sterica marcia
tin tin e tin ti tin ti tin
tazze di latta alla mano
mano sulla spalla dell’altro
in fila in processione
in una calle no leca do socco chico
c’era da urlare al mezzodì
ciotole che suonano
riso di anime
hanno il coraggio di ridere
gli infermi tra loro,
e quello di vederli passare.
Dal balcone terrazzo del Charly
restaurant beveva coca come in
America e il solito hamburger
ma nessuna fiducia di salire fino in alto da Baba tea
room alla menta
con le palme affacciato
alla superficie del mare
lì eternamente immobile il mare,
ha paura nonostante il coltello
della gente nei jillaba
gli brillano ai marocchini
gli occhi fissi dalla terra
alla luna che sale verso la metà
del cielo un tondo fosforescente
viaggiante e per noi di altri paesi
del nord, irreale un disco
star bene, disse.
Dalle tavole di liscia roccia vulcanica
nero a picco e raramente grigio metallico
rimbomba agli occhi dal sole
facendosi largo nel senso blu dell’aria
a picco sulla voragine seduti in scacchi
di giardini ricavati, tutta gente con
qualcosa da contemplare, qualcuno da
allontanare, indifferenti all’abisso
non passano che rare le navi e l’ultimo
punto di osservazione dell’orizzonte
fa spazientire la vista, che si confonde.
Al porto discendere la notte
attraverso la casbah la medina
l’odore di montone e di carne selvatica
dentro gli stretti vicoli spugnosi
era nel suo respiro ormai

(…)

______________________________

Francesco Leonetti, Prefazione a Non sempre ricordano, poema epico di Patrizia Vicinelli (Ælia Lælia Edizioni, Reggio Emilia, 1985)

I canti struggenti e “selvaggi” della Vicinelli seconda da dove vengono? Si può anzitutto azzardarsi a dire che vengono da Campana, che dei vociani o espressionisti italiani è il più sconnesso a livello semantico e sintattico, e il più iterativo (in quanto Jahier ha una ritmica più cantata, oppure pedante, che iterativa). E il più sublime. Ma le parentele nel filo secolare sono complicate e incertissime.

Consideriamo ora l’autore. Si sa che fra l’autore e il personaggio biografico intercorrono rapporti strani, sia secondo i buoni materialisti engelsiani sia secondo i maestri semiotici oggi viventi. Ora, il personaggio biografico, biologico e vitale, di Patrizia Vicinelli bellissima donna si presenta insieme virtuoso e vizioso: erede del famoso Gruppo 63 storico italiano, o pupilla e prima dilapidatrice, superba allora e ricorrente alla genealogia di Emilio Villa (che invece è piuttosto artista, con grafica stratificata e di totale disseminazione, lei no) sembra quindi buttarsi via. Va a perdifiato, a perdizione, a scommessa, a pura fuga, nelle passioni sfrenate che si svolgono alla fine del decennio.

Spariscono o restano sospesi, così, patrimonio passato, i suoi giochi linguistici indovinati e anche tipografici (presso Lerici nel ’67, datati da prima, con varie formulazioni iniziali della lettera “a” come in un vocalizzo della Berberian Berio, assoluto) e lei si trascura tanto da dovere essere presa su col cucchiaio… Ricordi di amici. Ricompare in scena ogni tanto con buonissime prestazioni di attrice, come le sue stesse vitali, forse. Già con Braibanti a provocare i giusti scandali. Poi con Alberto Grifi asso del film d’avanguardia e con Gianni Castagnoli che è il primo a trattare una nuova macchina (fotocopiatrice Xerox) come strumento per l’invenzione artistica.

Compie operazioni di quadri (oltre che sbavare righi e disegni sulle sue scritture, mescolando tutto e graffiando, come se lei fosse la figlia di Emilio Villa, che invece ha un figlio fisico teorico, e ciò non è – nonostante Serres – la stessa cosa). Quello che ha regalato a me è un quadro con sovrapposizioni di moduli puri a una lastra forata da buchi e inglobante forme d’insetti schiacciati fra lastre: una partenza molto interessante.

E dunque, e dunque? Se, dico, dal saussurismo spinto del ’63, per la via delle passioni sfrenate e riempitive, allegoriche e allucinanti, giunge a queste nuove e tre volte elaborate poesie lunghe epicizzanti, si deve forse dire che rappresenta un’evoluzione propriamente linguistica di ampliamento del timbro e dell’ “urlo”, decisiva oggi. E ne è portatrice letteraria e insieme generazionale unica. Infatti, o si sono buttati, questi giovani sessanta-settantenni, nel fuoco; o si sono impreziositi nauseantemente nelle poesie. Lei, la traversante e pericolosa Patrizia, con impatto dolce furibondo nella sua dissoluzione del territorio bolognese dove cresce, è la sola a fare tutte e due le cose, mischiandole, con sovrano imbroglio.

Ora, sul suo galoppante ritmo, a balzi immondi, abissi e profumi, riesce a far emergere soggetti umani veramente incredibili, incarnazioni di lei stessa vaticinante, sconfessante e in atto di vibrare la sua spada di samurai. Io, si può dire, sono come un tale che dice: “Benedetta figlia, – io che ti ho conosciuta a Porta Portese, – le tue motivazioni più intime le conosco, – e so che ti muove (…)

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Il testo di Patrizia Vicinelli e la prefazione di Francesco Leonetti sono tratti dal sito di Giorgio Di Costanzo, In sonno e in veglia.

Qui altri testi di Patrizia Vicinelli.
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